Massimo è uno che la vita l'ha passata tra i cavalli. "Vedi?" - mi fa - "prova a metterci in mezzo un po' di quella" . Indica un ciuffo scuro lì sul prato. Ne strappo una manciata e gliela passo. "Guarda". La mischia bene a quell'altra, tra le mani, finché ricava una matassa verde, cespugliosa. E' una bella boccata ed ha il profumo dell'erba fresca appena che è tagliata. "Vedi?" (ci sfrogia, ci sbuffa sopra l'animale, l'osserva, dubita, la soppesa, spenduglia la testa, un occhio prima e poi l'altro, fa un boccone di quello che rimane) "l''ha vagliata. Riconoscono quella buona da quell'altra. Puoi farglielo cento volte, non li freghi".
Una manciata sciampanata lì per terra. Non dubito che si tratti del mio ciuffo. Sembrano steli d'una partita di shangai. Quale mistero, quale vaticinio spariglia definitivamente la mia suola. Non s'inverdisce, ha fretta, non si commuove, calpesta, passa appresso. Ha - come dire - un'anima di cuoio.
Sensibili alle cose. Interpretarle. Si dice il percepire dei cavalli. Paura, ostilità, malu tiemp', terremoti. Non è poesia, è coscienza delle misure. Di micro-mimica. Di frequenze buie. Spesso, a noialtri, del tutto silenziose...
Sembrerebbe - la donna qui di fronte - curare i suoi gerani sul terrazzo. E' sovrappeso, ha una vestaglia azzurrina. Di sotto s'intravvede la sottoveste: una lunga tunica bianca di cotone, presumo, senza tante pretese. Roba da quattro soldi, da battaglia. Mi sento come inchiodato a quel che vedo, ladro di prospettive e intimità. Cincischia ora la donna tra le piante. Sembrano gesti - a pochi metri di distanza - comuni, banalissimi. C'è qualcos'altro, invece. Non lo so. Prende una sedia. Si siede e sembra farlo con una stanchezza addosso che è troppo per quel suo corpo goffo e pesante. Lascia andare il braccio destro sulla coscia, poi lo ritira, vi ci appoggia una guancia. L'altra mano prosegue nel lavoro: spicca dei fiori appassiti, vaglia qualcosa, è come se sgranasse un suo rosario. Io sento che devo smettere di guardarla. Sono al riparo dal suo, di sguardo, fisso altrove. Non abbastanza da una greve tristezza che mi pare si stia insinuando a poco a poco ed arrivi a scompigliarle anche i capelli...
Ci siamo detti mucchi di cose mute l'altra sera.
Giravi intorno, controllavi i bicchieri, le tartine, che il ghiaccio non mancasse, l'intensità delle luci.
Erano scuse entrambe: quelle tue, e quelle mie, che lì seduto bevevo.
La coda, l'eco delle nostre prospettive, disegnava, in mezzo agli altri, una carezza.
"Vale tutto! Vale tutto!". Ai mali estremi è così che si faceva. Qualcuno ne abusava, certamente, ma a lungo andare finiva per pagarla. Gli si faceva terra bruciata intorno e alla fine non ci giocava più nessuno. "Vale tutto! Vale tutto!" C'era poco da stare a sindacare, recriminare. Era una cosa ammessa, condivisa, legittima, e a ben vedere, a distanza d'una vita, denotava una profonda saggezza: era l'accettazione dell'imprevisto, la sospensione delle regole, uno o due jolly nella mano del perdente. Alla peggio c'era 'sta scappatoia del "Vale tutto". Poco onorevole, senz'altro, chi dice il contrario? Tuttavia praticabile, condivisa. E come andava andava, s'andava avanti uguale. Ricordo certe partite a calcio balilla, la folla intorno, Maro'! Che fumaraia! S'andava al circolo dopolavoro enal (o unil, non ricordo). Bisognava stare attentissimi, c'era davvero poco da scherzare; quello di fronte a te magari faceva finta di guardare l'ora, o chiedeva una cosa a qualcuno lì di fianco, ti distraevi un momento... tié! Bell'è fregato! Lui se ne usciva con un bel "Vale tutto! Vale tutto!" e scodellava la pallina dove cazzo gli pareva, poteva segnarti a fermo o fare il mulinello con la mediana o il tre d'attacco, e allora t'attaccavi se segnava. L'aveva dichiarato prima: "Vale tutto!", ah, c'è poco da fare. E' chiaro che a quel punto non aveva manco più senso se tu, diciamo così, non la palla seguente, e manco quella dopo, che ne so, a un certo punto pensavi di rendergli la pariglia. Si sapeva oramai che la partita era una di quelle con la cazzimma, e allora non aveva proprio più senso riprovarci non ti pare?
Gradara è un'americanata bell'e buona. M'ha fatto venire in mente San Marino. Ci arrivi da sotto e già prima di oltrepassare la porta d'accesso ti rendi conto che sarai inghiottito in una sorta di suk de noantri. L'unica cosa che di verace ho visto era un albero di fico tristemente abbarbicato alle finestre di un palazzo sgarrupato. Non credo che resisterà ancora per molto lì quel fico, e in fin dei conti non so cosa augurargli. Sullo sfondo, il celeberrimo castello, vi permetterà, a 5,50 euri cadauno, di fare un tuffo nella storia di Paolo e Francesca. Che se qualcuno ancora adesso dice che "Centovetrine" sono tutte cazzate, si vada a rinfrescare qui la memoria e poi magari ne riparliamo eh.
P.S.
Per chi si chiede che minchia c'entra il calcio balilla col castello di Gradara, sappia che questo è un post in cui lo dichiaro prima: "Vale tutto! Vale tutto!"
Lasciale, Mauro, lascia che vadano un po' dove cazzo gli pare queste mani, altro che prosa letta e riletta, un raccontino bellopensato, elaborato, improvvisiamo e chi s'è visto s'è visto. Eccallà, butta giù a cumm' ven' un bel flusso di coscienza mattutino. Allora, facciamo così, cominciamo dal tempo. Sta per piovere qui, nuvole in compressione, belle grigie e c'è vento e me ne accorgo, visto che le finestre so' chiuse, da come illividisce il palazzo di fronte (e a dirla tutta pure dal fatto che la signora al secondo piano sta impilando una nell'altra delle seggiole di plastica bianche. Che poi questi, madre padre e figlia, che testa, pensa, si siedono, lui è un biondino con una panza annanz' che è un trionfo, si siedono, dicevo, uno a fianco a quell'altro e cazzo fanno? Guardano il palazzo di fronte, vale a dire noi qui, tre piani d'uffici, la maggior parte con le veneziane tirate, in pratica che vedono questi è un mistero, noi da qui li vediamo, lui l'hanno soprannominato homo eroticus, in senso ironico, voi non lo potete vedere che elemento, io sì, non lo descrivo, dico che la sua sedia si riconosce che ha le gambe sguarrate) Dicevo, il tempo, non sarebbe un problema, anzi me l'auguro che venga giù 'na mez'ora 'e pat' abat' d'acqua che, visto che qui fanno tre giorni di mercato, tra bancarelle e fiere del bestiame mi tocca fare un giro della madonna e mi stanno sul cazzo. Se non fosse che ho lasciato i panni fuori il balcone e i pappagalli sul terrazzo (ma questi, restringendo i problemi alle urgenze vere e impellenti, gli ho costruito una tettoia impermeabile, sicché, a meno che non scatarra giù a vento, stanno bene così) me mettess' overament' a fa' la danza della pioggia. Basta. Ho finito. Era tanto per dire.
Noi diventiamo quello che mangiamo. In senso stretto nonché metaforico. C'è veramente poco da obiettare: salvezza e dannazione, bene e male, dipendono da ciò che passa per la bocca. Non si sostenga, come taluni a volte, che solo quel che ne esce va giudicato: quale si voglia sia la sua natura, fu qualcosa d'inghiottito in precedenza. Ingurgitato. Metabolizzato.
Il modo, questo è il punto nodale: che cosa ne facciamo delle cose. La maggior parte finisce nella fogna, in senso stretto e metaforicamente, ma il resto, quello, rimane dentro, sempre. E il sempre, concepibile da un corpo, è il tempo che lo separa dalla morte. Ecco perché s'impone di vagliare con cura tutto ciò che s'affaccia alla bocca. Noi diventiamo quello che mangiamo. Ci ammorbidisce e nondimeno ci ripugna un'armonia piuttosto che il frastuono, l'aria fresca altrimenti che il fetore, l'equilibrio a discapito del caos. Sarà opportuno tenerlo bene a mente. Sono cose che a trascurarle compromettono il modo come si porta avanti un certo andare. Intendo dire, il modo con cui si invecchia.
M'era giunto un messaggio interessante in un forum che avevo smesso di frequentare. Trascinavo i miei giorni in mezzo a cose verso cui non provavo un interesse. Una farandola di cocktails, aperitivi, cene fredde e quelle cose lì. Tutto pareva avere un gusto uguale, sciapo e indistinto, Le donne, poi, non ne parliamo proprio. Mi sentivo prosciugato d'energie, spiaggiato altrove dal mio stile consueto, frugale e schivo, quasi quasi monastico. "Non riesco a contattarla nel suo blog. Se sta leggendo queste mie parole, la prego, mi risponda".
Seguiva nome e indirizzo. Risposi. Era sorpresa dalla straordinaria coincidenza di certi gusti in fatto di letture. Tra me e Isabella, questo il suo nome, poco alla volta si creò una relazione. Vivevamo in regioni poco distanti. Scoprimmo d'avere un mucchio di interessi in comune: la musica, le mostre d'arte, il cinema, la gastronomia. Era una donna nel fiore degli anni, sola e disincantata del mondo.
Ci tengo, io, a che nulla vada sciupato. Quante volte d'altro canto m'ha assillato il tormento per un rimorso, per uno scrupolo di coscienza. Tutto ciò che è maturo va afferrato. Colto al volo. Subito. Zàk!
Mi invitò a cena, una sera, a casa sua. La prima, e anche l'ultima volta, che mi vide. Una cena perfetta, impeccabile. Quegli occhi verdi spalancati nel nulla. Zàk! Ci finì che per l'appunto mi fissava. Mi ci ero prepato con attenzione, vagliando gesti e quanto m'occorresse. Ci volle una buona dose di precisione, fermezza, lucidità, determinazione. E col suo corpo un'infinita pazienza. E fantasia, ce ne volle per finirla! Non sopporto, sapete?, chi sostiene che delle cose non resti che il ricordo. Noi diventiamo quello che mangiamo. Aveva un quadro proteico di tutto rispetto, colesterolo e trigliceridi nei valori più bassi della norma. Come un'eco la sento ancora adesso, mi riverbera nel flusso delle arterie. E' importante come si porta avanti un certo andare. Intendo dire, il modo con cui si invecchia.
Il ticchettare della pioggia sui vetri a lungo andare avrebbe potuto risvegliarlo.
"Mi occorre tempo" - disse a un tratto l'inconscio - "non so quanto, non ho ancora cominciato"
"A me lo chiedi?" - gli rispose l'udito - "non è una cosa sottoposta al mio controllo"
"Mi serve il mare, devi darmi il mare allora. Puoi farlo questo, l'hai già fatto molte volte"
Condussero una veloce trattativa, convergendo le apparenti divergenze. Discussero d'impedimenti e tolleranze, e di occasioni già bruciate nel passato. Tracciarono una mappa operativa.
Gesuitico, rivolgendosi alla pioggia, l'udito, che le parole snocciolava (col tempo, infatti, ne aveva incamerate d'ogni foggia, sapore, suono e sfumatura), s'appellò alla purezza del sacrificio, al numinoso, alla parte per il tutto, al concetto di profonda abnegazione, ed insomma, riuscì a cooptarla nel progetto.
Fu concordata la seguente strategia: niente rumori molesti innanzitutto. Astenersi dalla grandine e dai tuoni. Ben accetta la pioggia d'ogni sorta: rada, fitta, sottile o a goccioloni. Nondimeno non avrebbero stonato, purché costanti in quanto a frequenza e vigore, sgrulli scrosci rovesci e scatarrate. L'udito avrebbe filtrato, equalizzato, rimodulato in uscita tutto quanto per simulare quanto richiesto dall'inconscio.
Il patto fu sancito da un sorriso, da un percettibile tremore di ciglia, fu sottoscritto dal tragitto d'una mano che, pigra, s'intrufolò sotto un cuscino. S'entrò allora in un luogo di nessuno: lungo, oleoso, denso d'ombre e di lentezze. Nel sottofondo gli scrosci della pioggia risultavano sospiri di risacca. Il persistere d'un certo ticchettare cominciò ad affacciarsi alla ribalta. L'inconscio evocò due mani affusolate, dita nervose e veloci, una tastiera, balenarono segni d'interpunzione, martelletti, un alfabeto, minuscole sotto, maiuscole più sopra. S'intravvide il tamburo, la velina, qualche foglio di carta copiativa, la leva di ritorno del carrello, una foto con il volto d'una donna dal sorriso quando ancora nulla è detto.
Una serie di rovesci un po' più intensi stimolò nuovi tragitti da sondare: il fondo appiccicoso d'una tazzina, il grigioazzurre declivio di volute scaturito da una cicca appena accesa, sassi, bottoni, minutaglia, dei pupazzi, un giocattolo bell'e sgarrupato, cavalli a dondolo da montare per finta, libri confusamente accatastati. Su un tavolino - o meglio - su un tris di tavolini.
Infine fu il montare d'una marea.
"Dammi un'onda che le contenga tutte quante"
"Che significa? Fammi capire. Che vuoi fare?"
"Una cosa. Ho pensato una faccenda"
"Dimmi"
"Mi dai un'onda che le contenga tutte quante. La scateniamo e chiudiamo la baracca"
"Cazzo dici? E la pioggia? E tutti gli altri? Ho fatto un patto con la pioggia, non ricordi?"
"Reni, fegato, polmoni (polmoni ade', due palloncini rinsecchiti) stanno attaccati a una macchina. Al cazzo gli hanno messo un tubo dentro. Gli occhi ci sono o non ci sono fa lo stesso. Chi c'è rimasto, il cuore? Un perfetto imbecille. La pioggia? Frega un cazzo, punto e basta. Dammi un'onda che le contenga tutte quante; dammi retta, siamo gli unici rimasti. Per ogni altro le parole sono rumore"
Il vecchio era su un fianco. Accucchiaiato. Certificarono la fine nella notte.
L'infermiera era soltanto una ragazza che svolgeva il tirocinio in quel reparto.
Troppo giovane per saperne di distacchi. E tantomeno di derive senza peso.
Gli ultimi libri che ho letto sono stati tre trilogie: la Kristoff, Auster e Céline (Calvino lo lessi in un'altra vita). Dacché il titolo del post. Però stamattina la tempia sinistra mi batte forte assai perché ieri finì come s'era per l'appunto già detto, e cioè che si partì per stare insieme un pomeriggio e si finì poi con l'affettare bresaole di cervo e di cinghiale, pecorini con miele e confetture, bistecche costicciole salsicce e pancette alla brace. Non parliamo dei mischiaticci poi di vini, grappe e quant'altro, che la tempia difatti sento adesso che mi dice "Rimuovi! No, ricorda! No, rimuovi! No, ricorda!". In ogni caso sotto silenzio non vorrei che rimanesse la chiusa della "Trilogia del nord" di Céline. Non so se s'è capito, ma nutro una profonda venerazione per Céline (lo so, le accuse di collaborazionismo, i pamphlet antisemiti e quelle faccende lì, ma leggetevi "Viaggio al termine della notte" e po' parlamm'). Dov'ero? Ah, 'sta tempia maledetta! Pensando a Céline m'è ritornato alla mente un delizioso ed agghiacciante racconto di Vercors. S'intitola "Le parole". Un tizio, che trova rifugio dietro ad una legnaia, assiste impotente allo sterminio che una banda di nazisti sta portando a compimento nel paese lì sotto. Incurante di tutto quel che avviene intorno, un ufficiale tedesco è lì seduto e dipinge (meravigliosamente bene, è chiaro) il paesaggio circostante. La domanda è "E' mai possibile coniugare l'abiezione con il sublime, restare indifferenti a certi obbrobri e pur tuttavia commuoversi, averne la capacità? E il risultato, il quadro nella fattispecie, è qualcosa che si può definire "arte"? E' ancora possibile, ha ancora un senso rifarsi a dei valori condivisi?" La "Trilogia del Nord" è il racconto dei peregrinaggi di Céline attraverso una Germania sconquassata dalla guerra. Non rispetta la sequenza cronologica dei fatti, è volutamente confuso e delirante. Ma quel che mi ha colpito fortemente è come si conclude, e cioè con l'immagine d'un Céline scartellato e scacioppato che arranca in mezzo a uno scenario apocalittico. Insieme a lui, la moglie, il gatto (chiuso in una sacca) e una frotta di ragazzini imbecilli, una sorta di corte dei miracoli ambulante, indifferenti tutti oramai al diluvio di bombe ed ai cadaveri e al florilegio di putridume tutto intorno. Come a dire in un certo senso che l'indifferenza di chi ne ha viste, di chi ne ha passate troppe, e l'imbecillità bavosa di chi gioca incurante tra le bombe, sono le uniche chiavi, le uniche monete di scambio, per guadagnarsi, in qualche modo assurdo, un altro giorno.
Il fatto è che lo so benissimo cos'è. Certi ritmi non vanno mai persi, non sta bene. Tira tira, alla fine il bilancio va a puttane. Un pranzo di qua, una cena di là, si parte che "solo un'insalatina questa sera" e si finisce a fiorentine al sangue e sangiovese. Poi "Guarda! La vaschetta del Cart d'or a 2 e 45, mica si può lasciare!", metti che quando stai in grazia di dio, invece, che ne so, d'andarti a fare una corsettina leggerina, una bella nuotatina, una camminatina (che cazzo, perlomeno!), ti stravacchi sul divano col romanzo, a lungo andare t'imbolsisci e non c'è cazzi. Basta! Occorre movimento! Mo-vi-men-to! Poi dici uno dorme male, uno fa 'sti sogni strani. E per forza! Mi pare d'essere una molla, una freccia incoccata, l'hai capito che m'aggia sfoga'? Insomma, mi sono ritrovato questa notte ai tiemp' bell' dell'amore universale. Castaneda, sapete?, "A scuola dallo stregone", tutti nudi sulla spiaggia di marina di Caronia, in Sicilia, chilum sparsi, chitarre, bonghi, il fuoco che crepitava annanz' a nuje. E le stelle, marònn' e quante stelle! Io m'ero lasciato alle spalle l'esame di licenza liceale, m'ero fatto lo stivale in autostop. E stavo bello sconvolto a rimirare costellazioni varie disteso sulla sabbia. A un certo punto sento come un raspare sul mio gomito. Sai com'è, so' situazioni che ci metti un po' a capirle. Il fumo, l'atmosfera, sarà vero, te lo sei immaginato, magari è solo il contatto della sabbia. No, era proprio un raspare sul mio gomito! E pure alquanto umido mi pareva di percepire. Mah! Volgo a mancina il volto e scruto lì nel buio attentamente. E dopo un interminabile secondo realizzo d'essere stato preso e imprigionato da due cosce, una donna-schiaccianoci. Col tempo ho imparato abbastanza ad armeggiare, e a mio modo me la cavo egregiamente. Ma a me l'origine del mondo, il quadro intendo, avete presente no? ricorda potenzialmente quella morsa, il timore di venirne fagocitato. Per cui come un coglione tirai via il gomito, pronunciando sotto le stelle un glabro "Scusa".
E sicché stavo cazzeggiando per blogs nel bel mezzo della quiete postprandiale quando sento una serie ininterrotta di "Boing! Boing!" dalla stanza della piccola. Questo è il computerino di Winnie the Pooh, mi sono detto, c'è caso che s'è incantato il mouse. Allora m'alzo e m'appropinquo. La migna è alle prese con le sottrazioni "Quanto fa 6 meno 2?" chiede la vocina a cazzo di Winnie th Pooh, e giù! Lei inzia a cliccare compulsivamente, Boing! Boing! Boing!.
"Bibi", faccio, "mica ti serve il mouse per rispondere".
"E sì, papà, altrimenti va troppo veloce".
Capito? Con quel sistema la piccina non fa partire il timer e così ha tutto il tempo di fare i calcoli e rispondere. "Esatto!" "Sei forte!" "Bravissimo!" la vocina di WInnie the Pooh. E son soddisfazioni queste, è un hackeraggio bello e buono.