CalMa

Chi sono

Utente: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

Commenti recenti

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
domenica, 27 febbraio 2005

For Tess (R.Carver)

Out on the Strait the water is whitecapping
as they say here. It's rough, and I'm glad
I'm not out. Glad I fished all day
on Morse Creek, casting a red Daredevil back
and forth. I did'nt catch anything. No bites
even, not one. But it was okay. It was fine!
I carried your dad's pocketknife and was followed
for a while by a dog its owner called Dixie.
At times I felt so happy I had to quit
fishing. Once I lay on the bank with my eyes closed,
listening to the sound the water made,
and to the wind in the tops of the trees. The same wind
that blows on the Strait, but a different wind, too.
For a while I even let myself imagine I had died--
and that was all right, at least for a couple
of minutes, until it really sank in: Dead.
As I was lying there with my eyes closed,
just after I'd imagined what it might be like
if in fact I never got up again, I thoght of you.
I opened my eyes then and got right up
and went back to being happy again.
I'm grateful to you, you see. I wanted to tell you.

Giù nello Stretto le onde schiumano
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d'aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. È stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito
per un po' da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l'acqua
e il vento che fischiava sulla cima degli alberi, lo stesso vento
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po' mi son concesso il lusso di immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finché non me ne sono ben reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lí sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a esser contento.
È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.

postato da: fuoridaidenti alle ore 15:51 | link |
categorie:
venerdì, 25 febbraio 2005

L'approdo imprevedibile di un bug di sistema un venerdì pomeriggio

A meno che la sorte non sia stata fin dalla gioventù prodiga e generosa nell'ammannirvi boffici imbottiture, trippe opulente ed altro, finchè non vi raggriccerete (ovemai questo accada) in un profluvio cascante di morbide grinze rugose non potrete mai concepire o donne, bontà vostra, l'incarnazione di un certo tipo di astratta dilatabilità ontologica. E' forse questo un disegno premeditato, la curva che pareggia la piena comprensione, preclusa a noi maschi, di cosa significhi davvero partorire. Perchè c'è dilatabilità di sfinteri, nobili o meno, aperti comunque verso l'altro da sé, di cui entrambe le metà del cielo hanno cognizione, ma c'è anche quella, tormentata rassegnata e autoreferente, del contenitore che non ha sfogo se non negandosi, schiattando nella crepa. E quest'ultima è inconcepibile senza uno scroto. L'intuite, io lo so, quando usate espressioni come "rompere i coglioni" e via dicendo, e so anche che non è l'invidia del pisello a vellicarvi, no. E' il senso di sororale condivisione di un fardello, uno qualunque a scelta: il ritardo di un treno, la riunione che si protrae, l'interazione col call center, un bug di sistema...

postato da: fuoridaidenti alle ore 16:58 | link |
categorie:
mercoledì, 23 febbraio 2005

Prima della rasatura

Fuori -abarico- bioccola.
Si bubbola.
Badalucco anfanando, bergolando.
Erubesce la brace nella stufa: la scatizzo e nutrìco.
Bracalone e atarassico, fidente che il trilama edulcori -occoboìa!- l'ordalia.

Dopo la Rasatura

Analcolicamente sfruculiandomi le guance all'anodino picchiettìo del dopobarba,
almanacco di passatelli e tortellini tra i ribubboli della cuccuma fumante.
E' già sorbire il bere delle nari.
Un bulicame lucido i tegami.
Grato della bazzoffia, una qualunque.

postato da: fuoridaidenti alle ore 10:48 | link |
categorie:
lunedì, 21 febbraio 2005

Un lento inarrestabile declino (Quarta e Ultima Puntata)

S'era fatto portare, col trattore, un bel carrello pieno (3x2x2 metri) di letame con cui ingrassare, seppi poi, la sua condominiale quota d'orto, uno scaracchio, su cui tirava su, amorevolmente, piante di pomodoro, di cipolla, d'aglio, ovviamente, di rosmarino e d'altri odori. Il punto è che siffatta quantità di materiale sarebbe stata bastevole e soverchia alla concimazione radicale dell'intera superficie destinata dal condominio alla bisogna. Sicchè la sua strisciolina, di fatto, s'era ridotta adesso a un gigantesco cumulo di merda da cui spuntava, anelando un asilo e una vendetta, un'indistinta sterpaglia cancerosa. I condomini s'erano fatti sentire, fin troppo civilmente a dire il vero, se si tiene conto dell'atroce virulenza con cui invece quel concio s'imponeva di fatto alle narici. Con procedura d'urgenza, pertanto, i Vigili Urbani e una pattuglia della Benemerita gli intimarono di smorzare il "casus belli". Lui, insensibilizzate oramai le mucose nasali, si risentì di molto della cosa ("Esagerati! E che è tutto 'sto casino per un po' di letame!"), ma pensò di dover rabbonire in qualche modo quel vicinato pravo ed infelice, uniformandosi pertanto al volere dell'Autorità. Ricoprì dunque l'inverecondo tumulo con un telo di plastica trasparente. Ma l'effetto dell'irraggiamento solare estivo su quella broda immonda (di cui l'indizio sarebbe pur stato facile cogliere solo osservando con minima attenzione l'opacizzarsi repentino del telo o il maturare a gorghe di mille gocce sugose, primordiali flatulenze non sfogate, compresse in succhi liquidi, bombe innescate), raggiunse il suo parossismo al pomeriggio, quando la rimozione della copertura dette pubblico sfogo ed evidenza alle infinite permutazioni combinatorie con cui quel putridume fermentava. E furono bestemmie, santiamenti e sbaccanìi, badilate di letame all'indirizzo della sua vettura, una seicento cui sempre, fino ad allora, aveva evitato l'onta, anche solo fugace, di un polveroso amplesso. E fu per ridonarle il colore originario, un verde ragano, che andò a schiantarsi infine addosso a un palo, ritornando. Lo so, lettore, avresti preferito forse si nascondesse in quel mio alfabeto distorto o nei programmi di Rai3 la nemesi, ma andò così, non ci si può far niente. I suoi vicini, in fondo converrai, non fecero valere altro che un legittimo e inalienabile diritto di prelazione sul suo destino.

postato da: fuoridaidenti alle ore 17:25 | link |
categorie:
sabato, 19 febbraio 2005

Pisciarsi addosso, pisciare di fuori.

Si fa, ma non si dice. Però io l'ho fatto e lo voglio dire, ché non me ne vergogno. Esistono, difatti, dei momenti apparentemente banali che hanno però tutti i diritti e le ragioni di ambire a quella parvenza d'eternità elettronica che ci si illude di dare talvolta alle cose. Congelandole qui dentro, per esempio. Stamattina, dopo aver nuotato a sonnacchiose bracciate per un buon paio di chilometri, mi sono poi pisciato addosso di una bella, dolce, lunghissima pisciata cristallina, almeno un par di litri, confondendola perfettamente tra il getto caldo e i vapori della doccia. In piedi, la testa leggermente piegata all'indietro, le braccia lasciate molli lungo i fianchi, cascata sotto cascata, è stato un sublime e liberatorio fluidificarsi di tensioni, una perfetta sintonia liquida. Aahhh! Si sa, l'acqua può contenere con efficacia qualsiasi forma possibile proprio perchè non ha, per sua natura, alcuna forma da opporre al mondo. E dunque si sposa bene anche a un pensiero, o a quella sorta d'orgasmo provato. Perfetto, impeccabile, come un graffio a cercare di scalfire, per un istante solo, la rotante indifferenza del mondo. Provate anche voi. Dopo una bella nuotata, una corsa, una seduta in palestra o un lungo giro in bicicletta (per quanto quest'ultima situazione, insistendo nella zona perineale, non credo possa permettere di godere appieno di una simile esperienza che bisogna consumare subito, ancora a caldo). A spruzzi, a gocce, la presunta oggettività del mondo. Sarà o non sarà, questo corpo, questo mondo, altro che un'ingannevole relazione. Dubbio fenomenologico, ellittico, durato il tempo dello scolo d'inghiottirlo.

postato da: fuoridaidenti alle ore 16:58 | link |
categorie:

Un lento inarrestabile declino (Terza Puntata)

Qualche giorno dopo, com'era prevedibile, fummo inondati da una montagna di posta: mandati di rimborso emessi e non riscossi, proteste, solleciti di pagamento, diffide. "Sono stati commessi molti errori nelle acquisizioni dei rimborsi. Ho dovuto fronteggiare una situazione davvero incresciosa di cui lei, si renderà conto, è il maggiore responsabile. L'ho spostata pertanto in archivio a sistemare i fascicoli, ma... mi raccomando... che non abbia a ripetersi quanto si è verificato con l'acquisizione dei pagamenti, intesi? Vada ora" Ascoltandomi, mi pare gli tremasse leggermente il labbro superiore sui canini, come se a malapena soffocasse il deflagrare di una sorta di rictus primordiale. Avrei scommesso che volentieri m'avrebbe azzannato al collo. Il tanfo che emanava era tremendo; se avessero raccolto qualche goccia del sudore, avrebbero potuto usarla come fondo per un gustoso spaghetto aglio e olio. Ondulava adesso d'increspature e perturbazioni ignote, tremolanti. La crema Nivea, tra i capelli che cominciavano a fare capolino sulle orecchie, si combinava, con le gocciolature delle sue generose essudazioni, come un disegno striato del marasma che gli passava per la testa. Lasciò la stanza con un sorriso sghembo, raffrenato, ne intravidi in un certo senso la conflittualità nella mascella tesa. Borbottava qualcosa d'incomprensibile, di fumoso. Qualche ora dopo feci un salto in archivio per andare a verificare cosa stesse combinando. Lo trovai seduto, non s'era accorto della mia presenza, di fronte a un foglio su cui aveva segnato con un pennarello a punta doppia tutte le lettere dell'alfabeto. Gli occhi chiusi e il sorriso quasi ascetico pareva s'inondassero della lama di luce pulviscolare che, come una sciabolata, entrava dalle feritoie del sottoscala buio. "Il buco nero... Il Signore... schifoso... brrrr... è il mio pastore... fetente... Cacciaraichi Vincenzo... blblbll... il mondo come volontà... e voleva impedirmelo... Cavicchi Lorena... ma l'ho coperto con un telo... peloso... e rappresentazione... di plastica... ciripiripìm... il concio bello grasso... Perdono perdono... Celicchi Gino... un cazzotto sul grugno... puzzolente... delle donne... Ciribilli Giacomo... O Maria, concepita senza peccato..." Una radiolina trasmetteva un programma di liscio e l'aria era davvero irrespirabile. Non mi aveva sentito. Rimasi dunque ad ascoltare per un po' quel farfugliamento delirante che, mi accorsi, seguiva la stessa cadenza della mazurka trasmessa dalla radio in quel momento. Driiìn. Driiìn. "Pronto... archivio... De pretis Alberto?... come dire, ehm, ancora non sono arrivato... eh eh eh... alla D... ma appena finisco con la C -come dire- te la cerco". click. "hi hi hi... ma ne ho altre io, eh se ne ho altre... hi hi hi... dottore... sotto il telo di plastica... ciripiripìm... intanto me ne sbatto i coglioni io... dei vicini di merda... sotto il telo... Don Giacomo... hi hi hi... cosa mai ci farà... crescerà... crescerà". Incredibile! Che cazzo era 'sto telo di plastica? Dovevo fare qualcosa, sentivo che lui stava per scoppiare, deflagrare. Tornai silenziosamente nel mio ufficio, ove attesi il termine del turno di lavoro. Quando mi accorsi che non c'era rimasto nessuno, scesi in archivio, avvicinandomi al tavolo che aveva occupato. Accesi la radio e presi quel pennarello senza sapere ancora esattamente cosa fare. La mano partì da sola e chiuse "hi hi hi... te lo do io, adesso!" le "C" tramutandole in "O", aggiunse una zampina alla "F" così da trasformarla in una "E", costruì un tetto "Tiè! Fottiti cornuto!" alla "H" che diventò quindi una sorta di "A", aggiunse mani e piedi alla "I" che divenne la terza "E" dell'alfabeto, poi una coda alla "O" per dare una sorellina gemella alla "Q", "Pezzo di merda! hi hi hi... Il Signore è il tuo pastore? E porta 'sto berro a pascolare, tiè!" chiuse la "S" promuovendola al rango di numero "8". Dulcis in fundo, sintonizzai la radio, rompendo la rotella del sintonizzatore, fissa su Rai3 programmi culturali (continua)

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:51 | link |
categorie:
venerdì, 18 febbraio 2005

Un lento inarrestabile declino (Seconda Puntata)

Pensai che intendesse richiami e avesse detto poi cazzotti per servile piaggeria nei riguardi della mia sfegatata passione per la boxe che, avevo potuto constatare, era una curiosità già divenuta di dominio pubblico. Per quanto, a dire il vero, quella parola grugno... buttata lì così... rivolta alle donne poi... mah! Passò una settimana, dovetti allontanarmi per seguire un corso d'aggiornamento. Al mio rientro trovai, ad attendermi sulla scrivania, una lettera su carta intestata ad uso interno. Anonima. E parlava di lui. "Quando acquisisce le richieste di rimborso sbaglia appositamente qualcosa. Certe volte il numero civico, certe volte la via o il telefono, ma più spesso modifica il nome o peggio ancora il cognome del beneficiario dell'assegno, se non lo fa per entrambi. E quando fa di queste cose ride e dice che il computer è tonto, altro che cervello elettronico, a non accorgersi di errori così grossolani. Come se non sapesse che non c'è alcun collegamento con l'anagrafe e che dunque può metterci i dati che gli pare. E non sia mai che qualcuno di noi provi a farglielo presente. Finisce che si mette a bofonchiare lì da solo rannicchiato in un angolo per tutto il resto della giornata. E poi quell'odore di aglio e quel profumo. Sta diventando insopportabile. Gli dica qualcosa lei". Avevo appena finito di leggere, quando si presentò alla porta. Era completamente vestito di nero e notai subito il taglio di capelli alla mohicano, perchè la zona ove si era passato la crema Nivea, adesso s'era allargata enormemente. Sorrideva, sussiegoso e untuoso, e aveva un che di funereo per via di quella dannata crema in eccesso che lo faceva assomigliare ad una statua del museo di madame Tussauds. Mi porse delle pratiche da firmare ed io gli chiesi, scherzando, se aveva intenzione di emulare Travis, quello di Taxi Driver. "Travis, dottore? Come dire, non saprei... chi è Travis?". "Niente, niente" replicai. Gli chiesi come andava in generale. "Sono stato ad Assisi", mi fa "ad assistere alla preghiera delle religioni. Ero proprio dietro al Santo Padre" (due sottili fessure gli occhi, un sorriso verso un altrove imprecisato, impercettibilmente cominciò a ondeggiare) "Come sarebbe a dire dietro al Santo Padre? Sarà stato ben a distanza, con il servizio d'ordine che ci sarà stato! Non c'erano, oltre ai cristiani, anche i rappresentanti musulmani ed ebrei?" "Come dice, dottore? Ah, sì, ma è proprio per quello che mi sono tagliato i capelli così. Mi sono aggregato -come dire- a delle suore del convento di Santa Teresa. Poi ho messo -come dire- il badge di riconoscimento, e sono arrivato dietro al Santo Padre" "Il badge di riconoscimento? Ma quale? Quello del nostro ufficio?" "Certamente, dottore, non dovevo? Ah, ma non l'ho mica sciupato eh, non si preoccupi. Lo vede? E' perfettamente a posto" e me lo indica "Ma a che le serviva, scusi, il badge dell'ufficio? Che c'entrava lì con il Papa ad Assisi?" "Ah, è stato utilissimo! Pensi che a un certo punto c'erano le guardie -come dire- che mi hanno chiesto dove andavo" "E lei?" "Ehm -come dire- ho detto INAIL, indicando il badge, poi le suore, e dicendo <<Che il Signore sia con noi>> sono andato" "E l'hanno lasciata passare?" "Certamente. Ho anche la foto, vuole vedere?" Mi mostra la foto. A DUE PASSI DALLE SPALLE DEL PAPA! VERAMENTE LUI! Serafico, in una selva di teste di pezza bianche, che manco il gotha del Vaticano poteva ambire a un posto simile! Mentre, interdetto, resto lì ad osservare le foto, lo vedo con la coda dell'occhio aprire un barattolo di vetro, prendere due bianchi spicchi d'aglio perfettamente sbucciati e buttarli giù, uno dopo l'altro, così, a secco. S'ingobbisce, si scusa, si avvia verso la porta, ma prima di uscire mi fa "Dottore? Se vuole le porto la collezione di foto che ho a casa. C'è quella che mi hanno scattato nel 1982 a Todi quando ho dato la mano a Pertini dicendogli <<Che Il Signore sia con noi>> di fronte alle macerie del rogo... ricorda? Poi c'è quella con Gorbaciov a Roma, al Maurizio Costanzo Show. Gli detti la mano e gli dissi..." "<<Che il Signore sia con noi>>, immagino" "Come dice? Ah, no. <<Che la pace sia con noi>> Eh, ma ne ho altre ne ho altre ih ih ih"(continua)

postato da: fuoridaidenti alle ore 16:06 | link |
categorie:
giovedì, 17 febbraio 2005

Un lento inarrestabile declino (Prima Puntata)

S'era fatto venticinque anni di catene di montaggio per mezza Europa assemblando motori. Sotto le sue mani erano passate Volkswagen, NSU, Prinz, Citroen, Renault, Lancia, Fiat e Alfa Romeo. La moglie l'aveva trovata, quando ancora calpestava terre crucche, tramite il vecchio parroco del paese. Una docile e devota lavandaia, donna concreta e senza grilli per la testa, scovata, grazie al passaparola delle Curie e all'ovvio zampino della Provvidenza, in un borgo freddo e sperduto dell'irpinia. Prese una settimana di congedo, venne al paese, piombò in sacrestia ove, al cospetto del parroco e di un tremore di nere vesti di cui sarebbe divenuto di lì a poco il genero, la vide, la trovò di suo gusto, la sposò. Due giorni dopo, di buon'ora, presero un treno, che già erano attesi, frementi, da montagne di bulloni da serrare e di panni d'ariani da lavare. Erano, all'epoca, due attempati quarantenni, restarono rami secchi di genìe. Quando mi fu presentato già sapevo, le solite voci di corridoio, le sue manie dei profumi, della crema Nivea e dell'aglio, ma non ci detti un gran peso, mi sembrò un uomo mite e, a onor del vero, l'icona perfetta del gran lavoratore. Era d'estate e, prendendo possesso di quell'ufficio, m'aveva colpito la vellutata perfezione del prato antistante l'ingresso. Opera sua, m'avevano riferito, per quanto non attinente affatto alle mansioni di un terminalista. Il fatto è che lui non poteva tollerare, poi mi disse, qualsiasi forma di sciatteria e lassismo. Quella di un prato incolto, per esempio. Sicchè si portava il falcetto da casa, indossava la tuta di quand'era operaio, e prima di timbrare il cartellino mulinava l'attrezzo di gran lena fino a ridurre il tutto a quella sorta di mini green da 4 buche di cui balzava agli occhi l'armonia. Questioni d'ordine, di disciplina, l'eredità della catena di montaggio. Cose che innanzitutto lui esigeva dal grigio cartellino marcatempo, una striscia di timbrature tutte uguali: 7,30-13,40 dal lunedì al venerdì, 7,30-12,40 il sabato. Quando gli autorizzai, in seguito, 30 ore di straordinario, faceva 7 rientri da 4 ore (14,10-18,10) e 1 da 2 (14,10-16,10). Sempre così, indipendentemente dalla neve, dal ghiaccio, da crisi esistenziali e terremoti. Per undici anni, fino allo sconquasso. Ma... ho omesso di descriverlo, a quanto vedo. Rimedio subito. Sul cranio, rotondo come una palla, spuntava un fitto pelo sale e pepe tagliato corto a spazzola. La chierica, cerchio preciso al punto che sospettai la rifinisse di lametta, gli luccicava come un disegno, un vezzo glabro. Le guance, piene, tondeggianti, perfettamente rasate, e le mascelle, quadrate e prominenti, evocavano un non so che di clericale, che pure s'accordava a quegli occhietti vispi e allegri cui gli occhiali, dalla montatura in finta tartaruga anni '50, aggiungevano una pennellata retrò. Avrebbe potuto davvero, solo indossando l'abito talare, passare per un curato di campagna d'altri tempi, una sorta di Don Abbondio. Quando parlava socchiudeva gli occhi affettando un sorriso d'indulgenza, accomodante e comprensivo. Ogni quattro parole, sussurrando, ci infilava un bel "come dire", e nel farlo s'ingobbiva leggermente, strusciando l'un l'altra le mani in una carezza senza fine. Piuttosto bene in carne, tracagnotto direi, portava scarpe nere lucidissime su cui ondeggiava impercettibilmente avanti e indietro, intanto che parlava, come seguisse una cadenza interiore. Mi vennero a mente quelle litanie ebraiche, forse fui contagiato dalla chierica, che evocava una sorta di kippah. L'odore che emanava era assurdo. Un profumo dolcissimo da donna, che comprava in gran quantità presso un discount, persisteva su un sottofondo di "Acqua Velva" impastatasi con la crema Nivea. Adorava difatti, in special modo quando si occupava del prato, imbiancarsi di crema dall'attaccatura dei capelli fino a sotto il colletto della camicia. Dal labbro superiore o dalla fronte, sotto la superficie di quella bianca pellicola, mano a mano che si faceva giorno, era tutto uno stillare di gocce di sudore. L' eco finale del bouquet, in ogni caso, era una lunga persistenza d'aglio. Ne inghiottiva, di questo, spicchi interi a cadenze precise, per via della pressione. Ma a me confessò, gocciando e tergendosi la fronte che -come dire- godeva più che altro al pensiero che quelli -come dire- fossero cazzotti odorosi da stampare -come dire- sul grugno delle colleghe.  (Continua)

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:25 | link |
categorie:
martedì, 15 febbraio 2005

Un tributo

Fu proprio nel momento in cui lo starter dette il via alla finale dei 200 metri piani delle Olimpiadi di Atene del '94 che il telefono squillò. Quando giunsi, teneva il bimbo in braccio, lei era sul divano a faccia in giù. Arrivò l'ambulanza. Gli dissi "T'accompagno io, nessun problema, il bambino lo lasciamo a tua sorella". Partimmo. La gente s'era affacciata dai balconi. Non pareva nulla di grave. Un calo di pressione, si pensava.
"Sono segni di decerebrazione. Sembra che ascoltino, che possano riconoscere. Forse provando con la musica, chissà. Una cassetta, se ne conoscete i gusti... le vostre voci... il figlio... i nomi dei parenti... Provate. Bisogna provare. Non bisogna disperare".
Zampe d'uccello già trasformatesi le braccia ritorte contorte arrotate lungo i fianchi, i gomiti flessi in fuori, i polsi ripiegati, i palmi verso l'esterno come branchie di pesci agonizzanti, artigli nodosi quelle mani l'indice, il medio, l'anulare, il mignolo a ingabbiare tra le ossa e dentro i tendini e i nervi la fottuta presunzione al primato di quei pollici opposti, come se tutto appunto si risolvesse in fondo a nient'altro che un percorso involutivo, e graffiando nel vuoto quegli spasimi e tremori appenna accennati denunciassero l'imbecillità di chi può pensare fosse così facile e naturale starsene belli lunghi distesi come morti, anche quello richiede un lavoro un controllo coordinato, guarda invece quella che veramente è l'abiezione questa è la sua postura il linguaggio anarchico della carne il filo strappato che brancola negli occhi che vagano ignari di una luce e di obiettivi da puntare hai voglia a chiamare a bussare a ticchettare sui vetri a indossare il camice la cuffia i soprascarpe i guanti la mascherina e venir qui a cercare di risolvere il mistero di cosa sia quel che ci separa veramente guarda come mi hanno ridotto mi hanno anche dovuto tagliare a zero i capelli e sì che ci tenevo io all'estetica le unghie delle mani e dei piedi smaltavo sempre della stessa punta di rosso.
Era stato un susseguirsi di esplosioni, come uno sciame sismico i capillari. Fu accordato il permesso all'indagine scientifica, che prelevò campioni e li ridusse a sottili trasparenze. Si parlò di malformazione congenita, forse il parto l'aveva aggravata.  Fu cancellato il bambino, dalla foto che scelsero in memoria, ritoccandone poi le pieghe del vestito. E Il corteo, una mattina assai nebbiosa, si svolse nel silenzio lungo viali imbrecciati, che pareva i fiori nuotassero nel nulla.
Solo una volta l'avevo vista come donna. Ma era stato un riflesso, l'anno prima, una sorta di traccia sovrapposta al pacchetto e all'accendino nella borsa.  Se sentii un brivido non fu per quei suoi occhi, ma  d'un rimbalzo d'altri cui il suo sguardo mi aveva riportato.
Quando ne riparliamo, qualche volta, gli dico che è nel sorriso di suo figlio. E nel rinforzo del vento, sulla vela.

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:30 | link |
categorie: fumus et fragmenta, donde provengo, truculenze
venerdì, 11 febbraio 2005

Il Quarto Personaggio (Silvano)

Lo tollerano di buon grado, quantunque c'è da ammettere che il suo sguardo rachitico ed opaco non si addica affatto alla sobria eleganza di uno showroom. Può ancora capitare, specie in un paese piccolo, che un burocrate compia un'apostasia intessendo un accordo sottobanco: "Si faccia, si concluda, si disponga certamente... ma... s'intenda! E che sia chiaro però... nulla di scritto, ovviamente". La figlia di uno che abita nello suo stesso palazzo si ritrovò dunque a dover trattarne la complessità del caso una grigia mattina di dicembre. Si riflesse in profonde riflessioni, ravanò, ruminò e rimuginò finchè un bel giorno -che le soluzioni sono a volte lì a un di presso proprio per rinfacciarti la miopia- osservando il cadùco penzolare di una briciola di croissant su un certo labbro in un certo bar pensò: Ma certo! Ovviamente! Il negozio di mobili di Enrico! Ci si chiederà a questo punto il nesso che parrebbe estroflettersi dal negozio alla briciola. Nessuno. L'imponderabile mistero di un neurone. Fu dunque espletata una veloce trattativa, se ne valutarono le eventuali implicazioni, si addivenì infine all'accordo delle parti, il tutto all'insaputa di lui, Silvano, che all'epoca indossava, si ricordi ch'era inverno, la bianca tenuta estiva della squadra ciclistica locale (Pantaloncini corti, maglietta a mezze maniche, cappellino con visiera, tutto in cotone bianco) cui lo sponsor, da buon pollicoltore, aveva imposto s'imprimesse un tripudio rosso di creste e di bargigli. Ai piedi, calzini corti grigi di lana e scarpe di cuoio nero con lacci, che lui in bicicletta con gli altri non ci andava. "Tocca levarlo di lì" "Prima o poi si farà ammazzare sotto a una macchina!" "Mo' col ciclismo è partito di brocca! Prima coi vigili urbani e ade' il ciclismo!" Ci si riferiva all'autunno precedente, generoso di sagre d'uve e costicciole quando, spurio vigile urbano in tenuta di cui dianzi vieppiù completa di fischietto e paletta, mulinava le braccia, magna cum solertia, imbottigliando il traffico laddove questo scivolava con soverchia fluidità. In quel caso dovettesi però l'autorità invero concretizzarsi rampognandolo severa. Fu dunque un lievitar di posologie ad onta dello sguardo, come dissi, che lentamente opaco si rachitizzò. Quando l'ho riincontrato nel negozio, di me, che anni prima la sera ancora ci si tracannava talvolta un buon bianchetto ammacchiandolo tra i fascicoli in archivio, serbava forse il rimasuglio di un ricordo. Forse per quel tremore, come un lampo, che mi parve serpeggiargli per la bazza. 

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:45 | link |
categorie:
giovedì, 10 febbraio 2005

Non conosco altro modo di metabolizzare il dolore che non sia il lasciarlo macerare lentamente nel silenzio. Sarà certamente per questo motivo che ieri, osservando il cardinale Sodano raccontare sorridendo ad una selva di microfoni e telecamere la vicenda del bambino malato che ha bussato alla porta del papa chiedendogli la guarigione, ho pensato che come tutte le rappresentazioni anche questa offriva diversi piani di lettura. E sarà merito o colpa di essere io un malfidato nichilista, ma confesso di aver percepito nettamente la sensazione di assistere ad una gigantesca strumentalizzazione della vicenda, così folta di simbolismi da sembrare di essere finiti dritti dritti in un racconto di Dickens: il bambino e il vecchio, l'innocenza e la saggezza, la bontà, Babbo Natale, ecc. ecc. Sarà certamente il male che è dentro al mio occhio, ma scommetto che questa storia sarà enfatizzata all'ennesima potenza qualora il miracolo della guarigione si avverasse o altrimenti consegnata all'oblio se il suo esito sarà infausto. A me in ogni caso è sembrato che quel bambino sia stato derubato di qualcosa.
 

postato da: fuoridaidenti alle ore 10:43 | link |
categorie:
mercoledì, 09 febbraio 2005

"Di un riporto" ovvero Il Terzo Personaggio (Lupinella)

L'altezza della sua fronte variava d'oscillazioni ignote e misteriose, come un capriccio geologico, una marea di terre. Fu solo dopo averne verificato minuziosamente col tempo il trasgredire, che alla fine compresi: nascondeva un parrucchino. E a causa di quel senso di "perfezione del posticcio" percepito, repente i miei neuroni zomparono alla fila di parrucche di mia madre, e si parla di un tuffo nei '70. Cotonate, a spaghetto, boccolute, le appuntava a certi mezzibusti dai sottili lineamenti acquamarina e i lunghi colli modiglianeschi. L'archetipo di una bellezza imperturbabile, sguardi polistirolici di tante teste-oggetto. Dopo d'allora, certamente, appendici tricologiche siffatte ne vidi talvolta epperò mai integrate, giurerei, con tanta perfezione di colore e consistenza elastica al residuo capillizio correlato. Sicchè, se non fosse stato proprio a causa di quel susseguirsi frontale di maree, non l'avrei certamente mai sgamato. Si finì poi una volta per caso a bere birra al "White Buffalo", avventori di una sera. E così (una parola via dopo l'altra, come la birra e/o le noccioline) mi raccontò il disagio di un soprannome infantile, Lupinella, legato ai romitaggi con la nonna per campi erbosi in cerca di radicchi e officinalia. Ed io intuii che, compatibilmente, questo perseverare pervicace del bambino non s'attagliava affatto al franar di anfiteatri chiericali o al silenzioso destino d'ingrigire. E difatti non colsi mai in quel viso, o perfino nel suo interesse per le stelle, un luccicore che non fosse glabro.
 

postato da: fuoridaidenti alle ore 15:23 | link |
categorie:
martedì, 08 febbraio 2005

Il Secondo Personaggio (Minigonna)

Quel che nel mondo fisico chiamiamo "caso fortuito" nella teoria della probabilità è solo un numero molto piccolo,  grande abbastanza però da riferirsi a qualcosa che può essere trattato alla stregua di ogni altro fenomeno già imbrigliato in quel complesso "corpus iuris" che è la fisica. Ci sono eventi di cui noi siamo inequivocabilmente il motore, come il sasso scagliato dalla mano, e altri, come il tramonto del sole, di cui ignoriamo chi ne provochi il moto, ma che sono in un certo senso preservati dall'indagine critica della nostra coscienza dal fatto stesso di costituirne l'erlebnis quotidiana. Ma esistono casi fortuiti, l'incredibile collisione di parabole sincrone, certe coincidenze, il reiterarsi di determinate circostanze, che sprofondano la ragione in un mondo senza coordinate, senza senso, ove non basta un'insalata di cause ed effetti e probabilità remote e tuttavia possibili cui appigliarsi, come fosse il vello di un capro da sacrificare al "mysterium tremendum", all'entropia. C'è un mondo di aloni che il cuore intuisce e non discute, macchie che invece inquinano la prospettiva della ragione. Penso al ciottolo scagliato per gioco sull'acqua, durante una gara a chi faceva più rimbalzi, che fece secco un diffidente cavedano venuto su a bollare per la schiusa. Penso al topo stanato nella cucina di campagna di mia zia "Che si fa, lo s'ammazza o lo si lascia?" "Lasciamolo, dài!", raccolto nella paletta della mondezza e poi buttato sulla strada dove non passava mai nessuno. Toccò la breccia, rotolò due volte, squittendo ripartì per poi schiattare come un pernacchio rosso e molliccio tra le scanalature nere di una ruota assassina. Penso ad Adrasto, che si è vergognato una vita di quel nome a cazzo che suo padre, ignorante analfabeta eppure fissato con la mitologia, non esitò un istante solo ad imporgli. Adrasto, re di Argo, l'imperterrito. E se "nomina sunt consequaentia rerum" imperterrita fu la circostanza, in questo vuoto arzigogolare senza binari e senso ch'è l'esistenza, che il destino gli servì fumante il giorno che decise di offrirgli la possibilità d'essere ribattezzato. Segaligno e allampanato, un pomo d'adamo ch'era quasi un teratoma, peloso di certi peli radi e lunghi e neri, Adrasto ebbe l'insana idea per Carnevale di vestirsi da donna, ma no donna qualsiasi, no, da mignotta. Da quel giorno fu "Minigonna" per tutti e sempre, che il destino sa nascondersi, bastardo, perfino dietro a un nome quando vuole.

 

postato da: fuoridaidenti alle ore 15:57 | link |
categorie:
lunedì, 07 febbraio 2005

Il Primo Personaggio (Brischiolone)

Era chiamato così perchè da adolescente era stato colpito da una singolare forma di acne tanto ubertosa e florida da avergli lasciato sulla faccia un tripudio di infiorescenze cicatriziali la cui organizzazione, a livello strutturale, rimandava senz'altro a quei misteriosi processi poietici compiuti di senso e d'intenzioni, perfettamente conchiusi, cui viene riconosciuta "coram populo" la dignità e il crisma di "forma di vita autonoma". Come organismi simbionti dunque, in equilibrio perfetto procedevano Brischiolone e l'acne, e di quest'ultima era possibile leggere e interpretarne il tormentato percorso filogenetico, la dolorosa epopea di pagine suppurative. Ho detto, e non fu un caso, l'acne piuttosto che la sua acne per evidenziare una non sottile differenza concettuale; qui infatti, differentemente che altrove ove potrebbe parlarsi di semplice patologia, l'acne assumeva, a livello di soggettiva individualità,  una valenza ponderale così significativa da schiacciare senz'altro quella del portatore, Brischiolone, il quale aveva abdicato per sempre, e chissà se consapevolmente o meno, al suo nome originario, che nessuno di noi mai seppe, a favore di quel coacervo di striature pustolose, brischiolature appunto nel dialetto, che era il suo modo granulare e granuloso di presentarsi al mondo esterno.

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:53 | link |
categorie:
sabato, 05 febbraio 2005

Tributo d'ambra

Baccagliavamo, rifugiati nel fitto della forra, imbrancati come cinghiali per ciottolose lumacaglie. S'era d'estate, si finiva col fare a gara di tuffi in certe polle asfittiche e gelate, tra tripudi di sambuchi, le vitalbe e gli schizzi lutulenti di quel che fino al mese prima era ancora un bel gorgo d'acque chiare, meta di pescatori di gamberi e di fario (che si pensa solo noialtri di finire per consunzione, dimenticando, tanto per dire, l'estate i corsi d'acqua). Il posto si chiamava Podernuovo. Come boccio sbocciava, o come paradosso si direbbe, al termine di un aspro budello sterposo come di grosse zoppole terrose su cui potevi leggere, quasi una mappatura rugosa, lo svolgersi di quotidiane transumanze: pecore e capre e vacche e cani e cavalli e cinghiali e istrici e calosce di contadini. Ora è stato completamente ristrutturato "usque ad imum": pannelli solari, una parabola, infissi in PVC, cessi d'acqua corrente calda, telefono e ADSL. Quando ci andai la prima volta fu d'autunno, e lunghi sentieri di graspi d'uva penzolavano a un palmo appena da un grigio soffitto di pianelle convergendo verso la bocca infernale di un camino in pietra serena grande abbastanza, questo, da poterci stare seduti una decina, lì davanti, con i piedi a fumare sulle braci. Quello è il vero vinsanto per la messa, gravido di fumi e d'esistenze, mi diceva don Moreno. Che se non ti soffermi, salmodiava, all'apparenza del colore grezzo e imperfetto, come dire, d'ambra inquinata di una velatura grigia, che il processo dell'affumicatura è qualcosa in cui facilmente sanno intrudersi la polvere e l'ombra e non immagini che altro, ne apprezzi dunque il deposito, la feccia, con equanime pia benevolenza ascolti il bisbigliare le donne che sgranano rosari e le bestemmie dei giocatori e tutto quanto ognuno di quegli acini s'è intriso di vite umane ed animali per osmosi o chissà in che modo e poi sa percolarlo con saggezza distillata al termine di qualcosa come un ciclo... ecco, quello è vin santo.
E' stato questa notte, in silenzio e contemplando le fiamme nella stufa, che abbiamo bevuto quello che avanzava, poco più di due dita, di una vecchia bottiglia dimenticata. L'etichetta riportava, scritto con mano incerta, "Vin Santo anno 1994".
 

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:49 | link |
categorie: