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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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giovedì, 28 aprile 2005

Inaspettate certe intuizioni

Del tipo che mentre ti accorgi di aver irrimediabilmente bucato a causa di quello spino che s'è andato a conficcare proprio nella ruota anteriore e ti rifai per questo il percorso ecologico a piedi portando dunque a mano la tua bella citybike, forse proprio per via del sussurrante sibilare dello sfiato della gomma tu pensi chissà se mai si rese conto la Vincenzona Bellanti, grande mignotta che il cielo l'abbia in gloria, che sotto le 5000 lire la marchetta non faceva "altrimenti ci perdo" si rese conto, dicevo, di rifarsi in qualche modo al terreo cardiopatico di Spoon River quando, alla benemerita domanda pòstale al cospetto del cavalier Pedrozzi ancora caldo rispose: "Che gli ho da dì, marescià. Soffiàa soffiàa, pensào che venìa e invece andàa!".

postato da: fuoridaidenti alle ore 17:40 | link |
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Inaspettatamente

Sono venuti loro. Senza un avviso un cenno uno squillo cellulare. Niente di niente. Com'è d'uopo in alti loci.
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:40 | link |
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Asincronia Orgasmica (I Miei Mercoledì Romani)

... è il sequel di questa puntata e di quest'altra

Mi fanno       "Vieni alle..."    "Vieni più tardi..."    "Non venire ancora...    "Vieni ora!"
Rispondo      "Vengo!"          "Vengo!"                 "Vengo!"                       "Non posso più venire!"

E' difficile, si sa, trovare un'intesa soddisfacente. E' questione di tempo di pazienza costanza e quant'altro.
Ma non tutto è perduto, si fa tesoro delle cose.
Huang, per esempio mi ha venduto:
- un Gucci nero che le è piaciuto molto
- un Rolex da donna che non vi dico
- un Patek Philippe da uomo con le fasi lunari
- un Vacheron Constantin da uomo cronografo
- un Mont Blanc da uomo di facile leggibilità
Il Rolex da uomo aveva una scalfittura sul quadrante. 
"Caso limite, caso limite plego. Cledimi Maulo!".
"Mercoledì prossimo?"
"Melcoledì. Va bene. Pelò ci salai?"
"Sì, ma portane un altro".
postato da: fuoridaidenti alle ore 08:40 | link |
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mercoledì, 27 aprile 2005

Graffiti Cultura Villagio Globale

Quello che ho di fronte in questo momento dice.
"Puttane correte al governo che i vostri figli sono già arrivati".
postato da: fuoridaidenti alle ore 09:03 | link |
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lunedì, 25 aprile 2005

Spunti di riflessione teologica

Nelle opere dell'ingegno creativo più avvincenti le tracce lungo i percorsi di lettura sembrano a volte disseminate secondo un'apparente casualità. In realtà c'è un disegno ben preciso che solo verso l'epilogo si svela. Non può essere che così. Nello svolgersi dell'esistenza quotidiana, che a volte è proprio come leggere un romanzo, si percepisce talvolta il senso e i contorni di una trama preordinata che ti porta ad evocare sovente la parola "coincidenza". In realtà te ne stai nel bel bello di una passeggiata per il borgo medioevale di Bevagna e chiacchieri di relativismo e fanatismo e fondamentalmente di predestinazione, chè il tuo interlocutore è un evangelico. Poi alzi lo sguardo e l'insegna d'ottone ti rimanda "Dr. Maurizio Dentini, dentista". E non hai più argomenti di discussione.

postato da: fuoridaidenti alle ore 10:34 | link |
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domenica, 24 aprile 2005

Un motivo per cui vale la pena aver vissuto

"Tramonto d'oca" Poggio Bonelli annata 2000
postato da: fuoridaidenti alle ore 21:48 | link |
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sabato, 23 aprile 2005

Lucido e nient'altro Merisi il Caravaggio a Capodimonte. Luce a rasoiate bianche, ti fa pensare disponesse di quintalate di Watt alogeni che manco Mapplethorpe o Newton, e sfondi cavernosi affacciati su baratri nietzschiani a contrastare nettamente il nitore purissimo del dettaglio e la perfezione dell'inquadratura. Insomma, carni troppo austere per sopportare parole banali. Riaffiora Vincenzo Consolo (l'olivo e l'olivastro) da qualche stanza della memoria, e la voglia di ripiluccarselo una volta a casa. Ma ancora devo e voglio (e piove, sottile e gelido) attraversare quattro secoli nel ballonzolio basaltico sulle incerte sospensioni di un taxi domenicale per terminare il mio percorso culturale che ha a che fare con la carne e la sua rappresentazione. Approdo qui, al Museo Archeologico, alla mostra "Il tormento e l'estasi" di D.Hirst. Sono fatto di carne, me lo ricorda questo freddo nelle ossa (e ancora ieri si boccheggiava, pensa). Se pur capaci di baluginii, talvolta, come al cospetto del Merisi poc'anzi, tutto sommato fibre tristi siamo, parrebbe ribadirmi questo maiale segato longitudinalmente, (la ghigna forse sorridente lo rende ancor più triste nel contesto) con setole frattaglie e tutto quanto un maiale ha all'interno se lo apri a metà e l'immagini appena appena ingrigito dal processo, presumo, di imbalsamazione prima di metterne ogni metà con cura in un contenitore di vetro pieno di formaldeide e comporre così una coppia di teche di cui una è fissa e l'altra invece libera di oscillare lentamente lungo un binario, di modo che mezzo maiale possa scorrere lungo una traiettoria obbligata avanti e indietro avanti e indietro e per un attimo (ma è solo un attimo), sembri ritrovare una parvenza d'unità. (This little piggy went to market, this little piggy stayed at home, 1996). E triste pure, poco più avanti, la testa mozzata della vitella inscatolata anche lei in una gigantesca teca di vetro, che fissa dunque il limite di una striscia un cammino un percorso di sangue e mosche grasse, l'occhio appannato appena sembra recitarmi la bella poesia di Ferrari del toro abbattuto che "ora è steso su un velo d'erba e sussurra qualcosa alle mosche". E difatti a mezza altezza dal pavimento c'è uno di quegli aggeggi elettrici fluorescenti che serve proprio per ammazzare gli insetti. I vetri della teca sono chiazzati dall'interno, evocano borborigmi mefitici, opache esalazioni postmortem, giallastre umidità micidiali. Ogni tanto la letargica traettoria dei mosconi,  che risentono senz'altro anche loro dell'abbassamento della temperatura, finisce in uno zot! a sfrigolare fumosa e rimpolpare così il tappeto di sussurri cui la suddetta testa tristemente parrebbe apparecchiata alla bisogna. Pare ci fosse, nel cubo ligneo a lato, acqua e zucchero a innervare tale moto e conservarlo, appunto, motu proprio (A Thousand Years, 1990). Ultima poi, la coppia di vitelle, affettate in egual numero di tranci trasversali e con lo stesso metodo già detto disposte in teche a dare forma a una mostruosità aliena composta nell'ordine che vado ad enumerare: testa della prima, coda della seconda, zampe anteriori della prima, posteriori della seconda, e così via a chiudere l'anello titolato (Some Comfort Gained from the Acceptance of the Inherent Lies in Everything 1996).  Io non so e non me la sento di dire cosa sia l'arte. Ma se ha a che fare, come credo, con la morte, mi è difficile accettare senza riserve questo sconfinamento dell'uso, nell'arte, da un simulacro (un piano metafisico) ad un oggetto (il piano fisico). E' questa un'operazione che appartiene alla speculazione scientifica, che opera appunto sul piano oggettivo delle cose. Una ventina d'anni fa la compagnia teatrale "Magazzini Criminali", suscitò scalpore con uno spettacolo (Genet a Tangeri) tenuto presso il mattatoio di Riccione. Nel corso della rappresentazione un cavallo veniva abbattuto e smembrato. Si montò una polemica sul fatto che, benchè ci si avvalesse di animali dal destino per così dire segnato, strumentalizzarne l'esperienza estrema del morire fosse qualcosa di moralmente inaccettabile. E' la sacralità oggettiva della vita il confine culturale in discussione, il tabù da superare.

(Questo è un vecchio post postato in un nonluogo dove si parla di libri qualche tempo fa. Niente. Mi andava di riciclarlo costì)

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:53 | link |
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giovedì, 21 aprile 2005

Un incontro

Arse, si direbbe, nel rispetto matrimoniale di sé stesso: con qualcosa di vecchio, dunque, e qualcosa di nuovo. Un'orologio, un ascot, una camicia a quadri. Mi presentai -nella prurigine dell'ora di punta- senza ombrello e soprabito, malgrado le folate sciabordassero di piombo.
<<Io sono quello figo. Vestito di blu e col foulard>>
<<Io quella sciatta. Soprabito nero>>
In fin dei conti, sapete, conoscersi è una tinta dell'anima: s'accoglie in una curva nascosta la traccia nuova d'un altrui che guarda. Ha dunque un peso e un carico, una sua timida profondità. Non si rimane sé stessi come prima. Il bar non era affatto quello che s'era concordato. I suoi occhi invece (armeggiava sulla tastiera del telefonino), esatti spiccicati quelli nella rete. Si dice "gli occhi non cambiano", ed è falso. In realtà la sclera s'irrita e s'ingiallisce, le borse poi si gonfiano, cede l'elasticità delle palpebre, le zampe di gallina e tutto quanto. Ma i suoi bucavano precisi e senza tempo come quelli nella foto, che mi chiesi se non sapessero già fin d'allora di questo bar, di questo traffico ventoso. Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo. Ci si presenta segnati di nuove verginità. Magari qualcuno nell'ombra, lo sappiamo, affila lame d'un passato che brucia. Bambini invecchiati, fumiamo sigarette intanto che camminiamo. E ci si racconta, tra quelle boccate, la vita.

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:36 | link |
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martedì, 19 aprile 2005

Prima di morire c'è sempre un lungo flashback

Foglia tremante d'albero grigio di linfe nodose come un pinguino od un rappresentante della "Folletto Worwerk" nel completo blu scuro gessato a 4 bottoni e inamidato a mo' di stoccafisso, stiro tartarughescamente il collo sbarbato ed aromatizzato al sandalwood nel colletto della camicia ch'è variante fantasiosa e leggermente dandy di quello alla francese intanto che incravattato presidenzialmente "Marinella" siedo ad un tavolo ovale rifinito in palissandro un po' in disparte cinque posti alla destra della destra del boss sfiorando impercettibilmente il tasto d'accensione del notebook. E si discute loro sibillinamente un pararsi reciproco di spalle e culi su questioni di massima insondabili ad un mortale che climatizzano vieppiù innervandosi nel ronzio prospettico di una giornata che si dipana livellando identica uomini e dei al di qua di tapparelle che opportuni sensori alzano e abbassano silenziosamente sì che il sole di fronte seppur pallido ed asfittico non incendi non alteri il filo dei pensieri del brainstorm. E il capo della controparte, che siede a fianco guardacaso alla parte, a me sembra un ossimoro proprio laddove richiederebbesi invece una dialettica, magari accomodante ed asservita ai compromessi della politica, ma pur sempre riconducibile in sintesi almeno ad una tesi ed un'antitesi. Hanno il problema e il problema del problema, hanno la soluzione di massima e di minima, l'alternativa preferita, l'extrema ratio, il cammino preferenziale da proporre anzitutto al presidente e al comitato che lo firmino. Poi qualcuno fa il mio nome, ed è silenzio e voltarsi avido d'occhi che s'appuntano cagneschi ad un'attesa. Dal quinto posto alla destra della destra io prima di dire "Io penso che..." rivedo mentalmente i tre anni rimanenti del mutuo della casa, i due della Toyota, l'assegno di mantenimento, un cane, l'assicurazione sulla casa e quella sulla vita, la pensione integrativa, quella consolle di Gervasoni che sta da dio sotto alla libreria di cristallo di Tonelli, la settimana in Egitto a Maggio, la tenda elettrica per quest'estate sul balcone, il motorino da ricomprare con l'incentivo...

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:40 | link |
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lunedì, 18 aprile 2005

Uno tetragono a corsi e ricorsi modaioli (*)

Il 27 prossimo fanno 23 anni che ci conosciamo. Io non sono fissato ed anzi me ne stracatafotto, ma incontrovertibilmente devo asserire che lui ha:
- le stesse identiche camicie celesti in cotone o forse in popelin, chissà, con il colletto coi pinzi anni '70. Anche d'estate, però a maniche corte.
- gli stessi identici golfini celesti in lana pettinata e scollo a "V" che indossa quando fa molto freddo sulle camicie di cui al punto precedente. 
- gli stessi identici jeans "Lee" o "Wrangler" a vita bassa e a zompafosso. Il risvolto è alto almeno 10 cm. Non si può mai sapere, mai dire.
- gli stessi identici mocassini "minimal". In subordine lo stesso identico modello epperò con i lacci. In ogni caso neri.
- gli stessi identici occhiali con montatura nera come quelli di mio padre sulla foto della patente del 1955.
- la stessa identica giacca "cool wool" blu scura per le occasioni importanti. (riunioni in sede centrale, matrimoni, funerali).
- la stessa identica scriminatura a destra che fa da spartiacque a due crespe ed indomite nuvolaglie pelose.
- la stessa identica rada e scarna combinazione barba-baffo-pizzetto. Non cresce, non imbianca, non infoltisce.
- lo stesso identico sguardo, una boccata d'erbe, quando ci raccontiamo di quella volta sul Machu Picchu.

(*) Titolo suggeritomi da ermionetraipini

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:29 | link |
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Un dubbio vaporoso

M'era capitato questo e perfino questo. Ma ritrovarmi stamattina sotto la doccia uno in costume ascellare e occhiali da vista con montatura nera anni '50  e l'inconfondibile abbronzatura da stradino m'ha fatto dubitare, tra i vapori, che non fossi ancora rimasto impigliato nelle fumose propaggini di un sogno.

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:07 | link |
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venerdì, 15 aprile 2005

Incidenze

Ieri sera io e il "secco" siamo andati a vedere un film israeliano intitolato "Camminando sull'acqua" di cui non ho alcuna voglia di parlare. Quello di cui voglio parlare è del dopofilm. Siamo andati come sempre a farci un paio di doppio malto: io rosse, il secco bionde. La barista, che trovate in coda a questo post, ce l'avevo esattamente di fronte che pisticchiava ghiaccio e menta e zucchero e lime per i mojitos e i daiquiri e shakerava negroni e manhattan a gogo. Non l'avrei mai creduto, ma al cospetto di tanto generoso ballonzolare un pensiero è andato proprio a voi tutti, nessuno escluso. Mi si chiederà il perchè e il percome. Non lo so, sinceramente: sarà effetto della sinergia tra la birra il film le noccioline la nasona e questo post della sogliola. So solo che prima di finire qui dentro io leggevo un libro ogni due giorni e certe volte anche uno al giorno se non due. Adesso mi sono schiattato "La donna della domenica" di Fruttero e Lucentini, e dico schiattato perchè trattandosi di un giallo avrei dovuto berlo tutto d'un fiato mentre c'ho messo una decina di giorni per finirlo. E tutto questo è solo colpa vostra, ma in fondo in fondo anche mia e quindi nostra. Non posso continuare così. "L'età dell'innocenza" che ho qui a fianco alla tastiera non lo merita. Una leggera annusata me lo prefigurerebbe come un romanzo ben scritto, e continuare a vagare qui dentro con questa frequenza è incompatibile con una lettura seria. Stacco un po' la spina. Al prossimo ballonzolio (avrei voluto essere quel ciondolo che occhieggiava torreggiando sulle bibenda) e statemi bene.

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:56 | link |
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mercoledì, 13 aprile 2005

Una cronaca Romana

Al ventesimo giro notai Michele leggermente impanzanito sbuffare un toscanello in faccia alla "Piccola Irpinia" con l'occhio liquido mezzabbioccato e saturo ed il pallore sul volto che mò virava deciso verso il piombo, intonandosi perciò perfettamente al crine suo pettinato alla Mascagni nonchè al golfino di mistoalpaca a "V" che conteneva con un doppio tremolante rinsego la trimalcionica opulenza delle trippe.
Dalla mia Toyota, in cerca di un parcheggio, avevo già avuto il piacere di potere memorizzare nell'ordine:
- le traiettorie dei carabinieri a passeggio -in coppia com'è d'uopo- in pausa pranzo a lumare le fighe;
- un pugno di avvocati e/o di giudici, sciamati peregrinamente dal Palazzaccio l'ora seguente il tocco, diretti con tutta probabilità proprio dal buon Michele o in qualche altro locale ove poter poggiare l'alabarda;
- la procace bionda col cane, in attesa di chissà chi o di che, all'angolo del grande edificio delle Poste;
- il dinamico bulicame cromatico, lungo le aree autorizzate al parcheggio, innescato dall'alternanza di arrivi e di partenze.
In quanto a me, col cazzo che trovavo un posto per parcheggiare. Tre quarti d'ora prima avevo lasciato Luciano davanti alla "Piccola Irpinia" dicendogli: "Per me, un rombo ai ferri con patate e una bottiglia di Greco. Freddo, mi raccomando, il Greco". Nel frattempo, che fosse di sguincio, con due ruote sullo spartitraffico del lungotevere, in un'area a pagamento o riservata ai portatori di handicap, o addirittura sotto il patrocinio e la benevolenza di un posteggiatore abusivo niente da fare: non si trovava un buco dove lasciare 'sta cazzo di macchina. E sapete com'è in questi casi: se non ti adatti all'occasione che il fato ti scodella di primo acchito... be', allora o trovi il posto perfetto o sei disposto ad andare e andare e andare e giri come un coglione che non sai manco tu fino a quando e perchè. E reiteratamente rinnovando in excelsis il malumore per non aver voluto glissare (capoccione! testardo! perfettino!) su quel parcheggio non proprio ineccepibile, giustificato certo dall'impedimento creato dalla striscia di vetture disposte abusivamente in seconda e terza fila ai lati che - restringendo di fatto ad uno stretto corridoio lo spazio di manovra disponibile sfrantummavano qualsiasi aspirazione a lasciare nella posizione desiderata qualsiasi cosa eccedesse le dimensioni di una SMART - ancora tornavo con la memoria a personaggi e traiettorie e colori di cui dicevo dianzi e al rombo oramai giunto e certamente bell'e che raffreddato, alla bionda col cane che fra poco avrei dovuto riincocciare lungo questo carosello del cazzo, alla De Grenet Samantha che mi taglia or ora la strada nel taxi stationwagon scarrupato come il reality show cui mi viene peraltro d'associarla, alla strategia da adoperare, se non fosse preferibile attendere la preda immobile secondo i dettami scrupolosi e pazienti della pesca d'aspetto piuttosto che perseverare in questo sterile e sconsolante e vuoto anfanamento. Ma ecco, ed è qualcosa come un ictus o un infarto, la memoria di un colore nel posto che ora brilla opaco di un'assenza. Sì! E' il brillare paradossale di un vuoto proprio qui, di fronte alla pizzeria da asporto e al nugolo di teenagers d'accompagno. Freccia, mi infilo, scendo. Perfetto. Un occhio all'orologio: tre quarti d'ora, dopo la fila di 6 chilometri stamattina alle 7 a Roma Nord per lavori nella nebbia, e quell'altra sul raccordo per un tamponamento, e ancora poi quella mezz'ora fermi lì a Fiumicino per il fisiologico intralciarsi di chi imbocca l'anello per l'EUR e chi prosegue dritto come un fuso verso Ostia. Luciano, nel cantuccio ricavato tra un tavolo e la massa di cappotti ondeggianti sull'attaccapanni troppo pieno, pare un uccellino abbandonato. Mezzo rombo freddo, in pratica un triangolo stopposo e tiglioso adesso ingozzo in due minuti che manco un imbuto, un'idrovora, uno squalo. Il Greco tiepido, sfiatato di profumi e d'effluvi: non parla, non racconta, non canticchia...
Vita del cazzo, <<Fammi la ricevuta, Miche', che ripartiamo>>. Più tardi poi, nella nebbia fitta, lascio Luciano a Spello e alzo il volume al massimo; e dico solo grazie a Mick Hucknall "For Your Babies" e come un missile stanco mi fiondo verso casa. E col cazzo che mi sorpassa qualcheduno.

Legenda:
impanzanito           = dicesi di persona che ha molto mangiato sì da sentirsi gonfio alquanto.
rinsego                    = avvallamento in pieghe dovuto a straboramento eccessivo di tessuti grassi
posare l'alabarda   = andare a mangiare. Retaggio storico di consuetudine lanzichenecca.

postato da: fuoridaidenti alle ore 19:10 | link |
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martedì, 12 aprile 2005

Una Lingua Barocca

Ingredienti:
Una manciata scarsa di gamberi
una manciata scarsa di scampi
una manciata scarsa di mazzancolle
una generosa brancicata di rucola
uno scalogno o una cipolla piccola bianca
due spicchi di aglio
due pomodori maturi
un peperoncino piccante
due foglie di alloro
origano
mezza manciata di pinoli
mezzo bicchiere di vino bianco
Olio extravergine di oliva

<START_PREPARE>
Preparazione:
"Il segreto è la preparazione, l'esecuzione una baggianata"
Sembra apodittico l'apoftegma, ma ben racchiude il senso di questo piatto, da principiare intanto che l'acqua della pasta è quasi giunta al suo bollore.

L'unica dicotomia che si potrebbe dover affrontare dipende dalla provenienza dei gamberi.
if già precotti e sbucciati jump on label <PREPARE_CRAYFISH>
else                                jump on label <BEFORE_CRAYFISH>

<PREPARE_CRAYFISH>
Mettere a sbollentare per 3 minuti i gamberi in poca acqua senza sale e con una foglia di alloro.
Spegnere, lasciar raffreddare, sgusciare i gamberi (tedioso, lo so).
Serbare l'acqua (1/2 bicchiere) e la foglia d'alloro.

<AFTER_CRAYFISH>
Eseguire a crudo l'incisione sub-mazzancollare e sub-scampale raggiungendo così 2 grandiosi obiettivi:
- facilitare la promiscuità tra sughi interni ed esterni, a detrimento della pur naturale osmosi dei gusci, poco efficiente  alla bisogna.
- facilitare il reperimento finale delle carni crostaciche a spese di una suggente alternativa che per la verità, seppur prosaica, schiude invero ad altri mondi e ad altri piani (un ritorno "ad origines", si potrebbe argomentare).
Acciaccare dunque gli spicchi d'aglio, tritare molto sottilmente la cipolla o scalogno che sia, e la rucola.
Attendere che l'acqua della pasta raggiunga un pieno borbottìo, tuffarvi le linguine (il parallelismo è un must, si capirà a breve)
<START_COOK>
Mettere, su un bel fuoco vivace, una padella profonda (l'ideale sarebbe una per saltare la pasta), versarvi l'olio con magnanimità (non sarà dietetico, ma certe ipocrisie lasciamole fuori dalla cucina ok?).
Quando l'olio è molto caldo tuffarvi il peperoncino l'aglio la cipolla la rucola i pinoli l'alloro (laurum) il sale.
Far saltare il tutto a fuoco molto vivo per pochi minuti (l'appassimento cipollare faccia da guida ed ispiri, ma il tutto  richiederà 2-3 minuti).
Spingere i crostacei nella pugna, farli saltare anch'essi...così (2-3 minuti).
Aggiungere l'acqua di bollitura dei gamberi (if executed <BEFORE_CRAYFISH>) avec la foglia di lauro. Far tirare (2 minuti)
Dadolare i pomodori, aggiungerli al tutto e far saltare (2-3 minuti).
Aggiungere il vino, far sfumare (1 minuto).

<MATHS_CORNER>
Facciamo un pò di conti, tenendoci larghi: 3+3+[2]+3+1 = 12 o 10 minuti (x via dell'opzionalità del [2] ).
Una buona linguina richiede 14 minuti di cottura. Il che equivale a dire che si dispone dai 2 ai 4 minuti di tempo per:
- aggiungere un paio di ramaiolate di acqua di cottura al rattatuglio nella padella
- scolare le linguine
- incorporarle al resto
- spolverare con l'origano
- saltare saltare saltare till their whole cooking.

Finito.
<END_PREPARE>

postato da: fuoridaidenti alle ore 15:51 | link |
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lunedì, 11 aprile 2005

Polpette Metafisiche

(Libera rielaborazione di una ricetta di netta)

Si prende tempo, pazienza e buonumore, la meglio inquadratura del carattere. E l'abbondanza, che sceglierai profumata di uno sbocciare d'aprile o tuttalpiù di maggio. Che non manchi poi un pugno bello abbondante, se non due, d'affidabilità, correttezza e di rispetto. E un velo d'indulgenza, con la buccia. Setaccia una cucchiaiata di speranza, che dà il sapore giusto e che non guasta, ed un pizzico di pathos, per quel senso piccante che va diritto al sangue attraverso le papille della lingua. Poi metti nel frullatore, s'è il tempo che t'incalza, e sennò preferisci a mani nude; impasta il tutto, fagli girar la testa. Basta davvero poco, un turbinare scarso, che non si perda il gusto dell'uno per il tutto. Poi fai delle pallette con le mani, le schiacci ai poli, che non sian troppo lontani. Le impani, le friggi e te le mangi ad una tavola affollata, ch'è tempo uggioso di pioggia, si sa, ma già incalza e morde il freno il venticello

postato da: fuoridaidenti alle ore 10:14 | link |
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