Ha circa 60 anni e malgrado sia assai cifosamente incordato da un'artrosi, se la ride di sovente facendo un "he he he!" da marachella scampata in seminario. Veste di prevalenza Byblos o Chiara Boni ed ha quel telefonino che nella pubblicità si divora un'implosione mostruosa di casa mobili suppelletili e per poco anche la modella stessa che lo raccoglie da terra se non si sbriga a venirne fuori all'ultimo momento con una certa affettata nonchalance. Sarà dunque per via degli occhialini, di quel sorriso scivoloso come burro, della pelata riportale dèst-sinìst oppure infine della carnagione: il fatto è che mi sembra, vieppiù quando s'arroccia le maniche della camicia, uno zucchino peloso dopo ch'è stato appena sbollentato. O m'aspetto che inizi a salmodiare, prenda un breviario, si genufletta ridendo. E' single, o meglio, ha avuto un matrimonio-lampo. Poco più di due settimane: una meteora. Giusto il tempo d'assaggiare la figa e ritrovarsi single di ritorno (per quanto è dato supporre, immaginatevi poi tra noialtri quanto se ne parlò, quello fu l'unico assaggio d'una vita). Dunque di molto poco, si può asserire, se ne impastrugnò. Finchè portava la barba... tanto quanto... come dire?... ci siamo capiti. Un giorno che fa 'sto coglione? Se la taglia. Quando vedemmo il modo in cui s'era ridotto, noi si pensò a un incrocio evolutivo malriuscito tra un anellide una lumaca ed un batrace. Quell'ondeggiar di prolassi doppiomentali pellicaneschi ai pie' d'una scatola cranica glabrocrespata e scarna accentuava un certo qual stridore di linee e di volumi virando il risultato verso il cesso. Ma non mi dilungo ulteriormente. Un giorno me lo porto in macchina di ritorno da Firenze. Mi scuce uno strappo ad Arezzo, dove va a trovare una vecchia zia (ovviamente lui vive con mammà che d'anni ne ha 95, ma ancora la testa che l'aiuta, se Dio vuole!). E parla tu che parlo anch'io lungo il tragitto vengo a scoprire che coltiva tutta una serie di hobbies più o meno scafati:
- la moto retrò
- la macchina retrò
- lo scooter attuale
- l'utilitaria attuale
- un impianto stereofonico esoterico
- il baracchino
- due o tre notebook
- iPod e walkman come se piovesse
- 1500 dischi in vinile
- 3000 cd (in particolare i canti gregoriani. Quelli originali, mica 'ste cazzate che spacciano per canti gregoriani eh!)
- 2000 libri (ma poi parlando di libri non ne conosce manco uno di quelli che so io sicchè chissà che cazzo legge)
- 1000 cassette VCR
- 1000 dvd.
E qui il discorso prende una piega che porta finalmente ai ricevitori satellitari (io non c'ho manco la tele e lui due o tre padelle multifocali motorizzate che orienta automaticamente di qua e di là per l'universo che manco Margherita Hack se lo sogna). Ed è parlando di film, di quella certa sua predilezione per il retrò in particolare, che scopro infine che s'è montato un DVD d'immagini in forma di film. Tutte le grandi fighe del passato. Ora tutti si va a pensare com'è logico "eccaallà 'sto segaiolo! Beccato!" e difatti anch'io lo penso. E per accertarmente gli chiedo lumi ulteriori. Lo faccio viscidamente, vaselinescamente oserei dire, lubrificando bene, intendo, le parole. E scopro esservi immortalate Gloria Paul, Paola Senatore, Edvige la cerbiatta ai tempi d'oro, Annamaria Rizzoli, le attrici di tutti i film di Totò, la Rita Hayworth, la Mangano mentre autoreggentemente monda il riso, la Marylin e la signora in rosso sopra lo sbuffo d'aria che ben conoscete, la Sofia censurata a tette marmoree (era il backstage di non so quale film), la Magnani, stacco di coscia e reggicalze nero nel dramma nud e crudo di una guerra, di nuovo la Sophia mentre che strippa con Mastroianni ululante e così via discorrendo. E' lì che ho avuto l'illuminazione. Il sesso, si sa, è questione di fantasia, è roba che prevalentemente nasce e muore nella testa. E allora ho capito che lui non è uno che arrizza così facile, come dire, per un pelo che sfugge, un lembo di coscia, due tette sode o lo stormir di una gonna. No. Lui me lo vedo mettere a nanna la mamma 95enne... chiudersi nello studio... accendere il dvd... e giù! rasponi a cane... giù! a dargli dentro! L'oggetto della rappresentazione è un accidente, solo un involucro vuoto. E' la sapienza di come lui ha composto quel flusso. E' quella la vera ragione che abbrivia quel fiottare in cui me l'immagino naufraghi lasso e beato infine a pugno sciolto.
Non l'avrebbe mai fatto altrimenti: di procedere in quel modo, voglio dire. Una fila di morsi, uno qua uno là, assestati in modo da lasciare in ogni caso un'isola sufficiente di mollica verso il centro della fetta di quello strano pane schiacciato. Come si sarebbe potuto definire quella forma? Vediamo un po'... lanceolata? Non l'avrebbe mai fatto, se non l'avesse amata veramente. Non c'era altro modo, si disse, per lasciarle casualmente il boccone più tenero, quello più ghiotto, di quell'unica fetta di pane e Nutella.
Quando questa mattina poco prima dell'alba mi sono svegliato, l'immagine che intrappolavo ancora dentro (lo dico portandomi l'indice destro alla tempia) era quella, confusa, d'un neonato grassoccio e nudo disteso in una culla dentro una stanza buia e polverosa. E chissà poi perchè, sorridendo, lui s'abbracciava ad un libro dalla spessa rilegatura di cartone. Lo sfondo nebbioso su cui direi si stagliava questo singolo fotogramma (il primo di un risveglio, l'ultimo di un sogno), ricostruito in seguito con un po' di pazienza al secondo caffè, pareva ricondurmi ad un film visto all'aperto un'estate di chissà quanti anni fa. La trama: una famiglia benestante d'intellettuali ebrei (ricordo Isabella Rossellini nel ruolo della madre) viene completamente decimata dai nazisti prima d'abbandonare il paese, un borgo sulle colline toscane. Si salva dalla mattanza soltanto una bambina, cui una serva ha avuto l'accortezza di mettere al collo una catenina d'oro con il crocifisso. Il neonato nel mio fotogramma, già non più sogno e non ancora realtà, sembrava galleggiare beatamente su uno sfondo inquietante fatto di un'analoga sostanza, ne ho sentito in qualche modo i rinfacci (lo dico portandomi un'altra volta l'indice destro alla tempia). Come sa bene chi s'intende di trame, i drammi si nutrono e s'ingrassano di contrapposizioni. Com'è il caso d'un sorriso inconsapevole e innocente e d'un destino amaro e inevitabile, ad esempio. Ho passato il pomeriggio di ieri al parco giochi con mia figlia Beatrice. Lei affrontava con nonchalance gli scivoli, i ponti tibetani, le altalene e tutti quei cavalli di legno che hanno una molla d'acciaio che li costringe al terreno sicchè oscillano "hop hop cavallino"... Io stavo seduto sull'erba a finirmi un romanzo, una pletorica e barbosa discesa negl'inferi della follìa popolata di mostri, "L'osceno uccello della notte", di tal Josè Donoso, scrittore cileno.
Da qualche parte (lo dico portandomi l'indice destro alla tempia) Beatrice e la bambina col crocifisso al collo mi generavano dentro quel che sarebbe stato il neonato del libro. Si vive intrecciandosi più o meno profondamente alle altre esistenze e a tutti i loro drammi. Anche quelli dentro alle pagine che leggo, includerei talvolta. E anche a quelli del blog. Controllavo ogni tanto i messaggi sul cellulare.
"Chi ti deve rispondere papà?"
"Un'amica"
"Io la conosco?"
"Poco anch'io, ma non è questo che è importante".
Non so chi di noi due sia messo peggio: se io, che non so più dimenticare, o lui piuttosto, che pare aver rimosso tutto.
"A...?"
"Abominazione"
E dire che ne prendeva più di me, infinitamente di più. Ricordo -come potrei dimenticarlo?- il pomeriggio che fu rincorso per tutto il corridoio fin dentro la stanza da pranzo. C'era quel tavolo, lo stesso che in questi giorni ho accostato alla finestra accatastandoci i miei libri ed il computer. All'epoca era posto al centro della stanza, non c'erano le foto dell'Africa ai muri e il divano era dritto lungo la parete. Gli girarono intorno un mucchio di volte, urlandosi qualcosa ed affannando, uno davanti, l'altro dietro. Quando si rese conto che così non l'avrebbe mai acchiappato, cambiò tattica: chiuse la porta e spinse il tavolo verso il muro, nel frattempo sfilandosi la cinghia ai pantaloni. Gli annichilì in quel modo ogni progetto di fuga, del tutto inutile fu tentare d'immischiarsi.
"B...?"
"Bestemmia"
Più di una volta mi sono chiesto se quegli episodi fossero davvero così cruenti come li rivedo adesso o se non li abbia piuttosto ingigantiti a forza di rimuginarci su col tempo, e perchè mai. So bene di aver disseminato già più volte in mezzo a questi miei frammenti d'esistenza l'eco di quelle atmosfere opprimenti, come se tutto si riducesse a questo. Perchè lo faccio non saprei, non c'è un'intenzione palese, è una cosa che càpita, e già mi costa abbastanza confessarlo. Tutto tra loro finì il giorno che poi lui si ruppe il cazzo di scappare; gli si girò di faccia, strinse i denti, afferrò un lembo di stoffa e tirò giù tutta quella madonna di tende sopratende e mantovane facendogli capire con chiarezza che gli avrebbe anche rotto la faccia se non la smetteva. Io studiavo fuori il terrazzo, ero stato rimandato in latino e matematica, lui manco lo sapeva. Mi preparavo di nascosto. Io, quello più piccolo, già da un pezzo lo prendevo per il culo. Le canne, le mattine nei cinema fumosi a vedermi i porno e i film di karate, a dare noia ai froci, a giocare a carte al bar. Ma quella volta delle tende smandrappate fu il terremoto dello "status quo". Restò impietrito, sconquassato dentro. Sbiancò. E' da allora che divenne lamentoso.
"C...?"
"Contrizione"
Chiacchieramo di questo, davanti a due tazzine di caffè e in sottofondo lo sentiamo che si trascina per la casa ciabattando con quel trabiccolo, le gambe d'uccellino, va a sedersi sulla tazza del cesso di servizio per mettersi a ruttare interi quarti d'ora; rutti profondi, procurati, sembra un pescarsi dentro di trivelle alla ricerca di bolle gassose. Rutti come una sorta di "OM", chissà perchè, chissà cos'è che gl'ingombra lo stomaco.
"D...?"
"Dannazione"
Gli dico "Eppure erano sue le mani che strinsi piangendo in ospedale. Non c'era solo questo, e tutto il resto? Che cazzo mi succede?". Poi lo vedo nella nebbia che pretende da noi ragazzini che ci schermissimo dietro ad un semplice "No, grazie" qualora uno di loro, un parente, un amico di famiglia, volesse mai offrirci una Coca o un gelato al bar. E forse è in questo aspirare piccolo-borghese di perfezioni e formalismi che si cela la chiave di lettura, quando poi finisci a sbrodolarti il sugo o il brodo sul pigiama che è tutto inzaccherato, o t'impastrocchi le mani di stracchino, non metti quattro parole in fila che abbiano un senso compiuto, ti pisci addosso perchè non arrivi in tempo e pur sapendolo rifiuti il pappagallo,
"E...?"
"Eterna Dannazione"
ce l'hai col mondo intero, col tuo sangue ed il sangue di questo, dici continuamente che ti vuoi suicidare e mi sento di cazziarti rampognandoti che chi lo vuole per davvero non ne parla, lo fa e zitto, avveleni l'esistenza a quelle donne assillandole di continuo come farebbe un bambino viziato, quello che col cazzo che ci sono diventato.
Non so chi di noi due sia messo peggio: se io, che non so più dimenticare, o lui piuttosto, che pare aver rimosso tutto.
Leah (B. Springsteen)
Dieci minuti e non di meno c'impiego ogni volta che mi lavo i denti. Strofino ben bene le arcate in quest'ordine: destra superiore, destra inferiore, sinistra superiore, sinistra inferiore. Prima il lato esterno, poi quello interno. Infine i denti davanti: quelli sopra, quelli sotto, fuori, dentro. E' un'operazione lunga e meticolosa. In genere offre lo spunto a svariati ragionamenti collaterali. Stasera ero fuori il balcone, lì che strofinavo, buttando contemporaneamente un occhio nelle case di fronte. Con questo caldo e queste tende sottili c'è un sacco d'umanità a disposizione a costo zero. Sembra stiano tutti recitando un copione. Di qui litigano, di qua cenano, a fianco qualcuno parla al telefono, "ciù ciù ciù", questi sono due innamorati. Già. Innamorati.
"Con quante emme si scrive innamorati professore?"
"Dipende, se lei lo è molto, allora almeno con due"...
Mi sono accorto troppo in ritardo questo pomeriggio di non aver fatto la barba. Pazienza, ho pensato, quando la bacerò, se mai la bacerò, sentirà una guancia leggermente rasposa. E chissà che non lo preferisca, hai visto mai. Di un bacio casto sto parlando, ovviamente, un bacio sulle guance. Di una ruvidità di primo incontro, tipo una stretta di mano un po' più confidenziale. Nulla a che vedere con "nove settimane e mezzo", tanto per essere chiari. Abbiamo preso un beverone analcoolico in cui c'era la cedrata e non ricordo che altro. Curioso: esattamente un anno fa ero seduto in questa stessa piazza a uno dei tavolini del bar qui a fianco. Quella sera una signora anziana in ciabatte, lo sguardo spiccicato quello di Edgard Allan Poe, mi chiese con mestizia e discrezione l'elemosina. Io di primo acchito gliela rifiutai ma dopo, ripensandoci, mi dissi come cazzo si fa a non dare l'elemosina ad un'anziana in ciabatte che te la chiede con quello sguardo e quell'atteggiamento?
Mentre le raccontavo questa storia sentivo che mi osservava seguendo certamente un suo filo di ragionamenti che mi riguardava. Questa è l'impressione che di lei ho avuto più volte, a sprazzi, nel corso del nostro chiacchiericcio. Si dirà che in fondo è quello che facciamo tutti, ma, come dire, ti accorgi di una sua vivacità elaborativa non comune. Ci siamo detti un mucchio di cose, certune anche tremende. Lei le sa dire con una leggerezza, pardòn, con una levità che ben combacia con il suo sorriso. Io sono tendenzialmente un orso malinconico, sicchè preferisco il volto femminile quando è serio. E quando lei è seria il disegno delle sue labbra è un'armonia che dà l'idea della forza di coesione. Come le palline di mercurio quando si rompe il termometro. Prova a dividerle con un dito, zac, zac, non è mica così facile riuscirci. Ma quando lei ride, anche a modesto avviso di me che sono un orso malinconico, s'illumina, e detto questo ho detto tutto. Che è banale, certamente, lo so, ma tant'è. In fondo è come se ci conoscessimo da un pezzo. Lo capii quella volta dei disegnini fatti con l'alito sui vetri. Sicchè è stato naturale girare per le chiese dei decumani, così come abbracciarla, quando poi infine è andata via.
Qui dentro tutti siamo di tutti.
Qui dentro non si è proprio mai più solamente di sé stessi.
Ci arrivammmo ch'era già buio, probabilmente in autostop da Nowhereland. Ma non ci accolse lo spiazzo anonimo che ricordavo, bensì una luce giallomielata di candele, che pareva scaldasse quella nebbia come in certi quadri impressionisti di Pont Aven. E un canto, a tratti, nello sfondo, come di vecchie voci. Entrammo dunque, tra zaffate d'incenso. Le donne, le teste chine, velate, erano inginocchiate sulla destra; gli uomini, pochi e coi cappelli in mano, in piedi nella navata di sinistra. Cantavano, donne e uomini, e il sacerdote turibolava salmodiando. Voci argentine e virginali, voci roche. E fumo d'incenso, fumo bianco e grasso. Noi due restammo in fondo, disposti casualmente secondo quell'ordine che pareva prestabilito. Gli zaini a terra, ci sorridemmo in silenzio. Di lei ricordo quel luccicare d'occhi, un celeste che più non rividi. Era di Roma, Giusy forse il suo nome, suo padre mi pare fosse un giornalista di "Paese Sera". Non ricordo quel che facemmo poi, se ci avemmo l'un l'altro quella notte, o quanto tempo rimanemmo in quel luogo. Era, allora, tempo d'amore universale, di romitaggi girovagando verso un dove. Più facile ch'io non l'abbia toccata, che mi schermissi d'un ascetismo digiunante. "Assomigli sempre a Keith Richard" "Già, stronco spolpo finito come lui". Pochi mesi prima eravamo stati a Siena. Rubammo due biciclette, una sera a Firenze. Che viaggio! Due giorni a pedalare per colline, i sacchi a pelo arrotolati sui portapacchi. E niente altro che non si potesse cantare. La notte della vigilia del palio, le biciclette abbandonate chissà dove, a tratti emerge ora dalla memoria, mi si strinse contro, certamente luccicava d'azzurro. Facemmo l'amore, incoscienti del frastuono delle contrade.