La luce (il greppo)
:- Ti voglio bene
-: Anch'io
:- Ma io te ne voglio di più
-: No, io te ne voglio di più
:- Impossibile. Tu sei una bambina, io sono grande, e dunque il mio bene è più grande.
-: Non è vero. Se non ti volevo così bene non ero nata.
L'ombra (il fosso)
:- Hai visto che bella la bimba? Chiedile come si chiama.
-: Come ti chiami?
~: Asya
-: Hai sentito, mamma? Si chiama Asya, come l'amica di papà.
La disposizione dei convitati non sembrava sottostare al rigore di una regola. La sala principale, alla vista nascosta da un acquario nelle cui melmosità verdognole s'individuavano a fatica i resti di una colonia di pesci tropicali grufolanti (eh sì, proprio all'esilità dialogica aerobico/anaerobico doveva riportarmi quell'allegro proliferare di batteri et cianoficee), presentava una tavolata disposta secondo le direttrici di un ferro di cavallo spigoloso, una sorta di lunga "U" squadrata. La parete di fondo, interamente percorsa da specchi triangolari incorniciati in una boiserie noce massello ammorbidito da una sapiente laccatura color miele, rifletteva il contenuto umano raddoppiandone il senso (fastidioso, turbinoso) di indistinto ruminare di mascelle, tra smozzichi di ciarle, sbotti di risa. Il tinnire di stoviglie a folate soffocava i conati catodici che un televisore (tetragono, gigantesco) vomitava da un angolo remoto (un canto di sirene, 'sta cazzo di striscia la notizia pure qui dentro, cui nessuno pareva abboccare). Io, il penultimo a giungere, trovai un posto ove poter contemplare il mio stesso multiplo di capelli ancora umidi di piscina e di gel, iterativamente rimandatomi dalla sutura dei due specchi della parete di fronte. Volsi lo sguardo intorno, fissando il lato corto della "U" squadrata, l'arco drizzato del ferro di cavallo. Lo ricordavo, Giulio, nella frusta uniforme color lavagna, con il logo dell'ente appuntato all'occhiello del risvolto della giacca a mo' di distintivo, azzeccatissima insegna di un esercito scalcagnato. S'era ancora ad archivi polverosi, a registri e protocolli di posta in entrata e in uscita, a mestieri di archivista, di usciere, di commesso; retroguardie obsolete, ignare dell'outsourcing. Siede accanto alla moglie stasera e, come fosse un matrimonio, presumo sarà servito per primo. Avrei dovuto, arrivando, andare a salutarlo e complimentarmi e magari indugiare a chiacchiera con il collega assunto a più alto incarico nell'urbe (nientedimeno che alla segreteria del direttore generale). M'imbarazza il fatto di non averci pensato, perchè a Giulio ho sempre voluto bene, e attribuisco alle troppe vasche nuotate questo inspiegabile rigurgito d'insensibilità, che dunque vo ad affogare nel prosecco intanto che nel mirino tengo Paola, l'ultima ad arrivare come sempre che, spacco a lambire il bordo dell'autoreggente nera, esattamente infila la trafila di cerimonie che malamente spadellai. Sicchè non mi resta che buttar giù un altro bel prosecchino d'incontro perchè la vita, si sa, è altrove. E questo lemma, altrove, dischiude troppi orizzonti per limitarsi adesso alla nuda apparenza delle cose. Mi chiedo ad esempio se sono l'unico a pensare che questa cena, per cui furono stampati gialli menù di grazie tante e gli aedi di turno parafrasarono canzoni, e motteggiarono e rimarono e accordarono chitarre, non sia proprio la celebrazione di quella morte strisciante e silenziosa, acquattata metafora di ogni cosa che muove il pensiero di pensare. Mica tanto metafora poi, mi dico, dopo quel che è successo a Giulio, passato per tutte quelle tonalità di grigi e gialli e lividi pallori che il suo male distilla all'epidermide "suo sponte". E' lì Giulio, e sorride di fianco alla consorte sul lato corto della "U" spigolosa, è servito per primo adesso; gnocchi ai porcini, un cucchiaio appena, uno solo per carità. Si guarda intorno con l'umiltà di chi sa di essere tenuto su, diresti, dal golf bianco pesante lavorato a tricot, mentre tutti, sbracciati ed accaldati, la punta delle orecchie che s'infoca, allentammo persino il nodo alla cravatta.
Il fiato del mio capo, alla sinistra, aveva borborigmi di cipolle appassite in un grasso soffritto vinoso. Maldestra, inefficace e pure ingenua la pretesa d'affogare, in un solo caffè, quel miasmatico profluivo ribollente, quel cafarnao d'effluvi. Mi sovvennero dunque (fu percorso proustiano ad ogni effetto) epifanie sinottiche d'ascelle generose, peli a ciuffi, ghiandole varie, indomite, operose, stillanti in sottoboschi di Chanel, poi polveri podaliche di timo e mentolate, paste bronzee di passi frettolosi, impastarsi le dita con la trama dei calzini e il cuoio lucido, neoforme brunite, rivendicanti fruibilità edibile, diresti, la dignità di un prodotto di nicchia da slowfood. E s'era all'inizio del brainstorming postprandiale. L'occhio, abbacchiato d'abbacchi, giallastro galleggiava sul ronzio del proiettore. Sognai di spazzolini freschi quella notte. E di boschi. E di brume.
Il più delle volte è così che accade. La destra (la fettuccia elastica dei boxer ne imprigiona il polso) indugia calda al flaccido gonfiore, lo soppesa.
Può accadere dopo l'amore, dopo il gioco, o sequenze di suoni, di parole. La destra è una conchiglia monovalve, tiene oltre una soglia ombrosa le incertezze. La sinistra, possibilmente, torna a curve prestabilite. Concave, se è di dorso che s'approccia, che associa ancora a un tenero succhiare.
Si lascia andare (certo perchè io mancino) a giravolte lente e quindi danza, dirige orchestre, stira i nervi al tocco gommoso di un gluteo, di una coscia.
Artiglio di pianista, fremito lungo quanto gli è dato da artigliare. Sto lì, proprio così, sto galleggiando. L'occhio non è imbrigliato, può vagare.
In genere sorvola, fruga pianelle e travi a leggere le rughe del soffitto. Torpori già provati, vecchie tracce.Talvolta il ticchettio d'ottone, se caricai la molla all'orologio tra i libri dell'ingresso, sembrerebbe giovare, incoraggia l'abbrivio, una partenza. Al primo soffio, però, urge una giravolta, un cambiamento.
La destra striscia dunque come serpe fin sotto il cuscino pinzandone la punta quanto basta. Prosegue piano ancora alla conca dell'orecchio, accorta che non senta quest'ultimo il cuore, no!, resti sordo alla voce delle arterie. Solo cosi continuo la manovra. Stende l'altra le grinze come un boccio, è un prolasso, sboffo d'artiglio, soffice dunque il braccio cabra adesso lungo una direttrice come d'acqua. D'inerzia può avvitarsi allora il tronco, trainandosi il bacino e poi il ginocchio. La luce che si smorza è uno sbadiglio, un planare di forme cotonate. Pare chiudersi un flutto, una cesura, quando le unisco, chiudo gli occhi e salpo.