La velleità di poter finalmente inscenare nella vita un purissimo momento johnwayniano vellica il mio narcisismo al punto tale che senza indugio inforco il tetrazoccolato e... (e mo' come faccio per renderti, lettore, l'onomatopea di quello schiocco di buttero tra lingua denti e palato che m'uscì a mezza bocca ritirando preventivamente la guancia come sotto un'emiparesi... "tchk, tchk?") non m'accorgo che le staffe sono state posizionate a lunghezza di pigmeo. Sicché mi pare d'essere, piuttosto che John Wayne, l'emulo epigono del caro Frank Dettori con una quasi mezza metrata d'abbondanza.
Però non sia mai detto: caracollante, come torre pisana, che non m'avventi ugualmente in ausilio all'infante.
"Signore, cosa fai? No te preoccupa, SIGNORE! Shakira segue. Gira sinistra, sinistra SINISTRA!".
L'arabo pensa si sia di primo pelo noialtri. Tsé! Culi di gomma! Veraci cavalieri!. Ma Hassan non condivide il mio cimento, la monta inglese è per lui roba ostrogota. Scuote la testa, l'abbassa, smontòna un par di volte una doppietta d'incontro, tanto per far capire le intenzioni.
"SIGNOREE, PIANOO! Hassan, lui piace galoppare. Calma!! (manco sapesse il blog). Lascia, lascia, LASCIAAAA".
E lascio, allora, lascio perlamadonna!
Hassan all'intrasatta si stuta come cero nell'acqua, madre e figlia si spanzano di risa, una coppia di triestini (lei ch'è una seccaragna nodosa e assai esaurita, lui ai piedi ha sandali e calzini lunghi blu) scatta rullini interi sul misfatto, sbellicandosi, il dromedario se ne fotte altamente, realizzo, chissà come, che nei momenti concitati Shaban perde quell'intercalazione di "Cilò", il sole picchia, si suda ch'è una bellezza, l'obiettivo, in un modo nell'altro è raggiunto. Alé! La crisi è superata, andiamo avanti. M'aggiusto la lunghezza delle staffe restando in sella (che la scuola la facemmo con tanto d'istruttori federali) e se potessi sfumacchiare qualcosa lo farei volentieri. Ma qui, se non ci si dà una mossa, il tramonto va a finire che ci coglie ancora al punto di partenza, come in quella gag di Stanlio e Ollio che fanno "Arrivedoorci!" e non si muovono mai.
La carovana pertanto si compone, ed è un lento peregrinare senza scosse, come una barzelletta raccontata al contrario.
Finchè alla fine, un'ora dopo circa...
"SIGNOREEE (che ovviamente mi sono allontanato dalla truppa. Trotto leggero, galoppino raccolto, poi ritrotto. Che pago, 'orpo se pago, e allora lasciatemi svariare una mollica no?). SINISTRA. GIRAA. SINISTRA. SINISTRA".
E imbocco un canalone che sfocia come una serpe stanca sopra il reef. Mi fermo in fondo. L'acqua lambisce gli zoccoli all'equino. L'accarezzo con vigore. "Buono, Hassan, bravo, bravissimo cavallo". Le onde (il mare è un po' mosso, qui è un tripudio di brezze) si frangono al limite della barriera. Il sole sta tramontando alle mie spalle. A me già basterebbe serbare quest'immagine per sempre e chiuderla qui la vicenda Marsa Alam, ma Shaban, che intanto aggrega la razzumaglia rimanente, imperioso s'impone:
"Avanti, signore. Avanti".
"Sul reef? Ma tu si' ppazz!", mi scappa.
"Avanti, Signore Avanti!".
E' strepito, lì dietro, non vi dico, pianto e stridor di denti, ma ci si piega giuocoforza alla bisogna.
Memore delle girate in appennino mi volgo al volgo:
"Lasciateli far da soli. I cavalli sanno bene dove mettere i piedi"
La triestina si contrae, calzinoblù subisce la scrollata che Aysha gli rifila all'improvviso. Annaspa, disteso lungo la cavallina incollatura si che il ritorno all'insù della testa bestiale giunge per lui come un violento cazzotto sotto il mento. L'uppercut giù per su. Ma tiene, il coniuge l'osserva esterrefatta, scrolla la testa come pugile di razza, incassa il colpo, forse smoccola, non è dato saperlo.
Noialtri in testa, Hassan e la Shakira, sul ciglio quasi di un trionfo che abbruna, accogliamo la flashata di prammatica con un sorriso che è un ghigno soddisfatto. Come un tributo, come un atto dovuto.
FINE
Shaban si meraviglia assai del fatto che io non lo chiami Oscar come invece fanno gli altri. Qui pare che quasi tutti abbiano scelto di abdicare il nome arabo originario a favore d'un nome italiano: Matteo, Amedeo, Oscar, addirittura Ciro. Ma ci pensate? Ciro! Poi dice "rinnegare le radici"! Shaban assomiglia come una goccia d'acqua a quel comico del duo di "Camera Cafè", quello con baffetti e pizzetto. Qualsiasi cosa voglia dire, lui la prefissa con due sillabe che suonano esattamente così: "Cilò".
In un primo momento pensavo significasse "Ce l'ho", perché quando abbiamo negoziato quanti cavalli portare e se ce ne sarebbero stati di docili, lui m'ha sorriso, allargando le braccia, e ha pronunciato
"Cilò Shakira. Cavalla. Lei danza (e ha mimato un ondeggiamento). Cilò. Aysha. Cavalla. Buona per bambino".
Lapalissiano - ho pensato allora - un'equazione elementare: "Ce l'ho" è diventato "Cilò".
Epperò dopo un poco, quando discutevamo sul giro da farsi e dove andare, s'è incrinato di botto questo mio rassicurante quadretto semantico.
"Che giro facciamo allora, Shaban?"
Ha acceso il suo sorriso luminoso, ha allargato le braccia un'altra volta e ha pronunciato:
"Cilò cavallo t'ho ditto! Hassan. Buonissimo. Tu galoppi? Cilò foto. Fotografia. Deserto. Cilò tramonto. Tu gira, gira, vuoi galoppare? Galoppi! Hassan, Shakira, Aysha. Tu vuoi tornare su mare? Tutti su mare!. Cilò Shakira. Cavalla. Hurgada cavalla. Un'ora e mezza, due ora e mezza, come tu vuoi".
Sicché non m'è rimasto altro da fare che tornare berlusconianamente al resto del gruppo annunziando:
"Nessun problema per i bambini, è tutto a posto. Andiamo pure tranquilli".
L'appuntamento è alle 6 davanti alla tenda beduina. Cinque cavalli e un dromedario (non si può mai sapere), 55 euri, un'ora e mezza di giro.
Shaban, impalandranato fino ai talloni in una galabya polverosa color topo, è al cellulare e pare stia smadonnando.
Ma quando ci rivolge lo sguardo, ride, serafico, ammorbidendo la voce. "Infido l'arabo, e pure doppio, e bugiardo" vien da pensare.
Ma capirete, io sono di Napoli e sento un risciacquare di panni asciugarsi sott' a 'stu sole mio.
"Tieni cavallo" - dice - e mi passa Hassan. A madre e figlia tocca proprio Shakira la ballerina, che a vederla è davvero uno schianto: bianca, una testa di berbera vezzosa, le froge nere variegate di rosa che ci schioccheresti un bacio, un vero spettacolo.
Shaban mi fa, toccandomi le briglie "Questo lui piace galoppare". E' un bel baio davvero questo Hassan, spero di non pesargli troppo sulla bocca che sono un po' arruginito come cavaliere. Shakira pare sgamare subito la valentìa amazzonica del doppio fardello che le è in groppa. S'avvia difatti, sorda ai richiami di Shaban ("Gira, signora, destra gira... dEstra signORA, GIRA DESTRA!") chissà dove, forse alla pastura, con passo imperioso.
Imperturbabile, superba, si staglia su uno sfondo fiammeggiante.
Senonché la marmocchia s'appaura. "Mamma! Torniamo indietro!" grida.
"Gira, signora, destra gira... dEstra signORA, GIRA DESTRA!".
Ed è solo l'inizio...
Continua
Una locandina del "Corriere dell'Umbria" di oggi.
PIZZO
SUI MORTI
IN 14 INDAGATI
Distese sui lettini, in prima fila, madre, figlia prima et secunda, ipod, paraocchi e tette al vento (la madre non le ha rifatte, complimenti vivissimi signora, si sa, le botti piccole, come si dice, m'ha capito) s'imbevono di luce. La loro è adamantina dedizione, lucida certo e forse un poco viscida ed untuosa per via delle creme, ma è senza dubbio assai radioso questo intridersi loro d'assoluto senza discriminare l'infrarosso. Io me ne sto all'ombra d'un separè in fibra di cocco, la testa imprigionando nel collo d'una maglietta grigia che mi ributto infine sulle spalle a mo' di beduino. Mi smozzico a fatica e senza voglia un raccontino di Theophile Gautier il cui titolo è già tutto un programma: "Jettatura". Sullo sfondo, sfilacciamenti bianchi di spume, panze più o meno gonfie e tracimanti, accaniti studiosi florofaunistici del reef, fighe su zeppe a traballare allegre, ingioiellate, ridenti, ipertruccate, s'accompagnano a cinquantenni che manca (oh, sì, se manca!) soltanto il "Billionaire".
"Questa mi sa che se l'è carreggiata dal raccordo, prima di svoltare per Fiumicino. He he he".
Sotto a 'sto schioppo di sole, è quanto dire.
"Mamma, mi sposti per favore il lettino un po' più al sole? Ho messo la crema e non posso scendere"
"Ah, ma sei proprio viziata figlia mia!"
"Fiore, tesoro, chiudi la borsetta che te la porta via il vento"
Le voci, l'enfasi, l'inflessione e il timbro rimandano senza tentennamento alcuno a tale Anna Moroni ("La prova del cuoco", Rai1, ore 12 circa). Fiore è secca secca. Le sue tettine, in sezione, sembrano due ami da pesca senza ardiglione. Le si contano le vertebre quando si volta a pancia sotto. Ha un broncio d'indolenza capricciosa perennemente appeso ad un profilo francese ch'è un bijoux. Ricci rossastri sono tenuti a bada a malapena da un fazzoletto arancio. Legge la Yoshimoto (uno a caso, che tanto fa lo stesso). Il terzetto ha attirato l'interesse della truppa perchè non caga di striscio niente e nessuno. Nessuno al buffet, nessuno sulla spiaggia, nessun animatore (per quanto un paio di questi, due pischelli, vengono ancora a provarci). Solo il massaggiatore, un ceffaccio inquietante e nerboruto, se le smantrugia una via l'altra every day. Ci si chiede se stipularono convenzioni, se mai negoziarono per il quantum. Chi lo sa. Il mio amico mi dice:
"Sono le tipiche borgatare".
"Macché! Saranno parioline, tuttalpiù ti concedo di Prati".
La prima cosa che ho chiesto ad Abdul (e mi parevo Holden e le anatre d'inverno) è stata:
"Ma cosa fanno i pesci balestra?".
"Niente. Se tu passare e non fermarti, loro non fare niente. Solo barracuda più periculoso".
E pensa, Abdul, così, di tranquillarmi. Invece a me, che prima di partire avevo letto in un forum un monito inquietante ("Bellissima la barriera, piena di pesci. Molti balestra, però. Occhio a non fermarcisi sopra a lungo") il ribadire questo concetto di non_fanno_niente_purchè_non_ti_ci_fermi coniugandolo ad un'arma micidiale come la balestra non mi sconfinfera poi molto.
Che farà mai 'sto pesce balestra, niente niente tirasse frecce avvelenate?
Attraverso una crisi profonda come le acque in cui spadroneggiavo fino a ier l'altro. Sputacchio qualche parola, me la rileggo, mi dico "tutte cazzate, tutte cazzate". Mi è più congeniale il chiacchiericcio e la lettura.
Ad onta d'equivoci
unto d'eque voci
entro ubique fauci
l'estro. Dubito. Che farci?
Altri habitat da darci
altro halibut da darsi
oltre Lilliputh dorarsi
altri lapilli sparsi
otri ampollosi riarsi
Tutte cazzate, tutte cazzate.
Ah. Il pesce balestra che ho visto l'altro ieri s'è acquattato di sguincio all'ingresso di una tana. La pozza era profonda un metro e mezzo scarso, non di più, sul reef. Ho richiamato un ragazzo e una ragazza che, come me, vagavano lì nei pressi. Ci siamo dunque avvicinati tutti e tre fino all'imbocco dell'entrata. Il pesce era lì, immobile, ci guardava. Una bestia di 50 centimetri almeno, un bellissimo esemplare. Blu, quasi si faceva toccare. Poi mi sono accorto che nella tana c'era anche un altro pesce, tutto puntellato e di colore chiaro, grossomodo della stessa taglia. Siamo stati qualche minuto così, noi tre e i pesci, a studiarci l'un l'altro. Poi siamo andati via ed è finita lì. Io i dentini del balestra li avevo visti, e qualcosa mi diceva "e... se dovesse mordere?". Poi oggi ho fatto una ricerchina su internèt e ho visto questo.
Alle 9,57 l'ampolla mostrava incontrovertibilmente a fedeli, curiosi ed uditorio tutto che lo scioglimento del sangue s'era di fatto compiuto. Nessuna necessità pertanto, da parte delle "parenti", di spronare "faccia 'ngialluta" a che si desse una mossa a miracolare. Perchè a 'sto giro, e c'è ben poco da scherzarci sopra, ci va di mezzo Partenope e tutta la zona flegrea. A 450 chilometri di distanza riemergevo (persistenza di sincronie subliminali) da un black out letargico strappato a morsi e brandelli al termine di un ritorno omnicomprensivo di:
-disguidi burocratici alla dogana egiziana
-check in
-negoziazione sul peso dei colli
-sorvolamento anchilosante su una mappatura giallastra e filiforme che fa pensare la terra una enorme base lunare
-check out
-104 euro di pedaggio al parcheggio lunga sosta
-250 chilometri di guida abbioccata nella gestazione lenta di un albeggiare grigio
-scarico di colli
-crollo finale diagonalmente al materasso.
Riciclo perciò quanto ebbi a dire l'anno scorso in analoghe circostanze anaerobiche, abbracciandovi metaforicamente tutti.
Gravida di caligine questa mattina, così distante dall'accecamento dei giorni scorsi da metterne in dubbio l'esistenza.
Mi osservo, rassicurato, le mani; il piccolo graffio, rimediato sulla barriera corallina, sarà cicatrice, carnosa certezza d'un percorso vissuto.
Ancora qualche barbaglio insiste al limite della visuale: pesci, miriadi di pesci d'ogni taglia.
Le pinne e la maschera sono quelle da ragazzo: tecnologicamente obsolete, aerodinamicamente inefficaci.
Completamente immerso, a meno sei metri da un mondo secco e sabbioso, percepisco il senso dell'acqua come una condizione dello spirito.
Acqua come aria densa, che avvolge suoni e colori e li rallenta, che addolcisce il moto, persiste finanche nella torpidezza dell'occhio, nella molle curva della bocca della grossa cernia che, pensierosa e indolente, controlla la distanza da me con un morbido colpo di coda.
Dunque sono sospeso qui: senza peso, come solo nel volo o nell'orgasmo.
Contemplo sulla parete di fronte il tripudio di vita che sprofonda là sotto.
L'origine, la morte, il mistero, abbarbicati alla stessa radice.
E' tutto calma apparente, senza un guizzo; serpeggiando incede la murena, sbuffando nuvolaglie sabbiose grufolano triglie, iridescenze di pinne.
Finchè poi un brivido, l'alito freddo di un sipario tremante, non mi ricorda le ragioni dell'aria.
Come in certe illusioni, in certi sogni, lenta e leggera, è un soffio poi la risalita.
Ultimamente ci sono poco, vi sto trascurando. Ora vado via, la schiena a pezzi (che l'omino delle legne ieri mi fa "o oggi o se ne parla a metà ottobre", sicchè mi capirete, accatastare costa fatica) e la mia attrezzatura da guardone di mare stile retrò. Torno per S.Gennaro. Statemi bene tutti. A proposito, qui Paola Senatore persevera regina nella cattura dei farlocchi (splinder dixit).
Come posso mai esimermi dall'obbligo di lasciare a imperitura memoria testimonianza del fatto che
qualche pellegrino purtuttavia approdò a questi tristi lidi cercando nientepopodimenoche
Google.it (e taglia sto coglione) ?!?
All'età di 10 anni subii un intervento al cuore. Il mio problema era una stenòsi della valvola polmonare, quel che comunemente è definito un "soffio al cuore congenito". Nel corso della mia infanzia di bambino cardiopatico asintomatico (difatti, a onor del vero, stavo benissimo; ai miei fratelli in alta montagna usciva il sangue dal naso e a me nulla; andavo sott'acqua come un pesce, saltavo come un grillo e giocavo a pallone con la stessa foga di tutti gli altri miei compagni) passai per una lunga trafila di visite, elettrocardiogrammi, ecocuore, auscultazioni ed analisi varie, che francamente me ne basta per questa vita e m'avanza. L'operazione poi se la giocarono a bussoloti i vari luminari interpellati:
"a mio modesto avviso non sarebbe necessaria"
"sarebbe oltremodo consigliabile"
"lasciate perdere, si sistemerà da solo"
"resta sempre l'incognita di quel che potrà accadere con l'adolescenza"...
insomma, per farla breve i miei si fecero convincere da uno che all'epoca aveva eseguito per primo qui in Italia i trapianti di cuore sulle pecore. Si partì dunque, armi e bagagli, per una Torino che io ricordo nebbiosa, grigia, squadrata, ordinatissima, pulita e scricchiolante per via del parquet a doghe di legno dell'albergo dove pernottammo appena arrivati. Il giorno dopo mi ricoverarono in una clinica, una villa silenziosa ed elegantissima, immersa in un parco senza fine. L'operazione mi lasciò una serie di traumi e di segni più o meno visibili di cui il più evidente fu senza dubbio uno strincio che divise a metà il mio tenero torace e che culminava, a quei tempi, grossomodo all'altezza della bocca dello stomaco con una sorta di lombico carnoso. Metto tutto al passato perchè, a distanza di tempo, posso asserire senza ombra di dubbio che se una cosa l'azzeccarono, quei luminari, fu la previsione che, crescendo ed espandendosi la mia cassa toracica, questa cerniera-lampo di carni violate si sarebbe, come dire, occultata meglio. E difatti fu così. Oggi quel genere di operazioni si fanno introducendo un catetere per l'arteria del braccio. Nessun bisturi, dunque, nessuna anestesia generale, nessun trauma, nessuna ferita imbarazzante per cui inventarsi eroismi di guerra nei confronti degli altri bambini al mare, o più in là sofferenze incomprensibili che incerbiattissero lo sguardo alle ragazze. La mia convalescenza, però, è qualcosa che non potrei mai dimenticare. Perchè quel parco, di cui giorno dopo giorno scoprii gli anfratti più nascosti, beh, quello fu il mio primo vero viaggio dentro me stesso. E sarà probabilmente proprio per via di quell'evento così cruento che io avevo subito, che compresi che spostarsi verso un altrove più o meno accattivante è soltanto un pretesto, come dire, l'occasione, una forma più o meno ricercata, una sorta di vestito, un capriccio.
Tutto quello che avviene, quello che conta e che ti cambia veramente, accade dentro te stesso, quando deve, se deve.
Sono tornato adesso da un mare mediocre, dignitosamente trasparente e con un fondale scandalosamente basso. Quasi nessuno vi s'immergeva; del resto, non avrebbe avuto gran senso farlo; era, questo mare, una sorta d'infinito bagnasciuga, niente a che vedere con i fondali verdazzurri che rappresentano il mio standard di mare. La spiaggia, perfettamente piatta, si srotolava ai piedi di costruzioni cubiche anni '60, un vero scempio di cemento, putrelle d'acciaio e verande profilate d'alluminio. L'unica fruibilità sensata di quella lingua infinita di sabbia pareva quella sfruttata dai vari jogger d'ogni età che ne ususrpavano a zampate di gomma la linea serpeggiante del bagnasciuga. Mi hanno prestato le chiavi di una roulotte, messa a stagione in un campeggio. Roba mediocre, roulotte e campeggio, ad onta quest'ultimo delle quattro stelle sul depliant. Mediocri i sogni revanscisti dei perdenti ai vari giochi-aperitivo o al torneo di ping-pong, mediocri i tuffi della ragazzina in piscina (e quanto ci s'accaniva suo padre a che bucasse l'acqua di testa senza schizzare!). Sul pedalò, umido d'una notte che s'annunciava gonfia d'acqua, lei ed io come due innamorati fuori tempo. Nessun altro. Dopo un po' siamo rientrati passando per l'anfiteatro dove si svolgeva la baby dance. Lui le accarezzava il braccio, lei era una bocca aperta di denti come un sorriso o come una smorfia dolorosa. Si sa, e il volto lo dice meglio, riso e dolore fioriscono nella forma, quasi uno scherzo, una presa in giro, acqua della stessa fonte si direbbe. Lei agitava gambe e braccia su quella carrozzella tutta strana che la teneva come sospesa (non seduta, non completamente distesa, ma so-spe-sa) e mi sembrava una tartaruga; lenta vogava braccia e gambe nel vuoto, fisso lo sguardo, forse addirittura spento. Lui le accarezzava un braccio, con un certo vigore, io rubavo a spezzoni di fotogrammi la scena per ricordarla. Sapete, ci vuole una certa discrezione nel rubare, anche se nessuno di loro pareva interessarsi ad altro che non fossero loro stessi. Lui le cantava la canzoncina "Stendi i pan-ni stendi i pan-ni, bo-dom bo-dom"; lei, forse la figlia, la moglie, o la sorella (vallo a sapere tu il dolore quel che riesce a pennellare sulla carne), vagolava su quel tessuto musicale che io avrei detto ridicolo, mediocre, che non meritava due righe su un blog. Spostarsi, l'ho già detto, è soltanto un pretesto, come dire, l'occasione, una forma più o meno ricercata, una sorta di vestito, un capriccio.
Tutto quello che avviene, quello che conta e che ti cambia veramente, accade dentro te stesso, quando deve, se deve.
Scendo dal tram esausto e sonnambulo. Ho vissuto tutta la vita. (F Pessoa)