26/8/78
Tu dici che la vita è lavoro ed è così, certamente. Io ricordo com'è fatto il tuo modo di amare, così pieno di sofferenze, di discrezione, mentre ti passi la mano nei capelli e non parli, e lasci che le cose seguano il loro corso e il cuore ti si spezza. Io sto seduto sotto un albero, circondato da odore di paglia e ortiche. Sono stanco e sudato e mi ricordo di te. Semplicemente. C'è un cane che mi ha seguito tutto il giorno nel lavoro (sto raccogliendo le pesche a 2000 lire l'ora, una paga di merda) e ora riposa qui vicino, stanco anche lui. Questo cane ha il tuo sguardo ed è triste e sebbene tu possa pensare che queste siano divagazioni romantiche ti assicuro che è così. Ai miei piedi c'è un canaletto d'irrigazione, ma ora è chiuso e secco. Sassi e fango rinsecchito e qualche mosca, una bottiglia di vino più giù e cicche di sigarette, alcune accese, altre no. Il posto è bello e magari meriterebbe un ricordo migliore, ma io e il cane siamo tristi e stanchi (è la terza volta) e non abbiamo voglia di pensare cose particolarmente complicate. Le cose belle vengono da sé, rimane il problema di comunicarle; con un ricordo, con un odore, forse, con diecimila flashback di nostalgia (è una parola sostitutiva per "amore"?). Sì, caro-vecchio-giovane-padre-amico-compagno-fratello, le mie gocce di sudore, le mie lacrime di questo momento sono tue, come le preghiere al fuoco e alle stelle della notte carica di angoscia e di dolore. La vita è lavoro, è ricerca, è amara ed io non so se cercarla nella lotta allo stato o alla ricerca di dio. L'unica cosa schifosa che ci separa dai prati teneri di un tempo è dimostrare quel che si vale ed io devo fare un po' di danaro a prezzo di sangue per potermi allontanare dalla città mangia-affetti, per poter studiare (mi interessa, sai), per poter suonare, dipingere, piangere, scrivere, leggere. Io soffro quando suono, quando dipingo, quando piango, scrivo o leggo, come te sul letto il pomeriggio e in tutti i posti dove non posso attualmente vederti. Solo così io sento l'amore. Così io vivo e rido e piango. Come ora.
Mauro Sommacampagna (Verona)
Un Bacio a tutti
Succede che metti a posto i cassetti (è una pratica burocratica post mortem anche questa, né più né meno che i vari certificati, girare per uffici, studi notarili, commercialisti), questo me lo ricordo, questo lo butto, questo lo regalo. Nell'angolo c'è un pacco con delle lettere (che non avrei mai letto, e difatti non l'ho fatto, ho letto soltanto questa perché ho riconosciuto la mia scrittura), biglietti di auguri e qualche disegno. Nel 1978 avevo 19 anni, non ero né carne né pesce dopo il liceo, ero (lo sono ancora, ma all'epoca di più) assai inquieto. Ci fu uno scazzo con mio padre un giorno, non ricordo il motivo, preparai le mie cose, uno zaino, la chitarra, aprii la porta di casa e me ne andai (tornai l'anno appresso, ma non ho voglia di parlarne). Non ricordavo d'avere scritto questa lettera, di averla scritta peraltro proprio a lui. Non ricordo di averne parlato in seguito. Ci leggo, trent'anni dopo, i germi di quel che sono diventato. O meglio, mi pare di non essere mai cambiato, di essere sempre stato quello, allora come adesso (certo, più stronzo adesso). Mi pare di avere già detto tutto allora, e molto, molto meglio.