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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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mercoledì, 29 giugno 2005

Quello che porto via

...Ain't no good thing ever dies
I'm gonna take it With me when I go

...All that you're loved is all you own
I'm gonna take it With me when I go

...In a land there's a town
And in that town  there's a house
And in that house there's a woman
And in that woman there's a heart I love
I'm gonna take it With me when I go
I'm gonna take it With me when I go

Ho passato due ore ad ascoltare questa canzone, sfogliando i lavori che Biba ha svolto quest'anno all'asilo.
Mi avevano consegnato quattro cartelle: disegni, collages, poesie, foto ricordo.
Ho passato due ore ad ascoltare questa canzone, sfogliare disegni, piangere.
Tutto quello che davvero lascia sgomenti ha a che fare inevitabilmente con la morte.
Ha a che fare con quella soglia oscura al di qua della quale lo si vorrebbe trattenere.
Tutto quello che amiamo, il fatto stesso di amare, non è nient'altro, in fin dei conti, che un tentativo.

Take it away (T. Waits)

postato da: fuoridaidenti alle ore 20:50 | link |
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lunedì, 27 giugno 2005

Da Brobdingnag a Lilliput (un maestro elementare d'altri tempi)

C'ero stato quando tutto intorno allora m'era grande: la portineria, la scalinata, il corridoio, i banchi rivestiti di fòrmica acquamarina. Lui non l'ho visto più. Lui è solo quel che è rimasto intrappolato nei racconti che in seguito inventai per far ridere e spaventare le mie figlie. Non so e non m'interessa sapere che fine lui abbia fatto nella vita reale; è molto presumibile che sia morto oramai. Di tempo, da allora, ne è passato proprio tanto. Mi dissero - mai saputo però se fosse vero - che l'attesero in tanti, una volta, all'uscita. Fu strattonato, spintonato, si disse addirittura malmenato. Forse in seguito a questo si dimise, i tempi non si conciliavano più per niente con la sua metodologia. O forse si dette malato. Oppure andò in pensione. Non lo so. Mi basta e m'avanza serbare solo un'immagine d'allora, che è nitida, qui dentro, come fosse una storia d'oggi. Ed è in piedi, il maestro, qui in mezzo, in quest'aula che oggi io sovrasto e nella quale giganteggio. Allampanato e segaligno, con quella testucola d'uccello acquatico (a un trampoliere, faceva pensare, oppure a un pellicano) in cui brillava la totale mancanza delle labbra, i capelli radi, sottili e grigi pettinati all'indietro, gozzuto ed arrochito di sigarette nazionali senza filtro, lui indossa quella grisaglia, sempre la stessa, e s'aggiusta gli occhiali, due minicannocchiali, su quel naso aquilino.
Quello che mi ha lasciato, tra le altre cose, di quei tempi è:
- di quella volta che sollevò letteralmente il mio compagno di banco afferrandolo per le orecchie.
- di quella volta che a un altro di noi abbassò con violenza la lavagna, facendogliela sbattere sulla testa.
- di quella volta che con un violento cinquedita fece uscire a M.V. il sangue dall'orecchio.
- di quella volta che fece stare tre bambini in ginocchio vicino alla cattedra finchè non suonò la campanella.
  Ad uno di loro scorreva il sangue dal naso, mischiandosi a singhiozzi e lacrimoni; un rivolo triste,
  di variegate trasparenze.
- di quella volta che suo figlio fece sciopero e venne in classe nostra per farsi consegnare le chiavi di casa.
  Certi ceffoni, prese, che non so se gli furono poi utili ad aprire la porta. A noi sembrò davvero innaturale
  questo schiaffeggiarsi tra adulti, ché per noi, allora, padre e figlio erano posti entrambi su uno stesso
  piano lontano. Lo schiocco dei ceffoni, l'ansimare d'attacco e difesa, quel sagittare di capelli sotto i colpi.
  Proprio come tra pugili su un ring.
Io l'ho sempre scampata, per via di quel soffio al cuore.
A ritornarci dopo una vita e per puro caso (viaggio di Gulliver, questo mio, al rovescio), la cosa che ho percepito veramente è stata questo scarto di prospettiva del mondo circostante: quello che allora m'era grande ora invece è una minutaglia di cose.

postato da: fuoridaidenti alle ore 16:09 | link |
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venerdì, 24 giugno 2005

Citazioni

Nel libro del destino noi siamo nella stessa riga.
Shakespeare Romeo e Giulietta

Lo sposalizio
...
Anche la vita è un istante soltanto,
soltanto un dissolversi
di noi stessi in tutti gli altri,
come offertici in dono.

Solo uno sposalizio che dal basso
irrompe dentro le finestre,
solo una canzone, solo un sogno,
solo un colombo azzurrognolo.

Autunno
...
Tu sei il bene d'un passo funesto,
quando vivere dà più nausea d'un male.
Ma la radice della bellezza è l'ardire,
e questo l'un verso l'altra ci attrae.

B.Pasternàk  da Il dr. Zivago

postato da: fuoridaidenti alle ore 17:56 | link |
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giovedì, 23 giugno 2005

Cablaggi (4)

Affronta le crespelle di cacao squizzando il variegato bianconerume di caprino e d'olive ch'è una goduria per gli occhi e per le canne della gola. Il Rosso già ne ingollammo due bottiglie, sgommandoci in quel rubro sogghignare mogli, mariti, figli, figlie e amanti. Scopro che il sopraccigliato è un ingegnere maghrebino stanzializzatosi appo loci meneghini. Senz'altro il più compassato della banda: never forever sgomiterebbe sur le table e prima di bere forbisce i labbri con ritegno. Ottempera i precetti, bontà sua, del galateo di monsignore Della Casa. Ci snobba, credo, noi romanacci e noi terroni. Con lui parlo di Carlo Emilio Gadda, di cui parrebbe ghiotto estimatore. E' la poiesi di una deriva letteraria; gli s'addruma l'occhio, ché il Pasticciaccio, si sa, ispira parecchio di squinci oppur di squindi. Ergo chiedo il permesso, scosto la sedia, cavo la giacca e mi schiarisco la voce. La questione è sulla presunta relazione, come dire, non proprio adamantina, tra la vittima e l'ipotetico/a assassino/a. Questo stappa tutta una serie di commenti e jumping vari che da via Merulana ci sospingono chissà come a Panisperna e dunque ovviamente a tutti i suoi ragazzi, alla fisica, l'elettrone, l'informatica e le reti. Nel frattempo ci s'ammannisce generosi di tagliatelle, petti d'anatra, sformati. Io opto, fin d'after le bottiglie di cui dianzi e già bevute, per un Sagrantino, stessa identica cantina. Mi s'asseconda, mi si dà fiducia, mi si complimenta, dopo l'assaggio, per la scelta. Ci si smascella ruminando, fluisce il pasto tra tinnire e tracannare. Sudo, sudiamo, seppur climatizzati, al doppio triplo grappino di brunello che infiamma o gela, non saprei adesso, il trancio di torta a compendio e commiato. E' a questo punto che mi si gira, sorridendo, e mi fa:
"Ma 'nsomma che te sei risposato a fà?".
Come dire, resto nu poc' incravattato, ma recupero l'assenza di nessi circostanziali.
"E' così. Cosa vuoi che ti dica?"
"No, volevo di', uno riacquista 'a libertà, anche 'n ber tipo. E po' c'ha 'a possibilità d'annà 'n giro pe' lavoro, de fà come je pare. No... capito? Dai, annamosene, portame a vede' Peruggia, che questi tanto mo' vonno annà a dormì".
Voi che avreste fatto? L'ho riportata all'albergo ch'era sbronza. Niente cellulare, niente email. Niente di niente.
Solo un gran mal di testa stamattina.

Don't Drink The Water (Dave Matthews Band)

postato da: fuoridaidenti alle ore 17:18 | link |
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Cablaggi (3)

L'albergo lo conoscevo, non mi si chieda perchè e percome; quando arrivo al bureau mi faccio annunciare così come da accordi precedentemente intercorsi. Mi s'indica con sussieguo un quadrilatero di sedute che guadagno. Decido di porgere le mie tigliose chiappe su un divanetto avorio capitonné che sprofonda all'intrasatta con un fischio sottile, morbido e prolungato emulando pertanto, mi sovviene, la poltrona di Fracchia o Fantozzi.
Sicchè chiedo a me stesso medesimo, nel mentre che di reni e gambe lavoro alacremente quanto abbisogna al ripristino d'una sobria verticalità, se il progettista di siffatta meraviglia v'abbia mai posto le sue chiappe, tigliose o boffici che fossero, augurandogli nel contempo un accidente. Poi passo a considerare, rinfrancato, se il completo di lino irlandese a tre bottoni in cui m'impinguino non sia forse un po' troppo impegnativo per l'occàso. Massì, ma che cce frega, fàmo gli splendidi va'!. Dopo aver riportato dunque il fil di schiena a ortogonare il piano, pressappoco, su cui i miei piedi borotalcati preventivamente e poi vieppiù infantasminati nelle scarpe di cuoio inglese fanno solida presa, un gàrrulo zoccolare sbottante all'apertura delle porte ascensoriali in qualche modo mi striscia a mo' di velina la notizia che l'attesa parrebbe giunta a compimento. Chincaglierando di collane e di ferraglia varia la vedo infatti incedere trionfale come s'un manto d'ova sbilenche, oblunghe, fragili e traballanti. Rimpannucciata in seta o rayon, non so bene che non me n'intendo, quel che rammento è il fucsia riverberar virando su toni più chiari e scuri che a onor del vero ben s'intona alla nuvolaglia rosata che il ruvido intonaco adorna e soffonde in sottofondo a questa sala. Che è niente male, niente male affatto. (la sala intendo, malpensanti).
"Ciaaaao! Sei arrivato! C'ho 'na fame! E Tu?"
"Io... be'... un po'"
"'Nnamo va' che mo' arivano gli altri. Intanto ci pigliamo un prosecchino"
La tavola riservata ha sei coperti (voi pensavate a un "tete a tete" e invece nisba, lubrici e pervertiti).
Menù standard a base cioccolatosa, ergo ChocoMenù che vado a enumerare.
- Crespelle di Cacao con Mousse di Caprino e Olive
- Tagliatelle Nere ai Funghi Porcini e Filetti di Pomodoro
- Petto d'Anatra in Dolce Forte, Sformato di Spinaci all'Agro
- Torta Eurochocolate.
Vini consigliati : Bonarda giovane, Rosso di Montefalco, Ala Amarascato o Barolo Chinato.
"Allora, semo riusciti a chiudello 'sto lavoro. Nun ne potevo più, davéro. Tutti a dì: je la fàmo, nun je la fàmo... alla fine je l'avemo fatta. Così mo' se ne potemo annà pure in ferie no? Tu 'ndo vai?"
(sfavillare di denti sbiancati e pietre dure. La sua collana uno, due, quattro giri quelli che conto, forse rame od ottone e pietre che innervi dunque l'alma gipsy ch'è trendy assai quest'anno)
"Mi è saltata una settimana a Maggio in Egitto. Ora vado due settimane a Napoli a luglio. Poi a Settembre in Portogallo"
"A Napoli? Ma ci so' pur'io a Lujio! E che zona di Napoli?"
"Vomero"
"Vomero? Dove c'è San Martino? 'A conosco. Magari 'na sera s'annamo a bere 'na cosa, che dici?"
"Ehm... sì, perchè no?"
"Ma quanno arrivano questi? Io c'ho na fame!"
Arrivano.
Quello brizzolato con un mare di capelli tagliati a spazzola,
quello secco con pochi capelli lunghi e cotonati,
quello coi baffi che assomiglia a Mario (o Pippo?) Santonastaso,
quello con le sopracciglie folte e senza alcuna soluzione di continuità.
Ciao ciao ciao ciao ciao. Sediamo, lei alla mia sinistra.
Si propende per un Rosso di Montefalco (Rocca di Fabbri).

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postato da: fuoridaidenti alle ore 09:38 | link |
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mercoledì, 22 giugno 2005

Cablaggi (2)

Intanto qui mi stanno tutti a pijà per culo perchè quanno se n'è annata m'ha detto "A stasera, allora" e pure "E' stato un piacere". Il sequel sequel.

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postato da: fuoridaidenti alle ore 15:06 | link |
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Cablaggi (1)

Deve avere già salpato da un pezzo la rada dei quaranta. Non è molto alta e piuttosto bene in carne. Indossa jeans alquanto stretti che se non potessero affidarsi alla sottile vertigine di quei bianchi tacchi a spillo sciampanerebbero sul pavimento che manco il "Mocho Vileda". E' inguantata altresì in una maglietta di microfibra color sabbia la cui larga scollatura plissettata offre all'altrui sguardo, con munifica benevolenza, quel davanzale di soffici polposità propedeuticamente imbrunite a forza di lampi UVA. Mi ha detto di sentirsi molto "africana" datosi ch'ebbe natali in terra trinacria, ma la cosa mal s'attaglia al romanesco su cui inciampa di sovente, virando inoltre -e direi volentieri- nel burino. Non porta fede al dito, piuttosto un anello al pollice ed uno al mignolo della mano sinistra. Ha belle mani, lo ammetto, che sa far scivolare su quei tasti con discreta agilità. Non l'includerei tra coloro che digitano con un ditino solo, quelli che vanno con un procedere rachitico ed indeciso; piuttosto è a metà strada tra una buona tecnica d'autoadattamento dattilografico professionale ed il purismo verace della qwerty a dieci dita. Controlliamo la rete, ricablata di fresco e neoprotocollata.
"Aspè, mo' je sparo er file de configurazione corètto... dije de resettà... smorza er concentratore... ce vorrà 'n minuto. S'annamo a fumà 'na sigaretta?"
"Grazie. Ho smesso da un pezzo", le rispondo. 
"Ma manco 'n vizio c'hai? Vabbè, dopo almeno 'r caffè lo piji!"
"Lo piglio"
"No lo pijo! Lo paghi!"
"Che domande! E' implicito"
"Implicito. Come parli! Ma anche 'r resto lo fai difficile come parli?"
"No. Il resto è più difficile ancora".
E' andata via sculettando, cotechinescamente strizzata dentro a quel paio di jeans. Manco lontanamente s'immagina dove e con quanta grazia la traghetta in quest'istante esatto questa mia glauca, subdola, profonda e perfida stronzaggine di blogger.

I won't be disappointed (D. Sylvian)

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postato da: fuoridaidenti alle ore 11:50 | link |
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martedì, 21 giugno 2005

Quando sei nato non puoi più nasconderti

Vale indubbiamente la pena andarlo a vedere.
Anche perchè si apre con "Ruby's Arms" di T. Waits
e si chiude con il contrappunto (N. 14) da "L'arte della fuga" di J.S.Bach
postato da: fuoridaidenti alle ore 13:10 | link |
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