...Ain't no good thing ever dies
I'm gonna take it With me when I go
...All that you're loved is all you own
I'm gonna take it With me when I go
...In a land there's a town
And in that town there's a house
And in that house there's a woman
And in that woman there's a heart I love
I'm gonna take it With me when I go
I'm gonna take it With me when I go
Ho passato due ore ad ascoltare questa canzone, sfogliando i lavori che Biba ha svolto quest'anno all'asilo.
Mi avevano consegnato quattro cartelle: disegni, collages, poesie, foto ricordo.
Ho passato due ore ad ascoltare questa canzone, sfogliare disegni, piangere.
Tutto quello che davvero lascia sgomenti ha a che fare inevitabilmente con la morte.
Ha a che fare con quella soglia oscura al di qua della quale lo si vorrebbe trattenere.
Tutto quello che amiamo, il fatto stesso di amare, non è nient'altro, in fin dei conti, che un tentativo.
Take it away (T. Waits)
C'ero stato quando tutto intorno allora m'era grande: la portineria, la scalinata, il corridoio, i banchi rivestiti di fòrmica acquamarina. Lui non l'ho visto più. Lui è solo quel che è rimasto intrappolato nei racconti che in seguito inventai per far ridere e spaventare le mie figlie. Non so e non m'interessa sapere che fine lui abbia fatto nella vita reale; è molto presumibile che sia morto oramai. Di tempo, da allora, ne è passato proprio tanto. Mi dissero - mai saputo però se fosse vero - che l'attesero in tanti, una volta, all'uscita. Fu strattonato, spintonato, si disse addirittura malmenato. Forse in seguito a questo si dimise, i tempi non si conciliavano più per niente con la sua metodologia. O forse si dette malato. Oppure andò in pensione. Non lo so. Mi basta e m'avanza serbare solo un'immagine d'allora, che è nitida, qui dentro, come fosse una storia d'oggi. Ed è in piedi, il maestro, qui in mezzo, in quest'aula che oggi io sovrasto e nella quale giganteggio. Allampanato e segaligno, con quella testucola d'uccello acquatico (a un trampoliere, faceva pensare, oppure a un pellicano) in cui brillava la totale mancanza delle labbra, i capelli radi, sottili e grigi pettinati all'indietro, gozzuto ed arrochito di sigarette nazionali senza filtro, lui indossa quella grisaglia, sempre la stessa, e s'aggiusta gli occhiali, due minicannocchiali, su quel naso aquilino.
Quello che mi ha lasciato, tra le altre cose, di quei tempi è:
- di quella volta che sollevò letteralmente il mio compagno di banco afferrandolo per le orecchie.
- di quella volta che a un altro di noi abbassò con violenza la lavagna, facendogliela sbattere sulla testa.
- di quella volta che con un violento cinquedita fece uscire a M.V. il sangue dall'orecchio.
- di quella volta che fece stare tre bambini in ginocchio vicino alla cattedra finchè non suonò la campanella.
Ad uno di loro scorreva il sangue dal naso, mischiandosi a singhiozzi e lacrimoni; un rivolo triste,
di variegate trasparenze.
- di quella volta che suo figlio fece sciopero e venne in classe nostra per farsi consegnare le chiavi di casa.
Certi ceffoni, prese, che non so se gli furono poi utili ad aprire la porta. A noi sembrò davvero innaturale
questo schiaffeggiarsi tra adulti, ché per noi, allora, padre e figlio erano posti entrambi su uno stesso
piano lontano. Lo schiocco dei ceffoni, l'ansimare d'attacco e difesa, quel sagittare di capelli sotto i colpi.
Proprio come tra pugili su un ring.
Io l'ho sempre scampata, per via di quel soffio al cuore.
A ritornarci dopo una vita e per puro caso (viaggio di Gulliver, questo mio, al rovescio), la cosa che ho percepito veramente è stata questo scarto di prospettiva del mondo circostante: quello che allora m'era grande ora invece è una minutaglia di cose.
Nel libro del destino noi siamo nella stessa riga.
Shakespeare Romeo e Giulietta
Lo sposalizio
...
Anche la vita è un istante soltanto,
soltanto un dissolversi
di noi stessi in tutti gli altri,
come offertici in dono.
Solo uno sposalizio che dal basso
irrompe dentro le finestre,
solo una canzone, solo un sogno,
solo un colombo azzurrognolo.
Autunno
...
Tu sei il bene d'un passo funesto,
quando vivere dà più nausea d'un male.
Ma la radice della bellezza è l'ardire,
e questo l'un verso l'altra ci attrae.
B.Pasternàk da Il dr. Zivago
Affronta le crespelle di cacao squizzando il variegato bianconerume di caprino e d'olive ch'è una goduria per gli occhi e per le canne della gola. Il Rosso già ne ingollammo due bottiglie, sgommandoci in quel rubro sogghignare mogli, mariti, figli, figlie e amanti. Scopro che il sopraccigliato è un ingegnere maghrebino stanzializzatosi appo loci meneghini. Senz'altro il più compassato della banda: never forever sgomiterebbe sur le table e prima di bere forbisce i labbri con ritegno. Ottempera i precetti, bontà sua, del galateo di monsignore Della Casa. Ci snobba, credo, noi romanacci e noi terroni. Con lui parlo di Carlo Emilio Gadda, di cui parrebbe ghiotto estimatore. E' la poiesi di una deriva letteraria; gli s'addruma l'occhio, ché il Pasticciaccio, si sa, ispira parecchio di squinci oppur di squindi. Ergo chiedo il permesso, scosto la sedia, cavo la giacca e mi schiarisco la voce. La questione è sulla presunta relazione, come dire, non proprio adamantina, tra la vittima e l'ipotetico/a assassino/a. Questo stappa tutta una serie di commenti e jumping vari che da via Merulana ci sospingono chissà come a Panisperna e dunque ovviamente a tutti i suoi ragazzi, alla fisica, l'elettrone, l'informatica e le reti. Nel frattempo ci s'ammannisce generosi di tagliatelle, petti d'anatra, sformati. Io opto, fin d'after le bottiglie di cui dianzi e già bevute, per un Sagrantino, stessa identica cantina. Mi s'asseconda, mi si dà fiducia, mi si complimenta, dopo l'assaggio, per la scelta. Ci si smascella ruminando, fluisce il pasto tra tinnire e tracannare. Sudo, sudiamo, seppur climatizzati, al doppio triplo grappino di brunello che infiamma o gela, non saprei adesso, il trancio di torta a compendio e commiato. E' a questo punto che mi si gira, sorridendo, e mi fa:
"Ma 'nsomma che te sei risposato a fà?".
Come dire, resto nu poc' incravattato, ma recupero l'assenza di nessi circostanziali.
"E' così. Cosa vuoi che ti dica?"
"No, volevo di', uno riacquista 'a libertà, anche 'n ber tipo. E po' c'ha 'a possibilità d'annà 'n giro pe' lavoro, de fà come je pare. No... capito? Dai, annamosene, portame a vede' Peruggia, che questi tanto mo' vonno annà a dormì".
Voi che avreste fatto? L'ho riportata all'albergo ch'era sbronza. Niente cellulare, niente email. Niente di niente.
Solo un gran mal di testa stamattina.
Don't Drink The Water (Dave Matthews Band)
L'albergo lo conoscevo, non mi si chieda perchè e percome; quando arrivo al bureau mi faccio annunciare così come da accordi precedentemente intercorsi. Mi s'indica con sussieguo un quadrilatero di sedute che guadagno. Decido di porgere le mie tigliose chiappe su un divanetto avorio capitonné che sprofonda all'intrasatta con un fischio sottile, morbido e prolungato emulando pertanto, mi sovviene, la poltrona di Fracchia o Fantozzi.
Sicchè chiedo a me stesso medesimo, nel mentre che di reni e gambe lavoro alacremente quanto abbisogna al ripristino d'una sobria verticalità, se il progettista di siffatta meraviglia v'abbia mai posto le sue chiappe, tigliose o boffici che fossero, augurandogli nel contempo un accidente. Poi passo a considerare, rinfrancato, se il completo di lino irlandese a tre bottoni in cui m'impinguino non sia forse un po' troppo impegnativo per l'occàso. Massì, ma che cce frega, fàmo gli splendidi va'!. Dopo aver riportato dunque il fil di schiena a ortogonare il piano, pressappoco, su cui i miei piedi borotalcati preventivamente e poi vieppiù infantasminati nelle scarpe di cuoio inglese fanno solida presa, un gàrrulo zoccolare sbottante all'apertura delle porte ascensoriali in qualche modo mi striscia a mo' di velina la notizia che l'attesa parrebbe giunta a compimento. Chincaglierando di collane e di ferraglia varia la vedo infatti incedere trionfale come s'un manto d'ova sbilenche, oblunghe, fragili e traballanti. Rimpannucciata in seta o rayon, non so bene che non me n'intendo, quel che rammento è il fucsia riverberar virando su toni più chiari e scuri che a onor del vero ben s'intona alla nuvolaglia rosata che il ruvido intonaco adorna e soffonde in sottofondo a questa sala. Che è niente male, niente male affatto. (la sala intendo, malpensanti).
"Ciaaaao! Sei arrivato! C'ho 'na fame! E Tu?"
"Io... be'... un po'"
"'Nnamo va' che mo' arivano gli altri. Intanto ci pigliamo un prosecchino"
La tavola riservata ha sei coperti (voi pensavate a un "tete a tete" e invece nisba, lubrici e pervertiti).
Menù standard a base cioccolatosa, ergo ChocoMenù che vado a enumerare.
- Crespelle di Cacao con Mousse di Caprino e Olive
- Tagliatelle Nere ai Funghi Porcini e Filetti di Pomodoro
- Petto d'Anatra in Dolce Forte, Sformato di Spinaci all'Agro
- Torta Eurochocolate.
Vini consigliati : Bonarda giovane, Rosso di Montefalco, Ala Amarascato o Barolo Chinato.
"Allora, semo riusciti a chiudello 'sto lavoro. Nun ne potevo più, davéro. Tutti a dì: je la fàmo, nun je la fàmo... alla fine je l'avemo fatta. Così mo' se ne potemo annà pure in ferie no? Tu 'ndo vai?"
(sfavillare di denti sbiancati e pietre dure. La sua collana uno, due, quattro giri quelli che conto, forse rame od ottone e pietre che innervi dunque l'alma gipsy ch'è trendy assai quest'anno)
"Mi è saltata una settimana a Maggio in Egitto. Ora vado due settimane a Napoli a luglio. Poi a Settembre in Portogallo"
"A Napoli? Ma ci so' pur'io a Lujio! E che zona di Napoli?"
"Vomero"
"Vomero? Dove c'è San Martino? 'A conosco. Magari 'na sera s'annamo a bere 'na cosa, che dici?"
"Ehm... sì, perchè no?"
"Ma quanno arrivano questi? Io c'ho na fame!"
Arrivano.
Quello brizzolato con un mare di capelli tagliati a spazzola,
quello secco con pochi capelli lunghi e cotonati,
quello coi baffi che assomiglia a Mario (o Pippo?) Santonastaso,
quello con le sopracciglie folte e senza alcuna soluzione di continuità.
Ciao ciao ciao ciao ciao. Sediamo, lei alla mia sinistra.
Si propende per un Rosso di Montefalco (Rocca di Fabbri).
segue
Deve avere già salpato da un pezzo la rada dei quaranta. Non è molto alta e piuttosto bene in carne. Indossa jeans alquanto stretti che se non potessero affidarsi alla sottile vertigine di quei bianchi tacchi a spillo sciampanerebbero sul pavimento che manco il "Mocho Vileda". E' inguantata altresì in una maglietta di microfibra color sabbia la cui larga scollatura plissettata offre all'altrui sguardo, con munifica benevolenza, quel davanzale di soffici polposità propedeuticamente imbrunite a forza di lampi UVA. Mi ha detto di sentirsi molto "africana" datosi ch'ebbe natali in terra trinacria, ma la cosa mal s'attaglia al romanesco su cui inciampa di sovente, virando inoltre -e direi volentieri- nel burino. Non porta fede al dito, piuttosto un anello al pollice ed uno al mignolo della mano sinistra. Ha belle mani, lo ammetto, che sa far scivolare su quei tasti con discreta agilità. Non l'includerei tra coloro che digitano con un ditino solo, quelli che vanno con un procedere rachitico ed indeciso; piuttosto è a metà strada tra una buona tecnica d'autoadattamento dattilografico professionale ed il purismo verace della qwerty a dieci dita. Controlliamo la rete, ricablata di fresco e neoprotocollata.
"Aspè, mo' je sparo er file de configurazione corètto... dije de resettà... smorza er concentratore... ce vorrà 'n minuto. S'annamo a fumà 'na sigaretta?"
"Grazie. Ho smesso da un pezzo", le rispondo.
"Ma manco 'n vizio c'hai? Vabbè, dopo almeno 'r caffè lo piji!"
"Lo piglio"
"No lo pijo! Lo paghi!"
"Che domande! E' implicito"
"Implicito. Come parli! Ma anche 'r resto lo fai difficile come parli?"
"No. Il resto è più difficile ancora".
E' andata via sculettando, cotechinescamente strizzata dentro a quel paio di jeans. Manco lontanamente s'immagina dove e con quanta grazia la traghetta in quest'istante esatto questa mia glauca, subdola, profonda e perfida stronzaggine di blogger.
I won't be disappointed (D. Sylvian)
segue
Era una bambina, indovinate un poco, molto ma molto assai schifiltosa. Se il babbo, la mamma o persino il fratello o la sorella le dicevano ad esempio "Mi fai dare una leccata al tuo gelato?", lei nemmeno rispondeva. Niente affatto. Scrollava semplicemente quella bella testa ricciuta e sorridendo si faceva uscire uno "Tsè!" su cui c'era ben poco da negoziare. Nessuno, nel quartiere, ricordava più il suo vero nome. A furia di sorrisi, scrollate ricciolute e dinieghi ribaditi con quel "Tsè!", era oramai diventata per tutti "Schifiltina". Non vi dico se trovava, per sbaglio, un capello nella minestra. Non sia mai! Lanciava, da quegli occhioni nocciola, un urlo accusatorio al mondo intero. E c'era ben poco da replicare e da discutere. Hai voglia a dirle cosa vuoi che sia un capello in fin dei conti: per Schifiltina era un affronto immane, un argomento scandaloso, una vera e propria vergogna; e quella minestra, un tabù da cancellare. E questo suo atteggiamento valeva tanto per il capello nella minestra che per la lattina d'aranciata o d'estathè alla pesca, che non t'avrebbe mai permesso di sorseggiare se non lasciandotene appena appena quel pochettino giusto alla fine. Te la vedessi tu se ti schifava o no metterci o meno la bocca dopo di lei. E per il gelato o per la granita solamente se prendevi un cucchiaino nuovo potevi sperare di averne una cucchiaiatina e, bada, una soltanto, che la seconda già le avrebbe fatto schifo. Be', incurante degli ammonimenti della mamma "Figlia mia, se continui così prima o poi ti troverai male!", tutte le volte che si metteva a tavola a pranzo o a cena, Schifiltina prendeva sempre un canovaccio pulito per rilucidarsi le posate, poi il bicchiere e infine i piatti. Altrimenti: nisba, mangiare sarebbe stato un calvario. Un lunedì pomeriggio, come ogni settimana, di ritorno dalla scuola di danza, Schifiltina passò in portineria per farsi dare le chiavi di casa. Era molto stanca ed affamata perchè quella settimana doveva preparare il saggio di danza e dunque la maestra l'aveva fatta lavorare molto. La portiera, la signora Pina, quando la vide le disse "Figlia mia, cosa posso fare per te?" "Buona sera signora Pina, mi darebbe le chiavi di casa?" "Te le darei volentieri se ce le avessi, figlia mia, ma non me le hanno lasciate. Sicura che in casa non c'è nessuno?" "Non c'è nessuno. Evidentemente la mamma si è dimenticata di lasciargliele" "Oh poverina! Posso fare qualcosaltro per te? Vuoi fare merenda?" disse la signora Pina scostando la tendina della portineria. Capirete! Schifittina vide una stanza fumosa, un bugigattolo surriscaldato e intriso di odori di cucinato. Fu tentata da fare il suo solito "Tsè!", ma si trattenne e disse "No grazie, signora Pina, aspetterò che torni qualcuno. Intanto vado a farmi un giro". E così dicendo uscì per strada. Non aveva fatto che pochi passi quando vide il suo amico Giovanni, inguantato nella tuta da imbianchino tutta ravvivata da schizzi di vernice, che stava addentando una bella palatella di pane cafone, zeppa ben bene di peperoni e melenzane fritte. Stando, almeno, al profumo che mandava. A Schifiltina venne subito l'acquolina in bocca e pure un certo tremore allo stomaco, che Giovanni dovette in qualche modo percepire tanto che le disse "Schifiltì, vuoi favorire? Senza complimenti, tiè, piglia!", strappando una metà di quella palatella e mettendole sotto il naso quella bella mollica ben intrisa d'olio giallobrunito di frittura profumata. Ma, capirete, quelle mani polverose e callose, quella tuta schizzata di vernici... Insomma, per farla breve, Schifiltina scosse la testa, sorrise, fece "Tsè!" come al suo solito e se ne andò. "Troverai chi ti farà peggio!", le disse Giovanni, che intanto riprese ad addentar la palatella. Girato l'angolo, però, Schifiltina s'imbattè nella sua amica MariaGrazia, che proprio in quel momento stava per dare un morso ad uno sfilatino fresco fresco riempito di Nutella. Fu un duro colpo assistere a quello squizzamento di creme nocciolose trattenute a stento e fatica dalla sottile crosta dello sfilatino. MariaGrazia recuperò con la lingua tutti i riccioli di Nutella, sorrise all'amica e poi le disse "Ciao, Schifiltì, ne vuoi un morso?". E a dire il vero fu solo grazie alla grande forza di volontà che la caratterizzava se anche in quest'occasione Schifiltina scrollò la capa ricciuta, sorrise e fece "Tsè!", allontanandosi dall'amichetta. Che la vide andar via senza smettere di masticare lo sfilatino imbottito. "Insomma, pare che tutti ce l'abbiano con me. Oddio che fame, che fame che fame!". E gira di qua e gira di là Schifiltina aveva appena voltato l'angolo quando vide don Gennaro, il babbo di Mariagrazia, che si stava scofanando a panz' all'aria, in canottiera bisunta e calzoncini, una bella padellata fumante di fagioli con le cotiche. "Schifiltì, non è che hai visto mia figlia Mariagrazia?", le chiese don Gennaro a mezza bocca, abbrancando il fiasco del vino. "Sì, don Gennaro, è qui dietro l'angolo. Sta facendo merenda". "Grazie, piccirè. 'Sti figli, ci vuole tanto d'occhi co' 'sti figli!. Ma ti vedo un po' sbianchiccia, piccirè, ti senti bene?" "Sì, don Gennaro, è che sono tanto stanca. Vorrei tornare a casa, ma non ho le chiavi". "Uh Gesù, allora non hai fatto merenda? Vuoi favorire? Non fare complimenti, piccirè", e così dicendo le avvicinò la cofana con tanto di cucchiara di legno mezz'affondata tra fagioli e cotiche. Che devo dirvi, stavolta Schifittina non ce la fece; sarà stata la fame o la stanchezza, il profumo dei fagioli e la callosità delle cotiche, o forse l'assedio già perpetrato dalla palatella imbottita di peperoni e melenzane di Giovanni oppure dallo sfilatino nutelloso di Mariagrazia... fatto sta che rispose con uno svenevole "Grazie, don Gennaro" e s'ingollò una boccata cremosa che fu come una sferzata d'energie che manco la CocaCola quando le bollicine le friccicavano nel naso!. "Piglia pure, piccirè, non ti mettere scuorno!" le disse sorridendo don Gennaro dal profondo del luccichìo del suo premolare d'oro massiccio. E passandole una mezza palatella smozzicata aggiunse pure "Facci un giro con questa dentro a quella padella. Fa', non ti mettere scuorno!". Cosa dirvi ancora. Schifiltina il giro ce lo fece e lo rifece, e i fagioli e le cotiche le colavano ai lati della bocca che tanto ormai non glie ne fregava più niente. Anzi, forbendosela con il braccio destro e poi il sinistro rispose "Don Gennà, pensate che mi farà male una sorsata di quel vino?" "Che dici, piccirè, aspe' che mo' ti passo il fiasco" Ove lei s'attaccò, che ve lo dico a fare, a garganella.
Il banano, nel bel mezzo del chiostro maiolicato che la biacca, riflettendone i raggi, annaffiava di sole, maturava, in serafica atarassìa, quel suo fardello fruttuoso e penzolante. Impensabile, data la latitudine. Ma s'era sentito dire, per bocca dei pescatori del luogo, di ben altre e più gustose stramberie.
Don Alfonso aveva una pelle che era come una scorza d'essenze esotiche: graffiata a forza d'unghie salse e ventose. Portava due bei baffoni neri e folti come fossero un sipario a quella sua bella chiostra dentaria forte e gialla di zanna che mastica tabacco e ciuccia pipe. Calzando l'immancabile berretto di lana blu qualunque ora o tempo facesse, intercalava la sua loquela a botte di "purtroppo", aggravando nel contempo lo sguardo e la bocca intera in una chiusa, impenetrabile contrizione.
"Stasera -purtroppo- sono tornato a casa e -purtroppo- c'era mia moglie. M'aveva fatto -purtroppo- una bella zuppa di pesce, fatta proprio -purtroppo- come a me piace...". Fu così che mi raccontò la storia di quello scoglio in mezzo al mare che le donne del luogo, secoli prima, con un tiro alla fune avevano provato a contendere alle acque. Ma la fune purtroppo si spezzò lasciando lo scoglio lì dove adesso sciaguatta, mentre le donne tutte ci guadagnarono quel culo schiacciato che avrebbero tramandato poi alle figlie.
"Purtroppo -guagliò- purtroppo". E questa volta non faceva una grinza.
Giugno sarebbe allora questo tetro bubbolare gonfio d'acqua? Macchè! Giugno era tutta una festa azzurra e senza regole, liberi dalla cavezza della scuola. E le notti poi? Ci s'abbracciava al cuscino ricercando, senza trovarlo mai, il lato fresco del lenzuolo. E il sale, quanto bruciava tra i capelli stoppacciosi di sabbia! E quelle pesche infine, gonfie di succo come mammelle bianche e profumate, le zuccheravamo sì che i morsi facessero una presa dolce. Giugno era un'avventura meritata ogni giorno: s'andava al mare, la mattina presto, prendendo la corriera celeste della "S.E.P.S.A.". S'arrivava a Lucrino o a Miseno, i luoghi della Sibilla e di Enea, viaggiando stipati e traballando per un'ora. E se all'andata era fresco ancora, al ritorno non ti dico l'arsura. In quel polmone di corriera che sbuffava e sapeva d'olio bruciato e di benzine. Che non stonava affatto, direi oggi con l'indulgenza che mi distilla il tempo, in mezzo a quel mischiume d'altri profumi di frutte e di merende, d'olii abbronzanti e di sudori femminili.
Mia madre, allora, era una donna giovane con i capelli corvini e gli occhi nocciola...
Stamattina, uscendo, ho preso l'ombrello.
Per farlo io, che non asciugo i capelli manco in pieno inverno, ho detto tutto.
Naima (J.Coltrane)
Paulo Coelho "Veronika decide di morire"
Ibidem "Monte Cinque"
Ibidem "Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto"
La magra consolazione è che 'sta pletora di luoghi comuni, 'sto nugolo di cazzate new-age da falso prete, 'sta robaccia in cui manca completamente l'elemento descrittivo, ma che dico elemento, il concetto astratto di descrivere qualsiasi cosa, una pianta una faccia una strada uno scorcio o quel che vi pare, richiede un giorno di lettura sì e no. Perchè l'ho fatto? Perchè sono sbucati fuori, 'sti tre cessi di carta, mentre spolveravo la libreria. Li bookcrosso (bookcrosso i libracci, quelli belli col cazzo che li lascio alle intemperie) nella speranza che qualcuno si astenga dal versare un centesimo per questo merdaio. Tsè, uno dei più grandi scrittori sudamericani. Ma andate bene a cagare!
Con lui ho condiviso un ciuffo d'anni bello folto con tutto quel che ne deriva. Gli sono stato come un fratello maggiore (anche se a onor del vero lui è dotato di quella costanza e forza di volontà granitiche che a me hanno sempre difettato). Poi, si sa come vanno le cose, uno di qua e uno di là e chi s'è visto s'è visto. Ma due anni fa, per il mio compleanno, ci ritrovammo. Intendo il ritrovarsi veramente, come può capitare dopo un naufragio tra superstiti. E ci siamo bevuti, in una sera soltanto, tutto lo spazio e il tempo che ci avevano separato. Io non ho più le illusioni di un ragazzo. Intendo dire, se mi chiedeste di prosciugare il mio già esiguo conto in banca per un ideale, be', non credo che lo farei più come magari un tempo. Però mi sono messo qui davanti alla tastiera, dopo aver letto quello che lui mi ha scritto. Gli dico, posso soltanto dirgli questo. Che per te, Mariano, io la metterei sempre in gioco la mia vita, come un tempo. Grazie.
"Caro Mauro,
non avrei mai pensato di ritrovarmi un giorno a fissare inebetito lo schermo di un computer inerme, annichilito da ciò che l'incolpevole strumento mi trasmetteva. Dolore, profondo come da tanto non mi capitava. Leggere le frasi che tu hai voluto fissare su una pagina virtuale mi ha fatto di colpo deragliare da un monotono pomeriggio in ufficio. Fino ad ora, gli schizzi disegnati erano per me un momento di distensione con note che spesso mi rimandavano ad un passato vissuto tante volte in comunione e condiviso. Ma il trasalimento che si ha quando incosciente si inizia a leggere pensando di rivedere momenti felici e di colpo ti ritrovi stordito da una crescente angoscia senza poter far nulla, se non tentare di non dar sfogo ai sentimenti che ti sfasciano senza pietà. Ho avuto il bisogno di scriverti come una volta, perchè anche la mia pessima calligrafia mi conforta quasi ad esorcizzare le paure percepite in rete. Mauro, sapevo dello scrigno che Francesca custodiva in sé e mi ripromettevo di parteciparvi anche la mia gioia. Ho saputo nel modo più subdolo che un angelo, Giulia_O_Diego, entrerà in Paradiso custodendo il segreto tremendo della vita e della morte.Ho scritto di getto, non ho la forza di leggere le mie parole. Abbraccia Francesca. Baciami Biba. Mariano"
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