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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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mercoledì, 30 marzo 2005

Il Quinto Personaggio (Antonietta)

Piccola, ritorta, raggrinzita, baluginava il cielo da quei castoni rugosi. Era stata la balia di mia madre e di mia zia, una delle ultime balie "asciutte". Non so se aveva figli, quanti e di chi. A noi avrebbe voluto darci del voi, premettendo compostamente un "Signurì", come faceva con i miei cugini. Ma non le fu mai permesso; eravamo dei bambini e lei una nonna. Però ogni tanto le scappava lo stesso via in un soffio, "Vuie signurì...", tra gli spazi di quel sorriso sdentato. Veniva da un paese, Maddaloni, in certe ben precise ricorrenze dell'anno: in primavera, quando si sbioccolavano i materassi di lana, ed era un profluvio d'asme e di starnuti, o poco prima del Natale e della Pasqua. O, ancora, quando chiudeva la scuola, o se qualcosa di grave capitava in famiglia. Prendeva una corriera catarrosa, veniva via alle prime luci dell'alba, attraversava uno sciame polveroso di paesi, un territorio secco, serpeggiante, giungeva a noi che il sole già bruciava. Un viaggio così altrove nel tempo, mi accorgo solo adesso, da confonderla come fosse un personaggio inventato, uno dei tanti di quei suoi racconti. Perché è così, si sa, che germinano dentro le storie che in fin dei conti tramandiamo: un amplesso di simboli e di carne. Vestiva a strati (lo spettro di due guerre, sfollamenti e bombe) di scialli incincignati nerofumo. Unico vezzo, ben nascosto e aggricciato tra quei panni, la catenina d'oro con la foto di qualcuno; forse il marito, forse un figlio. E profumava di fumo e di vecchina buona, di saponi ormai persi, di mercati e campagne, di verdure. Nodosa, i lobi delle orecchie due gocce allungate, i capelli se l'addugliava stretti a formare una crocchia. La sera, le volte che dormiva da noi, si sfilava certe lunghe forcine d'osso per sciogliersi con calma quelle spire. E allora aveva una treccia di capelli lunghissimi, bianchi e scintillanti, che districava per spazzolarli a lungo, recitando preghiere in dialetto. La storia di Nardiello e di sua madre è linfa che m'infuse a goccia a goccia nel pulviscolo tremolante di una penombra estiva. La racconto alla mia piccola, che sorride di una sorpresa che fu già mia. Certi tagli di luce, certe volte, sembrano palpebre schiuse su di un niente che sorride.

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:41 | link |
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martedì, 29 marzo 2005

La favola di Nardiello

Nardiello viveva con sua mamma, una vedova, in una vecchia casa di campagna. Nardiello era un ragazzone grande e grosso e molto ubbidiente e inoltre, come in tutte le storie che si rispettano, aveva una particolarità non comune: si incantava con molta facilità. Tu lo vedevi che guardava le galline nel pollaio... così... fermo... immobile... per delle ore. E se ti ci mettevi a parlare a lungo, lui a un certo punto fissava il vuoto e pareva addormentarsi così, ad occhi aperti. Per risvegliarlo, la mamma gli urlava <<Nardiè, scetate a mammà!!>> e lui bofonchiava <<Sì mammà, arrivo!>> (ed aveva la zeppola in bocca e un sottile filo di bava che gli colava dal labbro inferiore). Una volta la mamma dovette assentarsi tutta la giornata per andare a trovare una zia ricoverata in ospedale. Prima di partire disse a Nardiello <<Nardiè a mammà, la mamma deve stare via tutto il giorno e quando stasera tornerà sarà stanchissima. Fa' 'na cosa a mammà, dai da mangiare alle galline alle anatre e al maiale, che la cena è pronta. Così, quando stasera mammà torna, le risparmi questo lavoro. Mangiamo insieme, e ce ne andiamo a dormire>>. Nardiello rispose <<Sì (con la zeppola e un filo di bava) mammà, nun te preoccupà, ci pens' ije!>>. La buona donna partì, tutta infagottata e con due grosse borse piene di roba, per andare a prendere la corriera. L'aspettava una giornata molto pesante: due ore di corriera, tutta curve lungo le strade di montagna, poi tutto il giorno al chiuso dell'ospedale, e poi un'altra volta due ore di corriera e di curve per tornare a casa. Quando fu sera, non appena giunse sull'aia, le si fece incontro un polverone di galline e di anatre starnazzanti affamatissime. <<Nardiè a mammà, t'avevo chiesto solo di dare da mangiare agli animali e manco l'hai fatto? E perchè a mammà eh?>>. <<Mammà, io non sapevo se le anatre e il maiale mangiavano le stesse cose delle galline. Allora sai ch'aggi' fatt'? Li ho portati tutti qui davanti e gli ho detto "Qua stanno mille lire, andatevi a comprare voi quello che volete">>. <<Uh Gesù Giuseppe Sant'Anna e Maria!! Ma ti pare mai che le galline e il maiale e le anatre vanno a comprarsi da mangiare? Ma addò s'è visto mai !?! Figli' mij', cumm' aggia fà cu' tte?>>. E, per farla breve, alla povera donna toccò di governare le bestie prima di poter cenare. Il mattino seguente, quando si svegliò, era così stanca che chiamò Nardiello e gli disse <<Nardiè a mammà, la mamma è stanchissima per colpa tua e adesso non se la sente di andare al mercato. Fa' 'na cosa, vacci tu. C'è questo bel cestino di uova fresche. Lo devi vendere, ma, mi raccomando (e lo guardò fisso negli occhi con aria severa) nun te fà 'mbrusià come al tuo solito da chi si mette a chiacchierare. Meno parlano, meglio è. Anzi. Meglio ancora. Vendile solo si s' stann' zitt' vabbuò?>> <<Vabbuò mammà>> disse Nardiello sbavando, e si avvio al paese. Si mise a fianco ad un omino che aveva il banco delle stoffe e aspettò. Dopo un po' si avvicinò una signora che come vide quel cestino di uova gli brillarono gli occhi e cominciò a dire <<Uh! Ma che vedo! Le uova di campagna! Ma sono fresche? Sono fresche veramente? Ah perchè sennò non le voglio proprio... e non è che ci avete messo anche le uova di anatra in mezzo, che mi servono per fare le tagliatelle per domenica?... Aspetta... Domenica a pranzo viene pure mia figlia con la famiglia... Allora me ne servono...>> <<Signò, disse Nardiello, è inutile che fate, io a voi le uova non ve le vendo proprio>> <<Uh Gesù! Che scostumato! E perchè?>> <<Perchè voi parlate assai!>> <<Ma voi sentite che roba! Scostumato! Villano!>> La signora si offese e se ne andò. Dopo un po' si avvicinò un'altra signora. <<Uh! Che vedo! Un cesto di uova di campagna, che bello! Dunque fatemi fare i conti... secondo voi con una dozzina ce la faccio a fare la pasta per 15 persone... no eh? ...almeno un uovo a testa... e poi vorrei fare anche un ciambellone... voi che dite? Facciamo così, almeno due a testa... allora me ne servono...>> <<Signò, disse Nardiello, io a voi le uova non ve le posso vendere>> <<Uh Gesù, e che ci stai a fare allora? E perchè non me le puoi vendere?>> <<Perchè voi parlate assai!>> <<Ma che scostumato villano cafone! vergogna!>> E se ne andò anche questa signora. Insomma, per farla breve, a tutte le signore che quel giorno si avvicinarono per comprargli le uova, Nardiello rispose che non gliele poteva vendeva perchè parlavano troppo. Si fece l'ora di pranzo e il mercato si vuotò. Nardiello, rimasto solo nella piazza tra le bucce di frutta e le cartacce che svolazzavano sul selciato, pensava <<Mò mammà s'arrabbierà ché non ho venduto le uova... ma quelle parlavano assai... co' sta tiritera e pipipì pipipì pipipì>> E mentre pensava questo, si voltò e vide la statua di Garibaldi a cavallo, con la bella spada sguainata, che lo guardava. <<Scusate, disse alla statua, visto che non parlate e mi guardate... forse le volete voi le uova?>> E Garibaldi zitto, immobile, lo fissava. <<Ah! Allora le dovevo portare proprio a voi! Mammà me l'aveva detto che non facevate chiacchiere... e vi potevate pure fare vedere prima però eh!... ve le poggio qui>> e le poggiò ai piedi della statua. <<Beh, mò datemi i soldi che torno a casa che ho fame>> e Garibaldi, come sempre, zitto lo fissava. <<Non me li volete dare eh? Mò vi faccio vedere io se non me li date>> e, preso un bastone che era per terra, sdang! dette una bella mazzata sulla statua. La botta fece rompere il basamento di marmo, mostrando una pentola piena di monete d'oro. Nardiello la prese, e guardando la statua disse <<Scusate, io non volevo darvi la mazzata, ma voi non mi volevate dare i soldi. Scusatemi se vi ho fatto male. Senza rancore>> e se ne tornò a casa. Quando la mamma vide il testoro e sentì la storia con cui Nardiello ne era venuto in possesso, pensò "E qui lo scopriranno subito... E mò come si fa?". E pensa che ti ripensa, le venne un'idea. <<Nardiè a mammà, disse allora al figlio, assiettat' sulle scale qui sotto e guarda che cosa stanno facendo le galline>> Capirete, Nardiello dopo un po' che guardava le galline rimase incantato. Ed allora la mamma salì al piano superiore, prese dell'uva passa e dei fichi secchi che le servivano per fare un dolce, e li buttò dalla finestra ai piedi di Nardiello. Come lui li vide cadere, si riscosse da quell'incantamento e disse <<Mammà!! Ccà chiovono uva passa e fichi secchi!!>> E, sbavando, li raccolse e cominciò a mangiarli. In paese, intanto, si erano accorti che la base della statua era rotta, il tesoro non c'era più, e al suo posto c'era un cestino con delle uova. Ma di chi saranno queste uova, ma chi ha preso il tesoro, insomma, per farla breve, qualcuno disse <<Ma quello mi pare il cestino di Nardiello>> <<Ma chi? Lo scemo?>> <<Sì sì, stava vicino al banco di don Gaetano, quello che vende le stoffe>> Don Gaetano, interrogato, confermò che quello era il cestino di Nardiello, e i carabinieri e il sindaco andarono quindi a sentire che cosa aveva da raccontargli di questa storia. <<Nardiè, è tuo questo cestino di uova?>> <<Era mio, prima che le vendessi a quello sul cavallo che stava in piazza!>> <<Un signore a cavallo?>> <<Sì! Quello con la spada sguainata, che non parlava, zitto, fermo. Mi guardava e basta>> <<Nardiè, ma tu che stai dicendo, quella è la statua di Garibaldi!>> <<Ah io nun 'o ssacc' chi è, le uova le voleva e io gliele ho date!>> <<E quando sarebbe successo tutto questo?>> <<Quann' chiuvevan' uva passa e fichi secchi!>>. Il capitano dei carabinieri e il sindaco si fecero un cenno d'intesa con gli occhi e poi, mentre Nardiello era rimasto incantato ammirando la divisa della Benemerita, si scusarono con sua mamma per averla importunata inutilmente. Anzi, il sindaco, porgendole il cestino con le uova le disse <<Signò, scusateci assai, qualche malfattore deve avere rubato il tesoro di Garibaldi e le vostre uova. Almeno queste siamo riusciti a recuperarle>>. E fu così che la mamma, furba, si tenne il tesoro e le uova.

postato da: fuoridaidenti alle ore 19:32 | link |
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Oscar?

Se non ci fosse, a inquinare tutto instillando più che il dubbio la certezza che ai fini del consenso sia stato un po' strumentalizzato:
- questo rapporto così lacerato tra l'allenatore e sua figlia, che poi fa da ordito a quello tra lo stesso allenatore e la pugilessa buona
- questo rapporto così lacerante tra la pugilessa buona e il padre morto, che poi fa da ordito a quello tra la stessa pugilessa e l'allenatore
- questa famiglia della pugilessa buona così troppo composta da gente di mmerda (con due emme e in primis la mamma cicciona)
- questa pugilessa cattiva che provoca l'incidente alla pugilessa buona (così troppo sleale, nera e ex-comunista della Germania Est)
- questo ex-pugile così troppo orbo nero factotum e filosofo disinteressato con i calzini bucati e infine vendicatore degli oppressi
- questo ospedale così troppo sguarnito da permettere un'eutanasia notturna così, come fossero bruscolini
ecco... "Million Dollars Baby "potrebbe essere un bel film.

postato da: fuoridaidenti alle ore 10:11 | link |
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Profili e attività

A vederlo, di profilo o in sezione, un materasso a molle con almeno due anni sulla groppa dice già molte cose di una coppia. Un materasso nudo, ovviamente, o tuttalpiù coperto da un coprimaterasso sottile, o da un lenzuolo. Ci sono certamente altri sistemi d'indagine più significativi e approfonditi, scientifici e rigorosi senz'altro quali, ad esempio, l'esame della natura e/o della consistenza degli umori organici residuali, lo studio delle macchie e degli aloni, la mappatura delle zone usurate e via dicendo. Ma tutto ciò presuppone l'accesso ad un'intimità che raramente ci si può arrogare; appartiene soltanto a chi del materasso, scrigno di segreti, ne condivide l'uso quotidiano. Pochi attori: una coppia, chi rassetta.

S'era preparato con cura, come sempre, tutto l'occorrente. Il primo fazzoletto di carta, piegato a doppio, l'aveva disposto sul lenzuolo grossomodo ad altezza d'ombelico. Per raccogliere gli ultimi fiotti, quelli calanti, meno carichi e densi certamente, ma forse proprio perciò più bisognosi d'attenzione, subdoli a scivolare via appiccicosi. Il secondo fazzoletto, di carta anch'esso e piegato sempre a doppio, lo teneva invece morbidamente nella mano. Aveva considerato a lungo l'alternativa, più pratica e funzionale alla bisogna, di ripiegare sull'uso di un calzino, o magari di due, uno infilato nell'altro, come quand'era a casa dei suoi. Ma poi l'aveva abbandonata: questione di sensibilità, di morbidezza al tatto sulla pelle. Aspettò dunque che il suo respiro si regolarizzasse, stabilizzandosi sull'ovattato silenzio interrotto dal sottofondo della sveglia. Mandò a memoria, in un'attesa di burro, l'intreccio di trame del libro di Dos Passos appena finito. I libri, già: si leggono e si comincia col dimenticarli. La ricordò, soltanto il giorno prima, che ancora andavano d'amore e d'accordo. La balza delle calze, i tacchi alti e sottili, lui era un uomo di facili ingredienti, dozzinale. Perchè mai le cose non debbano scorrere indisturbate per un pezzo, pensò, controllando con la punta delle dita che ogni cosa fosse esattamente al posto giusto...

A vederlo, di profilo o in sezione, un materasso a molle con almeno due anni sulla groppa dice già molte cose di una coppia. L'affossamento centrale svela i piaceri condivisi; quello periferico, le solitarie elucubrazioni.

 

postato da: fuoridaidenti alle ore 09:26 | link |
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venerdì, 25 marzo 2005

L'ultima uscita

La partenza è, come sempre, gravida d'aspettative: un natalizio luccicare d'occhi su prospettive di regali incartati. Dopo l'abbaglio, verde e vellutato, dei cespi di falasco, la salita s'impenna (ruga anabatica, prelude all'altopiano) in un caracollare sdrucciolo e farinoso di brecce grigiogiallastre e di molli schizzi fangosi. La percorriamo al passo, sulle staffe, avvolti in un sudario di cadenze muscolari. L'aria è fumo di frogi dilatate, murmure cupo di mantici e sboffi nuvolosi di tabacco (allentare le redini alla bocca, restare in piedi sull'incollatura). "ognuno di noi è più di uno, è una prolissità di sè stesso". Il ragazzino la guancia le cinque dita l'impatto il manatone (e porcoddio se non bruciava dentro più che fuori!), nel luccicare dei regali sullo sfondo, masticandosi un gliommero lacrimoso come fosse un malloppo di pillacchere disse: "Io non piango. Io sono come i cavalli. Tu puoi frustarmi a sangue. Sono come i cavalli, io. Non piango". E per quanto fosse indiscutibilmente sproporzionato e del tutto a suo svantaggio il dispiegarsi delle forze in campo (una mano callosa d'adulto contro uno sguardo: non ci può essere storia, non c'è competizione), la montata d'odio che seppe insufflarci dentro (anima momentanea di puledro, adunghiare di zoccoli, bave spumose, morso lucido di pupille, vetroso, scalpitante) mostrò di fatto la voragine, (un'ingorda ipotenusa primordiale) che, di sotto, balenava furiosa. Fatto sta che la mano tremolò acciocchita nella parabola intrapresa (un po' frettolosamente) come a cassare, smorfiosa, una virgola, un simbolo sbagliato. E s'abbassò, vinta e sgomenta e sfatta e annichilita. "Mi sono moltiplicato per sentirmi, per sentirmi ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi...". Il cinghiale (un maschio solitario, controvento), sbuca come pallottola dagli sterpi della genga. Il più giovane del branco, poco più che un puledro, scarta improvvisamente, s'impenna, smontona elastico un paio di doppiette nervose nell'aria, disarcionandosi di dosso la paura. Tutto s'è consumato in un liturgico silenzio, nel pentagramma di una luce serotina: calante, introspettiva, refolosa, ondulatoria e crepuscolare. "Ho creato in me varie personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare mi sono distrutto… Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi".

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:49 | link |
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mercoledì, 23 marzo 2005

Che si sappia. Vado a farmi una passeggiata a cavallo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 14:25 | link |
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Un incidente erettile

E' ovvio e direi pleonastico che avvenga, tra il vapore delle docce del reparto, un gran mercato tacito e sottaciuto di ostensioni narcise e disinvolte e di contro (che le monete, si sa, c'hanno sempre due facce) di pavidi nascondimenti, timidori, rossori di malcelata introversione, sguardi tagliati a sbieco, circolari, ipotesi competitive, certezze di sconfitte in partenza, confronti e rimandi in territori avulsi, già lontani, iperbolici, inaspettati, fuorvianti, lunghezze e doppiezze, calibri e stili, minimalista, roccocò, imperiale, neorealista ove, dato che, come sembra, il tutto giace, molle ed affossato (non saresti in grado apoditticamente di affermarlo dal troppo frettoloso passaggio che concedesti a quell'occhio, analiticamente soppesante, se orizzontale o pendulo come dovrebbe e sia bene che fosse) così com'è tra quel grezzo pelame che si suppone rancidoso per sovrumano sforzo muscolare prolungato. Cappucci scappucciati, proboscidati, grinzosi, mezzo barzotti, intorpiditi, flosci. E può avvenire (uno scarto, un accidente, l'obnubilarsi momentaneo di coscienza) che lo scherzo cerebrale di una proiezione d'ipotesi si faccia strada lungo la via di fuga adamantina e ormonale di quel che pensi ti potrà riservare il dopocena plurinnaffiato del di lei genetliaco poi a casa, messa l'ingenuità della pargola a letto, che il fiato primaverile già pretende e sa insufflarlo appunto lì dove non dovrebbe in quel momento e ti spinga perciò, approfittando della letargia suddetta, come un bastardo appena oltre quel filo, ch'è poi quello che ti fotte, al di là della soglia di gonfiore proboscidato che pure è consentita "coram populo" dalla rilassatezza che, si sa, rivivifica le membra lasse e contrite dopo lo sforzo e per questo ben disposte all'assorbimento corroborante fino alla radice ultima della vita intesa questa come essenza, così come avidamente la bevi che ti scroscia addosso, bollente e vaporosa, attraverso il crivello acciaiato della lucida doccia del reparto. E così l'incidente è condiviso aneddoticamente, <<a me successe una volta in fila alla visita militare>> <<a me quell'altra al liceo in palestra che il professore di ginnastica disse poi compendiando: siamo tra uomini, è normale>> <<a me quell'altra ancora, ma non c'entra poi tanto perchè direi che per forza accadde in quanto entrò la donnina a pulire lo spogliatoio e... sai com'è>> Risate poi, che tutto è ammesso, tutto è consentito, la presa per il culo si prolunga nell'aperitivo che paghi volentieri come pegno. Solo chi affronta, ipocrisia crumira, neghittosa, la doccia bene al riparo dietro a un costume, non ha accesso, non può concepire il profondo cazzeggio del consesso.

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:18 | link |
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martedì, 22 marzo 2005

Sono tornato, dopo un bel pezzo, a montare cavalli. Nulla a che vedere con i concorsi ippici o le altre robe fighettine, no. Cavalli da Endurance, da Appennino, qualcosa più vicina ai film western, per capirsi. E' stata una di queste sere, bevendo birra, dopo il nuoto. Rivedo un vecchio amico dato per perso. Ci ritroviamo lì, una chiacchiera tira l'altra. Tutti e due a dirci dei figli che prima non c'erano. E dei cavalli. Mi dice "Fa' un salto. Quando vuoi. C'è sempre bisogno di muoverli. Vieni, mi raccomando". E così ci sono andato e adesso gli sono grato immensamente. Ho due foto di mio nonno il colonnello, da ragazzo. Due foto di guerra, della grande guerra. Monta un maremmano, credo, per via di quella testa un po' troppo grossa e ciondolante. Cavalli da guerra quelli, da artiglieria per la precisione. Mi piace pensare di aver ereditato da lui questa passione. Quello che segue è qualcosa che scrissi tempo fa, per l'ultimo cavallo che ebbi la fortuna di montare.

Veleno
E' un pezzo che non vado più a cavallo. Per qualche anno fu la mia pura vita, il mondo. Foglie umide, alti faggi, funghi. E monasteri, all'alba. Ho avuto cavalli che mi hanno messo negli impicci, altri che me ne hanno liberato. La prima galoppata tra le stoppie, da sola, vale i tre quarti della mia vita. E' nell'incerto limite che si dischiude tra il fiato di un cavallo e la nebbia che ho cercato invano una piega in cui nascondermi e dormire. E tra silenzi, luci fioche e paglia, la mia ansia diveniva poltiglia al loro tranquillo ruminare. Oggi Veleno è stato abbattuto. Un tumore ai testicoli. Per una settimana fummo inseparabili qui nell'Appennino. Lontano da tutti, perchè Veleno era stallone di fuoco e a portarlo con gli altri, tanto valeva andare via da soli. Amavo smontare e correre al suo fianco, di ritorno alla stalla, per lunghi chilometri sullo sterrato. La pienezza di quel trotto l'ho ritrovata tutta nelle sonate di Scarlatti, che adesso ascolto. Le barbe di questa mia anima ombrosa resteranno per sempre abbracciate alla sua.

postato da: fuoridaidenti alle ore 16:14 | link |
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Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
F.Pessoa

postato da: fuoridaidenti alle ore 08:01 | link |
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lunedì, 21 marzo 2005

Festa del Papà (Il fluire, da allora)

C’è una foto, da qualche parte lì dove tu vivi, in cui sto inginocchiato sui calcagni mentre ti tengo in braccio. Hai gli occhi lucidi e curiosi di un’otaria, aperti a un mondo di cui trattengo appena il frammentarsi (come dopo una sbronza la memoria). Indossi una maglietta a righe, hai il pannolino, scommetto che non sai ancora camminare. C’è rimasto, intrappolato in quella foto, il tremolìo d'un riverbero rosso. Accende (eco di combustioni misteriose) profondità nascoste e inaspettate. E' il sospiro di stanchezza di un tramonto e s'infiltra dovunque nella trama. Infiamma i capelli, mormora sulla pelle, s’inerpica nelle striature delle pietre. Si sfilaccia (è un tuffo caldo) nel mare sullo sfondo, che presumo sciaguattasse d'acque calme...
Dell’istante che sei venuta al mondo mi resta solo un’eco confusa e concitata, il freddo luccicare dell'acciaio, teli verdi e poi sangue, molto sangue. E - lo confesso - tutto lo sforzo per non perdere i sensi. Poi un grido viscerale, rugginoso, i lembi fibrosi e lucidi di uno squarcio. Disegno di sangue, arco perfetto la ferita che s'apre. Morbida, curva di carne, bocca nuova. E così (lo vidi per serbarmelo nel cuore) imparai dove poggia (come, su cosa) questo enigma di nascere. Sul tuo sentiero, quello che ti si schiuse in quel momento, t'incamminasti con una certa discrezione. Tutt'oggi, che non so più come piangi quando piangi, certamente puoi farlo solo così: con discrezione...
Poi ci sono due stanze.
In una, che è sempre lì dove tu vivi adesso, ci inventavamo mucchi di storie seduti su un tappeto bianco di lana cotta ricamato di rosso e verde marcio. E posso vedere nitidamente, come se succedesse esattamente in questo istante, come ti fiorisse sul viso la delusione per la svolta che prendevano le cose quando trovavo un pretesto, uno qualunque, per far litigare le bambole tra loro. E a te, questo, non è mai piaciuto. Così io disegnavo, con uno scherzo incosciente, l'inizio di questo nostro labirinto, perché si manda giù parecchie cose (ricordarselo sempre, per sempre e poi ancora per sempre) pur di giocare con il proprio padre. Ma allora ero troppo giovane per sospettare di facce che si celassero nel gioco. E a ripeterlo oggi non serve a molto dire che ti proteggerei da tutto questo. Già, a ripeterlo oggi.
E’ un’altra, però, la stanza in cui torno le volte come adesso. Dormivi, dopo il latte, nella postura di sempre (il palmo a reggerti la guancia). Tu non lo sai, ma m’insegnasti allora che non siamo nient'altro che un fluire. Ed io piansi, un contrappunto a quel tuo respiro calmo, impotente di questo bruciare silenzioso (e ne serbo nell’occhio la traccia). E tutti i sonni e le posture, da allora, mi riportano lì dove, dormendo, tu mi dicevi che la coscienza è un fiume...
Poi c’è un tragitto nebbioso, un’alba fredda, un vecchio pullman che sbuffa, sonnacchioso. Infilo la mano nella tasca della giacca e ci trovo un uccellino morto, un cardellino. L’avevi nascosto lì la sera prima, come alla TV la bambina con la pasta. Me lo girai tra le mani, sorridendo; l’immensità del tuo primo regalo aveva le ali...
E ho un mucchio di disegni di lettere e d'altre tracce del tuo fluire di allora a riposare qui, in una cartella bianca nel mio ufficio. Talvolta la riapro, li lascio sussurrare...
Qui dove vivo adesso non vieni più da un pezzo. Condividiamo il pranzo e il cappuccino (un’ora scarsa al giorno) in una mensa di zona industriale. Sguardi torbidi, polverosi, alloppiti, frugano e indugiano, misurando somiglianze. Poi incrociano i miei occhi, gelosi e difensivi, ed esitando abbandonano i tuoi seni di donna,  la curva dei fianchi. Mi racconti della scuola, di numeri sognati e non giocati, di ragazzi. Quando ti lascio più tardi, sotto casa, riprendi il flusso dentro, un’indistinta forma di silenzi. Perchè tuo era qualcosa (non so cosa, ma certamente tuo) nel gesto di quella mano ieri in piscina o prima ancora in uno sguardo al bar. E’ così questo mio viverti lontano: nulla che non sia sangue, che non scorra...
Abbiamo avuto e avremo ancora lunghe pause e reticenze, bugie, uno sprecarsi di giorni e d'occasioni. E mai, credo, sarò in grado di raccontarti per davvero fino in fondo lo stritolarsi mio del mondo dietro quei vetri, allora. Fu una ferita e un pianto in fondo, il dolore di dover nascere ancora. Una cosa così. Avrei dovuto (dovrei ancora, forse) suturare distanze, perseguire scopi, strategie. Ma non sono bravo per questo; imbastire difese, non so farlo. Tu sei così, nuda assonanza che t’aggrovigli lungo scie che ignoro, fluisci frammentaria e premi sorda come solo la carne può sapere. Ma non mi hai mai perduto, non potresti. Prima ch’io cambi faccia, metta rughe, incanutisca volevo dirtelo così, a parole curve, questo mio eterno possibile di padre. L'occasione preziosa, e non importa s'è una traccia che non resta, di questa lunga fila di impronte sulla sabbia...

postato da: fuoridaidenti alle ore 09:20 | link |
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giovedì, 17 marzo 2005

La prima e l'ultima

La prima lacrima evaporò con una dissonanza scintillante, come uno sfregio diretto verso il tripudio giallo di piastrelle di quella luminosa cucina di formica e di faggio anni '60. Mi portò con un soffio, così, (subdola l'inconsistenza del vapore) la consapevolezza che neanche mio nonno il colonnello (due guerre sulla groppa, un fiume di morti e di medaglie) poteva più salvare il canarino. Che tremò (la pesante giacca da camera di lana color vinaccia scuro), pigolò (passamani di corda sui risvolti, frange ne rifinivano la cintura, tono su tono, il fazzoletto nel taschino), stirò becco e zampe (il profilo elegante della testa, scolpito nell'aroma della penombra e della pipa), incredulo (l'assoluta purezza dello sguardo animale, del presente), e infine fu sepolto nel grosso vaso di rose sul terrazzo, avvolto nello straccio quadrettato le cui trame (questo fu il graffio, il doloroso frammento del nulla) erano troppo larghe per trattenere una vita e una certezza. Fu quello, per me, il primo segno di una ferita che ingoia.

L'ultima lacrima si dissolse rotolando lentamente lungo la guancia sinistra, curvo al volante, nel percorso tortuoso di uno dei miei ritorni (Mozart,concerto n.23, II movimento). A fatica, per la breve durata della sua esistenza, s'era inventata un catastrofico percorso tra i peli di una barba di tre giorni. Finì, completamente riassorbita, obbedendo alle parsimoniose leggi dei sistemi biologici. Rotonda e piena, l'avevo maturata con il rimpicciolirsi di un'immagine, effetto Doppler di un riflesso nel retrovisore. La ragazzina bionda, lunghi i capelli, e lisci (minigonna, autoreggenti nere), accovacciata lungo il ciglio sterrato della strada, tracciava misteriosi segni (fiabeschi, una bambina dunque o poco più) con un ramo, in attesa di clienti.

La purezza dell'anima, l'abiezione della realtà, perché le lacrime sanno l'incrocio dei sentieri contrapposti.

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lunedì, 14 marzo 2005

Non basta che respirino, devono muoversi per smuovere!

Il titolo condensa la pelosa questione, nata qui e poi qui rimbalzata, cui voglio concedere per diletto ancora qualche neuronale sfarfallio. Un moto, dunque, s'impone necessario. Un must, indubbiamente. Un moto metaforico, s'intende, e che smuova qualcosa (perbacco!). Una sorta, dunque, di "agire vivificativo". La fiera non s'accende, già lo dissi, se le manca la fuga di una preda. Se pertanto il concetto racchiuso in quel "basta che respirino"** evocato da Flounder simboleggia in qualche modo il Nadir della questione, il suo Zenit è senz'altro celato nell'apoftegma "Tira più un pelo di fica che cento paia di buoi". Da un lato il Movimento Minimo Necessario Attivatore della pugna è racchiuso nel mistero dello pneuma, dall'altro l'oggetto verso cui si concentra l'attenzione parrebbe smuovere forze titaniche sfociando, se vogliamo, nel trascendentale, in quel tremendum che occhieggia sempre (un'illusione?) sullo sfondo. La questione, in altri termini, è la stessa che contrappone il neandertaliano all'evoluto, chi per saziarsi non travalica la commestibilità dell'edibile a chi invece si pasce di ben altri arditi lambiccamenti (Ddu spaghi alla carbonara o un Trionfo rosato di cappesante? Bianco o Rosso? Destra o Sinistra?). La cronaca dice solo che il fluttuante moto della natante, seppur callipigia, nel suo inconfutabile procedere di acquatico movimento farfallino non generò negli ansanti astanti alcuna metaforica ripercussione motoria. Non lo escludo, natanti neanderthaliani potrebbero confutarmi confondendo immonde e cupide bave alle spume clorate della scia, ma tant'è. Troppi libri, troppi film, troppo di quel che vi pare relega una parte di noi nella cerchia di chi predilige dinamiche più complesse e sofisticate, vedo-nonvedo e via discorrendo. Si parla d'altre lingue, d'altri strumenti di seduzione.


**Per quanto, a onor del vero, va citata la ben più fosca e nichilista "Basta che non sia troppo fredda" che individua nella dinamica delle molecole il Movimento Minimo Necessario Attivatore

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:41 | link |
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sabato, 12 marzo 2005

Abiti Monaci

O tu natante che sei approdato qui dimmi, se 'l sai, per quale misterioso meccanismo la stessa tipa che asessuata in costume nero scosciato nuota nella corsia di fianco (mostrando pure, nello sforzo di una farfalla incerta, tra spume e flutti due bianche chiappe michelangiolesche) diventa una gran figa appena un'ora dopo, quando con gonna e con stivali neri s'acchitta per la cena al ristorante.

postato da: fuoridaidenti alle ore 15:30 | link |
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giovedì, 10 marzo 2005

Un verbale benemerito (stralcio)

Come promesso, dopo la lettura di questo meraviglioso post ho messo a soqquadro un po' di vecchi cassetti per ritrovare infine, in una vecchia agenda impolverata, la copia di un verbale che la dice lunga sul perchè certi misteri sono destinati a rimanere tali (RIS? CSI? FBI? 'sti cazzi!)

"Alle ore 2,25, a seguito segnalazione della centrale ci portavamo tempestivamente in Piazza ...omissis..., dove immediatamente individuavamo ...omissis... che alla vista dell'autovettura d'ordinanza se ne dileguava urlando imprecazioni (ci mancavan' sulament' 'sti sfaccimm'). Dopo aver perlustrato le zone circostanti individuavamo nuovamente il ...omissis... che si era fermato presso la Farmacia Comunale, dove era intento a rigettare generi che non esitiamo a definire alimentari. A domanda "Arrenditi, che ti viene meglio" "Col cazzo!" rispose. Col quale l'arrestammo."

postato da: fuoridaidenti alle ore 18:36 | link |
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Un accompagnamento

La strada per Arezzo è morbida e sensuale. Il treno parte alle 9.19. Asya, al mio fianco, ha occhi che scintillano. Samuele, dietro, è troppo lungo per una "106". Qualunque viaggio è sempre una ricerca. Succhio in silenzio vecchie fibre di radici. Azzardo ipotesi su Asya e Samuele (ma lei è un pò più mia, non so se voi capite). Le ho dato un bacio ed altri 30 euro, passandole la borsa, "E quando arrivi fammi uno squillo". Qualunque viaggio è sempre una ricerca; dunque anche il mio, che li accompagno al loro. Sono rimasto ad osservare le schiene dei tre della Polfer, chiedendomi che altro ancora ho lasciato in quel treno. Ed ecco quel che ho trovato :
-L'urlo che infiamma "Careful with that axe, Eugene"
-L'angelo che si stiracchia lungo "The great gig in the sky"
-Tutto dei Genesis finchè c'era Peter Gabriel
-Il muro di fronte a un vecchio stereo, tappezzato di foto, di poesie e di cartine sbruciacchiate.
-Rilke, Elouard e Baudelaire.
-Il sax con cui muore "Walk on the wild side"
-La torrenziale entrata di Jimmy Page di "Since I've been loving you"
-"Starway to Heaven", tutta.
-Poe, Hesse, Mann, Celine.
-Bach, Mozart, Vivaldi, Borodin.
-Carole King di "Tapestry".
-James Taylor e C.S.N&Y.
-"Blue", di Jony Mitchell (L'anima, la voce, i suoi zigomi)
-Janis Joplin (l'anima, la voce, se davvero godeva quando cantava)
-La mia prima galoppata.
-Pavese, Guccini, Fenoglio, Pasolini
-Canoe, fiumi, muschio.
-Alberi, acqua, silenzio.

"I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è quello che succede quando la parola si fa carne..". Monterchi dovrei passarla di striscio, arroccata alla destra lungo la strada per l'ufficio. Ma me ne fotto, metto la freccia e mi inerpico su su fino al paese. In una fredda penombra, l'enigma della Madonna del Parto di Piero. Tiro su il bavero del giaccone, mi seggo, sorrido. Succhio in silenzio vecchie fibre di radici.

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:38 | link |
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