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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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venerdì, 24 febbraio 2006

L'arco (film coreano di KIM-KI-DUK)

Una delle tre professoresse alle mie spalle (eravamo in otto soltanto dentro il cine. C'eravamo guardati, squadrati, riconosciuti) all'uscita ha esclamato "Bellissimo! Delicatissimo! Quanto l'amava! L'ha lasciata. L'ha tenuta fino alla fine, ma l'ha lasciata andare. E questo implica un amore profondo e delicato". Io allora, voltando causticamente al suo sembiante le mie orbite stanche ed arrossate (i coglioni uno sfascio da far pena, ché vabbé il nitore dei colori, vabbé l'impeccabilità delle inquadrature, però... dai!, con quell'archetto multivalente usato a mò di violoncello il nonnetto m'aveva evocato a più riprese una turba gnaulante di felini con serissimi problemi di digestione) le ho abbaiato: "Ma che dice? Se l'ha lasciata SOLO dopo averla deflorata! E questo me lo chiama AMORE?!?". Il triumvirago carampanico, stutato ed indistintamente annichilito, ha incassato in silenzio la latrata. Ci siamo fiondati poi, il secco ed io, per la pinta di rito e un Irish Coffe. Il locale prometteva una serata celtica. Chitarra, violino, voce. Hanno attaccato coi Pogues e fino a lì ci garbava e di molto. Poi, chissà cosa gli è preso, hanno intonato "Mrs. Robinson", so' scivolati su "Loosing my religion" e si sono infognati sugli Stones anni '70, stravolgendocene la memoria adolescenziale. All'incipit d'un pezzo dei Cranberries siamo sgusciati fuori. Non era molto freddo. Piovigginava. "Però - mi è scappato - che viso da bambolina di porcellana!". Senza alcuna malizia, ci vedevo soltanto il broncio di mia figlia.
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:01 | link |
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martedì, 21 febbraio 2006

E dopo la breve parentesi machiavellica propongo quest'oggi qualcosa d'altrettanto profondo e leggero. Sono frammenti sparsi estrapolati da una raccolta di Haiku. Vi sgraveranno, ne sono più che certo, di quel tedioso fardello che è talvolta il lavoro in giorni uggiosi e grigi come questi. A buon rendere.

I
Na carta e cinquant'euro
stev'lla 'n'coppa.
Nisciuno sap' niente.

II
Ma arriva 'a currente?
Aspe'! Vedi mo'!
Sta ancora lla 'nterra.

III
Di rara bellezza un aquilone
si leva verso il cielo.
E si arravoglia.

IV
Con il profumo di susini
sulla strada montana all'improvviso
'na machina 'e faccia.

V
Lucciole, dalla gabbia.
Ad una ad una
le stuto.

VI
L'anno scorso in un dolce tempio a Hirosawa,
Quest'anno tra le rocce di Nikko,
Ogni cosa mi è uguale.
Basta ca s'magna!

VII
Servendo lo Shogun nella capitale,
Macchiato dalla polvere del mondo, non trovavo pace.
Ora, calcato un cappello di paglia, seguo il fiume:
Almeno nisciuno m'romp'o'cazz!

VIII
Per sette lunghi anni
Ho tenuto il bue in cattività.
Oggi, che il pruno e' di nuovo in fiore,
L'acciro e mo 'magno.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:38 | link |
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lunedì, 20 febbraio 2006

A me l'idea che lui possa venire qui e scoprire che oggi s'è parlato del Machiavelli m'inibisce. Il fatto è che ho avuto un lungo week-end iperpiretico, dove l'unica prospettiva praticabile pareva fosse quella di ficcarsi dentro un letto per sudare, scatarrare e risudare. E dunque, se pur tra queste nobilissime attività mi sia badaluccato e rinvoltato a sufficienza, il tempo non m’è mancato a dire il vero per gustarmi la "Mandragola" e la "Clizia" in una vecchia edizione tascabile targata Mursia. Come dire, è un Machiavelli facile, non il sommo ragionatore, il tessitor di trame, non lo scaltro politico, è un Machiavelli pe' noantri. Che però m'ha appiccicato addosso un'allegria ed una freschezza così corroboranti e contagiose, che l'influenza poi l'ho bell’e che stroncata a fine libro. Dunque non posso esimermi quest'oggi dallo scriverne due righe perlomeno.


E ci ho trovato delicatissima poesia:

Chi non fa prova, Amore,
della tua gran possanza, indarno spera
di far mai fede vera
qual sia del cielo il più alto valore;
né sa come si vive, insieme, e muore
come si segue il danno e 'l ben si fugge,
come s'ama sé stesso
men d'altrui, come spesso
timore e speme i cori addiaccia e strugge;
né sa come ugualmente uomini e dèi
paventan l'arme di che armato sei
.


E ci ho trovato il buon senso su questioni tremendamente attuali:

LIGURIO:        Persuadere alla badessa che dia una pozione alla fanciulla per farla sconciare (abortire)
FRA'TIMOTEO:Cotesta è cosa da pensarla
LIGURIO:       Come, cosa da pensarla? Guardate, nel far questo, quanti beni ne risulta: voi mantenete l'onore al munisterio, alla fanciulla, a' parenti; rendete al padre una figliuola; satisfate qui a messere, a tanti sua parenti; fate tante elemosine, quante con questi trecento ducati potete fare; e, d'altro canto, voi non offendete altro che un pezzo di carne non nata, senza senso, che in mille modi si può sperdere; ed io credo che quel sia bene che facci bene a' più, e che e più se ne contentino.

E ci ho trovato infine l'astuzia, la malizia, l’arguzia e la corruzione, il disincanto, la goliardìa e un mucchio di cose ancora per cui questi son libri da leggersi e da rileggersi altroché!
(Le trame non ve le racconto apposta. Chi le sa, buon per lui; chi non le sa, schiattasse a leggersele in fretta. Non se ne pentirà, ve 'l garantisco)
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:04 | link |
categorie: mi pregio daver letto
sabato, 18 febbraio 2006

Piretiche riflessioni

Il tempo è una questione di memoria. Sarà sempre la mano di mia madre ad accarezzarmi la fronte quando la febbre sale, e sua la voce che canta "Lilì Marlene". Il letto, pure, sarà sempre lo stesso: di ferro, rosso, e con il plaid scozzese rinvoltato sui piedi. Il tempo è una questione d'inquadrature ben precise. Sempre sussurrerà sogni californiani un mare calmo, e a sedici anni ritornerò ascoltando "You've got a friend". Il tempo, o forse è il suo riflesso, o la sua negazione, non saprei, è una questione d'inquadrature e di memoria.

- Cosa pensavi, che Raffaello o Leonardo o Piero della Francesca o il Pinturicchio si andavano a comprare i tubetti di colore nel negozio? Li facevano da sé. Usavano quello che avevano a portata di mano; le uova, il sangue, la bile, le piante, certe terre, trituravano pietre...

- E' vero. Nella fontana a casa della nonna c'è un sassolino che dentro c'erano le onde del mare.




Per inciso, mi sono finito il tredicesimo libro. Henry James. "Giro di vite-Il carteggio Aspern". Tanto per aggiornare la statistica
postato da: fuoridaidenti alle ore 09:35 | link |
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martedì, 14 febbraio 2006

Sulla morte, con leggerezza (il dodicesimo libro dell'anno)

Questo mio breve pezzullo novembrino a qualcuno piacque e a qualcun altro un po' meno. Si dirà che è la sorte comune ad ogni cosa scritta o disegnata, cantata o interpretata, cotta o mangiata e via discorrendo. Ma lì si parlava in fondo - e manco tanto in fondo - di una presunta morte che, si sa, è faccenda assai seria come ogni "punto e basta". Noi siamo quel che siamo nel frattempo, e il mondo intorno è quel che ci dicono i sensi. E dunque, perché no?, pure quel salto contestuale - invero assai imprevisto -  che ieri l'altro mi sorprese nel mezzo di un consesso giaculatorio. L'ostia - non senza un certo ieratico trasporto - il reverendo ossequiamente innalzava. Il cataletto, il feretro, i fiori, le corone, i parenti, gli amici ed i colleghi tutti: nulla mancava nell' attesa di quell' "Ite" allorquando lo squillo assai impietoso da una borsa (e, tra le suonerie, non s'era andata a scegliere la "La Raspa"?) eruppe in un crescendo come beffa, prese per i fondelli l'uditorio, occhi calamitò lì come braci roventi a incenerir la rea, (in sé stessa compresa e assai conchiusa, poverina!, e prima che s'accorgesse e poi smorzasse quel metaforizzare vita e morte come polka leggera tutti quanti - il reverendo in primis, postea il diacono, il chierichetto ed il restante degli astanti - avremmo avuto il tempo d'azzardarne ben più d'un passo).
L'ultimo romanzo di Saramago, "Le intermittenze della morte", è semplicemente spettacolare. Datemi Saramago, datemi qualsiasi cosa di Saramago, non chiedo altro che impastoiarmi ben bene nel disorientamento labirintico della sua prosa. Datemi la perfetta coerenza che Saramago persegue e padroneggia quando sviscera e snocciola e sciorina la più incredibile sequenza di situazioni nate da un assunto iniziale impossibile, perfettamente assurdo. Poi magari a qualcuno piacerà e a qualcun altro un po' meno o niente affatto. Ma è la sorte di quel che giace sotto il sole. E nel mio piccolo (anzi direi minuscolo, infimo, microbico al confronto col Maestro) mi sono proprio goduto un'extrasistole man mano che scoprivo, in quelle pagine, più di uno zero in comune con questo pezzo qui
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:39 | link |
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venerdì, 10 febbraio 2006

Il mio augurio (Asya's Birthday)

L'ambiente che si schiuse al di là dei battenti era il riflesso brunito delle mie aspettative: tetro, barocco, zeppo di mobili scuri, di tappeti, d'arazzi, specchi e consolle dorate dalle gambe sottili. Vellutò un balenìo di pulviscolo, s'accese, galleggiò d'una sua vita silenziosa all'apertura (una striscia concessa, solo quella, e gialla d'ambra), dei micragnosi scuri. Poi si smorzò, e tutto tornò a tacere. Case d'un altro tempo, avare dei toni forti della vita, di quel che non è mesto, invise al chiasso, dunque, e alle urla, alla luce, e a grida petulanti di bambini, umide e intrise d'una penombra greve, lo giaculare del rosario al pomeriggio.
Avevamo telefonicamente negoziato, e non nascondo l'evidente ritrosìa ("Lasciamoglielo, dài, che ce ne importa? Uno di meno, e poi è ridotto a un cencio"), il recupero del telo di lino che, steso fuori ad asciugare, era finito sul loro terrazzo. Me l'ero visto strappare via da una ventata, planare, accartocciandosi scomposto, e rimanere poi appigliato in mezzo ai riccioli di ferro battuto del balcone.

"Dunque -mi lasci dire- l'aspetto all'ingresso".
"Non si disturbi, signora, posso scendere giù nel cortile. Me lo lascia cadere dal balcone"
"Ma cosa dice? L'aspetto"

"La sento, sa? quando parla alla sua figliola"
"Sì. E' una cosa che adoro. Mi piace leggerle le fiabe, inventargliele, raccontarle le cose di tutti i giorni"
"Si ricordi  - io lo so bene, ho insegnato per trent'anni - non sono quelle le cose che resteranno. Resterà l'essenziale: la voce, l'atmosfera"

Quando tua madre ebbe i primi dolori io stavo girando per uffici e sindacati. I cellulari ancora non esistevano. Ci furono risvolti comici in quel travaglio; tua madre si rivolse seccamente al primario (e sì che era uno borioso, quello, ed incazzoso assai) e gli disse:
"Ma insomma, ci sono solo infermieri qui dentro? Lei che vuole! Vada a chiamarmi un dottore!".
Ci furono d'altronde risvolti assai drammatici. Avevi l'ittero che non voleva andare giù, sicché passasti le tue prime settimane sotto una lampada con una benda agli occhi. E una mattina, quando vidi che t'avevano infilato sotto la cute della testa pure l'ago della flebo ("Per reidratarla", - mi dissero - "E' normale, tutto normale amministrazione"), andai vicino, molto molto vicino, a sfasciare mezzo mondo.
Il nome che porti - poi lo scoprimmo - è abbastanza comune in Tunisia. E all'epoca ce l'avevi solo tu.

"Si ricordi  - io lo so bene, ho insegnato per trent'anni - non sono quelle le cose che resteranno. Resterà l'essenziale: la voce, l'atmosfera"

Ho atteso un poco, sotto le coperte, accucchiaiato in posizione fetale. Lo faccio sempre, prima di abbracciarla, non mi va di toccarla a mani fredde. Le ho detto "Buona notte". Mi ha risposto, nel sonno, un pastoso "Hmm". Ed ho sentito agglutinarsi dentro il buio lo sbocco di un dolore, come un respiro essenziale.

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:33 | link |
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giovedì, 09 febbraio 2006

Cosa salvare dell'undecimo

-L'imprevedibile deriva spiritistica presa verso i tre quarti del romanzo (chissà perché ho pensato ad Henry James).
-Il termine laticlavio
-Vivis rosa grata et grata sepulcris
-Il senso di appartenere ad una generazione che si estinguerà per consunzione. Come se la successiva dovesse necessariamente rappresentare una sorta di salto quantico.

- Io ho l'impressione - soggiunse - che tutti i cavalli, più o meno, siano pazzi. Non so guardarli negli occhi senza sentirmi scosso. Ci sono uomini indemoniati, ispirati, no? Dei cavalli direi che sono inumanati, che hanno un'anima umana chiusa e prigioniera, no?
- Le bestie soffrono di non essere uomini. L'uomo soffre di non essere Dio.

"I vivi e i morti" di G.A.Borgese, 1924.
Di quest'autore dimenticato ne avevo scritto qui
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:01 | link |
categorie: mi pregio daver letto
martedì, 07 febbraio 2006

Ruminamenti apocrifi

Vivere è il tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa.
Dopo il commento di Stratagemma è diventato
Vivere è insistere nel tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa.
Dopo il commento di Flounder è diventato
Vivere è insistere intorcinatamente nel tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa.
Dopo il commento di Elena è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa.
Dopo il commento di Stratagemma è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa.
Dopo il commento è Brezzamarina diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare.
Dopo il commento di QuotaZero è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare. Talvolta resta soltanto un'impressione, come di cose che s'è sfiorato in un istante.
Dopo il commento di Bustrofedon è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare. Talvolta resta soltanto un'impressione, come di cose che s'è sfiorato in un istante. Ed è un malloppo, un gliommero irrisolto.
Dopo il commento di Oltranzista è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare. Talvolta resta soltanto un'impressione, come di cose che s'è sfiorato in un istante. Ed è un malloppo, un gliommero irrisolto. "Ha un'origine?", ci si chiede, "E quando? E dove?".
Dopo il commento di Mollie è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare. Talvolta resta soltanto un'impressione, come di cose che s'è sfiorato in un istante. Ed è un malloppo, un gliommero irrisolto. "Ha un'origine?", ci si chiede, "E quando? E dove?". E' un atto creativo, questo non si discute, cui va concessa tutta la nostra fiducia.
Dopo il commento di Ventoditerra è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare. Talvolta resta soltanto un'impressione, come di cose che s'è sfiorato in un istante. Ed è un malloppo, un gliommero irrisolto. "Ha un'origine?", ci si chiede, "E quando? E dove?". E' un atto creativo, questo non si discute, cui va concessa tutta la nostra fiducia. Un'interpretazione, come dire?, più crepuscolare, riduce il tutto a un turbinìo di foglie.
Dopo il commento di TirNaNog è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare. Talvolta resta soltanto un'impressione, come di cose che s'è sfiorato in un istante. Ed è un malloppo, un gliommero irrisolto. "Ha un'origine?", ci si chiede, "E quando? E dove?". E' un atto creativo, questo non si discute, cui va concessa tutta la nostra fiducia. Un'interpretazione, come dire?, più crepuscolare, riduce il tutto a un turbinìo di foglie. In ogni caso, a un progetto in via di sviluppo.
Dopo il commento di Riccionascosto è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare. Talvolta resta soltanto un'impressione, come di cose che s'è sfiorato in un istante. Ed è un malloppo, un gliommero irrisolto. "Ha un'origine?", ci si chiede, "E quando? E dove?". E' un atto creativo, questo non si discute, cui va concessa tutta la nostra fiducia. Un'interpretazione, come dire?, più crepuscolare, riduce il tutto a un turbinìo di foglie. In ogni caso, a un progetto in via di sviluppo. Da esperire in silenzio.
Dopo il commento di Flounder è diventato
Ricordarsi di vivere equivale ad insistere intorcinatamente nel pericolosissimo tentativo di recuperare qualcosa che si è perduto. A cominciare dal ricordarsi cosa. Ovemai l'impresa riuscisse, va da sé che la si potrà raccontare. Talvolta resta soltanto un'impressione, come di cose che s'è sfiorato in un istante. Ed è un malloppo, un gliommero irrisolto. "Ha un'origine?", ci si chiede, "E quando? E dove?". E' un atto creativo, questo non si discute, cui va concessa tutta la nostra fiducia. Un'interpretazione, come dire?, più crepuscolare, riduce il tutto a un turbinìo di foglie. In ogni caso, a un progetto in via di sviluppo. Da esperire in silenzio, ammesso che si riesca a ricordarne il perché.

postato da: fuoridaidenti alle ore 13:20 | link |
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