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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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giovedì, 23 marzo 2006

Empatie

E' giovedì, ed è dalle 7,32 di stamattina che combatto con un caotico affastellarsi di varie amenità sopportabili solo in quanto retribuite. Ma quello che mi attrae e mi distrae di continuo è il libro che ho sul tavolo. Ancora incellophanato, è il dono d'una persona cui tengo molto. Si tratta d'un romanzo di tal Ariel Dorfman, intitolato "La tata e l'iceberg". Ancora non ho deciso se deflorare il package qui in ufficio o rimandare l'operazione a posdomani pomeriggio, durante il volo verso El Quseir. Nel frattempo -feticisticamente- lo porto appresso dovunque e ne pregusto la profanazione. Ieri ho finito di leggere "L'opera struggente di un formidabile genio" di Dave Eggers e mi è piaciuto abbastanza, anche se il finale è -come dire- un po' sottotono. Avevo letto in giro che si trattava d'un romanzo leggero e invece a me è parsa una storia profondamente triste. Questo può significare solamente che o io o chi l'ha recensito non ha capito la proverbiale mazza. Rabbrividisco. In ogni caso non è di libri che volevo parlare. Domani avrò una giornata molto pesante, fatta eccezione per la parentesi serale conviviale che molto probabilmente mi lascerà groggy e con la fiatata di Superciuk. Dunque non credo che potrò ricapitare qui a meno che non m'avanzi qualche inattesa frattaglia temporale.
Pian piano si sta aprendo il cielo, ed era ora, finalmente!.
Il post è intitolato "Empatìe" perché effettivamente proprio a quel senso di condivisione profonda (del tutto inaspettato, visto che proveniva da un computer) ho ripensato quando, subendo la pesantezza di questa giornata, il monitor di sistema m'avvertiva che "IL MEMBRO E' PIENO".
"Eh già, il membro è pieno" - ho pensato - "però non m'aspettavo che lo fosse pure il tuo".
Saluti a tutti. Ci si risente tra un po'.
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:20 | link |
categorie: mi pregio daver letto
lunedì, 13 marzo 2006

Il titolo te l'ho suggerito (La bellezza annichilisce)



Lo scalpiccìo dei passi sul piancito non turba la densità della penombra
in cui bisbiglia, la curva dello sguardo, una pietà che elude ogni confine.
E allora quell'accozzaglia di vicende
quello che ci ha segnati come un marchio: eventi, facce, parole,
tutto quanto non fu che un susseguirsi di dettagli
da un abbozzo iniziale ingarbugliato.
Perché - poi - ritornasse l'orma al calco.
E ha un senso allora il gioco di noi bambini: assurdo, infilati in un sacco, giù al cortile.
Hanno un senso quei pugni
e il rannicchiarsi,
e tutti i calci sferrati lì alla cieca,
ed il sapore ruvido del mondo,
l'affanno che si smorzava nella iuta.
Guardarsi - poi - senza ombra di rancore.
Perché il dolore (e dovevamo impararlo) è intriso nella fibra delle cose.
Prima, dunque (e anche dopo e dentro ed oltre) la circostanza che lo monda della buccia.
Prima, dunque (e anche dopo e dentro ed oltre) la colpa che lo reitera e ravviva.
Come non accettare l'aggranfiarsi del ferro a quei miei denti (mi dissero, per correggerne la strada),
e le emicranie,
e il tremore delle mani,
l'ago che illividiva le mie notti?
Non turba la mia penombra polverosa quel vostro sguardo sulle ragioni della freccia.
E non sorride l'innocenza, ma si imbroncia.
Traccia - l'assenza piena di condanna - l'enormità di una misura della colpa.
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:51 | link |
categorie: versi diversi
venerdì, 10 marzo 2006

Un film e due libri (questi li recensisco)

Lo sguardo vetroso del protagonista (stavo per dire ialino, sono i retaggi degli studi geologici di gioventù) è pressocché lo stesso spiccicato in ogni inquadratura del film. Solo ad un certo punto, dopo che a mani nude lui sistema un paio di tizi (e s'inzacchera di sangue e d'altri vischiumi bollosi), ho recepito un non so che che m'ha evocato una precisa caratteristica dei blues (lo dico per alzare il tono del post, è chiaro). E cioè scivolare (come lama nel burro, senza scosse) da una tonalità maggiore a una minore. Sembra cosa di poco, un mezzo tono che si sposta. Eppure ha il misterioso potere di traghettare attraverso contesti lontani anni luce. Nel film, la merluzzesca fissita d'uno sguardo, in quella scena, opera questo scarto, questo jump abissale; e, da allocco, da omino buono, tutto casa e famiglia, lo guardi adesso... e vedi lo psicopatico. E ti chiedi quando e come s'è realizzato il mutamento, questo switch  (magari manco esiste, magari è un bel trip mentale di chi scrive).
Per il resto è assodato: "A history of violence", diretto da David Cronenberg, è una gran cazzata di film.

Nondimeno una gran cazzata è "L'ultimo amico", romanzullo da quattro soldi di Tahar Ben Jalloun. E' la classica storiellina strappalacrime incentrata sulle vicende di due amici, che la vita allontana uno dall'altro: il primo resta in Marocco, il secondo finisce in Norvegia. S'ammalerà di cancro e - manco fossimo in un racconto di De Amicis - taglierà i ponti con tutto e tutti, scegliendo di morire in solitudine. Ma c'è una lettera postuma, per fortuna, che spiega al superstite le ragioni della rottura. Una cazzata totale; le donne ne escono con le ossa rotte. Buchi da penetrare finché imberbi i nostri eroi, santippe atrabiliari una volta impalmate. E questo signore sarebbe l'intellettuale che scrisse il bestseller "Il razzismo spiegato a mia figlia". Ma va a cagare, va!

Edoardo Scarfoglio fu giornalista e scrittore. Tra i libri di mio nonno ho trovato questo libello intitolato "Il popolo dei cinque pasti". Si tratta di un discorso tagliente, elegante, guascone ed ironico, che Scarfoglio scrisse in occasione d'un immaginario brindisi da celebrare alla salute di Mr.Asquith, un politico inglese. Ora dovete tener presente che io e la storia siamo sempre stati come il diavolo e l'acqua santa. In quinto ginnasio fui rimandato in storia. Storia e basta. Per essere rimandati in storia, voi mi capite, vuol dire che proprio... niente eh!  Sicché non mi si chieda di Mr.Asquith (chi fosse, che accidenti volesse). Scarfoglio gli vomita addosso, con una prosa che è un crescendo di barocchismi sopraffini, le ragioni oggettive della perfidia albionica, che in carne di macello tutti i popoli ridusse. In Africa, in America, in Oriente. Depredandoli delle ricchezze del suolo e della terra, col pretesto delle ingiustizie e le barbarie. Esportò, dunque, il giusto way of life. Popoli dei cinque pasti voi inglesi, volete che noialtri vi s'aiuti nella difesa del suol natìo? Proprio noi, che a stento raccapezziamo un pranzullo, uno solo, striminzito? Ecco quello che un libro deve darmi. A un secolo di distanza, è un sollucchero rugiadoso, nu babà.

E - per inciso - siamo a ventidue.
postato da: fuoridaidenti alle ore 23:35 | link |
categorie: mi pregio daver letto
mercoledì, 08 marzo 2006

E persistendo sovrana questa mia refrattarietà

al voler formulare qualcosa di più verboso, mi limito alla nuda enumerazione delle letture giunte frattanto a compimento.

M.Heidegger                                      "Saggi e Discorsi"                       
Jonathan Coe                                    "La casa del sonno"   (*)               
Giuseppe Montesano                         "Il corpo di Napoli"    (**)               
Antonio Moresco                               "Lo sbrego"              (**)               
Patrick McGrath                                 "Spider"                                              
Patrick McGrath                                 "Acqua e Sangue"

E siamo a venti.

Legenda
(*)   Vale la pena
(**) Vale assai la pena
Heidegger è fuori concorso, mi sembra superfluo specificarlo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 14:04 | link |
categorie: mi pregio daver letto
giovedì, 02 marzo 2006

Mode del Cazzo

L'inarrivabile Sergio Garufi scrisse qualche tempo fa su it.cultura.libri (e qui c'è il link del thread originario) il post che vi ripropongo in calce. Lo copincollo, il mio è un atto dovuto sia ben chiaro, dopo la pruriginosa visita cui costrinsi (ma a dir la verità non mi pareva poi tanto reticente) questa signora, letto il suo post ed i vostri commenti.

Mode Del Cazzo
Secondo E. Keuls, la Grecia antica era il Regno del Fallo, e questo per la forte connotazione maschilista della sua cultura. La donna veniva raffigurata nuda (e nelle ceramiche attiche pure con una certa goffaggine) solo se era una prostituta o la vittima di uno stupro; mentre l'uomo nudo rappresentava il sesso naturale, oltre che l'ideale universale di bellezza. Il matrimonio era finalizzato unicamente alla procreazione, perché l'eros maschile si esprimeva compiutamente solo nei rapporti con lo stesso sesso. L'idealizzazione del nudo maschile, inoltre, si manifestava anche in una caratteristica che colpisce l'osservatore moderno: la miniaturizzazione del pene. Atleti e guerrieri dal corpo vigoroso (si pensi ai bronzi di Riace, per es.) esibiscono sempre un membro sproporzionatamente minuscolo, a tal punto che per i Greci il possedere un membro piccolo era una caratteristica molto desiderabile. Nelle _Nuvole_, Aristofane ci dice infatti che "tenendo una condotta appropriata si manterrà un pene piccolino". Nella ceramica attica (a figure nere o rosse) il pene lungo è sempre la prerogativa di persone di poco conto: uomini costretti a fare lavori manuali pesanti (quindi schiavi e artigiani poco rispettabili), oppure persone deformi (nani, gobbi, satiri). La dimensione del pene è anche un discrimine fra Greci e Barbari.  Ercole ha un pene minuscolo e aggraziato, mentre l'egiziano Busiride ne ha uno grosso e circonciso. Il glande scopertoi era considerato dai Greci sommamente antiestetico o ridicolo, tanto da usarlo come effetto nel teatro comico. Pare infatti che qualche giudeo ellenizzato cercasse di farsi un prepuzio posticcio, per adeguarsi alla moda attica. Sui vasi attici si osservano anche prepuzi esageratamente lunghi e improbabili, come nel caso di membri eretti pronti all'accoppiamento. Ma il glande ricoperto era anche simbolo di temperanza, di self-control, non a caso gli uomini che tornavano a casa ubriachi mostravano un pene grosso e lungo.
Niente in eccesso era la regola aurea, perché un pene grosso conviene alla bruttezza e alla incontinenza dei satiri e delle persone di poco conto.

postato da: fuoridaidenti alle ore 20:16 | link |
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