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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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domenica, 27 novembre 2005

Non so proprio che dirvi, mi piace però nascondervelo.

Avevo bisogno come d'evadere. Fuori gocciava.
"Ha intenzioni licenziose, monsieur?"
"Non ora. Piuttosto... quando ripasserò. Sorrida"
Tacque.
Uscii velocemente.
Zampillava.

Quella fu senz'altro la mia prima volta, e cominciai per scherzo, nel corso d'un tormentato e fastidioso pomeriggio d'acquerugiola e di nevischio persistente. Certe ossessioni, si sa, possono prendere l'abbrivio chissà come; s'agganciano a qualcosa d'irrisolto; una piega, forse, un nodo, chi può dirlo? Sono stanze comode, tutto sommato, poltrone confortevoli, qualcosa dov'è piacevole lasciarsi sprofondare. Specie poi se c'è un fuoco, e fuori solo acquerugiola e nevischio...

"Ah!" - biascicò - "ci dovremmo essere... Fermi."
"Glielo ha indicato la mappa?"
"No. O perlomeno... qui... ricordavo..."
Scese, tirandosi una valigia zebrata.

Continuai, finché mi parve ancora avesse un senso il doverlo fare; o meglio, finché mi procurava ancora quel sottile e imprecisato piacere il fatto stesso di farlo. Tracce nascoste, un brivido mi coglieva ogni qualvolta abusavo e violentavo l'indifferente sequenzialità dell'alfabeto; per dare voce a chissà cosa di sepolto, e chissà dove. Come se tutto fosse, in fondo, niente altro che un semplice automatismo senza alcun senso; o meglio, un senso inspiegabile sottostesse alla trama preordinata dell'alfabeto. Una sorta di musica d'incastri, la sequenza letterale, un'armonia sopita che le parole, questo il paradosso, fossero in grado inconsapevolmente, ed in completa autonomia, di risvegliare.

Accudirlo, badarci, ci dividemmo equanimemente, finché...
Gemmava.
"Ho immagini liquide, ma non odo più quella risata"
Sgualcendolo, torse un vecchio zinale.

Smisi in un giorno nevoso, che alla radio c'era "Africa" dei Toto. Sempre le lettere, il disegno e la sequenza delle quali m'apparivano oramai non più come una struttura rigidamente preordinata, bensì piuttosto come un oceano aperto, un orizzonte di possibilità.
Alfa... beta... i grani d'un rosario.

"Allora baciami, come dovessimo essere fuori gioco"
"Hai infinite le mani, neri occhi, puoi quasi recuperarmi..."
"Sembri talvolta una vecchia zavorra"

Passai infine dalle lettere alle parole, e ne nascosi moltissime. Scrivendone e leggendole, scoprii tracce inaspettate. E storie mai scritte strisciare tra quelle scritte, ricombinarsi. Ridussi infine il mondo ad un libro soltanto, che scelsi casualmente, un giorno a caso, sbarazzandomi del resto.
Tutto si nascondeva adesso nella stanza, fuori solo acquerugiola e nevischio.

postato da: fuoridaidenti alle ore 18:39 | link |
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mercoledì, 23 novembre 2005

Chi li avverte quelli nascosti nell'etere?

Aveva una calligrafia molto ordinata, con delle "g" d'una opulenza barocca. Tutte le maiuscole erano leziosamente arrotondate, e benché sembrava fossero state vergate con un tratto molto deciso, mantenevano qualcosa di femminile e di sensuale. L'idea complessiva, come dire?, a colpo d'occhio, era che chissà quando - da adolescente forse - avesse posto una cura minuziosa e maniacale nel definirsi quel campionario di segni, e che non l'avesse poi mai più abbandonato.
Il foglio s'inzuppava di pioggia, goccia a goccia, e trucco sfatto sembravano adesso quelle lettere.
Tanti occhi, più o meno spalancati, da cui colavano giù lacrime e mascara.
Mio fratello aveva avuto un attacco di cuore mentre era al lavoro nel cantiere. Quando mi avvertirono io stavo ascoltando un brano di Keith Jarret e sbirciavo una rivista di mia moglie. Giunsi al cantiere che il suo corpo già era stato portato all'obitorio.
Fu il suo socio a darmi la busta. Mio fratello non me ne aveva mai parlato.
"Mauro, se stai leggendo questo foglio vuol dire che mi è successo qualcosa d'irreparabile. Qui dentro troverai una lista di numeri di telefono, siti web, utenze, password, lettere. Ti prego, prima d'ogni altra cosa, chiama quei numeri, avverti di quel che mi è successo. Poi vai in quei siti, entra con quelle utenze e fai la stessa cosa. Ed alla fine cancella, cancella tutto. Le lettere distruggile. Mi spiace, prova a capirmi, ma è stato bellissimo".
E' stato bellissimo, già. Tanti occhi piangenti col trucco sfatto, mi sembravano adesso quelle lettere sotto la pioggia.


The Wind (Keith Jarret)

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:35 | link |
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sabato, 19 novembre 2005

Come un asintoto mi ritengo allora che

L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder





Stilla
come un'eco
sciroppata
d'uste tentacolari
di là
dalla rogaia cespugliosa
tra le tue cosce morbide
m'inebrio
allora
di squilibri
tartufandomi
in un affondo
vertiginoso
come un asintoto
mi ritengo allora che
quasi 
m'azzero.

postato da: fuoridaidenti alle ore 09:59 | link |
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mercoledì, 16 novembre 2005

Morire, tutto sommato, è come un disperdersi di cose

Chi mi ha ispirato questo post mi ha anche inconsapevolmente ricordato il racconto che vi propongo qui di seguito. E' andata così: si chiacchierava del più e del meno, e tra una facezia e l'altra venne fatto un nome. Fu certo una banale coincidenza, la circostanza di una casuale omonimia (chissà a quale Martinez intendeva riferirsi il mio interlocutore). Tuttavia questa casualità, oltre ovviamente al tema dell'andarsene (inteso, quest'ultimo, come un disperdersi di cose), m'impone in un certo senso di proporvi questa storia.
Tra i link nella mia pagina c'è quello al mio Maestro, colui dalla cui voce ascoltai per la prima volta questo racconto. Nacqui, come blogger, quando lui scomparve come voce. E, a dirla tutta, ancora mi pare inconcepibile (ma io sono un nostalgico, si sa) sintonizzarmi la mattina su una stazione radio che non è più quella dove una volta la sua voce snocciolava, con quel tono monocorde ed ipnotico, certe intuizioni geniali in lingua barocca ed altre, molte altre, iridescenze neuronali. Penso, talvolta, che il fatto stesso che io sia qui non è nient'altro, in fondo, che una sorta di compensazione che equilibra in qualche modo la sua assenza. E se presenza come rovescio di un'assenza è un'equazione possibilissima in un contesto metafisico, sento di poter dire che qualora il mio Maestro tornasse a salmodiare dietro un microfono, io potrei evaporarmene in silenzio, come un soffio nella rete. Una cosa conchiusa, definita.
Colgo dunque, proponendovi questa storia, l'occasione per porgergli un fangosissimo e deferente saluto da golemaniaco.

I cammellini della memoria

Il console era ormai vecchio.
Quella notte, come ogni notte, stava facendo la doccia prima di andare a dormire. Mentre s'insaponava ricordava sua moglie Elisabetta: la rivedeva sorridente mentre lo prendeva in giro appoggiata al frigorifero; poi rivide suo figlio a cinque anni, una domenica mattina, con le sue ultime scarpe nuove; poi suo fratello Antonello, serio e immobile, in bianco e nero, proprio come nella foto che portava sempre con sé nel portafoglio. Quest'ultimo pensiero fu interrotto da qualcosa che al console sembrò il grido di qualcuno che precipita. Un grido quasi impercettibile, leggero come un sussurro. Il suo sguardo scattò sfiorando la tenda a fiori della doccia e scivolò giù, sino ai piedi: notò il solito vecchio callo, poi seguì l'acqua mista a schiuma che scorreva verso il mulinello; fu lì, fu nel vortice di acqua e di schiuma, che gli parve di scorgere un cammellino piccolissimo che si dibatteva ancora per un attimo prima di sparire nel buco dello scarico. Il console si sciacquò bene, si asciugò, indossò il pigiama, le pantofole e filò verso il letto. Non poteva essere stato che uno scherzo della stanchezza. Entrò nel letto che già pensava ad altro. Lesse quasi due pagine di un romanzo noioso e fu colto dal sonno senza avere il tempo di riporre il libro sul comodino, né di spegnere l'abat-jour.
Fece dei brutti sogni.
Verso la metà della notte ebbe un attimo di dormiveglia. Non apri gli occhi ma si accorse ugualmente di non aver spento la luce. Stava concentrandosi per trovare la forza di ordinare alla sua mano insonnolita di spegnere, quando, all'improvviso, si rese conto che intorno a lui c'era un'indefinibile animazione.
Lentamente, trattenendo il respiro, apri gli occhi; ma li richiuse quasi subito.
Con un movimento leggerissimo si morse a sangue l'interno della guancia: era sveglio.
Questa volta socchiuse impercettibilmente solo una palpebra: i cammellini continuavano ad andare e venire sulla coperta a quadri, sul lenzuolo, sul cuscino; continuavano a entrare e uscire dalle sue orecchie con disinvoltura. Anche se aveva le ciglia quasi chiuse riuscì lo stesso a notare che le bestiole, ogni volta, uscivano dalla sua testa con un pacchetto tra i denti.
Cercò di ripetersi che era stanco, ma ormai non poteva più crederci: i cammellini c'erano veramente. Ed erano una moltitudine. Stavano attraversando le sue orecchie e portavano chissà dove pacchetti rubati, chissà come, nella sua testa.
Dei predoncini sfacciati lo stavano depredando nel suo letto. Il console ebbe un moto d'ira ma riuscì a controllarsi. Un ronzio, come di mosca, lo informò che due di loro si erano fermati proprio all'ingresso di un orecchio e stavano conversando.
Concentrò l'attenzione sul ronzio... li capiva; distingueva perfettamente ogni parola: parlavano del cammellino Markoskintu precipitato nello scarico della doccia. Erano molto contrariati.
Il console cercava di respirare piano, mantenendo sempre lo stesso ritmo.
Un cammellino chiese all'altro cosa avesse nel suo pacchetto e questi gli rispose che aveva un bel ricordo; disse che stava portando via l'immagine di Filippo con le sue ultime scarpe nuove.
Il console ebbe un brivido, cercò nella memoria l'immagine di suo figlio Filippo con le sue ultime scarpe nuove e non la trovò. Aveva la sensazione che quell'immagine fosse stata sua per tanto tempo ma, per quanti sforzi facesse, non riusciva a trovarla.
- Adesso andiamo via - sussurrò un cammellino, e aggiunse: - tanto non c'è fretta; abbiamo ancora due anni sette mesi e quattro giorni. -
Si allontanarono: uno salì su per il cuscino insieme a molti altri, l'altro, invece, scese lungo un braccio immobile del console; quando fu sulla mano questa scattò come una trappola e lo imprigionò.
Ci fu un fuggi-fuggi generale.
I cammellini erano travolti dal panico: quelli che si trovavano nei paraggi delle orecchie vi si precipitarono dentro, sparendo nella testa; gli altri si dispersero velocissimi alla periferia del letto.
In un attimo nella stanza tutto tornò apparentemente calmo.
- Cosa accadrà tra due anni sette mesi e quattro giorni?
La voce del console era secca, come di chi non ha più saliva. Il cammellino prigioniero fra le dita era confuso, ma seppe comportarsi in modo ineccepibile. Subito si scusò anche a nome di tutti i suoi colleghi per essersi lasciato sorprendere; poi disse che era davvero dispiaciuto, che incidenti come questo non erano capitati più di quattromila volte in tutta la storia dell'umanità, e avrebbe sicuramente continuato a tergiversare se il console, con decisione, non avesse ripetuto la domanda.
Il piccolo prigioniero, questa volta, fu preciso ed essenziale: - Fra due anni sette mesi e quattro giorni, esattamente alle ore ventuno e trentasei, tu morirai. -
Il console non batté ciglio, ma il cammellino dovette ritenere ugualmente di essere stato un po' brutale. Quando, dopo una breve pausa, riprese a parlare, il suo atteggiamento era quasi affettuoso: - Io e i miei colleghi - disse - siamo i cammellini della memoria e portiamo via i ricordi a chi sta per morire. -Parlava con un lieve accento straniero - Purtroppo non sempre riusciamo a fare per tempo questa operazione di trasloco. Certe persone, a volte giovanissime, muoiono improvvisamente; per certe altre, anche se anziane, ci viene comunicata troppo tardi la data del decesso; alcuni addirittura si uccidono di loro iniziativa, e un suicida, come saprai, muore con tutti i suoi ricordi. Tu sei stato fortunato, per te siamo stati avvertiti in tempo: abbiamo iniziato il trasloco già da venti giorni, lentamente. Tra due anni sette mesi e quattro giorni, alle ventuno e trentasei precise tu morirai con pochi ricordi indispensabili e secondari. -
La voce del console questa volta era solo stanca: - Voglio morire adesso, portate via i ricordi e fatemi morire subito. - disse, e aggiunse - Per favore. -
Il cammellino ci pensò un po' su poi decise che lo avrebbe accontentato. Era il meno che potesse fare: - Ma ti devo informare che l'infarto per il quale saresti dovuto morire fra due anni sette mesi e quattro giorni non può, per regolamento, essere anticipato. Dunque morirai di morte pura. Accadrà domani notte, in questo stesso letto. La morte ti ucciderà senza travestirsi da malattia, né da incidente, né da nient'altro. Non fornirà spiegazioni tecniche per alcuno: sarà morte, e basta. -
Il console abbassò il pugno sul cuscino e lo aprì: il cammellino si sgranchì bene le gambe e le gobbe, poi, trotterellando, rientrò nell'orecchio. Ma si trattenne poco. Un attimo dopo, infatti, stava già galoppando verso i margini della coperta e salutava col braccio.
Il console rivide il figlio con le sue ultime scarpe nuove, poi passò la notte a ricordare.
Il mattino seguente si alzò molto presto e, come sempre, scese a piedi le scale; aveva sempre evitato gli ascensori. Giunto sul marciapiede attese nell'aria fresca che passasse un camion interminabile; poi attraversò la strada. Sarebbe stata una giornata speciale.
Quando salì sull'autobus numero dodici era già buio. Attese la sua fermata guardando fuori dal finestrino.
Giunto a casa si spogliò, si fece la doccia, si lavò i denti, indossò il pigiama e si mise a letto.
Inaspettatamente si addormentò quasi subito.
I cammellini non si fecero attendere: alcuni uscirono dalle sue orecchie, altri, moltissimi, arrivarono da chissà dove.
Si portarono via la moglie Elisabetta mentre, sorridente lo prendeva in giro appoggiata al frigorifero; suo fratello Antonello serio e immobile in bianco e nero come nella foto che portava sempre con sé nel portafoglio; suo figlio a cinque anni, quella domenica mattina, con le sue ultime scarpe nuove. Poi un altro ricordo, e un altro, e un altro ancora. In meno di un'ora si portarono via tutti i ricordi.
Un ultimo cammellino si portò via il ricordo dei cammellini.
Nella stanza, terminato quel brulicante viavai, tutto era tranquillo: si sentiva soltanto il respiro profondo del console.
Dopo un po', nell'orizzonte limitato della coperta a quadri, apparve un dromedarietto grigioperla.
In breve superò la coperta e si distese in un galoppo sfrenato sul bordo del lenzuolo, scalò il cuscino e scese sulla spalla del vecchio. Quando infine, districandosi tra le pieghe del pigiama, fu sul petto, si fermò, chinò il capo e morsicò in profondità, verso il cuore, coi suoi denti di ghiaccio.
A quel punto per il console fu solamente la fine di un sonno senza sogni.

"I cammellini della memoria" dal libro "Altrove è l'unico posto possibile" di Filippo Martinez, Eleonora Editore - Oristano 2000.

postato da: fuoridaidenti alle ore 18:12 | link |
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Scartocciando una foglia secca di tabacco

Amico mio
ci siamo nutriti di poesia.
Abbiamo sacrificato le nostri notti
sulle pagine di un libro di versi
e l’alba non ci trovava spossati
per lo spirito
irrequieto.
Ma ora?
Abusiamo del nostro tempo
quando sui versi di Calogero o di Evtuschenko
le ore si allungano
spegniamo la luce per il riposo
del corpo stanco.
Non siamo più pirati di tesori
solo ladri di monete
dalle cassette d’elemosina
in chiese fredde.
Non restiamo più innanzi scrigni spalancati
a godere gioielli preziosi
donarci la gemma trovata.
Poco ci procuriamo e tutto spendiamo
con una citazione magari sbagliata
per paura di noi stessi
di riassorbire l’avidità d’anni felici
uccidiamo perfino i fantasmi
dei nostri poeti.
Amico mio
dove sei questa sera?
Vorrei con te riandare a giorni lontani...
Vale
et me ama.

(Non è mia, è sua. E non conosco il titolo originario. Mi ha comunque ceduto il copyright)

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:00 | link |
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martedì, 15 novembre 2005

Andarsene

Ieri qualcuno mi parlava d'un suo zio che se n'era andato. Io gli ho risposto:
Scusami, non ti offendere, immagina che adesso io te lo chieda facendo la faccia come Massimo Troisi. Ma questo tuo zio... se n'è andato andato... o se n'è andato proprio?
Insomma, sarà la circostanza, o quest'acqua che vien giù a ragajoni, 'sta voglia 'e fa' nient' che m'ha preso, o questa lampada che conicamente illumina me d'immenso mentre il resto dell'ufficio è tutto al buio... non saprei dire, ma adesso m'è proprio venuta nostalgia di zia Bianca. Che poi non era affatto una mia zia, era una signorina che viveva nello stesso pianerottolo a casa dei miei. A me m'ha insegnato a camminare, m'ha cresciuto a zeppole e panzarotti, m'ha perfino aspettato due giorni prima di andarsene, e la sua casa era lucida che voi manco ve lo potete immaginare.  Mi mancano assai adesso certi dopo pranzo, quando eravamo già neouniversitari. Io spesso e volentieri m'ero rollato un cannone qualche minuto prima quando, "driiin!", il campanello suonava. Era zia Bianca ed era, quello, l'inizio del rito del caffé con sigaretta appresso. Sai quando dici le cose d'ogni giorno? Ti scivolano addosso per una vita intera; un giorno poi, tac!, le perdi come niente... ecco, quello è invecchiare, un perdersi di cose. Ci sedevamo al tavolo: mia madre, zia Bianca, mio fratello ed io. Mia sorella non me la ricordo, forse già non c'era, boh, non saprei. E incominciavano, mia madre e zia Bianca, a cicalare di certi misteri condominiali che il trip, mentre chiudevo gli occhi sorridendo, mi saliva come schiuma sulle labbra. Una bellezza, un profluvio rugiadoso,
Noi, signora, ci siamo sempre fatti i fatti nostri!
Voi, signorì, glielo dovevate dire a quella di sopra!
Noi, signora, con certa gente non ci confondiamo!
Voi, signorì, siete troppo per bene!
Robe così. Farsi i fatti propri. Seh seh... come no! Conoscevano i fatti di tutto il palazzo, ma altro che del palazzo, di tutto il quartiere! Mi aspettò per due giorni prima di andarsene, zia Bianca, me lo disse quella notte l'infermiere, mentre la "preparava" appena morta.
V'ha aspettato. Che vi credete, che è accussì facile a murì?
Ma questo accadde moltissimo tempo dopo. Già me n'ero andato, e avevo smesso con le canne e coi caffé.

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:46 | link |
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sabato, 12 novembre 2005

Benché io l'abbia già detto, questo è soltanto il tempio dove s'aggirano gli ectoplasmi di famiglia, segnalo questo articolo di alex, che ha a che vedere con il Grande Fratello. Non quella manica d'imbecilli nella casa, s'intenda: quello vero, che sogghigna nel buio.

postato da: fuoridaidenti alle ore 10:38 | link |
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In ottemperanza a quanto richiesto costì mi pregio di presentarvi

Il nipote di Gregorio

E adesso dovrei spiegarlielo proprio a questi animali che cosa ci facevo vicino a quello scempio sulla spiaggia? E a cosa mai servirebbe? Dovrei raccontargli del nonno? Di questa maledizione che ci portiamo appresso? M'hanno pestato a sangue, erano in quattro, con le loro divise, gli davano giù di brutto con manganelli e scarponi. Le palpebre, dopo, mi si sono gonfiate così tanto che faccio fatica adesso a capire dove sono e chi sono. Uno di loro, una bestia con la barba, sputandomi addosso m'ha abbaiato "Porco assassino!" sferrandomi un calcio in mezzo a queste gambe. In bocca sento un sapore sconosciuto, qualcosa mi si deve essere rotto. Denti, li chiamerebbero denti questo tritume doloroso, ancora non mi ci sono abituato. L'odore intorno è di marcio e di piscio, e questo posto è umido e freddo. In altre circostanze l'avrei gradito molto, l'avrei addirittura cercato un posto così. Devo essermi pisciato e forse pure cacato addosso. Ho striature di muco, di sangue e d'altri umori, vomito forse, lo stomaco che brucia, e ancora non so capire di quest'ossatura fragile che m'intrappola che cosa si sia rotto ed incrinato. Dovrei spiegarglielo a questi animali il senso d'una coscienza mai perduta? Di quel fortore penetrante di cadavere che mi attirò, deviandomi la traiettoria? Le mosche carnarie, loro, a miliardi già ne avevano conquistato le budella. Io, con la mia palla di sterco, la condanna di Sisifo nel sangue, sfidavo le ondulazioni sulla sabbia, controvento. Una giornata di vento, carica di promesse e di profumi. Tutti ci curiamo di un uovo almeno una volta nella vita. Il senso d'una coscienza mai perduta. L'unghia smaltata di rosso, scheggiata e sanguinante, tratteneva un foglietto. "Non ti dimenticare..." c'era scritto. Il senso di cose mai perdute, mi ci caddero gli occhi. Il nonno, quel mistero volatosene un giorno da una stanza, poi la guerra, le deportazioni. Fu l'ultimo pensiero, dall'altra parte di questo specchio sporco che è il mondo. Mi ricongiunsi, non saprei dirlo come, a una radice conosciuta e maledetta, ritrovandomi lì, completamente nudo sulla sabbia, le mani e il volto sporchi di quella merda che fino a poco prima rotolavo. Una pallina ridicola, adesso. Ma che le zampe, leggendo quelle parole poco prima, avevano inavvertitamente spiaccicato sulla carta.

postato da: fuoridaidenti alle ore 08:54 | link |
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