CalMa

Chi sono

Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

Commenti recenti

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 19 agosto 2005

Solo chi c'è passato può saperlo

L'umidità su queste gradinate è insostenibile; il cloro, poi, a zaffate, pare afferrarti alla gola. La corsia dei mini è quella in fondo. La sua cuffia in silicone, di un fucsia che abbaglia, ospita il sorriso blu cobalto di due pesci. Fucsia sono pure gli occhialini, che porta alti sulla fronte come un vezzo. Da quando mi ha visto (le avevo promesso che ci sarei venuto), non fa che salutarmi con la mano. "Ciao ciao", sfarfalla, e lascia intanto che una serpe sbilenca di schizzi le si spumeggi ribollendo ai piedi. Due volte, avanti e indietro, a intermittenza; sono lunghi venticinque metri di corsia. Fanno cento in totale: niente da dire, niente male come inizio. Adesso poggiano i salvagente sul bordo. Lei, titubante, scala di posto in posto, fino a mettersi in coda a tutto il gruppo.  "Com'era quell'esercizio?"  "La stellina!".  Supini, sull'acqua, braccia e gambe larghe. L'istruttrice, una ragazza bionda, la sostiene: un braccio sotto la nuca, l'altro sotto il sedere.  "Lasciati andare", penso da qui in alto, ma lo vedo bene quanto è contratta, quanto è tesa. Piega ginocchia e gomiti, riprova a stenderli, cede, sembra farcela, ma è più forte di lei, li flette ancora. Fanno un altro po' di tentativi, più o meno riusciti, più o meno maldestri; incassa l'applauso di tutti gli altri sul bordo, schizza a sedere con loro, mi lancia un'occhiata che ha una domanda triste giusto in fondo. Ma è solo un'ombra, e la cancella un sorriso di sole quando s'accorge che sto applaudendo anch'io.
L'acqua pretende rese incondizionate, una lunga esperienza oppure un foglio tutto bianco. E' fare i conti con la propria incertezza, è una misura della fiducia nell'ignoto. L'acqua è il momento prima di prendere sonno, è la coscienza d'una soglia sconosciuta. Ti vuole molle o nullo, come morto frollato, quando ti segna ne nasconde la traccia. O meglio, lascia solo uno sbaffo trasparente. Vallo a spiegare un po' che è proprio quello il segno che ti trattiene, e quanto, dal lasciarti andare.

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:06 | link |
categorie:
giovedì, 11 agosto 2005

Quando ancora non è del tutto cominciato.

Quello che succederà fra poco ha certamente a che vedere con una cassapanca scura, la foglia di un Pothos, un corridoio e un certo taglio di luce. Avverrà all'interno d'un appartamento situato all'ultimo piano, il quarto, d'un tipico stabile costruito nella seconda metà degli anni'70 rispettando i dettami di un Piano di Edilizia Popolare (PEP).

La cassapanca.
In massello di castagno, rappresenta l'opera, realizzata agli inizi del novecento, d'un purista dell'ebanisteria. Per costruirla fu sacrificato il portale d'una vecchia chiesa di campagna sconsacrata. Non c'è nemmeno un chiodo, neanche uno, fatta eccezione per le otto viti d'ottone brunito che tengono le cerniere del coperchio. Soltanto legno, dunque, e colla, nonchè pazienza e l'uso sapiente del gioco degli incastri. Una sottile scanalatura, unico vezzo concesso a quel rigore spartano, traccia, non senza una sua certa sobrietà, il perimetro dei pannelli laterali, esaltandone consistenza e robustezza. Sul pannello frontale s'intravede la toppa di una chiave che fa capolino sotto la cornice di ribattitura del coperchio. Sollevandolo, si può osservare quel che resta del meccanismo d'una serratura. La chiave non c'è, non è stata fornita. Oppure andò persa, non è dato saperlo. I piedi presentano un abbozzo d'artigli, come se il maestro non fosse affatto sicuro della forma definitiva da dargli. In ogni caso sembrano voler dire "Eccoci. Qua stiamo e da qua non ci muoviamo".

Il Pothos.
Con la saggezza e il crudele disincanto di chi conosce i rischi della lontananza, una mano ha imbrigliato all'interno di un vaso di terracotta (confine di terra grassa, dunque, umido et sicuro) il folto groviglio di spire della pianta, addugliandole su sé stesse a mo' di ziggurat. Stilla una foglia, pervicace, come a pretendere un sorso irrazionale d'altro spazio. Pencolano entrambe, goccia e foglia, in un verde silenzio (dove parrebbe quasi la foglia subire a stento la radice, tanto è carnoso quel suo estroflettersi alla luce).

Il corridoio.
Quattro metri e settanta per uno e ottanta circa, mette in comunicazione l'ingresso con quella che si presume sia la camera da letto principale. Vi s'affacciano, solo da uno dei due lati lunghi, due stanze:
- una camera piccola (o ripostiglio), con una finestra sullo sfondo.
- un bagno, piastrellato di blu.
L'altro lato lungo del corridoio delimita il muro che confina con un altro appartamento, attualmente disabitato.

L'ambiente è spoglio, fatta eccezione per:
- gli accessori del bagno, di un bel giallosenape pastoso.
- un materasso matrimoniale, poggiato direttamente sul pavimento della camera da letto. 
  (sopra,  plaids e coperte)
- una lampada bianca, a terra di fianco al materasso.
  (uno scialle blu a disegni cachemire è buttato là sul paralume. Fa molto bohemienne, ca va sans dire)
- una brandina e un portagrucce d'acciaio, nella camera piccola.
  (panni sparsi confusamente dappertutto)
- un poster su una parete dell'ingresso.
  ("Il cacciatore" con R.De Niro).

La luce fredda e metallica del pomeriggio, entrando dalla finestra del soggiorno, trafiggerà foglia e goccia per poi planare, con un angolo d'incidenza gialloverde, sulla ceratura a gommalacca della cassapanca. La mutazione, molto evidente, lungo tutto il tragitto l'ammorbidìrà, l'accarezzerà, la scalderà per liberarla infine in un'esplosione caleidoscopica di pulviscolo ambrato.
Negli occhi l'incertezza d'un trasloco rividi, chissà perchè, la coppia di piccioni cui l'Assunta la sera prima aveva schiacciato il capo.
-Non guardi se l'impressiona.
-Non si preoccupi, Assunta, faccia pure, non è nulla.
E invece il senso di fatica e la stanchezza di quella lenta agonia, come se percorresse -la morte- un labirinto di piume e dovesse tutte attraversarle per leggerne in qualche modo la storia intricata (l'obbligo, dicono, della janara alla conta esatta dei grani di sale se vuole guadagnarsi l'uscio di casa), aveva a che vedere con il percorso e il mutamento d'ogni cosa. 
Dunque la luce, la foglia, la cassapanca.
Perché tutto nel percorrerlo è il percorso, tutta lì l'esistenza.
Sarebbero giunti altri mobili: armadi, letti, divani, tavoli, sedie, sarebbe stata occupata la stanza piccola da una culla, forse anche da due, sarebbe stata abbandonata quella casa per un'altra più grande e funzionale, sarebbe stata contesa la cassapanca...
Sentii poggiare un inizio, quello, il mio primo, su di un tragitto, e un'agonia di luce.

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:05 | link |
categorie: donde provengo
lunedì, 08 agosto 2005

Adoro certe misticanze, certe promiscuità (previo avviso, ovviamente). Quelle tra il sacro e il profano per esempio.

-Sacro è senz'altro questo post. Non potevo esimermi da segnalarlo (e vi confesso che ancora non ho smaltito una punta d'invidia nei riguardi dell'autrice)

-Profano è ammettere che: magari non sballavo il contatore, ma se qualcuno è pur finito qui per aver cercato su google ("foto di Paola Senatore"), be', che dire?, se infarcivo quest'altro post di nomi e cognomi magari l'obiettivo lo sfioravo.

postato da: fuoridaidenti alle ore 17:01 | link |
categorie:

Uno spunto meditativo

Mai uomo sarà più morto di disastrosa morte
di quando la morte stessa sarà immortale.

S. Agostino
postato da: fuoridaidenti alle ore 06:54 | link |
categorie:
giovedì, 04 agosto 2005

Dopo aver tanto arzigogolato -colpa mia, sia chiaro- ho rimediato in un sol colpo un mp3 di Stevie Wonder ed un fantastico invito nella comunità di gmail. Quando questo pezzo uscì, io avevo pressappoco 16 anni e una ragazza dai folti capelli castani di cui ero molto innamorato. Una sera, lo ricordo benissimo, in casa di un caro amico straparlavamo di Pavese e di Bob Dylan. A un certo momento trillò il telefono, ed era lei che mi voleva parlare. Ho un ricordo confuso di quello che seguì; so che lasciai la cornetta al mio amico e che cominciai a correre come un pazzo sotto una pioggia sottile, ma ho dimenticato per quale motivo. Però ricordo che ero molto felice, e che quando arrivai sotto la sua finestra lei era ancora al telefono. Sarà stata una corsa di tre chilometri almeno, darei non so cosa per fare oggi quei tempi. Sicchè lei  mi fece entrare in casa, i suoi non c'erano, mi dette un asciugamano, ci mettemmo a sedere su un divano e mise questo pezzo. Stevie Wonder, com'è noto, è un non vedente. Credo che uno dei motivi per cui questa canzone mi è sempre rimasta impressa nelle fibre del cuore è anche racchiuso nel contrasto con cui un vedente percepisce l'immagine di un non vedente che parla di "gioia nelle lacrime". Riporto qui di seguito uno stralcio del testo della canzone. Sono rimasto letteralmente basito leggendolo oggi, a distanza di tutto questo tempo. Questo post è un ringraziamento di cuore che voglio rivolgere a Netta.

joy inside my tears

I’ve always come to the conclusion that ’but’ is the way
Of asking for permission to lay something heavy on ones head
So I have tried to not be the one who ’ll fall into that line
But what I feel inside I think you should know
And baby that’s you - you - you
Made life’s his*to*ry
Cause you’ve brought some joy inside my tears
And you have done what no one thought could be
You’ve brought some joy inside my tears

I’ve always felt that tomorrow is for those who are too much afraid
To go past yesterday and start living for today
I feel that lasting moments are coming far and few between
So I should tell you of the happiness that you bring
Baby, baby it’s you - you - you
Made life’s his*to*ry
Oh baby, you’ve brought some joy inside my tears
Baby you have done what no one thought could be
You brought some joy inside my tears
You brought some joy inside my tears
You brought some joy inside my tears

postato da: fuoridaidenti alle ore 20:34 | link |
categorie:
mercoledì, 03 agosto 2005

Eppure tutto va bene, giuro, va tutto fin troppo bene.

"Troppo sole, stamattina in piscina", pensò stirandosi le rughe ai lati del naso. "E troppo vino stasera; e carne alla brace; e mojitos". Schiacciò il tubetto della crema idratante, se ne versò una lunga striscia, la divise equamente tra i palmi delle mani, prese a spalmarla sulla pelle del viso. Sentì la barba che raspava. "Dovrei tagliarla"- si disse -"Dovrei proprio tagliarla". Si guardò nello specchio: prima serio, poi ironico, poi svogliato. Sbadigliò, aggrottò le sopracciglia, si sorrise; con un ghigno si scoprì le gengive. Molto meticolosamente passò poi a esaminare uno ad uno quei denti: quanto fossero gialli, se vi fossero ancora rimasugli di cibo, l'eventuale presenza di carie. Infine strinse bene le mandibole e stantuffò l'aria dentro e fuori il palato due o tre volte, aiutandosi con la lingua.
"Pfiìt, Pfiìt", sentì il flebile fischio di uno sfiato; vide le bollicine di saliva tra un dente e l'altro...

Il tempo che s'incarna è un odore sempre più putrido.
E forme raggrinzite. 
Rumori imbarazzanti.
Tre lunghi peli bianchi sul petto. 
I capelli, ovviamente, e la forfora.
Il ritirarsi delle gengive.
L'occhio ingiallito, iniettato di sangue.
Una certa imprecisata insofferenza a quest'esplosione di luci, a questa festa di rumori.
Una certa insofferenza in generale.

Di avere equivocato qualcosa se ne accorse all'arrivo dell'sms. "Nessuno spiazzamento", recitava.
Ma, in fondo, già non gli importava più di nulla. Solo sé stesso, quel che vedeva nello specchio.

postato da: fuoridaidenti alle ore 17:10 | link |
categorie:
martedì, 02 agosto 2005

Quando l'ho accompagnata al centro estivo

Quando fecero il suo nome, lei alzò timidamente il braccio destro. Poi tirò su con il naso, si caricò lo zainetto sulle spalle, calcò bene il cappellino con la visiera e prese posto in mezzo al gruppo dei rossi. Porse la mano alla maestra bionda. Lo spiazzo d'erba brulicava d'una indistinta moltitudine chiassosa: bambini, genitori, nonni, istruttori. Lei era il classico tipo che carbura con lentezza. Odiava -pertanto- rumori forti e confusione. Infine -questa la cosa che più le dava noia- la sua amica del cuore era finita con gli azzurri. Ma la giornata -la piscina, le altalene, la merenda sull'erba e chissà ancora cos'altro- sembrava davvero carica di luce e di sorprese. La mano della maestra, poi, le ispirava una tenera sicurezza.

Quando fecero il suo nome, lei soffocò in qualche modo lo stupore (me ne accorsi dall'impercettibile deviazione dello sguardo). Fu come se con quel cambio d'angolazione ripercorresse il nastro della sua esistenza riavvoltosi di quindici anni almeno da quel suo presente così particolare, così denso di responsabilità. Quando infine prese la mano della bambina si sentì addosso il tocco di una distanza abissale, percorse in quel contatto quel che separa il leggere, dallo scrivere la vita.

Quando fecero il suo nome, gli esplose lo spiazzo d'erba in proiezioni d'esistenze.
La sua s'inanellava a molte di quelle già chiamate, proiettandosi insicura in quel vociare confuso.

postato da: fuoridaidenti alle ore 10:01 | link |
categorie: