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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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lunedì, 30 maggio 2005

Ovemai tu capitassi qui

"...Non amo che le rose che non colsi.
    Non amo che le cose che potevano essere e non sono state..."

L'azione poderosa delle gambe sue risucchiava la massa d'acqua in un'abbraccio vuoto per poi sospingerla e scalciarla via lontano in un arricciolarsi liquido di lingue, scìe vetrose e di spuma alle spalle. Si cancellava così, nel temporaneo corridoio d'una traccia, l'imperfezione della sua strana sgambata. Adoravo il tremore non trattenuto di quel piede sinistro affusolato laddove la corretta sequenza avrebbe contemplato piuttosto una salda torsione verso l'esterno della pianta "a martello" prima della liberazione propulsiva della spinta. Ma lei procedeva, sempre procederà così, con quel vizio nello stile della rana che ne personalizza in fin dei conti l'andatura. Perchè procedere è un aderire silenzioso ad altre tracce nascoste, procedere è il disegnarsi d'un percorso tra matasse aggrovigliate d'orbite già tracciate sotto la pelle calma e imperturbabile del tempo. Schiuse d'effimere, esercizi del nulla dunque quelle traiettorie illegibili nell'acqua. Ma il segreto d'amare veramente le cose sta nel serbare per sé quel che per altri è banale. Di fronte alla bellezza, a quella vera, può solo lo sgomento, la resa incondizionata delle armi, un franarsi, un'implosione di silenzi. Eravamo rimasti seduti l'uno di fronte all'altra per tutta la sera, come in altre occasioni. Mai più lontani, comunque, che lo spazio di un tavolo e una sedia. Ci ritrovammo poi a parlare di coppie e d'altre storie andate (lei guidava, io mettevo disordine tra i suoi CD). "Sei stato pessimo", mi disse infine ad un incrocio, ma io già ero altrove a masticarmi dentro queste cose. Sicchè sorrisi quando raggiunsi gli altri. C'è una corrente, la percepisco talvolta, fino al culmine estremo delle parole.

Crush (Dave Matthews Band)

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:39 | link |
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venerdì, 27 maggio 2005

Stati di Avanzamento

Una tranquilla serata. E' appena finito BLOB. Squilla il telefono.

- Pronto?
- Ciao. Disturbo?
- Scherzi? Dimmi pure. Come stai?
- E' per quell'assegno di accompagnamento.
- Ti è arrivato?
- Macchè! Una settimana fa m'è errivata una comunicazione della ASL in cui dicevano di avere accolto il ricorso e passato il fascicolo al Comune per i successivi adempimenti amministrativi. Allora ieri mamma è andata al Comune e ha scoperto, non ridere, che hanno sbagliato il nome
- Come sarebbe a dire sbagliato il nome?
- A loro risulta Gabriele invece che Gabriella.
- O bella. E allora?
- Volevano che mi presentassi personalmente in Comune con un documento d'identità.
- Ma scherzano? Ma ci hanno guardato nel fascicolo? Cazzo, dopo che ti hanno fatto tutte quelle visite, quei controlli, commissioni e controcommissioni. Anche un imbecille capirebbe che c'è stato un errore nell'acquisizione dei dati. E poi, che cazzo, l'anagrafe lo saprà bene che non esiste anche un Gabriele con il tuo cognome e la tua data di nascita nato a Napoli. O esiste? Non dirmi che esiste, ti prego.
- No no, non esiste. Ci mancava pure questo.
- Be', allora non capisco proprio la necessità di chiedere di presentarti di persona lì in Comune.
- E già. E oltretutto come facevo? Voglio dire, materialmente come facevo? Lo sai, non posso muovermi.
- Ma mamma gliel'avrà fatto presente, mi auguro, tutto questo.
- Sì, per fortuna. E sai che gli hanno risposto? Che il massimo che potevano fare (e sai come le hanno detto? "Signò, giusto perchè siete voi, ché non sarebbe regolare!") era di  inviare una commissione a casa mia per verificare e certificare definitivamente il fatto che io fossi veramente Gabriella e non Gabriele.
- Incredibile! Ma tu che dici?!? E sono venuti?
- Stamattina. Si sono presentati in due. Gentilissimi. Se Dio vuole, da quello che hanno detto, mandavano immediatamente la pratica all'INPS per la liquidazione.
- Ok. Domani sento un po' quello che posso fare. Poi ti faccio sapere.
- Grazie. Sei molto caro.
- Figurati!

Il giorno dopo.

- Pronto?
- Ciao. Sei al lavoro?
- Ciao. Sì, ma non c'è problema, dimmi. Ieri sera mi ha chiamato Gabriella. Novità?
- Allora già sai tutto. Stamattina sono tornata al Comune. Mi hanno detto che ieri, dopo la verifica d'identità, hanno inviato il fascicolo all'INPS. Puoi fare qualcosa?
- Be', vedrò che posso fare. Però se l'hanno spedito ieri io direi di aspettare una settimana almeno. Sai com'è: tra i tempi della posta, una cosa e l'altra, una settimana mi pare il minimo.
- Fa' tu. Ciao.
- Ciao.

Una settimana dopo.

- Pronto?
- Sì. Buongiorno signora. Le ho inviato ieri l'altro un'email. Ho visto che l'ha ricevuta. Riguarda quell'assegno di accompagnamento... si ricorda? In Comune avevano sbagliato il nome. Da Gabriella a Gabriele...
- Ah... ricordo! Sì. Effettivamente ci è giunto il fascicolo. L'abbiamo già liquidata.
- Di già? Caspita! Complimenti!
- Eh, sì. Diamo sempre la massima priorità a questo tipo di adempimento.
- Beh, la ringrazio infinitamente. Adesso che cosa deve fare mia sorella? Le arriverà qualcosa... il libretto... o cosa?
- Le arriverà a stretto giro di posta tutto quanto. Intanto le dico l'importo degli arretrati, che al 31 Marzo è di ...omississ... euro. I ratei saranno invece regolarmente in pagamento a partire dal prossimo Aprile.
- La ringrazio ancora, signora. Arrivederci.
- Ma le pare? Buona giornata.

Un mese dopo. Una giornata grigia. Una primavera che non decolla.

- Pronto?
- Ciao. Come va?
- 'Na schifezza, lasciamo perdere. Senti un po': potresti informarti per quella faccenda di tua sorella? Ieri mi diceva che ancora non le è arrivato niente.
- Come non le è arrivato niente? Ma se Un mese fa...
- T'hanno detto una cazzata. Ancora non le è arrivato niente.
- Maddài! Ci penso subito. Per ogni evenienza ti lascio il numero di telefono della signora con cui ho parlato. Così, ci puoi provare anche tu a sollecitarla.
- Vabbuò. Ciao.


Telefonate all'impiegata.      Risposte.
83                                              0
Telefonate al capufficio.        Risposte.
83                                              0
Telefonate al direttore.         Risposte.
83                                              0
Telefonate al centralino.       Risposte.
83                                              0
Email all'impiegata.               Risposte.
1                                                0 (mai ricevuta)
Email al capufficio.                 Risposte.
5                                                0 (la prima, però l'ha ricevuta e letta. le altre no)

Due settimane dopo.

- Pronto?
- Ciao. Novità?
- Ieri mi sono arrivate due raccomandate dal Comune. Indirizzate a Gabriele.
- Ma come? Ancora?
- Sì. Come sai, non avendo un portiere nel palazzo, la posta viene ritirata dal vinaio di fronte. Lui le ha prese.
- Va bene, ma ancora con questa storia! Ma il Comune oramai dovrebbe saperlo che non esiste un Gabriele col tuo cognome, cazzo!
- Ci ho mandato mamma, in Comune. Sai che le hanno detto?
- No. Dimmi.
- "Signò, e se voi continuate a ricevere la posta allora vuol dire che Gabriele esiste.! Scusate tanto, noi che ne possiamo sapere se esiste o non esiste abbiate pazienza! Se non esiste, allora vostra figlia doveva scrivere sulla busta della raccomandata SCONOSCIUTO- RIMANDARE AL MITTENTE".

postato da: fuoridaidenti alle ore 07:29 | link |
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giovedì, 26 maggio 2005

A proposito di Relativismo

Sarà alto 1 e 60 circa. Di meno e non di più. Si parla della ragazza ecuadoriana che serve ai tavoli.
Alta pressappoco quanto lui.
- A me va proprio a sangue, ed è strano
- A chi lo dici a sangue! Ma perchè dici strano?
- Perchè è così cicinina, piccolina, anche se ha due bocce così
- Piccina? Pensa che è gigantesca per essere ecuadoregna (Poi, con la mano ad altezza del cuore)
In genere so' tutte alte n'cazzo e n'barattolo così!
postato da: fuoridaidenti alle ore 13:46 | link |
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mercoledì, 25 maggio 2005

Obsolescenza

From:  ...omissis...
To:      ...omissis...
Obj:     Dismissione macchine

Me l'aspettavo. Era stato pianificato nei dettagli, niente poteva più procrastinarne il compimento. Il fatto triste è che toccasse proprio a me. S'esiste un dio, pensavo, è il padre della logica binaria. Senza alcun dubbio. Procede per contrasti, per mere opposizioni: nero se bianco, acqua quando fuoco, triste dove allegro e viceversa. Dispensa contrappassi, come Dante Alighieri, a mani basse. Toccava dunque a me mandare in rete l'ultimo impulso e assistere alla fine. Mi avvicinai pertanto alla consolle con l'espressione quanto più intonata alla circostanza. Per anni, per quindici lunghi anni, fantasiliardi di cicli-macchina rubati. E adesso niente, il nulla a propagarsi nella rete. Dismissione per obsolescenza. L'idea m'era venuta un giorno, compilando un programma di contabilità. Un loop d'iterazioni gonfio o sgonfio a seconda degli eventi: bilancio preventivo, consuntivo, trimestrale, flussi di cassa, partite viaggianti. Calcoli, sommatorie, dare e avere, aggiornamento d'archivi, libri mastri. Fu per tentare d'imbrigliarne l'entropia (file not found, chiave duplicata) che pensai di plasmarlo d'umanità. Blink di cursori, barre di riempimento, warning all'utente, sfarfallìi di pixel. Ma ancor più sotto, che solo il debug poteva rivelarlo, ci avevo nascosto granelli inconsistenti, jump con ritorno, tritumi dell'anima. C'era il mio primo cane lì, Pinky la barboncina, quel pervicace strusciare di zampe nei suoi ultimi giorni. Qualche utente l'aveva intuito. "Compare un messaggio, ma è solo un attimo, non si riesce a leggere quello che c'è scritto". Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Una catena così. Di programma in programma. La gestione delle procedure conferenti: ci misi il professore del piano terra, la sgallettata tresca con la vedova del terzo piano. "...è solo per un attimo...". Requiem aeternam... Chiusure di fine esercizio: due occhi verdi, una frangia bionda, un campeggio. "...è solo per un attimo...". Requiem aeternam... Fino a giungere al kernel, ai servizi del call center, alla capricciosa granularità delle telefonate, all'inbound e all'outbound, alla crontab. Erano le mie preghiere, i miei ricordi nella rete. Chissà fin dove sono arrivati a propagarsi. Ché arrivi a un punto che sono troppi, troppi davvero quelli che tu ti porti dentro. E' una folla d'occhi, un fiume di sussurri. Troppi per non affidarli a qualcosa che non sappia di vento. Oppure d'acqua. O all'orbita d'un elettrone.

Spiegazione
Quindici anni fa cominciai a mettere, nei programmi che scrivevo, delle routine che non facevano nulla. O meglio: leggevano una stringa, una frase legata a qualcuno o a qualcosa, la stampavano a video per un istante, poi tornavano a fare quello che dovevano fare. Rubavo in questo modo pochi cicli di macchina, un'inezia. Mi si chiederà lo scopo. Nessuno. O forse un'esigenza simile a quella di coloro che lasciano al vento o ai fiumi le proprie preghiere. Piano piano, col tempo, questa sorta di mia personalissima signature, questo intreccio d'esistenze frammentarie, ha vagolato in chissà quante e quali reti remote. E' stato il sottofondo subliminale di contrattazioni telefoniche, di stesure di bilanci, di trasferimenti file e via discorrendo. La dismissione, oggi, della rete di macchine obsoleta e del loro software, ne decreta il definitivo spegnimento.

postato da: fuoridaidenti alle ore 18:52 | link |
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lunedì, 23 maggio 2005

E' proprio facile, basta un semplice click. E un momento particolare, ovviamente. E niente altro. Che ne so, un giorno che sei scazzato per un motivo tuo che qui, benchè ci vomiti i tuoi fatti belli e brutti tutti i giorni o quasi, in fondo in fondo i cazzi tuoi hai voglia a raccontarli, fanno male lo stesso. L'aveva preannunciato già da un pezzo, più di una volta. Poi l'ha pigiato, fra le 10 e le 15 di oggi. L'ha fatto, ha schiacciato il pulsante come nei films americani quando s'innescano i conflitti atomici. S'è portata via così in uno zero assoluto la sua esistenza di blogger. E a me già manca molto. Manca lei, quella sua traccia discreta e silenziosa e tutta quella parte nostra che era in lei. E' stata una delle prime persone ad accogliermi qui dentro. Con gentilezza. Mi pare adesso proprio per questo di avere un motivo in meno per rimanerci anch'io. Vi prego, ti prego MarisaAnnaBrunellaMK o come cazzo ti chiami, ritorna. Il tuo link  io non lo cancellerò.

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:42 | link |
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venerdì, 20 maggio 2005

Che non si dica poi che metafisico non è innanzitutto fisico

Mimì in silenzio sbucciava mandarini presso il finestrone della cucina. Era tutta diversa, la cucina, a quei tempi. Il finestrone, anzitutto. Che era di legno, non d'alluminio, con la maniglia d'ottone e i vetri semplici, non come quelli di adesso, doppi, col vuoto in mezzo, insonorizzati e coibentati.
<<Un po' più su con le gambe, ancora un po'... così. Va bene così. Perfetto. Non si muova. Tenga la posizione>>
Poi c'erano le tacche fatte sul legno. Con la data e le iniziali. Segnalavano di quanto s'era cresciuti. Che poi noi imbrogliavamo sempre. "State dritti!", ma un poco un poco tutti e tre ci tiravamo su con le punte dei piedi per sembrare più alti. E la luce, ch'era come se contenesse in qualche modo l'impronta fredda o calda delle stagioni.
<<Spinga, ora, e si rilassi. Mi raccomando: si rilassi. Poggi pure la testa. Si distragga>>
Comunque è assodato: accadeva di sera. Dunque Mimì in silenzio di sera sbucciava quei mandarini presso il finestrone della cucina. Cazzo, Mimì, quando l'ascensore veniva bloccata da qualcuno, come batteva con quelle mani sulla porta e urlava "ASCENSOREEE!! ASCENSOREEE!!" e giù con la mano boom boom boom. Era fatto così, un uomo tutto d'un pezzo. Del resto, come aveva detto quella volta a quel tenente tedesco? "Un ufficiale italiano non prende ordini da un ufficiale tedesco". "Mimì, che fai, sei pazzo! Torna subito a casa e andate via!". Dovettero sfollare con un terrore in più.
<<Hmm... e mi dica: le è capitato altre volte di sanguinare?>>
<<No. La prima volta. Forse un'altra volta, mi pare. A diciott'anni. In campeggio>>
Dov'ero? Ah, l'odore delle scorze di mandarino. Già. I mandarini. Matto come un cavallo Mimì. Quando morì gli fecero il picchetto d'onore. Non c'ero, a me l'hanno raccontato. Ci avevano mandato, noi tre, da zia Ileana. Mamma chiamò la sera, al telefono. "E' finito", disse, le tremava la voce. Tutto qui. Ma io posso immaginarlo comunque quel picchetto d'onore giù in cortile. L'ho sempre immaginato, senza alcuna fatica. Per forza, con tutto quel viavai d'uniformi che giravano per casa. Del resto Mimì era proprio fissato con l'esercito: l'associazione del fante, l'attendente, quell'omino che ancora veniva a trovarlo a casa, veniva dalla Sardegna "Colonnè, comandi, sono venuto a trovarla"
<<Altre indagini, in precedenza, ne ha mai fatte?>
<<Altre indagini?>>
Le medaglie, la sciabola, tutte le foto, le manifestazioni, il sacrario di Redipuglia. E il cappellano militare? L'unico prete, l'unico, che Mimì sopportava. Perchè s'era fatto due guerre. Come lui.
<<Un clisma opaco, una colonoscopia>>
<<N-no, assolutamente>>
Cazzo, portami via Mimì, portami via adesso con quelle scorze di mandarini. Quando suonavi il piano e fumavi la pipa. Quando le arance le vendevano con le foglie. Quando il mondo era bello infiammarlo talvolta con le cartine dei Tarocco di Sicilia.

postato da: fuoridaidenti alle ore 23:03 | link |
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giovedì, 19 maggio 2005

La consapevolezza dell'equilibrista

Lo sbadiglio s'estese ben oltre la nudità angolare di un gioco di mandibole. Schiuse alle linee di fuga della propria coscienza, gli ritornò l'immagine sbiadita di quei due fertili occhi di terra bagnata. Com'era quel verso? "Ultimo oro di stelle cadute". Non se ne sorprese. La vera esperienza è una questione di dosaggio di quel che si trattiene concedendo, di quel che si concede trattenendo.

postato da: fuoridaidenti alle ore 19:54 | link |
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martedì, 17 maggio 2005

Quello che non sopporto è che ne soffrirete

C'è poco o forse nulla affatto di me stesso qui dentro, mi dico. Pizzetti, mosche, basette ed ovviamente capelli lunghi più o meno e brizzolati a seconda dell'angolo d'incidenza delle luci, dell'esperienza, della cura e utilizzo in certi casi sapiente di lozioni, gelatine ed altre spume. C'è poco o nulla, cosa vado mai a pensare, nascosto agli altri dalla densità del mio bicchiere. Un coreuta tra i tanti, un tempo perso, il flettersi d'impalcature d'ossa a disegnare tracce lungo sezioni fluide di crescenti densità di buio. Che poi è veramente tutto lì, nella fiducia che sai riporre nei tendini delle dita dei piedi e nei calcagni, è tutto lì che si gioca lo stacco, si perfeziona la parabola, il disegno del tuffo.
Masticano il cielo le traiettorie dei caccia, uno spesso strato di nubi ne anestetizza i segni.

postato da: fuoridaidenti alle ore 16:14 | link |
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