Piccola, ritorta, raggrinzita, baluginava il cielo da quei castoni rugosi. Era stata la balia di mia madre e di mia zia, una delle ultime balie "asciutte". Non so se aveva figli, quanti e di chi. A noi avrebbe voluto darci del voi, premettendo compostamente un "Signurì", come faceva con i miei cugini. Ma non le fu mai permesso; eravamo dei bambini e lei una nonna. Però ogni tanto le scappava lo stesso via in un soffio, "Vuie signurì...", tra gli spazi di quel sorriso sdentato. Veniva da un paese, Maddaloni, in certe ben precise ricorrenze dell'anno: in primavera, quando si sbioccolavano i materassi di lana, ed era un profluvio d'asme e di starnuti, o poco prima del Natale e della Pasqua. O, ancora, quando chiudeva la scuola, o se qualcosa di grave capitava in famiglia. Prendeva una corriera catarrosa, veniva via alle prime luci dell'alba, attraversava uno sciame polveroso di paesi, un territorio secco, serpeggiante, giungeva a noi che il sole già bruciava. Un viaggio così altrove nel tempo, mi accorgo solo adesso, da confonderla come fosse un personaggio inventato, uno dei tanti di quei suoi racconti. Perché è così, si sa, che germinano dentro le storie che in fin dei conti tramandiamo: un amplesso di simboli e di carne. Vestiva a strati (lo spettro di due guerre, sfollamenti e bombe) di scialli incincignati nerofumo. Unico vezzo, ben nascosto e aggricciato tra quei panni, la catenina d'oro con la foto di qualcuno; forse il marito, forse un figlio. E profumava di fumo e di vecchina buona, di saponi ormai persi, di mercati e campagne, di verdure. Nodosa, i lobi delle orecchie due gocce allungate, i capelli se l'addugliava stretti a formare una crocchia. La sera, le volte che dormiva da noi, si sfilava certe lunghe forcine d'osso per sciogliersi con calma quelle spire. E allora aveva una treccia di capelli lunghissimi, bianchi e scintillanti, che districava per spazzolarli a lungo, recitando preghiere in dialetto. La storia di Nardiello e di sua madre è linfa che m'infuse a goccia a goccia nel pulviscolo tremolante di una penombra estiva. La racconto alla mia piccola, che sorride di una sorpresa che fu già mia. Certi tagli di luce, certe volte, sembrano palpebre schiuse su di un niente che sorride.
Nardiello viveva con sua mamma, una vedova, in una vecchia casa di campagna. Nardiello era un ragazzone grande e grosso e molto ubbidiente e inoltre, come in tutte le storie che si rispettano, aveva una particolarità non comune: si incantava con molta facilità. Tu lo vedevi che guardava le galline nel pollaio... così... fermo... immobile... per delle ore. E se ti ci mettevi a parlare a lungo, lui a un certo punto fissava il vuoto e pareva addormentarsi così, ad occhi aperti. Per risvegliarlo, la mamma gli urlava <<Nardiè, scetate a mammà!!>> e lui bofonchiava <<Sì mammà, arrivo!>> (ed aveva la zeppola in bocca e un sottile filo di bava che gli colava dal labbro inferiore). Una volta la mamma dovette assentarsi tutta la giornata per andare a trovare una zia ricoverata in ospedale. Prima di partire disse a Nardiello <<Nardiè a mammà, la mamma deve stare via tutto il giorno e quando stasera tornerà sarà stanchissima. Fa' 'na cosa a mammà, dai da mangiare alle galline alle anatre e al maiale, che la cena è pronta. Così, quando stasera mammà torna, le risparmi questo lavoro. Mangiamo insieme, e ce ne andiamo a dormire>>. Nardiello rispose <<Sì (con la zeppola e un filo di bava) mammà, nun te preoccupà, ci pens' ije!>>. La buona donna partì, tutta infagottata e con due grosse borse piene di roba, per andare a prendere la corriera. L'aspettava una giornata molto pesante: due ore di corriera, tutta curve lungo le strade di montagna, poi tutto il giorno al chiuso dell'ospedale, e poi un'altra volta due ore di corriera e di curve per tornare a casa. Quando fu sera, non appena giunse sull'aia, le si fece incontro un polverone di galline e di anatre starnazzanti affamatissime. <<Nardiè a mammà, t'avevo chiesto solo di dare da mangiare agli animali e manco l'hai fatto? E perchè a mammà eh?>>. <<Mammà, io non sapevo se le anatre e il maiale mangiavano le stesse cose delle galline. Allora sai ch'aggi' fatt'? Li ho portati tutti qui davanti e gli ho detto "Qua stanno mille lire, andatevi a comprare voi quello che volete">>. <<Uh Gesù Giuseppe Sant'Anna e Maria!! Ma ti pare mai che le galline e il maiale e le anatre vanno a comprarsi da mangiare? Ma addò s'è visto mai !?! Figli' mij', cumm' aggia fà cu' tte?>>. E, per farla breve, alla povera donna toccò di governare le bestie prima di poter cenare. Il mattino seguente, quando si svegliò, era così stanca che chiamò Nardiello e gli disse <<Nardiè a mammà, la mamma è stanchissima per colpa tua e adesso non se la sente di andare al mercato. Fa' 'na cosa, vacci tu. C'è questo bel cestino di uova fresche. Lo devi vendere, ma, mi raccomando (e lo guardò fisso negli occhi con aria severa) nun te fà 'mbrusià come al tuo solito da chi si mette a chiacchierare. Meno parlano, meglio è. Anzi. Meglio ancora. Vendile solo si s' stann' zitt' vabbuò?>> <<Vabbuò mammà>> disse Nardiello sbavando, e si avvio al paese. Si mise a fianco ad un omino che aveva il banco delle stoffe e aspettò. Dopo un po' si avvicinò una signora che come vide quel cestino di uova gli brillarono gli occhi e cominciò a dire <<Uh! Ma che vedo! Le uova di campagna! Ma sono fresche? Sono fresche veramente? Ah perchè sennò non le voglio proprio... e non è che ci avete messo anche le uova di anatra in mezzo, che mi servono per fare le tagliatelle per domenica?... Aspetta... Domenica a pranzo viene pure mia figlia con la famiglia... Allora me ne servono...>> <<Signò, disse Nardiello, è inutile che fate, io a voi le uova non ve le vendo proprio>> <<Uh Gesù! Che scostumato! E perchè?>> <<Perchè voi parlate assai!>> <<Ma voi sentite che roba! Scostumato! Villano!>> La signora si offese e se ne andò. Dopo un po' si avvicinò un'altra signora. <<Uh! Che vedo! Un cesto di uova di campagna, che bello! Dunque fatemi fare i conti... secondo voi con una dozzina ce la faccio a fare la pasta per 15 persone... no eh? ...almeno un uovo a testa... e poi vorrei fare anche un ciambellone... voi che dite? Facciamo così, almeno due a testa... allora me ne servono...>> <<Signò, disse Nardiello, io a voi le uova non ve le posso vendere>> <<Uh Gesù, e che ci stai a fare allora? E perchè non me le puoi vendere?>> <<Perchè voi parlate assai!>> <<Ma che scostumato villano cafone! vergogna!>> E se ne andò anche questa signora. Insomma, per farla breve, a tutte le signore che quel giorno si avvicinarono per comprargli le uova, Nardiello rispose che non gliele poteva vendeva perchè parlavano troppo. Si fece l'ora di pranzo e il mercato si vuotò. Nardiello, rimasto solo nella piazza tra le bucce di frutta e le cartacce che svolazzavano sul selciato, pensava <<Mò mammà s'arrabbierà ché non ho venduto le uova... ma quelle parlavano assai... co' sta tiritera e pipipì pipipì pipipì>> E mentre pensava questo, si voltò e vide la statua di Garibaldi a cavallo, con la bella spada sguainata, che lo guardava. <<Scusate, disse alla statua, visto che non parlate e mi guardate... forse le volete voi le uova?>> E Garibaldi zitto, immobile, lo fissava. <<Ah! Allora le dovevo portare proprio a voi! Mammà me l'aveva detto che non facevate chiacchiere... e vi potevate pure fare vedere prima però eh!... ve le poggio qui>> e le poggiò ai piedi della statua. <<Beh, mò datemi i soldi che torno a casa che ho fame>> e Garibaldi, come sempre, zitto lo fissava. <<Non me li volete dare eh? Mò vi faccio vedere io se non me li date>> e, preso un bastone che era per terra, sdang! dette una bella mazzata sulla statua. La botta fece rompere il basamento di marmo, mostrando una pentola piena di monete d'oro. Nardiello la prese, e guardando la statua disse <<Scusate, io non volevo darvi la mazzata, ma voi non mi volevate dare i soldi. Scusatemi se vi ho fatto male. Senza rancore>> e se ne tornò a casa. Quando la mamma vide il testoro e sentì la storia con cui Nardiello ne era venuto in possesso, pensò "E qui lo scopriranno subito... E mò come si fa?". E pensa che ti ripensa, le venne un'idea. <<Nardiè a mammà, disse allora al figlio, assiettat' sulle scale qui sotto e guarda che cosa stanno facendo le galline>> Capirete, Nardiello dopo un po' che guardava le galline rimase incantato. Ed allora la mamma salì al piano superiore, prese dell'uva passa e dei fichi secchi che le servivano per fare un dolce, e li buttò dalla finestra ai piedi di Nardiello. Come lui li vide cadere, si riscosse da quell'incantamento e disse <<Mammà!! Ccà chiovono uva passa e fichi secchi!!>> E, sbavando, li raccolse e cominciò a mangiarli. In paese, intanto, si erano accorti che la base della statua era rotta, il tesoro non c'era più, e al suo posto c'era un cestino con delle uova. Ma di chi saranno queste uova, ma chi ha preso il tesoro, insomma, per farla breve, qualcuno disse <<Ma quello mi pare il cestino di Nardiello>> <<Ma chi? Lo scemo?>> <<Sì sì, stava vicino al banco di don Gaetano, quello che vende le stoffe>> Don Gaetano, interrogato, confermò che quello era il cestino di Nardiello, e i carabinieri e il sindaco andarono quindi a sentire che cosa aveva da raccontargli di questa storia. <<Nardiè, è tuo questo cestino di uova?>> <<Era mio, prima che le vendessi a quello sul cavallo che stava in piazza!>> <<Un signore a cavallo?>> <<Sì! Quello con la spada sguainata, che non parlava, zitto, fermo. Mi guardava e basta>> <<Nardiè, ma tu che stai dicendo, quella è la statua di Garibaldi!>> <<Ah io nun 'o ssacc' chi è, le uova le voleva e io gliele ho date!>> <<E quando sarebbe successo tutto questo?>> <<Quann' chiuvevan' uva passa e fichi secchi!>>. Il capitano dei carabinieri e il sindaco si fecero un cenno d'intesa con gli occhi e poi, mentre Nardiello era rimasto incantato ammirando la divisa della Benemerita, si scusarono con sua mamma per averla importunata inutilmente. Anzi, il sindaco, porgendole il cestino con le uova le disse <<Signò, scusateci assai, qualche malfattore deve avere rubato il tesoro di Garibaldi e le vostre uova. Almeno queste siamo riusciti a recuperarle>>. E fu così che la mamma, furba, si tenne il tesoro e le uova.
Se non ci fosse, a inquinare tutto instillando più che il dubbio la certezza che ai fini del consenso sia stato un po' strumentalizzato:
- questo rapporto così lacerato tra l'allenatore e sua figlia, che poi fa da ordito a quello tra lo stesso allenatore e la pugilessa buona
- questo rapporto così lacerante tra la pugilessa buona e il padre morto, che poi fa da ordito a quello tra la stessa pugilessa e l'allenatore
- questa famiglia della pugilessa buona così troppo composta da gente di mmerda (con due emme e in primis la mamma cicciona)
- questa pugilessa cattiva che provoca l'incidente alla pugilessa buona (così troppo sleale, nera e ex-comunista della Germania Est)
- questo ex-pugile così troppo orbo nero factotum e filosofo disinteressato con i calzini bucati e infine vendicatore degli oppressi
- questo ospedale così troppo sguarnito da permettere un'eutanasia notturna così, come fossero bruscolini
ecco... "Million Dollars Baby "potrebbe essere un bel film.
A vederlo, di profilo o in sezione, un materasso a molle con almeno due anni sulla groppa dice già molte cose di una coppia. Un materasso nudo, ovviamente, o tuttalpiù coperto da un coprimaterasso sottile, o da un lenzuolo. Ci sono certamente altri sistemi d'indagine più significativi e approfonditi, scientifici e rigorosi senz'altro quali, ad esempio, l'esame della natura e/o della consistenza degli umori organici residuali, lo studio delle macchie e degli aloni, la mappatura delle zone usurate e via dicendo. Ma tutto ciò presuppone l'accesso ad un'intimità che raramente ci si può arrogare; appartiene soltanto a chi del materasso, scrigno di segreti, ne condivide l'uso quotidiano. Pochi attori: una coppia, chi rassetta.
S'era preparato con cura, come sempre, tutto l'occorrente. Il primo fazzoletto di carta, piegato a doppio, l'aveva disposto sul lenzuolo grossomodo ad altezza d'ombelico. Per raccogliere gli ultimi fiotti, quelli calanti, meno carichi e densi certamente, ma forse proprio perciò più bisognosi d'attenzione, subdoli a scivolare via appiccicosi. Il secondo fazzoletto, di carta anch'esso e piegato sempre a doppio, lo teneva invece morbidamente nella mano. Aveva considerato a lungo l'alternativa, più pratica e funzionale alla bisogna, di ripiegare sull'uso di un calzino, o magari di due, uno infilato nell'altro, come quand'era a casa dei suoi. Ma poi l'aveva abbandonata: questione di sensibilità, di morbidezza al tatto sulla pelle. Aspettò dunque che il suo respiro si regolarizzasse, stabilizzandosi sull'ovattato silenzio interrotto dal sottofondo della sveglia. Mandò a memoria, in un'attesa di burro, l'intreccio di trame del libro di Dos Passos appena finito. I libri, già: si leggono e si comincia col dimenticarli. La ricordò, soltanto il giorno prima, che ancora andavano d'amore e d'accordo. La balza delle calze, i tacchi alti e sottili, lui era un uomo di facili ingredienti, dozzinale. Perchè mai le cose non debbano scorrere indisturbate per un pezzo, pensò, controllando con la punta delle dita che ogni cosa fosse esattamente al posto giusto...
A vederlo, di profilo o in sezione, un materasso a molle con almeno due anni sulla groppa dice già molte cose di una coppia. L'affossamento centrale svela i piaceri condivisi; quello periferico, le solitarie elucubrazioni.
La partenza è, come sempre, gravida d'aspettative: un natalizio luccicare d'occhi su prospettive di regali incartati. Dopo l'abbaglio, verde e vellutato, dei cespi di falasco, la salita s'impenna (ruga anabatica, prelude all'altopiano) in un caracollare sdrucciolo e farinoso di brecce grigiogiallastre e di molli schizzi fangosi. La percorriamo al passo, sulle staffe, avvolti in un sudario di cadenze muscolari. L'aria è fumo di frogi dilatate, murmure cupo di mantici e sboffi nuvolosi di tabacco (allentare le redini alla bocca, restare in piedi sull'incollatura). "ognuno di noi è più di uno, è una prolissità di sè stesso". Il ragazzino la guancia le cinque dita l'impatto il manatone (e porcoddio se non bruciava dentro più che fuori!), nel luccicare dei regali sullo sfondo, masticandosi un gliommero lacrimoso come fosse un malloppo di pillacchere disse: "Io non piango. Io sono come i cavalli. Tu puoi frustarmi a sangue. Sono come i cavalli, io. Non piango". E per quanto fosse indiscutibilmente sproporzionato e del tutto a suo svantaggio il dispiegarsi delle forze in campo (una mano callosa d'adulto contro uno sguardo: non ci può essere storia, non c'è competizione), la montata d'odio che seppe insufflarci dentro (anima momentanea di puledro, adunghiare di zoccoli, bave spumose, morso lucido di pupille, vetroso, scalpitante) mostrò di fatto la voragine, (un'ingorda ipotenusa primordiale) che, di sotto, balenava furiosa. Fatto sta che la mano tremolò acciocchita nella parabola intrapresa (un po' frettolosamente) come a cassare, smorfiosa, una virgola, un simbolo sbagliato. E s'abbassò, vinta e sgomenta e sfatta e annichilita. "Mi sono moltiplicato per sentirmi, per sentirmi ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi...". Il cinghiale (un maschio solitario, controvento), sbuca come pallottola dagli sterpi della genga. Il più giovane del branco, poco più che un puledro, scarta improvvisamente, s'impenna, smontona elastico un paio di doppiette nervose nell'aria, disarcionandosi di dosso la paura. Tutto s'è consumato in un liturgico silenzio, nel pentagramma di una luce serotina: calante, introspettiva, refolosa, ondulatoria e crepuscolare. "Ho creato in me varie personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare mi sono distrutto… Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi".
E' ovvio e direi pleonastico che avvenga, tra il vapore delle docce del reparto, un gran mercato tacito e sottaciuto di ostensioni narcise e disinvolte e di contro (che le monete, si sa, c'hanno sempre due facce) di pavidi nascondimenti, timidori, rossori di malcelata introversione, sguardi tagliati a sbieco, circolari, ipotesi competitive, certezze di sconfitte in partenza, confronti e rimandi in territori avulsi, già lontani, iperbolici, inaspettati, fuorvianti, lunghezze e doppiezze, calibri e stili, minimalista, roccocò, imperiale, neorealista ove, dato che, come sembra, il tutto giace, molle ed affossato (non saresti in grado apoditticamente di affermarlo dal troppo frettoloso passaggio che concedesti a quell'occhio, analiticamente soppesante, se orizzontale o pendulo come dovrebbe e sia bene che fosse) così com'è tra quel grezzo pelame che si suppone rancidoso per sovrumano sforzo muscolare prolungato. Cappucci scappucciati, proboscidati, grinzosi, mezzo barzotti, intorpiditi, flosci. E può avvenire (uno scarto, un accidente, l'obnubilarsi momentaneo di coscienza) che lo scherzo cerebrale di una proiezione d'ipotesi si faccia strada lungo la via di fuga adamantina e ormonale di quel che pensi ti potrà riservare il dopocena plurinnaffiato del di lei genetliaco poi a casa, messa l'ingenuità della pargola a letto, che il fiato primaverile già pretende e sa insufflarlo appunto lì dove non dovrebbe in quel momento e ti spinga perciò, approfittando della letargia suddetta, come un bastardo appena oltre quel filo, ch'è poi quello che ti fotte, al di là della soglia di gonfiore proboscidato che pure è consentita "coram populo" dalla rilassatezza che, si sa, rivivifica le membra lasse e contrite dopo lo sforzo e per questo ben disposte all'assorbimento corroborante fino alla radice ultima della vita intesa questa come essenza, così come avidamente la bevi che ti scroscia addosso, bollente e vaporosa, attraverso il crivello acciaiato della lucida doccia del reparto. E così l'incidente è condiviso aneddoticamente, <<a me successe una volta in fila alla visita militare>> <<a me quell'altra al liceo in palestra che il professore di ginnastica disse poi compendiando: siamo tra uomini, è normale>> <<a me quell'altra ancora, ma non c'entra poi tanto perchè direi che per forza accadde in quanto entrò la donnina a pulire lo spogliatoio e... sai com'è>> Risate poi, che tutto è ammesso, tutto è consentito, la presa per il culo si prolunga nell'aperitivo che paghi volentieri come pegno. Solo chi affronta, ipocrisia crumira, neghittosa, la doccia bene al riparo dietro a un costume, non ha accesso, non può concepire il profondo cazzeggio del consesso.
Sono tornato, dopo un bel pezzo, a montare cavalli. Nulla a che vedere con i concorsi ippici o le altre robe fighettine, no. Cavalli da Endurance, da Appennino, qualcosa più vicina ai film western, per capirsi. E' stata una di queste sere, bevendo birra, dopo il nuoto. Rivedo un vecchio amico dato per perso. Ci ritroviamo lì, una chiacchiera tira l'altra. Tutti e due a dirci dei figli che prima non c'erano. E dei cavalli. Mi dice "Fa' un salto. Quando vuoi. C'è sempre bisogno di muoverli. Vieni, mi raccomando". E così ci sono andato e adesso gli sono grato immensamente. Ho due foto di mio nonno il colonnello, da ragazzo. Due foto di guerra, della grande guerra. Monta un maremmano, credo, per via di quella testa un po' troppo grossa e ciondolante. Cavalli da guerra quelli, da artiglieria per la precisione. Mi piace pensare di aver ereditato da lui questa passione. Quello che segue è qualcosa che scrissi tempo fa, per l'ultimo cavallo che ebbi la fortuna di montare.
Veleno
E' un pezzo che non vado più a cavallo. Per qualche anno fu la mia pura vita, il mondo. Foglie umide, alti faggi, funghi. E monasteri, all'alba. Ho avuto cavalli che mi hanno messo negli impicci, altri che me ne hanno liberato. La prima galoppata tra le stoppie, da sola, vale i tre quarti della mia vita. E' nell'incerto limite che si dischiude tra il fiato di un cavallo e la nebbia che ho cercato invano una piega in cui nascondermi e dormire. E tra silenzi, luci fioche e paglia, la mia ansia diveniva poltiglia al loro tranquillo ruminare. Oggi Veleno è stato abbattuto. Un tumore ai testicoli. Per una settimana fummo inseparabili qui nell'Appennino. Lontano da tutti, perchè Veleno era stallone di fuoco e a portarlo con gli altri, tanto valeva andare via da soli. Amavo smontare e correre al suo fianco, di ritorno alla stalla, per lunghi chilometri sullo sterrato. La pienezza di quel trotto l'ho ritrovata tutta nelle sonate di Scarlatti, che adesso ascolto. Le barbe di questa mia anima ombrosa resteranno per sempre abbracciate alla sua.