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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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giovedì, 27 luglio 2006

Impalcature e reti

"Ieri sera ho fatto una cosa che facevo da bambina: ho lavato i capelli e li ho raccolti in una treccia. Poi stamattina li ho sciolti, e sono mossi".
Il professore si rigirava il telefonino tra le mani. Le sue certezze -già di per sé assai scarse- cominciavano a sgretolarsi tutto intorno. Il professore presiedeva a una conferenza, quella sera, dal titolo "Le possibilità dell'amore nella rete". Gli parve buffo, uno scherzo del destino, che quel termine -rete- a mano a mano, vuoi per l'uso comune e inflazionato, o chi lo sa per quale altro motivo, fosse stato capace d'infiltrarsi fino a scalzare del tutto e soppiantare l'immagine che amava offrire di se stesso: una solida e articolata impalcatura, fatta di poche -ma granitiche- certezze. Rete come astrazione, entità di corpuscoli, di celle, fluttuante in una lunga scìa sinuosa. Come concetto, rete è smagliatura. E' l'imprevisto: lui lì, con il telefonino tra le mani. Il professore scrollò via quei pensieri al cicalino del messaggio scaricato. Le cosce, una stoffa a fiori, le volute, poi, morbide, d'una mano inanellata, l'invito sembrava dire "Guarda bene! Guardami adesso! Guarda cosa faccio!". Attratto dall'incanto di quel gesto, denso gli parve l'indice, richiamo, innesco, verme, insidia, amo da pesca.
Di tutto il senso nelle grinze della stoffa.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:56 | link |
categorie: fumus et fragmenta
mercoledì, 26 luglio 2006

La banalità del male

Nell'ultimo libro che ho letto (lo so, ho smesso di fare la conta, e chissenefrega), bellissimo, una raccolta di racconti di Friederich Durrenmatt (andrebbe scritto coi due puntini sulla U, non so come metterli, chissenefrega) mi pare, tralasciando qualsivoglia considerazione riguardo a stilemi, prosa e via dicendo (massì, tralasciamo, che siamo incompetenti, epperò talvolta anzi sovente c'era sembrato di stare a leggere kafka, chissenefrega), mi pare, dicevo, d'avere individuato una sorta d'ossessione (a dire il vero più d'una, ma concentriamoci su quel che è funzionale al discorso che andiamo a sviluppare e a culo il resto) che è poi quanto si percepisce in certi altri suoi celeberrimi romanzi, quali "Il Sospetto", "La promessa", "Il giudice e il suo boia" (Tié! Accussì v'aggio fatto vede' che nun sto improvvisann'. Io 'o cunosc'  bbuon' a Durrenmàtt!), e cioè, dicevo, una sorta d'impossibilità della giustizia. Che significa? Be', voglio dire (chi m'ha cecat' 'e parti' proprio da qui! Mo' c'è caso che qualcuno viene, legge, e mi contraddice alla grande, vafangùl') non aspettatevi, leggendo Durrenmatt, di trovare una spiegazione logica del perché il male, la guerra, l'omicidio, la ragione, la scusa, il perdono, il rimorso, l'espiazione la colpa il colpevole e quant'altro. In un lungo racconto, "La guerra invernale del Tibet", c'è un interessantissimo parallelismo (corroborato da teorie della fisica, costanti numeriche e altre cose del genere) che sviscera l'evoluzione delle stelle e l'agire dell'uomo. In pratica, dice il nostro, la coesistenza di forze antagoniste, lo spin di particelle, elettroni, stelle, pianeti o galassie, l'agire per non collidere, collassare, questa sorta di condanna ontologica, che non esclude affatto l'esplosione più intensa e, se il caso o chi per esso lo vuole, l'implosione in sé stessi fino al buco nero, tutto ciò, a livello individuale, micro macro o di gruppo, impone che l'azione di chiunque, sia esso pianeta o uomo, sfugga, lo deve necessariamente, da qualsivoglia lettura eticomoralistica. D'accordo o non d'accordo, ma tant'è.
L'impiegato allo sportello della banca mi sta proprio sul cazzo, m'è sempre stato sul cazzo. E' che come si fa a cinquant'anni suonati a vestirsi come se ne avessi 20? 'Sti pantaloni a mezzo polpaccio, coi laccettini che stringono o allargano a seconda di non so quale necessità. Cazzo, se hai caldo metti i calzoni corti no? e se no vafangùl'! Quel ciuffettino ribelle, 'sta mezza sega rossomalpelbarbuta una volta mi rispose a traverso guadagnandosi un angoluccio nel killfile. Quando arrivo ("sosta consentita alla sola clientela per il tempo necessario a svolgere le operazioni bancarie") adoro parcheggiare in modo da rendere al mio prossimo difficoltose assai le manovre per uscire dal piazzale. Ma in modo, lo faccio, che non mi si possa dire "Le spiacerebbe spostare la macchina?". In modo perfettamente lecito. Tuttalpiù penseranno "Che imbranato, poteva metterla meglio e tutto 'sto casino non nasceva". Gli sto sul cazzo anch'io, lo vedo da come mi guarda. Vuolsi così, è ontologica condizione.
postato da: fuoridaidenti alle ore 13:02 | link |
categorie: casi umani, mi pregio daver letto, fanculamenti
giovedì, 20 luglio 2006

Io e la mia amica Liliana l'altra sera

"Zompa va', che ti porto in un posto."
Ripercorro, montando sulla sella, i contrattempi di quest'ultima mezz'ora.
-Mio cognato che "Arrivo! Qualcuno m'aprisse il cancello".
-L'sms che "Faccio venti minuti di ritardo, poi ti spiego".
-La chiave che mi si spezza tra le dita (la potenza, senza il controllo, non è nulla).
-L'ecografia, poi.
-La tensione se quel che ho visto è proprio quello (non era, non era niente, non l'ho visto).
-Il giacchetto che "Aspe', mo' citofono e me lo faccio buttare".
-Lo sciampanìo di monete nel cortile. Rotolanti, 'ste troie!, rotolanti.
-Il tragitto che "Riportiamo l'ecografo allo studio".
-Un chilometro di sbuffi, afa, bestemmie.
-Quindici chili di peso, che le braccia fanno giacomogià.
-Due rampe di scale, tanfo di muffa condominiale.
-L'ascensore occupato, allànemechivemmuòrtattuttquànt'!!!
-Una tettona a passetto che "Dotto', ma voi domani fate studio?" .
-L'sms che "Arrivo!".
Per fortuna -poi dice l'allenamento- mi catafotto con passo da 6'/km. Non è molto, lo so, ma il fatto è che ho i sandali, e non si corre bene con i sandali. La gente guarda, penseranno che ho scippato qualcheduno. Chissenefotte, è bello a correre per la metropoli. Mai fatto prima. Che mi sono perso!
La trovo bell'e assettata 'ngrazieddio che si zuca una sigaretta.
"Allora, pizza o zuppa di cozze?"
"Zuppa di cozze"
"E zompa, va', che ti porto in un posto"
E questo carosello su due ruote che in bilico fanno "pciù pciù" come a baciarsi il battistrada col catrame ammollato tra gl'interstizi dei sanpietrini di basalto comincia che è 'na montagna russa, nu flippér!
"Statt'accorta, Lilia', se vedi i vigili. Sto senza casco!"
"Chell' è niente. Sto senza assicurazione!"
"Tu che dici? Marò! Piglia p'e vicoli, allora! Chest' nun è cchiù question' e multa! Ca' va a farnì ca ce ritiran'o mezz' e ci portan' direttamente a Poggioreale!!"
"Eh, vabbuò, mo' nun esaggeramm'!"
E luci in fondo alla curva a pavesare la quiete azzurra e imperturbabile del golfo. Ci avevo una ragazza, pe' 'sta strada, ai tempi del liceo. Due mesi durò. Marò, quanto l'amavo! Chissà che fine ha fatto.
"Lilia', che fine ha fatto?"
"Nun 'o ssacc'. Nun l'aggi' vista cchiù".
E il ginnasio, il nostro glorioso "Giambattista Vico". Tutti quei personaggi.
"E don Nicola?"
"E' muort'!"
"E la Titina?"
"Nun 'o ssacc'!"
Il fatto è inevitabile. Non ci stai più, e allora tutto riluccica. Dovunque ti rigiri e t'arrevuot' c'è un ricordo che, plink! fa capolino. Malgrado certe strutture, per esempio certi slarghi; la metropolitana, che all'epoca non c'era, malgrado tutto basta spostarsi, svoltare a un angolo, prendere per un vicolo. Ti senti come un fagiolo in ribollita.
"E Cioci, il bidello?"
"E' muort' pur' iss'!"
"Marò! Ma c'è rimasto qualcheduno?"
"Da Corrado" 26,80 per due zuppe. Cozze vongole cianf'e purp' e taratufi. Uànemeddasalettacummdiebbuòno! Le innaffiamo di Falanghina a ragajoni. Prevedevo una sòla, invece 'unnèra. Il posteggiatore, nu tipo curius' assai, curt' e senza cuoll', mi scuce euri due per essersi inchiommato al nostro tavolo. Chi m'ha cecato a me di chiedergli
"Maestro, ma voi la conoscete quella che dice Scalinatella longa longa strettulella?".
Ma quanto durava? E che gorgheggi! N'usignolo! Meno male c'era un gruppo di slavi tatuati, 'na tavulat' 'e magnapizze a sfinimento. Gli han fatto cenno come a dire
"Mae', s'appropinquasse".
Dunque, tela! ci centauriamo lungo il rettifilo, il museo, poi toledo e contromano finalmente nu pezzull' 'e vic' nir' nir' al cui morire incateniamo il mezzo che lambisce, sfinito, un marciapiede. E passa, poi ripassa e spassa infine, raccontarci vite a lacerti sulle scale, bicchiere in mano, sigarette appicciate, ai piedi immensi di Santa Maria La Nova.
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:31 | link |
categorie: donde provengo
domenica, 16 luglio 2006

Crudo così, e senza troppi filtri

Vedo come avanza. Giorno per giorno. Non gli è ancora nel cono d'ombra, però quasi. Cincischia, si prende tutto il tempo necessario. Si trascina, lui, anfanando col tutore. Su e giù, più volte, lungo il corridoio. I capelli giallastri sono penne. Sbotta "Che schifo!" ogni qual volta sente il jingle della "pasta di riso Scotti" alla radio, sintonizzata fissa su raidue. Ma lo fa senza crederci oramai, come se fosse un rutto che gli scappa. O una sorta di riflesso pavloviano. E poi, immancabilmente, "Se potessi poggiare la testa sul cuscino. E via così...". La voce è lamentosa, un soffio, l'incipit d'un pianto. Mi guarda. Io guardo lui, poi entrambi. Nello specchio, un trapezio ondulato a fianco al letto. Li disegnava lui, per hobby, ché il suo lavoro vero erano i fiumi. E sovrastavano credenze in palissandro. Modernariato, oggi. La mia amica dice starebbero bene a casa sua. Da ragazzo, la sera, facevo uguale. Mi toccavo i capelli sulle tempie, stavo al telefono e mi guardavo in questo specchio. In questa stanza. E sotto questa luce. Vedo come avanza. Giorno per giorno. Gli lascia segni, aggiunge qualche dettaglio. Mi chiedo, a lavoro finito, che sarà. E quanto tempo. Quanto tempo ancora.
L'arrossamento del gomito destro
Ci si puntella per alzarsi dal letto. E' un occhio scuro e livido, dai contorni precisi. Ci si legge il progredire di squilibri, d'oscillazioni, di difficoltà.
La sottigliezza della pelle
sugli stinchi. Lucida. Quasi quasi, a sfregarla, viene via. Ci sono un po' di croste, qualche piccola ferita. Chissà, forse ha sbattuto involontariamente nel tutore. Per alzarsi, magari, o andando al cesso. Non sono segni di punture d'insetto. D'altronde lui non lo pizzicano, come è raro che sudi. Sembrano scogli emersi in una foce azzurrina. Dendritico il disegno delle vene.
I piedi
glieli cura la pedicurista. Viene una volta alla settimana. Lo prende in giro perché non ha i calli. Non ne ha mai avuti, e adesso anche volendo...
La vaghezza con cui individua il mondo intorno
L'occhio è cisposo, umidiccio, giallastro. Di leggere non se ne parla più. In questi giorni gli leggo io i giornali. La Repubblica e il Mattino. Ce li porta il ragazzo alle 8,30. Io sfoglio, commento, attacco a leggere, ma dopo un po' nella mia voce una penombra mi sembra come se l'invitasse ad affondare. Poi c'è qualcosa che evidentemente lo disgusta. Schiocca la lingua, apre la bocca, si volta, come tentando d'abbrancarsi a chissà che. Balèna, forse, un altrove di ricordi. Tonfa deluso nuovamente qui.
L'insofferenza verso il livellamento
cui il letto lo costringe. Alle volte si scuote, come emergesse da un incubo, chissà. Prova a rizzarsi, fa una smorfia per lo sforzo, che è lungo lungo e deve farcela da solo. Resta seduto, si avvicina il tutore, cerca qualcosa con gli occhi. Vuoi alzarti? Vuoi che ti aiuti? Niente. Zitto. A mano a mano riallontana il tutore, si abbocca, si lascia andare. Torna feto.
Il lato destro
ha detto, lo sto perdendo. Me ne ero accorto quando calzava le pantofole. Come se stesse provando ad imboccarsele con il piede di un altro.
La postura
intanto che si trascina col tutore. Sboffa il vuoto dei calzoni del pigiama. Una sagoma che non ha niente più di lui.

Mando un fuoco di fila di messaggi. Saremo una decina. Il 27. Di giovedì, ché il giorno dopo qualcuno c'ha la cena dell'azienda. Prima andremo a nuotare e dopo a cena. E dopo ancora a bere. Domattina i negozi sono aperti. I saldi qui sono cominciati da un pezzo. Ho visto un bel vestito di Paoloni. Grigio, di shantung, con una linea accattivante.

postato da: fuoridaidenti alle ore 16:00 | link |
categorie: fumus et fragmenta, donde provengo, paternalia
sabato, 15 luglio 2006

Volgare, da vulgus

Il signore con il pizzetto in tinta s'acciocchì tutto sulla striscia pedonale. Io venivo di fronte a passo lemme, di ritorno dall'edicola dei giornali. La cosa francamente mi colpì. Perché colse, la coda dell'occhio dico, il senso di un'immobilità sopravvenuta senza preavviso, come un colpo apoplettico, ad esempio, che stoppa la vita, l'attimo prima in movimento. Mi chiesi quale fosse la ragione. Poi individuai, come una sorta d'imprigionamento, o imbrigliamento, meglio ancora, del suo sguardo. Che percorrendolo, come bava di lumaca, finiva direi del tutto risucchiato dal cadenzare polposo e ciondolante di due superbe chiappe inguantate in bianche brache di lino. "Alla faccia e tecchete del cazzo!", sbottò il signore con il pizzetto in tinta. Satiro priapo tapiro grifagno, mi parve la sua espressione una sborrata felice.
postato da: fuoridaidenti alle ore 19:44 | link |
categorie: casi umani, fumus et fragmenta

Due o tre cose su di me.

A volte mi lascio andare a una deriva e sto in silenzio. Poi, che ne so, capita un accidente, o magari niente; mi risveglio, riprendo la barra e viro. Restando sempre zitto. E' che certi percorsi, certe derive per l'appunto, sono tutto sommato come i libri. Li leggi, ti ci appassioni, se è il caso, oppure li finisci stancamente, o ancora li abbandoni e chi s'è visto. E poi? Li poggi, li regali, qualcuno lo tieni a portata di mano. Non riesco a concepire un altro me stesso diverso da così. L'unica cosa da fare è lasciarmi andare. Punto e basta. Magari mi pento, magari no. Ho mandato a puttane storie molto importanti in questo modo. Ma molto assai. E non m'aspetto niente. Solo silenzio per silenzio.
postato da: fuoridaidenti alle ore 18:02 | link |
categorie: fumus et fragmenta
venerdì, 14 luglio 2006

Che quasi quasi mi ritrasferisco

L'unica nota a bilancio, alla voce passività, è la gastrite che m'ha svegliato stamattina. S'esagerò una mollichina ieri sera. Principia col Taurasi, prosegui col "Don Antonio" di Morgante, quel reiterarsi infine di gin tonic, sciccosi quei ghiaccioli illuminati, il mio era verde, c'è speranza allora. Una casa da "AD", un gran bel gruppo di gente, belli i sorrisi, una serata da dio. Macchie di vino e patacche stamattina sui calzoni (un frammento di basilico, intorno un alone d'unto, tracce di sugo, un pezzettino di mozzarella spiaccicata e rinsecchita) mi sono detto ma come cazzo l'ho mangiata io la pizza? Al ritorno il cortile m'ha rimandato un multiplo d'inquadrature d'altri tempi. E il generale, che oltre i vetri al pian terreno ci salutava con un cenno cortese.

Ma... è morto?
Sembra, ve'? E' che respira pianissimo. Sta dormendo.
Gli hai dato qualcosa?
Un po' d'acqua. Ma gli ho detto che ci avevo messo il tranquillante.
Ha pianto?
Sì.
Parecchio?
Come ieri. Al solito.
Che faccio mo'? Non me la sento di svegliarlo.
Andiamo tutti a dormire.
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:03 | link |
categorie: fumus et fragmenta, donde provengo
mercoledì, 12 luglio 2006

Sinestesia

Perché se l'avvocato Spataforgia lo riportano che non si regge in piedi dice "E' inciampato" e a me invece "Vergogna! 'N'altra volta 'mbriaco?". Le cose, che ti credi?, sono come le presenti. Tu dici scrub e peeling, dici esfoliante, dici massaggio yoga, frizione d'energia.
Le cinque e mezza, il cardellino fuori in veranda canta che è una bellezza. Mi son trovato un angolo nel letto dov'è possibile non boccheggiare. Ad intervalli casuali gli occhi socchiudo e m'accorgo che dal buio man mano prendono forma costole di libri e foto e soprammobili e tra le mensole il ritratto di mia sorella. Tu dici scrub, dici esfoliante e peeling. In quest'atarassia da cui riemergo lascio che i polpastrelli mi carezzino la superficie di braccia e pettorali, non verso il centro, verso la fossa del cuore, troppi peli si trovano (benché non sia villoso, si può asserire, certo, il mio petto). Dall'attrito s'ingromma l'umidiccio del sudore con scaglie di pelle morta e quant'altro a mo' di tante sfere che poi lo sfregamento di superficie con superficie oblunga a guisa di palloncini mini da rugby o meglio ancora galleggianti e torpille da pesca. Da passata, precisamente, per acque assai correnti. Qualcuno di questi lo catturo tra le dita, qualcun altro mi rotola sul fianco, è una morena, un franare silente sul lenzuolo. I primi la mano li lascia andare sul piancito non prima d'averne saggiato consistenza e dimensioni. Gli altri la stessa sorte seguono, spazzati via, sciò! sciò!, dall'ingordigia onnivorante degli acari. Tu dici scrub, dici esfoliante e peeling, ma vuoi mettere? Nel frattempo sono incappato in un frammento di plastica opalina. Che scricchia. Cosa sarà, mi chiedo, è quel che resta il day after dell'involucro di quanto ci preservò la sera innanzi da moltiplicamenti non graditi, comprendete, ci concedemmo d'altronde l'un con l'altra una sessione di completo godimento. Il contenuto, annodata vescica a sua volta contenente improduttiva lattescenza, rammento la soddisfazione, vuoi mettere?, d'averlo srotolato tutto che manco alla radice l'anello m'arrivava.

-Senti... parliamo di robe serie...
-Vai
-Io sono sinestetico.
-Tutti lo siamo un po', chi più, chi meno.  E' grave il tuo caso?
-Io vedo le lettere (e i numeri) colorate. E quindi, per me, ogni parola ha un colore preciso.
-Continua (queste parole che colori hanno?)
-Il tuo nome è rosso, gelosia è blu, bicicletta è viola, chat è grigia...
-Ho un nome rosso? E il tuo?
-Il mio è arancio.
-Rosso e arancio dunque? E Rosso com'é? E arancio com'è?
-Com'è in che senso?  Calma è grigio chiaro.  Fuoridaidenti è verde.  Blog è viola.
-Se ogni parola ha un colore, la parola rosso che colore ha?
-Giallo.
-E arancio?
-Giallo (ma di una sfumatura diversa).
-Marò, ma tu davvero stai dicendo?
-E certo. E' carina, questa cosa, no? Ho scoperto che non è molto diffusa... Fino ad un paio di anni fa credevo fosse da tutti.  Io ho sempre visto le parole colorate.  Per questo ricordo sempre i nomi delle persone, ogni persona è associata ad un colore. E sai un'altra cosa stupefacente?
-Io pensavo tu volessi chiacchierare sul termine sinestesia, cioè che volessimo parlare, che ne so, della sinestesia in un libro (Proust per esempio) e invece mi dici che è una faccenda, come dire, vera.  Tipo essere daltonico, tanto per dirne una.
-Tu devi imparare a prendermi più sul serio. Rimbaud era un sinestetico... Ha scritto anche una poesia, al riguardo.

Voyelles
A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu: voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes:
A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,

Golfes d'ombre; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
Lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d'ombelles;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
Dans la colère ou les ivresses pénitentes;

U, cycles, vibrement divins des mers virides,
Paix des pâtis semés d'animaux, paix des rides
Que l'alchimie imprime aux grands fronts studieux;

O, suprême Clairon plein des strideurs étranges,
Silences traversés des Mondes et des Anges:
- O l'Oméga, rayon violet de Ses Yeux!!

Vocali
A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 blu: vocali!
Un giorno dirò i vostri ascosi nascimenti:
A, nero vello al corpo delle mosche lucenti
Che ronzano al di sopra dei crudeli fetori,

Golfi d'ombra; E, candori di vapori e di tende,
Lance di ghiaccio, brividi di umbelle, bianchi re;
I, porpore, rigurgito di sangue, labbra belle
Che ridono di collera, di ebbrezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni sacre dei mari viridi,
Quiete di bestie al pascolo, quiete dell'ampie rughe
Che alle fronti studiose imprime l'alchimia.

O, la suprema Tuba piena di stridi strani,
Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi:
- O, l'Omega ed il raggio violetto dei Suoi Occhi!


-Ma... allora... tu mi avresti cercato...
-Per il colore. Per il colore dei tuoi post.
postato da: fuoridaidenti alle ore 13:21 | link |
categorie: fumus et fragmenta