Del tipo che mentre ti accorgi di aver irrimediabilmente bucato a causa di quello spino che s'è andato a conficcare proprio nella ruota anteriore e ti rifai per questo il percorso ecologico a piedi portando dunque a mano la tua bella citybike, forse proprio per via del sussurrante sibilare dello sfiato della gomma tu pensi chissà se mai si rese conto la Vincenzona Bellanti, grande mignotta che il cielo l'abbia in gloria, che sotto le 5000 lire la marchetta non faceva "altrimenti ci perdo" si rese conto, dicevo, di rifarsi in qualche modo al terreo cardiopatico di Spoon River quando, alla benemerita domanda pòstale al cospetto del cavalier Pedrozzi ancora caldo rispose: "Che gli ho da dì, marescià. Soffiàa soffiàa, pensào che venìa e invece andàa!".
Nelle opere dell'ingegno creativo più avvincenti le tracce lungo i percorsi di lettura sembrano a volte disseminate secondo un'apparente casualità. In realtà c'è un disegno ben preciso che solo verso l'epilogo si svela. Non può essere che così. Nello svolgersi dell'esistenza quotidiana, che a volte è proprio come leggere un romanzo, si percepisce talvolta il senso e i contorni di una trama preordinata che ti porta ad evocare sovente la parola "coincidenza". In realtà te ne stai nel bel bello di una passeggiata per il borgo medioevale di Bevagna e chiacchieri di relativismo e fanatismo e fondamentalmente di predestinazione, chè il tuo interlocutore è un evangelico. Poi alzi lo sguardo e l'insegna d'ottone ti rimanda "Dr. Maurizio Dentini, dentista". E non hai più argomenti di discussione.
Lucido e nient'altro Merisi il Caravaggio a Capodimonte. Luce a rasoiate bianche, ti fa pensare disponesse di quintalate di Watt alogeni che manco Mapplethorpe o Newton, e sfondi cavernosi affacciati su baratri nietzschiani a contrastare nettamente il nitore purissimo del dettaglio e la perfezione dell'inquadratura. Insomma, carni troppo austere per sopportare parole banali. Riaffiora Vincenzo Consolo (l'olivo e l'olivastro) da qualche stanza della memoria, e la voglia di ripiluccarselo una volta a casa. Ma ancora devo e voglio (e piove, sottile e gelido) attraversare quattro secoli nel ballonzolio basaltico sulle incerte sospensioni di un taxi domenicale per terminare il mio percorso culturale che ha a che fare con la carne e la sua rappresentazione. Approdo qui, al Museo Archeologico, alla mostra "Il tormento e l'estasi" di D.Hirst. Sono fatto di carne, me lo ricorda questo freddo nelle ossa (e ancora ieri si boccheggiava, pensa). Se pur capaci di baluginii, talvolta, come al cospetto del Merisi poc'anzi, tutto sommato fibre tristi siamo, parrebbe ribadirmi questo maiale segato longitudinalmente, (la ghigna forse sorridente lo rende ancor più triste nel contesto) con setole frattaglie e tutto quanto un maiale ha all'interno se lo apri a metà e l'immagini appena appena ingrigito dal processo, presumo, di imbalsamazione prima di metterne ogni metà con cura in un contenitore di vetro pieno di formaldeide e comporre così una coppia di teche di cui una è fissa e l'altra invece libera di oscillare lentamente lungo un binario, di modo che mezzo maiale possa scorrere lungo una traiettoria obbligata avanti e indietro avanti e indietro e per un attimo (ma è solo un attimo), sembri ritrovare una parvenza d'unità. (This little piggy went to market, this little piggy stayed at home, 1996). E triste pure, poco più avanti, la testa mozzata della vitella inscatolata anche lei in una gigantesca teca di vetro, che fissa dunque il limite di una striscia un cammino un percorso di sangue e mosche grasse, l'occhio appannato appena sembra recitarmi la bella poesia di Ferrari del toro abbattuto che "ora è steso su un velo d'erba e sussurra qualcosa alle mosche". E difatti a mezza altezza dal pavimento c'è uno di quegli aggeggi elettrici fluorescenti che serve proprio per ammazzare gli insetti. I vetri della teca sono chiazzati dall'interno, evocano borborigmi mefitici, opache esalazioni postmortem, giallastre umidità micidiali. Ogni tanto la letargica traettoria dei mosconi, che risentono senz'altro anche loro dell'abbassamento della temperatura, finisce in uno zot! a sfrigolare fumosa e rimpolpare così il tappeto di sussurri cui la suddetta testa tristemente parrebbe apparecchiata alla bisogna. Pare ci fosse, nel cubo ligneo a lato, acqua e zucchero a innervare tale moto e conservarlo, appunto, motu proprio (A Thousand Years, 1990). Ultima poi, la coppia di vitelle, affettate in egual numero di tranci trasversali e con lo stesso metodo già detto disposte in teche a dare forma a una mostruosità aliena composta nell'ordine che vado ad enumerare: testa della prima, coda della seconda, zampe anteriori della prima, posteriori della seconda, e così via a chiudere l'anello titolato (Some Comfort Gained from the Acceptance of the Inherent Lies in Everything 1996). Io non so e non me la sento di dire cosa sia l'arte. Ma se ha a che fare, come credo, con la morte, mi è difficile accettare senza riserve questo sconfinamento dell'uso, nell'arte, da un simulacro (un piano metafisico) ad un oggetto (il piano fisico). E' questa un'operazione che appartiene alla speculazione scientifica, che opera appunto sul piano oggettivo delle cose. Una ventina d'anni fa la compagnia teatrale "Magazzini Criminali", suscitò scalpore con uno spettacolo (Genet a Tangeri) tenuto presso il mattatoio di Riccione. Nel corso della rappresentazione un cavallo veniva abbattuto e smembrato. Si montò una polemica sul fatto che, benchè ci si avvalesse di animali dal destino per così dire segnato, strumentalizzarne l'esperienza estrema del morire fosse qualcosa di moralmente inaccettabile. E' la sacralità oggettiva della vita il confine culturale in discussione, il tabù da superare.
(Questo è un vecchio post postato in un nonluogo dove si parla di libri qualche tempo fa. Niente. Mi andava di riciclarlo costì)
Arse, si direbbe, nel rispetto matrimoniale di sé stesso: con qualcosa di vecchio, dunque, e qualcosa di nuovo. Un'orologio, un ascot, una camicia a quadri. Mi presentai -nella prurigine dell'ora di punta- senza ombrello e soprabito, malgrado le folate sciabordassero di piombo.
<<Io sono quello figo. Vestito di blu e col foulard>>
<<Io quella sciatta. Soprabito nero>>
In fin dei conti, sapete, conoscersi è una tinta dell'anima: s'accoglie in una curva nascosta la traccia nuova d'un altrui che guarda. Ha dunque un peso e un carico, una sua timida profondità. Non si rimane sé stessi come prima. Il bar non era affatto quello che s'era concordato. I suoi occhi invece (armeggiava sulla tastiera del telefonino), esatti spiccicati quelli nella rete. Si dice "gli occhi non cambiano", ed è falso. In realtà la sclera s'irrita e s'ingiallisce, le borse poi si gonfiano, cede l'elasticità delle palpebre, le zampe di gallina e tutto quanto. Ma i suoi bucavano precisi e senza tempo come quelli nella foto, che mi chiesi se non sapessero già fin d'allora di questo bar, di questo traffico ventoso. Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo. Ci si presenta segnati di nuove verginità. Magari qualcuno nell'ombra, lo sappiamo, affila lame d'un passato che brucia. Bambini invecchiati, fumiamo sigarette intanto che camminiamo. E ci si racconta, tra quelle boccate, la vita.