Con una morbida sterzata, a retromarcia, imbocca l'auto l'ultimo varco libero. Poco oltre -cigolando- una catena sbarra ogni passaggio. C'è brezza, il cielo è sgombro, sui marciapiedi tutt'intorno nessuno. "Entrambi d'acqua, condannati a ritornare". Lo sguardo abbracciò silenzioso la lunga schiera di palazzine anni '50. Ovunque i segni della salsedine e del sole. Pensai a certe speculazioni di quei tempi: lotti di terra destinati ai marinai poi requisiti e dirottati al jet set. Ovunque -adesso- democratico il passare, che cretta intonaci e addenta le ringhiere. La donna ha belle e affusolate le mani, occhi profondi e mocassini intrecciati. E' alta, ragion per cui può risparmiarsi le conseguenze del quotidiano uso dei tacchi. Seguiamo la curva del porticciolo, a passi lenti, al riparo dei rischi di un mistero che percepiamo al di là della scogliera. Dentro, come al guinzaglio, tante barche. Dondolano, allineandosi col vento. Sulla cima d'un pennone -in controluce- una donna lavora a qualche cosa. Sembra a suo agio, non ha nessuna fretta, è un grosso ragno che ha premura del suo nido.
Ha di certo un suo fascino l'architettura del ventennio; nondimeno inaspettate utilità (in ambiti, intendo, del tutto avulsi da quelli originari). Metti -ad esempio- i portici. Così bianchi e spaziosi, così rigorosamente squadrati e luminosi, sono il luogo ideale dove disporre al meglio i tavolini ad uso d'una clientela dedita al vizio del fumo.
Per quattro lunghi anni non l'avevo mai vista mangiare. "Io non mangio", ripeteva. Ed io, che l'incontravo solamente in pausa-mensa, già lo sapevo che avrei sorbito solo un caffé. Amaro, tutto d'un colpo solo, subito dopo accendendo una sigaretta. Marlboro Oro, mi pare lei fumasse. Col tempo c'eravamo persi di vista. Mettici gli imprevisti, le riunioni dell'ultimo minuto, a lungo andare non l'avevo più cercata. D'altronde -in quanto a questo- neanche lei. Mi tornò a mente nel mezzo d'un mattino molto freddo. Un collega mi raccontava d'una sua amante, una che gli diceva sempre "Io non mangio". Fuori tirava un vento teso. La chiamai. Fu molto felice di sentirmi. L'invitai a pranzo. "Prendo solo un caffé" -mi interruppe- "lo sai, io non mangio". Finì che ci mettemmo a girare per il quartiere, i negozi erano carichi di merce, era periodo di vendite promozionali. In fondo al viale, austera, si stagliava la basilica. Entrammo. Non so come siete messi voi con la religione, a me quel posto ispirava tutt'altro. Sembrava di stare in un ospedale, oppure agli uffici del comune, o tuttalpiù sull'altare della patria. Facemmo un paio di giri in silenzio. Lei mi disse "Qui dentro siamo entrambi fuori legge", indicandosi l'anulare vuoto. Uscendo, sullo spiazzo, c'erano petali sparsi. Neri. Lo interpretai come un brutto presagio. Ma per fortuna non accadde nulla.
Grigia quella porosità che t'imprigiona
cui torno a volte, come i saluti alla stazione.
In fondo tutto è un misurare di distanze.
L'amica, che è ingrassata, non sa ancora se mi ci porta poi a mangiare lì ai quartieri.
Ma ho costole perdute, com'è giusto che vada.
Passeggiano oltre lo specchio degli occhiali.
Intorno è fumo di salsicce sulla brace, e a mezzanotte di fuochi d'artificio.
E non ho fatto caso, mi son detto, se è tempo ancora di lucciole tra il grano.

"San Pasquale di Bailonne
protettore delle donne
datamméllo nu marito
bianco, russo e saporito
comme a vuje, tale e quale
gloriosissimo San Pasquale"
"Il bello ed il sublime concordano in questo, che entrambi piacciono per se stessi"*.
A dirla tutta la citazione continuerebbe, facendosi via via più incomprensibile (parlo per me, ovviamente). Dunque la stoppo qui, e scusatemi tanto. A me pare già bella densa di senso nonché -e non è cosa da poco- ambigua quanto occorre affinché ognuno poi l'interpreti a piacere. Come montare un puledrino senza briglie.
"Il bello ed il sublime concordano in questo, che entrambi piacciono per se stessi"*.
E direi che descrive esattamente ciò che avrei detto io stesso del romanzo (ma è un romanzo poi?) "Si riparano bambole" di Antonio Pizzuto (con altre parole, è ovvio, e di molto più contorte).
"La soddisfazione è pertanto legata alla mera presentazione"*. Mi scuserà, maestro, di questo cut and past alla carlona, però non posso esimermi dal farlo in quanto ciò che ho provato, leggendo "Siribambole", è stato puro piacere per sé stesso e per come il piacere si presenta. Potrei dire qualcosa riguardo all'originalità con cui si sviluppa questo labirintico e verboso flashback (e avrei potuto benissimo sostituire assurdità ad originalità, intendendo con questo il tocco fou d'un maestro: azzardato, oltre il limite, troppo avanti, assurdo per l'appunto). Ma non sono all'altezza di farlo. C'è già chi a quest'immenso autore italiano (minchia! Ho provato un brivido d'orgoglio, pride to be) ha dedicato una sezione del suo blog. E visto che l'impone l'ubi maior, sarà meglio che vi leggiate la sua, di rece, che, datemi retta, ne vale assai la pena.
(Per inciso, l'avrei letto due volte, sicché varrebbe doppio, ma non voglio barare).
*I. Kant, Critica del giudizio.