Sapessi in quanti bei ruzzoloni caracollavano felici le parole lungo la curvatura della fronte tua che dormivi e ti guardavo stamattina anticipando la sveglia d'un paio d'ore almeno tanto cosa vuoi farci io non so più quando dormo se dormo quanto dormo ho troppi libri che vorrei finire troppa di quella musica che aspetta e talvolta mi sembra che anche in mezzo a queste botte di sonno atemporali mi porti appresso un'idea non so come magari è che nasce o si risveglia nel sonno l'incipit buono per una storia due righe lascio che si sviluppi nella capoccia come giove e minerva ecco perchè adesso queste parole su cento mille fronti come la tua contemplo qui in silenzio chiedendomi come faranno poi a raccogliersi a mano a mano alla radice del tuo naso senza farti solletico né tantomeno pesarti eppure sono tante avanti che c'è posto la prima lo vedo quella era furba era un nome che aveva gli occhi che bucavano e difatti se ne sta scivolando leggerissima che già lo so che ti vuole atterrare sulle labbra e come darle torto penso intanto che mi rileggo nella testa quello che sto scrivendo e taglio taglio dove è eccessiva la descrizione e l'aggettivazione e gli incisi le reiterazioni concettuali limo di qua e di là me lo rileggo un'altra volta mentre tu dormi ti si sciampanano a miliardi a goccia a goccia sulle guance sul collo sui capelli
L'addolcirsi delle temperature, ultimamente, mi ha permesso di lasciare i pappagalli la notte fuori il terrazzino. Non so se avete presente il verso che fa una coppia di cocorite.
E' qualcosa di riassumibile così:
- un attacco improvviso, fulmineo; come uno sbotto polemico, un accesso d'ira.
- l'estendersi, man mano sostenuto, d'un fischio d'ammirazione.
- una chiusa ribollente, di durata variabile, come un languire di ciangottìi incazzosi.
Così. Diretto come un treno, senza preavviso. A lungo andare, specie in certe occasioni, s'infiltra nei sistema nervoso e non c'è cazzi. Perché finisce che coincidono, certi vostri momenti di resa, certe ronfate, per dire, o il dormiveglia, con l'esperire dei volatili il sublime. Come all'alba, col sorgere del sole. Che si scatena un putiferio emulativo di vario gorgheggiare. E giù con zirli e chiurlìi e fischi e garrir di rondini e traiettorie confuse di vario pennutame: merli fischioni scriccioli passeri corvi cutrettole taccole piccioni e canarini e poiane e qualche gallo pervicace che all'orizzonte m'auguro quanto prima qualcuno lasci stecchito lì sull'aia. Sicché s'era creata, mi capite, una situazione assolutamente insopportabile. Ieri pomeriggio, mentre gli controllavo l'acqua e il mangime e gli incastravo tra le sbarre una foglia fresca d'insalata, mia figlia mi ha chiesto se gli mettiamo il nido, prima o poi. Le dico E come, no? Vammi a prendere quello che l'altro giorno hai trovato nel bosco con lo zio. Mi ha guardato con un'espressione di compatimento profondissimo, delusa.
Oh che t'ho detto?
Quel nido non si può mettere, lo sai. Sennò finisce che ci fanno una rondine.
Tra i miei link ce ne è uno a Iancura. Si nasconde, dietro il nick, uno scrittore dall'animo delicato. Non solo, Iancura è anche il titolo di un libro. Sono brevi racconti, ambientati nell'isola di Salina. Iancura vuol dire biancore, ed indica uno stato d'animo, un certo senso di comunione percepito in particolari giornate di grazia, quando il mare è bianco e si confonde col bianco-celeste del cielo. Nella prefazione l'autore avverte che probabilmente Iancura è un qualcosa di concepibile solo nell'ambito delle isole Eolie. Ma io vi confesso che ieri, intanto che la mia Beatrice si spendugliava sull'altalena del parco (e per poco, piuttosto che oscillazioni, finiva per inanellare avvitamenti), più m'immergevo nelle salse e assolate pennellate di Iancura, più mi veniva a mente Raffaele La Capria e quel suo concetto di "bella giornata". Che è poi, sostanzialmente, la stessa profonda sintonia col mondo che è racchiusa dentro "Iancura". Ci ho messo un paio d'ore a divorare poco più di ottanta pagine. E ho conosciuto personaggi (Gianni Re, Violino, Carlo Hauner) che spero di riuscire a preservare dall'oblio.
"Iancura" di Paolo Casuscelli
GBM Editore ISBN 88-7560-001-5
Aggiungo alla lista dei libri letti da inizio anno anche "L'uomo duplicato" e "Viaggio in Portogallo", entrambi di J. Saramago. (Tra l'altro già ho dimenticato come finisce "La zattera di Pietra". Se qualcuno me lo volesse ricordare gliene sarò immensamente grato).
Quarantasette. Eh eh, schiatta in corpo caro giudice.
C'è un filo (ovviamente del tutto arbitrario) che lega Camus a Saramago. E' azzurro, come il filo che ne "La zattera di pietra" unisce un cane (c'è quasi sempre un cane nei romanzi di Saramago) a una donna e molto altro ancora. E' -inoltre- un filo logico; il filo -anzi- della logica più estrema (e potrei qui snocciolare qualche esempio sul tema "filo ed estremi": chiudere conti, annodare capi, l'eterno ritorno e via discorrendo. Ma lasciamo perdere). L'ultimo attributo che questo filo possiede è di essere ancorato saldamente ad una sorta di sipario immaginario. Sicché, ovemai vi prendesse il ghiribizzo, potreste dare una sbirciata oltre le quinte. Ma è un sipario che si trova "al di là" delle quinte, sicché sareste alle spalle del palcoscenico. O -come dire- nel rovescio d'una scena.
Caligola, dopo la morte di Drusilla, s'aggrappa tenacemente al filo d'una sua certa sregolata ricerca.
"Gli uomini muoiono, e non sono felici". L'indifferenza del mondo, amaramente dolce nella chiusa de "Lo Straniero", sfocia qui invece in un delirio lucido, dove ogni logica e dove ogni pulsione è una sorta di ricerca dell'estremo. Paradossalmente, quel che s'intende per "poesia".
Per Saramago il filo logico e coerente che scaturisce da un assunto fantasioso è in un certo qual modo una costante, una caratteristica precisa. "La zattera di pietra" è una favola meravigliosa che linka (ma Saramago è ostico con quei suoi dialoghi senza punteggiatura e gli incisi che ricorsivamente si reincidono; voi mi capite, si fa un po' fatica) linka, dicevo, certe derive esistenziali, tipiche, dunque, del solo mondo vivente, a quelle apparentemente immobili, pietrose, dei continenti. Come se entrambi i mondi, animato e inanimato, possedessero una comune dialettica ancestrale. Molto poetico, nonché ironico e profondo.
E adesso, se tirassimo questo filo benedetto, vedremmo un dramma interpretato al rovescio. Perché dico al rovescio: perchè la colpa è una sorta d'anello forse, o uno specchio, un'immagine riflessa. In qualche modo un reciproco riferirsi, dove si perde il senso d'un inzio e una fine. Giuseppe il falegname mette in salvo suo figlio. E' sua dunque la colpa della strage d'innocenti; colpa del figlio è d'esserne scampato. Forse entrambi innocenti, forse colpevoli, non importa. Il motivo per cui Giuseppe è crocifisso è che altrimenti s'andrebbe a benedire la perfetta simmetria con cui furono predisposte le croci sulla scena. "Il vangelo secondo Gesù Cristo" celebra il gran rispetto nei confronti della vita; d'ogni vita, d'ogni vittima sacrificale. Colombe e agnelli e vitelli e il padre e il figlio e tre pagine fitte di protomartiri e martiri. E il demonio è un pastore premuroso, ma anche l'angelo, immenso, dell'annuncio. Ha faccia d'uomo, e una stessa colpa buia. E sofferente. Più volte, mentre leggevo questo libro, mi stuzzicava un verso di Ferlinghetti (ma potrei sbagliarmi alla grande).
"La morte piange perché la morte è umana".