Lo sai, papà, cos'è che mi sgomenta? Che a queste prospettive strascicate, all'orizzonte, che c'incatena al corridoio, a queste vie di fuga che, ghignanti, come iene ci hanno rubato l'imprevisto, a quest'indifferenza tutt'intorno in cui stramiamo in silenzio, stanchi cenci, (io che t'osservo, fingo indifferenza, tu che scalpicci, mulinando a vuoto, entrambi stramaledetti e condannati ad un incrocio, ad un espiare nulla) non abbia da contrapporre in fin dei conti altro che un affastellamento parolaio, cantilenare nenie a caracollo, l'urgenza carezzevole che inganni la sorte di sgocciolarsi, alla fine, come piscio, inchiodati, io a questo fiume sordo che ribolle, tu, spero, ancora a quei tramonti africani (t'accendevano lo sguardo, lo ricordo, anche quando "Matare todos!" t'abbaiò sulla faccia il guerrigliero. "Strano", mi raccontasti, "ero proprio sicuro che quella volta ci avrebbero ammazzati. E non avevo la minima paura"). E ti confesso, non mi riesce più di sopportare il peso vuoto di cui m'ingozzo adesso che è tardi e il senso che sottintendo può solo scivolarti addosso senza appigli. T'accodo un acciabattare di pensieri. Stanchi, di questo niente in cui sfumare.
Sull'esile equilibrio d'un pensiero, intanto che peregrinamente ragionavo intorno alle dendritiche e misteriose implicazioni d'un eros senza agape (che a breve m'apprestavo a consumare) costì sfociai, e sito assai gradito rivelòssi. Esimermi pertanto non potèi dall'immediatamente fanculare ciò che da qualche tempo già sul gozzo indugiava saliscendendomi con tedio. Orsù! Giteci anche voialtri, svalvolanti! Posto ce n'è per tutti.
Magari è orograficamente arrazzichita come una prugna secca ma, si sa, in fondo quel che colora una battuta talvolta è solo questione di contesti. La tavola, grezza e scura di castagno, lunga abbastanza ci conteneva una dozzina. Il camino nell'angolo avvampava e lungo il muro di fronte la cucina con file di cappelletti fatti a mano ad asciugare sulla spianatoia. Una poltrona, la televisione su un carrello, il mettitutto con l'alzata a vetri. Oltre quei vetri, torri di bicchieri. Suo genero è un mio amico, ma è juventino. Inoltre tendenzialmente pende a destra, per via di certi affronti che ha subito dai cigiellini; roba passata, oramai sedimenti. Questo fa sì che lui si senta fortemente inibito al suo cospetto. Ma bicchierando, si sa, sovente accade che ci si sciolga imporporandosi le guance. Il fumo poi, metteteci quei cappelletti in brodo, l'arrosto misto, i fiocchi col vin santo... Insomma, quando l'abbiamo messo in mezzo (l'amico, intendo, s'è trovato in minoranza), lui s'è ringalluzzito quanto basta per passare da un'espressione da tapiro a qualcosa di grifagno, di rapace. E allora ci ha raccontato di quella volta che all'ospedale c'era il professore. Non quello che c'è adesso, il piccoletto, quell'altro, quello gigante coi baffi da tricheco e la vociona. Successe che, mentre in sala operatoria preparavano l'intervento per un'ernia, alla monaca, una figliola giovane e aggraziata, con quella voce profonda, perentorio, lui le chiedesse:
"Tenga un po' questo su, sorella, che ho da guardarci sotto".
Fosse cosa voluta, il paziente di qua dalla narcosi, la mano calda, l'istinto primordiale, finì che il professore, sbiecò l'annichilì, la poveretta:
"Non si preoccupi, sorella, lo lasci pure. Ade' sta su da solo".
David Lodge "Dura, la vita dello scrittore". Titolo originale "Author, author". 500 pagine. A tratti prolisso un bel po', narra la vita di Henry James. Il pregio maggiore del romanzo è che alla fine ti viene la voglia di (ri)leggere Henry James. E difatti mo' mi spilluzzico "Giro di vite" e così andiamo subito ad otto.
-Qualora dovessimo fare del sesso insieme abbiate particolare cura della vostra lingerie. Eh sì, sono fissato, lo so. Vi prego, per l'amor del cielo!, d'astenervi dall'indossare il perizoma. Non lo sopporto proprio. Lo trovo volgare, volgarissimo anche indosso alla più perfetta callipigia. Uno slip lavorato va benissimo. Non se ne parli proprio di levarlo né prima né durante.
-Quando mi tiro fuori una caccola dal naso mi piace osservarla con attenzione. Ne misuro il decadere dell'elasticità pigiandola più volte tra il pollice ed il medio. Al termine dell'operazione ne faccio una pallina che sparo via lontano.
-Quando leggo un libro particolarmente interessante è inevitabile che poi la mano destra se ne salga a sfruculiare i capelli. Gratticchia la cute. Qualora dovesse far cadere qualche squama di forfora sono contento. Se la lettura è particolarmente avvincente potrei addirittura spingermi ad assaggiarla.
-Se sono a letto e sto leggendo un libro sicuramente mi sfruculèo il prepuzio con la mano sinistra. Mi limito solo a questo, non cominciate a cercare significati pruriginosi o maliziosi.
-Canticchio dentro di me vecchie canzoni dello Zecchino d'Oro sostituendo i numeri alle parole. Azzecco quasi sempre al primo colpo il numero giusto in modo che la frase musicale finisca sempre con il 10.
Originariamente questo post cominciava così: "A ben vedere ci sono certe facce che col tempo tendono a confluire nella stessa". Poi m'è tornata in mente quella volta che con la scuola -credo che mi trovassi in prima media- andammo a vedere le catacombe di S.Gennaro. Non ci giurerei, ma fu probabilmente in quell'occasione che appresi della bizzarra consuetudine, da parte di certe popolane, di "adottare" i morti. Non so se li sceglievano seguendo un criterio ben preciso, né tantomeno se intercorresse tra le parti una sorta di patto sottinteso. Ricordo bene l'ambiente: umido, soffocante, un odore di muffa e di stantìo, la viscida porosità fredda del tufo, lumini ovunque, ex-voto di braccia, gambe, pance, cumuli d'ossa sparsi, tibie, teschi. Fatto sta che mentre ascoltavamo l'insegnante passò una suora impettita che si fermò (presumo catturata da qualche intemperanza d'uno di noi), ci guardò bene in faccia tutti quanti e infine ci disse: "Cosa ridete, ragazzini? Tutti -un giorno- diventeremo così". Dunque l'incipit originario di questo post m'è toccato cassarlo, esattamente come allora mi si gelò il sorriso, sull'onda tetra e ammonitrice di quel fruscìo monacale che da allora e per sempre s'aggirerà tra quei lumini e quegli ammassi d'ossa.
L'ho osservato ben bene Erri De Luca ieri sera. Riverberava d'un mucchio di facce che ho già visto. Nel silenzio della sala (un po' d'impaccio nell'uditorio attento che si chiedeva "Avrà finito di leggere poesie?") ho preso la mia copia del libro dalla tasca, l'ho sfogliata e poi gli ho chiesto:
"Erri... "Parete Ovest". Leggici "Parete Ovest"".
Lui m'ha guardato (e m'ha guardato Eduardo, Peppino, Nino Taranto, mio zio il capitano, don Ciro il portiere, il barbiere sulle scale del vicolo, l'omino che vendeva le uova casa per casa, il salumiere in piazza, don Mario il verdummaro e un mucchio d'altra gente che sfilava sorniona sullo sfondo inesistente d'una parete -grigia ed umida- di tufo ).
"Parete Ovest", ha ripetuto, come tra sé e sé, "Sai anche la pagina?"
"Trentotto", gli ho risposto.
Parete Ovest
Sulla parete ovest di pomeriggio finalmente arriva
il sole e scalda l'osso occipitale.
Da centinaia di metri vado sopra centimetri
la faccia contro il muro.
I prismi di quarzite nella pietra dolomia
appuntano spilli di luce biancospina dentro gli occhi.
Due lacrime lubrificano il dorso della mano.
In fondo al diedro il cielo s'avvicina,
ancora una spaccata e lo scavalco.
Ieri qualcuno, verso le 6 di mattina, s'è collegato a questo sito e poi se l'è scandito tutto dal principio, mese per mese, con una costanza e una pazienza da scacchista. Minchia! Non tutto è perduto a questo mondo. Amico/a, chiunque tu sia, accetta i sensi più profondi e sinceri di questo mio umile ringraziamento. (ma a fine mattinata... quei coglioni... metaforicamente intendo dire... che sfacelo! che macello!)
"The black Album" di Hanif Kureishi. Da ricordare per un paio di motivi. L'idea (il reiterarsi dell'imbecillità nel tempo) di bruciare i libri (qui certi fondamentalisti bruciano "1984" di Orwell) che non può non richiarmare alla memoria vari altri falò storici e letterari (p.es. Bradbury di "Fahrenheit 451"). L'aver immaginato con lucida lungimiranza (il romanzo è del 1995) l'acuirsi dei fenomeni legati al fondamentalismo. Per il resto, lo sto dimenticando con il passar delle ore. In ogni caso è il sesto dell'anno.
Cominciamo con un paio di libri.
"Il cuore nero di Paris Trout" di P.Dexter.
Questo meraviglioso romanzo potrei segnalarlo per un bel mucchio di motivi, ma francamente non ho alcuna voglia di dilungarmici sicché mi limito a riportare una frase che trovo particolarmente significativa, estrapolandola da un dialogo che si consuma nelle ultime pagine.
"Certe volte quando una persona muore ti domandi chi se ne va e chi resta".
E ci sarebbe almeno un'altra referenza a sua gloria: ne trassero un film da questo libro, nel 1991, con Dennis Hopper per protagonista. E considerata la follia monomaniacale del personaggio, direi, pur senza averlo visto, che era spiccicato Dennis Hopper. Dei libri letti in questo scampolo di Gennaio questo è quello che m'è piaciuto di più. Accattatevelo e poi mi saprete dire.
"Il viaggio di un cuoco" di Anthony Bourdain
Uno chef stressato se ne va in giro per il mondo alla ricerca del cibo "perfetto". Non lo trova, ma ci prova, diomio se ci prova! E provandoci ingurgita di tutto, ammazzando e facendo ammazzare un po' d'edibilità a gogò (con buona pace per chi è vegetariano)
Ora, immaginate di dovervene tornare a casa con una certa fretta. Scegliete voi il motivo, uno qualunque va bene. Uscendo dunque da una determinata curva, vi accoderete ad una lunga fila di vetture imbottigliate. Concedetevi il lusso d'aver intravisto sullo sfondo, tra quella che si presume sia una calca, qualcosa che lampeggia: sagome di cellulari della polizia forse, oppure i carabinieri, forse si tratterà d'un'ambulanza o dei vigili del fuoco, chi lo sa. Poi c'è un omino sulla vespa, vetture che occhieggiano, hazard più o meno sincronizzati, vetri appannati, vetri gelati, gas di scarico tremolanti sugli stop. Immaginatevi, a questo punto, d'avere nella batteria del vostro cellulare la carica sufficiente a fare una chiamata. Una soltanto, è ovvio. Deciderete, con molta probabibilità, di farla a chi potrebbe dirvi che cavolo è successo lì davanti e cos'è 'sto rattatuglio. Magari lì nei pressi ci abita qualcuno che conoscete, magari è una persona molto curiosa, magari è vostra suocera. Ma immaginate pure (ed abbondate, nel farlo, senza ritegno alcuno), che al momento della risposta il cellulare vi muoia tra le mani...
Dopo tre quarti d'ora (era senz'altro meno d'un chilometro 'sta processione di vetture) ho visto chiaramente il momento in cui l'omino ha preso in consegna il testimone fiammeggiante. Mi sono detto "Possibile sia veramente lui? Naaa, nun po' essere, nun po' essere proprio!". E' ripartito, biancamente inguantato come un akuel senza serbatoio; la fiaccola bene in alto sulla destra, sgroppava via tra la calca festeggiante co' tutte ste bandierine sventolanti (che mi pensavo erano di Rifondazione Comunista e invece erano il logo CocaCola). Mezz'ora dopo, sacramentando per via di quell'appuntamento ormai saltato, capto due ragazzini imbacuccati che sbandierano pure loro per il vicolo (ma questa volta Samsung, no CocaCola).
"Oh, ma tu l'hai visto quello? Se gli l'han fatta portà a lu' anch'a me me la potean dà. E po' io vado più forte".
Qualcosa, e non sbagliavo, dentro di me diceva "Ma santoddìo, era lui!". Il tedoforo, accident'a lui!
Avevo detto "mi prendo una vacanza", ed invece non ho schiodato, anzi. Ma Intorno capto da qualche tempo segnali di sfacelo, di blogsfrantummamento (srà qualcosa nell'aria? avrà a che fare con fine/inizio anno? con il solstizio d'inverno?). Lei nel frattempo. zitti zitti, ce la siamo bell'e giocata.
Due volte prima d'afferrare le posate si fa il segno della croce. E prima ancora va a lavarsi le mani. La prima volta che s'aggregò a noialtri ci feci caso subito, ché gli scappò pure quando dai portici sbucammo nella piazza. Chissà cosa l'aveva indotto a fermarsi, non è una piazza -quella- dove ci sono chiese o immagini votive. C'è la COOP, gli uffici della regione, una fontana. Nient'altro. Comunque lui si fermò, chinò un po' il capo, si segnò la fronte; il petto, la spalla sinistra, poi la destra. Chiuse quel gesto baciandosi la mano come affidar bisbigli ai capricci del freddo; poi riprese il cammino. E non è certamente per questo nostro trattenerci, da quel giorno, dal disquisire colorito sulle donne, o per l'aver dribblato molto spesso nomi che ci affioravano alle labbra; perché fin troppo santi e innominabili taluni, talaltri peccaminosi e scandalosi. Non è per questa sua incontrovertibile fiducia sul fatto che la questione Adamo ed Eva davvero fu innervata da un serpente e una mela, o i tralci di certe viti, dicono le scritture, fossero venti chili, succosi da scoppiare. E nemmeno per la certezza dei sei giorni della creazione o per il fatto che non sarà certamente per mano d'un altro diluvio che si congelerà questo nostro parabolarsi d'esistenze. Non è per tutto questo, che ad occhi come fessure oltre quello spessore di vetrosa miopìa lui sorridendo affida all'uditorio intorno che è basìto. E' la bestemmia infinita d'avere sostenuto scandaloso ci s'occupi qualcuno al giorno d'oggi ancora dell'agonia del porco laddove persiste la protervia contadina a quella festa urlante di paioli d'acque bollenti e sangue che zampilla per punte d'accoratoi, ci s'occupi, non mi si dica! dacché è moda, si sa, di quelle bestie che lì in Cina pare che sbattano dapprima in terra a tramortire per poi mozzarne gli arti onde spellarle vive e... che altro ancora? Già! Dell'astice pei taglierini a capodanno, un sibilo nel soffritto tra i pachini. Legalizziamo poi, qui trema la voce, infervorata, nel silenzio, il vero omicidio perpetrato quotidianamente nel ventre delle madri. Questa la vera colpa, poi ha chiosato "Domani è il mio vero compleanno. Nacqui in novembre, ma fui battezzato il 6 di gennaio". Non ho parole. Come talvolta accade, non ce ne sono. Quando poi affiorano, baldracche!, sono troppe.
"Tramonto e Polvere" di Joe R.Lansdale. Sobrio, scorrevole, con un pregevole colpo di scena finale (che una volta tanto, 'assa fa 'a Maronna!, ho pure azzeccato in pieno). L'unico appunto che muoverei a questo bel romanzo di circa 370 pagine è la presenza, talvolta, di certe situazioni fin troppo scontate; certe "americanate", per intendersi. Ad esempio, c'è un mulo che viene beccato in pieno da una fucilata vagante (accade anche questo) e quando esala l'ultimo respiro subisce, come dire?, un corposo e fumante rilascio di sfinteri. Be', dopo un po' quel posto diventa il teatro di una mezza scazzotata e indovinate dove potrà mai finire a spiaccicarsi la faccia del cattivo. Ecco, se devo fare un appunto a questo libro, peraltro molto avvincente, è la presenza di questo genere di forzature che si riscontra talvolta anche nei dialoghi, una sorta di scurrilità fin troppo scontate. Mi piacque maggiormente (di gran lunga più elegante, tutt'altre nuances) "Cypress Grove Blues" di James Sallis. Ma questo, si sa, è questione di gusti. Entrambi i romanzi in ogni caso sono stati tradotti dall'ottimo Luca Conti.
Sono sdraiato a letto sul fianco sinistro. Sto leggendo "Tramonto e Polvere" di Lansdale. Arriva senza fare rumore. Abbasso il libro e le sorrido.
-: Puccio, ma poi t'hanno levato quel mostrino dalla schiena?
:- Sì tesoro.
-: Poverino! Lui non voleva andar via.
:- Ma era brutto! E poi, sai, poteva rompersi.
-: E adesso ti fa male?
:- Mi picca un po', ma va già molto meglio.
Esce dalla visuale ma resta nella stanza. La sento armeggiare alle mie spalle, traffica sul comodino. Farfuglia qualcosa, poi corre in camera sua, sento uno scalpiccìo frettoloso, ritorna nuovamente a trafficare sul comodino. In tutto questo io continuo a leggere. Mezz'ora dopo chiudo il libro e mi volto per alzarmi. Sul comodino c'è una strisciata di pupazzetti e di conchiglie dipinte. Sembra una sorta di percorso, mi ricorda Pollicino o Hansel e Gretel.
:- Bibi?
-: Sì puccio?
:- Ma che è 'sta roba?
-: Quelli? Ti fanno passare la bua. C'è Winnie Pooh che te la tiene lontano.
E benché poi avessero ripulito tutto con molta cura, quando mi sono rialzato ho percepito quella sorta di franamento linfatico (come uno sgretolarsi di forze dentro gambe braccia e tempie) e quel tremore sudaticcio nelle mani, appiccicose e fredde, (adesso è perfettamente chiaro -per inciso- perché "venire" s'adatta ugualmente bene a svenimenti e orgasmi) per cui mi sono detto "sarà meglio restarsene un altro po' qui belli stesi". L'angioma, un bel fagiolo gonfio vinaccia, m'era stato finalmente estirpato dalla schiena. Motivi precauzionali nonché estetici.
Una volta tornato a casa poi ho acceso il fuoco, ho scelto un cuscino bello morbido e mi sono concesso una "no stop reading" liscia come l'olio fino all'ora di cena. Ho un amico che lavora in una legatoria industriale. E' uno dei miei pusher alternativi. Mi passa tutti i libri fallati, me ne passa a pacchi. Uno strincio su una copertina, qualche goccia di colla di troppo. Li spulcio, li annuso, adoro il profumo dei libri belli freschi. Molti li lascio al bar o alla tavola calda, qualcuno lo dono alla biblioteca, di rado li leggo dalla prima all'ultima riga. In genere è roba che non vale la pena, romanzetti da poco intendo dire. Qualche saga familiare, robette erotiche da quattro soldi (che mi chiedo chi mai s'arrazza su 'ste storielle della collana "Pizzo Nero Borrelli". Mah! Ne lessi uno una volta, fu un fast forward annoiato e frettoloso). Però talvolta capita roba buona, come questo "L'autostrada" di Vanna Loiudice. Cinque racconti, 130 pagine circa, il viatico ideale per il mio pomeriggio postoperatorio. E dico che è prosa ipnotica questa, senza un suo vero e proprio inizio né una fine. Roba che spiazza; ricca, pomposa a volte, frammentaria, un flusso di coscienza musicale così inestricabile che in fondo è davvero un dettaglio superfluo comprendere completamente la trama dei racconti. Insomma è il classico libro, questo, che se ti piace, ti piace imprescindibilmente dal fatto che tutti i tasselli vadano a posto. Ho pensato che ha molto in comune con un certo stile tipico dei blogger, una sorta di incomprensibilità che talvolta riconosco in me stesso.
Ve ne propongo un piccolo assaggio, dal racconto che più m'è piaciuto. Si intitola "La moglie".
"In ovunque, nei quartieri antichi, vi sono scale, gradoni, con una facoltà in più. Volgono a pedane ad aspo di ballatoi. Con finestrelle con le seggiole appese al sottostante filo di ferro per i panni, e pergolati di viticci e di fico vi si intersecano. Né portico, né piazzola.
Perché, da ognuno, c'è una scucitura di prospettiva che, da dietro un sottoscala, si attacca e smaglia e incappa in una fuga di intesrstizi e rientranze, che il disuso, eccetto qualche girello appeso affianco a una soglia, o appesi degli agli rinsecchiti a dei ganci, quali roncole, respinge a inforcare."
"Animal Crackers" è una raccolta di racconti di Hannah Tinti. Lo stile asciutto, morbido ed elegante IMHO si intona perfettamente alla complessità dei territori in cui ogni singolo racconto pretende d'inoltrarsi . Lo scopo, a detta dell'autrice, è "esplorare come e perché gli esseri umani attraversano la linea del comportamenteo "animalistico", il momento prima che un uomo commetta un adulterio, o una donna diventi un assassino o un bambino vada fuori di testa". Undici inquietanti frammenti, scivolano uno via l'altro inchiodandoti alla lettura. Poco meno di 200 pagine.