Stanotte indossavamo un saio da francescani. Io, mio fratello e Alfredo. Lungo la costiera sorrentina. A fare rilevamenti geologici. Co' 'sti martelli d'acciaio (mi pare fossero Estwing). Ci si sentiva macilenti e sbuffanti fino a prima (le troppe sigarette, le troppe abbuffate). Ma appena indossato il saio, oplà! un'energia ed una freschezza inusitate. E giù! a smartellare sul calcare; su! a inerpicarci pei tornanti. Le carrozzelle, stracariche di turisti, ci lisciavano radenti a un filo dallo strapiombo. Tre frati geologi col pepe al culo su per la falesia. Se qualcuno si gioca 'sti numeri e non divide cacasse a zompi tutto il 2006, alè!
Scena 1
E insomma, mi ritrovo alla guida di questa "500 L" color amaranto (che secondo me è para para quella che c'ha Maurizio, anche se poi la sua è rosso Ferrari e c'ha il motore truccato con il cofano che non si chiude ma resta, come dire?, tenuto fermo a tutto l'ambaradàm da una molla di gomma a forma di scorpione. Maurizio. E' un mistero come sgusci fuori da quella trappola. Capirai, uno di un metro e novantadue dentro a una "500 L" è un miracolo di contorsionismi che se scasualmente lo dovesse vedere qualcuno degli Orfei se lo careggiano all'istante lui e il cinquino sotto a un tendone, co' 'sti chiari di luna!). E insomma, dovevo trovarmi in via Bernini (oppure Mario Fiore? Non saprei), fatto sta che la strada finisce con un bel due o tre paracarri congiunti da una catena di ferro bella pesante come a dire "Addo' vaj? E' fernut'! (Dove vai? E' finita!)". Io, sbigottito (ma poi mica tanto, che si sa come funzionano le cose), parcheggio dietro un bianco vespino 50 scarrupato messo a traverso ed appojato "a come viene viene" alla catena avendo cura, lo rammento, d'accostarmi al lato destro della carreggiata in modo che se dovessero attapparmi poi l'uscita parcheggiandomi darré, mi resta comunque lo spazio quanto basta per montare sul marciapiede e da lì a retromarcia sgusciare da dove son venuto. Ma quando la mia bella scende dal portone mi si stringe il cuore a me che già pensavo "Tié! Parcheggio qui il cinquino, così prendiamo la sua macchina, he he" e allora le dico "Vabbuò jà', monta, andiamo via con questa". Ma alle sue spalle già vedo profilarsi in accompagnamento la silhuette di mammà e di zia; sicché saremo in quattro dentro al cinquino. "Per gì 'ndo, pu'?" (Per andare dove, poi?) Boh!. Vabbé.
Scena 2
Giro con mio fratello per questi vicoli che poi in realtà non ho mai visto, o perlomeno, sicuramente ho già visto in altri svolazzi del genere ed ho cercato pure di individuare nella realtà concreta, ma finora pare che non esistano. Insomma abbiamo fame tutti e due e stiamo cercando un posto dove farci un vermicello a cozze e vongole. Com'è, come non è, finiamo dentro a 'sto localino afficatissimo, una caverna di tufo, arredamento minimalista, impianto luce intubato nel rame, una cosa scicchissima, io faccio "Robé, ma io cercavo un posto alla buona, due vermicelli a cozze, capisciammé" "No! Non ti preoccupare, qui me ne hanno parlato bene". Vabbuò, ci assettamm' e poi mi ritrovo annanz' dentro a 'sto piatto bianco e quadrato di porcellana a sua volta adagiato su un sottopiatto oblungo color caffè una zigguràt di gamberoni gamberi riso (credo) prezzemolo e di traverso 'sto pesce peloso mezzo crudo rossonero tutto uno schifo che non vi dico ah!, dimenticavo, la schizzatina zigzagante finale d'olio extravergine a crudo di prammatica. Faccio "Robé, ma addò sfaccimm' m''e purtat'? (Roberto, dove accidenti mi hai portato?) Io ddoj' vermicelli a cozze e 'na frittur' 'e paranza vulev'! Tuttalpiù 'na spigola all'acqua pazza, eccheccazz'! (Pleonastica la traduzione)".
Dicono che il bello sia mangiare con gusto e sentirsi poi leggeri. Ma quando mai! A me ancora mi piace, quando strafògo, di sentirmi impanzanito come finisce il lupo nella storia dei sette caprettini. Non so voi.
L'SMS delle 17,46 diceva
"Mai come quest'anno la famiglia aveva bisogno di te. Stiamo cadendo lentamente a pezzi. Nell'aria si respira sofferenza, tristezza, amarezza, malinconia, rabbia x ciò ke è stato & ke nn sarà mai +.Di fronte a tutto questo hai mostrato 1 orribile indifferenza, 1 lacerante lontananza. Ma queste sono solo parole di 1 nipote. Ke tutto sommato, nn conta 1grankè. BUON NATALE"
Sono 24 anni che non vivo con voi ho avuto certi cazzi che mi ballavano per la testa che manco mai ne avete avuto il sentore quella volta per esempio seduto su una cassapanca proprio a te che mi mandi questo fottuto sms stronzetta avevo pressappoco l'età tua e mi trovavo qui solo come un cane come forse a te mai è capitato e mai capiterà che tanto le chiappe al caldo c'hai chi te le garantisce in ogni caso oppure quando sono nate le mie figlie o quando il mio primo matrimonio è andato a puttane che tutti voi l'avete vissuto come una telenovela chissà che farà quel testa di cazzo di mio zio magari e invece cazzo porcamagogna lo so io che cazzo significava andarsene in giro per la strada a natale che tutti sì, la famiglia, e tu ti senti un fottutissimo senza casa senza nessuno senza niente e dovunque te ne vai ti pare ci sia un indice pronto a dire che cazzo stai facendo stronzo dico a te stronzetta che tra l'altro non sei neanche un'imbecille ma sei laureata a pieni voti e sei pure psicologa quanti cazzo di anni c'hai ventidue? ventiquattro? l'età che già da più di due anni o di quattro me la vedevo da solo nel bene e nel male e per come è fatto questo mondo del cazzo soprattutto nel male direi cazzo dico a te che se ti vogliono bianca bianca sei e magari neorivoluzionaria intellettuale d'avanguardia se così vuole l'ambiente che ti risucchia e se invece ti pretendono sportiva cazzo! vieni fuori sportiva che nessuno mai se lo sarebbe immaginato di noialtri complimenti! e mai che tu sia tu come saresti d'iniziativa tua porcamagogna io adesso co' 'sti cazzi che mi ballano per la testa che giusto adesso sarà un mese o forse due che sono riuscito a riallacciare un rapporto con mia figlia maggiore prendo **** euro al mese e non sono pochi porcozzio mi tocca fare i salti mortali per garantirmeli il mutuo il mantenimento e le rate della macchina arrivo a fine mese e la scheda del mio telefonino adesso ha 5 euri di credito ziocane arrivi tu pezzo di stronzetta che non capisci un cazzo che se vuoi andare a sciare tiè! vacci c'abbiamo la casa e se vuoi andare a sciarmelsceik tiè! vacci qua stanno i soldi e se vuoi andare dove cazzo ti pare tiè!... ma vaffanculo il giorno di Natale anzi la notte e che prima o poi tu possa capirle sulla tua pelle cazzo che c'è una differenza profonda tra la carne e certe parole a cazzo che con l'sms fanno il loro lavoro di taglio profondo mavaffanculo a te che tra l'altro sei quella cui più voglio bene vaffanculo e buon Natale che qui lo dico e quant'è vero iddio (magari voi andate in chiesa io non ci vado ma magari è me che ascolta e non voialtri) non cell'ho con te ma con questa vita di merda che ti giuro se potessi tua madre che è mia sorella tra l'altro io me la cullerei qui da me con tutti i libri che dormono tra questi scaffali e vedresti che prima o poi ritroverebbe la strada che la porta alla sua fottutissima radice che è la mia e di mio padre e di mio fratello e di lei che della stessa pasta siamo fatti anche se lontani da tutti ci basta un libro e il silenzio il resto vaffanculo non ci serve.
Acchittato com'è era bello da morire. Ché, infatti, morto era. Ma come conservasse quel colorito ambrato (un whisky doppio malto trasparente e fluido, ma che ti scorre in gola e quando scende lo senti, eccome se lo senti!) tutte se lo chiedevano. Tutte convenute da ogni luogo in processione al cospetto di colui che se ne era andato così, nel freddo di un Natale a venire. Se lo sentiva anche Maria. Sì, lei se lo sentiva che sarebbe finita così. Che nonostante le promesse non si sarebbero mai incontrati. E di questo si rammaricava guardando cagnescamente, lei che immacolata era, le altre, le cagne che scodinzolavano attorno, chi lacrimando, chi tossendo, chi avvampando di calore. E gli uomimi pure, file dietro a nascondere lacrime virilmente combattute. Le mani dietro la schiena tra l'ammirazione e l'invidia per tutte quelle donne, quelle bellissime donne che attorniavano il corpo. E quel corpo vivo pareva, altroché. E calore diffuso emanava, altroché. C'era chi giurava di aver visto un guizzar di vena e una palpebra socchiudersi rapace dopo aver controllato la scena. Parata di stelle dagli occhi pesti, il mascara colato, il cuore in tumulto che batteva all'unisono un ritmo roboante, le mani tormentate nervosamente, i capelli ravviati con rabbia ciocca a ciocca e gli umori che non si potevano ignorare di tutte quelle signore lacrimanti come statuine dolenti. Sissignore, si sentiva il sangue e il pianto e l'umidore vischioso di cosce inserrate e chiuse per sempre al sogno un dì, di essere prese e possedute da quella magia rutilante e luminescente di passione e parole. Con furore. E con calma.
*Come potevo non pubblicarlo, chiedo, previo il consenso della ghost writer caterpillar?
Eh già, se non sbaracco del tutto l'ambaradàm (come ho già visto fare dall'ex-contadina zass) è solo perché questo non-luogo lo considero mio come di tutti coloro che l'hanno letto linkato e commentato fino ad oggi. Però, lasciate che ve lo dica francamente, non mi diverto più da qualche tempo, e talvolta mi pare di venirci come se ci venissi a timbrare il cartellino. E poi mi sono accorto che scrivo più pensando a chi mi legge che per me stesso. Sicché mi prendo una vacanza, lunga o breve non lo so (ah, conoscendomi c'è caso che finisce che domani o doman l'altro mi smentisco con un post). Ma d'altronde sono tempi confusi e frenetici questi. In ogni caso auguri a tutti e mi raccomando... moderatevi sotto a 'ste feste.
Sono invecchiato domenica mattina all'improvviso, che mi contavo i battiti del cuore sulla giugulare dopo la ventesima ripetuta sui 100 (25 molto lenti, 50 veloci, 25 molto lenti). Fiondato in mezzo a certi intrecci di piedi sotto altri piedi, che si faceva da materasso al materasso, e a certe fronti, sfiorate con le labbra alla mattina. Cose passate, roba che non fa più male. Ho detto addirittura (ed è per questo che ho sentito veramente la distanza) "Però, c'è da dire che si difende ancora bene!". E quando poi sono uscito, la conferma: nessuno dei due che abbia pensato di voltarsi.
Ebbene sì, anch'io. E visto c'è qualche piccolo retroscena, potreste fare così: v'andate a leggere il pezzo qui e poi magari se v'è piaciuto tornate a leggervi le righe protette da SPOILER.
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Il racconto è una sorta di tributo alla immensa figura di Glenn Gould, pianista canadese morto per un ictus cerebrale nel 1982. Ho nascosto tra un parola e l'altra qualche indizio che ha a che fare con lui. Per esempio il titolo di due libri ( "L'ala del turbine intelligente" e "Il soccombente"). Ma in particolare tutto il racconto fa riferimento all'interpretazione Gouldiana delle "Variazioni Goldberg" di J.S.Bach. La leggenda (ma probabilmente di leggenda apocrifa si tratta) racconta che il conte Von Keyserling, sofferente d'insonnia, commissionasse al Maestro qualcosa da ascoltare durante le notti bianche. Bach scrisse le "Variazioni Goldberg", un'opera così strutturata: un'aria iniziale, (famosissima, è stata usata ad esempio nel jingle pubblicitario del sapone "Spuma di Sciampagna"); 30 variazioni consecutive; la ripetizione, in chiusura, dell'aria iniziale. Il senso complessivo delle "Goldberg" era, manco a farlo apposta, qualcosa di reiterativo (perfetto, se vogliamo, con il concetto stesso d'insonnia... la conta delle pecore... insomma, quelle cose lì). Glenn Gould incise le "Variazioni" nel 55 e nel '81. C'è, ovviamente, una grande differenza tra le due incisioni. L'ultima, ad esempio, è molto più lenta, fluida e meditata di quella del '51, e gli intervalli tra una variazione e l'altra sono ridotti al minimo. Ma quello che rende abissale la differenza tra le incisioni è che in quella dell'82 Gould omise, nella ripetizione finale dell'aria, l'appoggiatura sulla penultima nota, un fa diesis. Un'appoggiatura, per definizione, è qualcosa di opinabile, qualcosa che si può omettere, sicché questo sottrarre una nota, da parte di Gould, non fu, come dire, un eccesso dell'arbitrio. Eppure, ascoltando con attenzione le incisioni, ci si accorge che su questa inezia, su questo frammento, poggia in un certo senso l'abisso che separa quel che è definitivamente concluso (l'ultima incisione, quasi un commiato) da quel che resta eternamente "aperto". E devo pubblicamente ringraziare Laura, che di questo e molto altro ancora trattò nel corso di una discussione che linko qui.
Qualcuno mi ha chiesto di spiegare il finale del racconto. E' intenzionalmente indefinito (a mio avviso, lui si voleva suicidare. va al concerto, percepisce quella nota in meno, cambia idea. Il mio amico Luciano invece dice che lui ha senza alcun dubbio ucciso lei. Secondo mia moglie lui voleva uccidere lei ma ci ripensa. Mia figlia maggiore non vede alcun collegamento. Lui faceva il poliziotto. Punto e basta). Fate un po' voi. Anzi, mi piacerebbe raccogliere le vostre ipotesi al riguardo.
P.S.
In ogni caso non so se giudicare bene o male il fatto di dover fornire tutte queste spiegazioni a corredo di un racconto.
Mi sa male, però.
Nel sogno tu eri "D", non mi chiedere che cosa voglia dire. Quando ho riaperto gli occhi, però, ci avrei scommesso, tutto era già successo. Non saprei dirti quando. Il sogno, intendo, era una sorta di rielaborazione pasticciata di circostanze già avvenute in precedenza. Un déjà vu. Tu, "D", mi ispiravi fiducia. E morbidezza. E non avevi un volto. Non è, la "D", l'iniziale del tuo nome, non è il tuo soprannome. Dunque non chiedermi perché proprio "D". So solo che è così che ti ricordo, e mi sembrava, ti ripeto, quello, il prolungarsi di frammenti già vissuti. C'era dell'acqua, c'è sempre dell'acqua ad abbracciarci, che sia la corda immaginaria cui m'aggrappo o il tunnel vacuo di bolle e di pinnate in cui t'immagino talvolta, con l'espressione concentrata che ti distorce appena la curva altrimenti perfetta delle labbra.
Poi c'era Tony, questo sì, senz'altro. E se tu, "D", sei la "D" che io penso, tu Tony nemmeno lo conosci. Né lui né tantomeno la sua sete, di vento che rinforza nella vela. Quattro mesi e mezzo. Mi par di rivederlo ancora, Tony, accartocciato su quella poltrona in attesa che tutto si compiesse. Fuori il vento sferzava le cime dei pioppi.
"Non ha mai smesso di tirare, mai, neppure per un giorno, ci pensi?".
"Ci tornerai, prima o poi ci tornerai".
Tu, "D", non c'entri niente con quest'ultimo frammento. O perlomeno c'entra senz'altro questo nostro incrociarsi silenzioso di parole che accendono lo schermo. Che è, come dire, il nostro sacro altrove, un condiviso ribollire di tracce. Quando al risveglio mi sono rivisto, colava la tua fiducia tra le dita. Fiducia e morbidezza, non saprei. Solo ho tentato di rincantucciarmi.
Nel frullatore in cui sono finito stanotte c'erano un mucchio di ingredienti.
Uno, questo, l'ho riconosciuto prima che tutto poi s'impoltigliasse.
Fu una flagellazione sagittale e tormentata lo scatafascio disumano di folate che pervicacemente s'accanì in gragnuola di pàccheri e schiaffoni sul ragioner Morozzi sceso un momento per i bisogni del cane; un volpino, questi (fino di reni e protervo quanto grasso), che si centellinava la mappatura di fragranze ben al riparo (una salsiccia rosa-shocking) d'una lanosa cappottina fatta ai ferri; catafottendosene dunque totalmente del padreabate burrascoso e scudisciante che lungo quel mesto periplo, tienimi-che-ti-tengo faticoso, il maestrale ammanniva di gran lasco come obbedendo all'intenzione ed al disegno di voler riportare il riporto del Morozzi (una metrata carboniccia ed ipercotonata di pelame) dove la direzione naturale primigènia pareva tricologicamente suggerire. E a nulla valse il tentativo ingenuo d'abboccarsi quel fascio di refoli alla meglio; fu un impietoso scompigliamento d'entropie, ordine zero, a "come viene viene": destra, sinistra, sopra, sotto, pàccheri manrovesci e scuppettate. Fu, la pelata, da invisibil man pelata; mani di vento, ch'è un coiffeur maligno.
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La cattedrale traboccava di gente. Era un giorno piovoso, io ritornavo da Roma e avevo avuto una giornata storta assai. Di parcheggiare nella piazza non se ne parlava proprio, grasso che cola c'era rimasto un corridoio ch'era un budello stretto e contorto lasciato apposta giusto per il deflusso (l'occhio attento, ovviamente, alle fiancate, alla gente, alla pioggia).
Luciano non era credente, sui manifesti funerari ci aveva tenuto che lo si precisasse. Era un razionalista convinto e illuminato, un framassone agnostico. Pertanto s'era fatto incenerire. A me stava un po' sulle palle a dire il vero, per via del fatto che quando ci accompagnai il mio amico per vendergli certi libri sul teatro, lui ci accolse in questo salone sfavillante - l'occhiale, il sigaro, l'aria da mammasantissima - e pretendeva d'insegnare lui a noialtri che cosa fosse il teatro di Eduardo. A noi, ti rendi conto, porca zozza? E pure sua moglie, prima che si mandassero a cagare, (gran bella donna, occhi verdi da gatta) mi stava un po' sulle palle perché nientedimeno aveva dato una sufficienza stiracchiata al tema d'italiano che avevo svolto per Silvia. A me l'aveva dato, ma ci pensi? Un tema bellissimo, non mi ricordo la traccia, ci avevo messo un pomeriggio intero per farlo come l'avrebbe fatto Silvia.
Fatto sta che quando qualcuno mosse (non so chi, c'era un mare di gente lì dentro che non ti dico) l'urna con dentro Luciano incenerito, si sentì un tintinnare chiarissimo, tanto che io e la Rita ci guardammo negli occhi, sbigottiti. Poi capimmo (o forse qualcuno più pratico lo disse) che erano i denti, quelli, non quelli veri, tutte le protesi: corone, capsule, ponti, chi lo sa. E chissà cos'altro ancora c'era magari a provocare il tintinnìo; un chiodo in un osso, magari s'era rotto qualcosa, una gamba per sciare.
Che ti figuri la tua ultima dimora, anche quando t'hanno incenerito dentro un'urna, come qualcosa di poetico, capito?, la manciata che spargi sulle onde o che abbandoni al refolo di vento, anche su un orto magari, come quando si ripulisce il cassetto della stufa.
E invece questo "Tìn Tìn" sembra quasi una presa per il culo sorridente, che ti ricorda che cenere sei, "Tìn Tìn", e cenere resterai.
Molto più musicale, certamente, dello "Tràk!" secco della vanga per zia Bianca messa giù verticale nella sabbia.
"Ma perchè poi la rompono, Geppy?"
"Per farla scolare meglio, qui usa così".
E più vicino senza dubbio alcuno al "Borobòm" della palata di terra e sassi per l'Assunta; che ad averlo saputo prima, gliel'avrei setacciata senz'altro, quella terraccia, quale ultimo omaggio, ammorbidendole il saluto.
Per me racchiude, la tela del ragno, il senso del concetto d'attrazione. M'affascinano la pazienza ed il rigore matematico propedeutici al suo complesso compimento. Anche se si trattasse, in fin dei conti, solo di istintivi automatismi, be', gli faccio uguale tanto di cappello al ragno. Mi attrae senz'alcun dubbio la meticolosità, per non dire la cura, costante e puntigliosa, usate per mantenere in efficienza ciò che contemporaneamente è casa, rifugio e rete da pesca; e poi molto m'intriga il mistero di quella robustezza elastica che esercita, quando intrappola l'insetto, la rete tutta, che si flette armonica quando assorbe il contraccolpo dell'impatto. Bava è quello che compone quel tessuto; a ben pensarci, poco più dell'aria. M'affascina il suo disegno quasi simmetrico, quel "quasi" che me la rende così umana. Adoro come cattura l'umido dell'aria e lo condensa, le tante gocce appese su quei fili sottili alla mattina, come panni tra i vicoli, oppure perle d'acqua.
Ero sotto l'ombrello nero d'una magnolia, ed era un'alba nebbiosa; il cane del mio amico abbaiava, aspettavamo entrambi che la macchina ci venisse a prendere. La vibrazione, qui, all'altezza del cuore pressappoco, mi scosse dallo studio del perlage.
"Ho qui il progetto della tenda a pacchetto. Te lo ricordi? Eri proprio matto. Però ci siamo divertiti un mucchio. T.V.B."
Liliana, che tutte le volte che t'abbraccio, quando torno, in quella piazza mi sorridono i giardini d'una volta, non lo ricordo affatto quel progetto. Sarà senz'altro stata una di quelle macchine inutili che mi piaceva disegnare. Che poi, se ci ripenso, non è cambiato affatto il mio modo di fare con le cose; mi pare d'imbastire e ammatassare ancora niente, adesso, qui, con le parole tra le dita. Macchine inutili, che pur qualcosa bruciano. Però ricordo bene il sesto piano del palazzo, e la finestra che dava sui giardini. E Giovanni, che tutti i giorni mi permetteva d'assistere alla sua trasformazione. Io magari studiavo le mie scale e quegli arpeggi, qualche improvvisazione solistica oppure il libro dei King, quello rosso, rilegato, con la prefazione di C.G.Jung.
Giovanni si sedeva sempre allo stesso posto, e orientava la lampada in modo che la luce l'inondasse, lasciando il resto completamente all'oscuro. Quando arrivava, sembrava un pulcino allampanato, vestitosi con la camicia floreale ed i calzoni a zampa d'elefante. Non so quante creme si passava sul viso: ne aveva un catalogo completo. Cominciava dalla fronte, che aveva ampia e spaziosa, e con i segni d'un inizio di stempiatura. Era una crema, diceva, che gli serviva ad ammorbidire i peli. Poi tirava fuori una collezione di pinze e di pinzette, e cominciava a martoriarsi pelo a pelo quel che riusciva ad estirpare tra le sopracciglia, poi sulle labbra, sul mento e sulle guance. Poi si incremava nuovamente, più e più volte, si passava il fondotinta, finalmente cominciava a truccarsi. Gli occhi, le labbra. Io ne ero attratto, da quella sua trasformazione silenziosa, come al cospetto della tela del ragno. Lui entrava che era nient'altro che un pulcino allampanato, ne usciva con quel mistero che hanno le bambole truccate.