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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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lunedì, 25 settembre 2006

Legne, vecchi giocattoli e poi occhi

Ieri ho passato il pomeriggio accatastando quintali di legna per l'inverno. Oggi me ne toccano altrettanti, poi finalmente ho finito. Beatrice intanto zazzicava lì vicino in cerca dei suoi giochi di neonata (quelli che no, non li daremmo via manco se ci cecassero). C'era in un angolo il suo vecchio passeggino. L'ho aperto. Dentro, tracce di muffa come infiorescenze. Così, intanto che accatastavo ciocchi su ciocchi, lei mi passava e ripassava tra i piedi, biascicando qualcosa di confuso con un'aria molto compunta e affaccendata. Serissime questioni di bambini, raccomandabile non infilarci il becco. A un certo punto non so proprio da dove ha tirato fuori i pezzi della "Casina delle api" (che non è quella della mia generazione, quei carillon - come dire - di bassa tecnologia, che gli si dava ancora la carica a mano, ma comunque formalmente è tale e quale, non interrompe quel flusso rassicurante di cose che chiamiamo tradizione). Li ha messi nel passeggino mezzo ammuffito insieme a un bambolotto ignudo, un mostriciattolo con certi capelli a spruzzo che la fontana della reggia di Caserta gli fa una pippa. Poi ha acceso il carillon. Suonava come fanno i carillon quando le pile si stanno scaricando, cioé una sorta di ninnananna surreale dagli improvvisi cambi di tonalità. Avrei continuato a lavorare in eterno, o perlomeno fino a scaricamento delle pile. Poi ha fatto buio, ci siamo fatti una doccia, l'ho vestita e l'ho portata al bar in piazza. Seduti al banco abbiamo preso un Crodino.
Il fatto è che parto da lontano, faccio fatica a imbrigliare i pensieri. Sono sensibile a particolari tagli di luce, per non parlare della musica che ascolto. M'ero proposto di scrivere qualcosa riguardo a una faccenda che ho qui dentro. Ho l'impressione che si tratti di qualcosa di cui però non riuscirò mai a parlare. E' un groppo, entità che non so cosa sia, ma suona bene e mi piace. M'evoca  - groppo - l'idea di soffocare, strangugliare, nonché di "pesantezza pietrosa". Il tutto immerso in una sorta di "arravogliamento, indissolubile nodo". Dunque groppo è "non riuscire a mandar giù un nodo fatto di pietra". Pietra e nodo vantano, come referenza, una lista di lemmi e sinonimi che li rendono entità solide e reali. Groppo è un casino, perlomeno per me. Lo percepisci, ma chi l'ha mai toccato un groppo?
Dicevo prima: tagli di luce e musica. Questo pezzo dei Madredeus a me fa sangue. Ci facevamo l'amore che il parrucchiere nell'appartamento a fianco o la farmacista di sopra ci sentivano di sicuro. Ma tanto chi se ne fotteva. La radio (chi ce l'aveva lo stereo, non avevamo niente, era un inizio, fatto quindi di niente) era fissa su Montecarlo Night. E mandava i Madredeus.
C'è un mucchio d'occhi nel sottofondo dei miei post. Di alcuni parlo diffusamente, sono lì in primo piano, a bella mostra. Ma ce ne sono parecchi sullo sfondo. Nel senso che ci guardiamo l'un con l'altro. Io guardo loro, loro guardano me. Magari in silenzio, si direbbe ci ignoriamo. Ma ci guardiamo. Non abbiamo mai smesso.

Haja O Que Houver (Madredeus)
postato da: fuoridaidenti alle ore 08:28 | link |
categorie: donde provengo
mercoledì, 20 settembre 2006

Interferenze

E' che il sorriso è già nel rostro del delfino, la vita nello sciamare tra gli spruzzi, il gruppo intorno l'abbraccio che rassicura. Ci si identifica, s'incastra perfettamente alla visione che del mondo hanno i bambini. I pomeriggi a sbrodolarsi confidenze. Ha tredici anni, è a un telefono in salotto. So la donna, ciò che allora, nel racconto, è il suo disegno, quello appena abbozzato. Quella al telefono posso solo immaginarla. Oggi veste uno sguardo senza intoppi, dà l'idea d'una baia imperturbata: cioé senza vento e senza increspature. Di qualcosa, non so se rendo, che vada bene cullarcisi o morirci. Dunque il telefono, dicevamo, un duplex, condiviso con la vecchia al terzo piano. Si parla perciò di cose destinate a dare luogo, un giorno o l'altro, ad imprevisti. Era un rischio affidare alla cornetta tumulti e confidenze pomeridiane. Lui sbucò fuori da un'interferenza, come sgusciato dal limbo dei segnali. A un certo punto si parlava in quattro o cinque, non si capiva chi sentiva chi. Lei, l'amica, la vecchia al terzo piano, una voce di donna, un'altro o un'altra che faceva "Pronto? Pronto?" come se stesse al bar o in altro luogo affollato. Restarono alla fine lei e l'amica. Della vecchia, di tutto il resto, silenzio. Almeno così sembrò finché "Ragazze, se la smettete di chiacchierare finalmente potrò fare la mia telefonata" le avvolse entrambe l'onda dal timbro caldo. Faceva l'addestratore di delfini. L'amica chiuse, lei si fermò a parlarci. Si aggiunse tre quattro anni, questo lo fece, le parve fosse un tributo da pagare. E andò avanti per mesi. Telefonate. Senza mai vedersi. Quando partiva, e dovunque andasse, da quel luogo le spediva un souvenir. L'abitudine è un abbraccio che rassicura. Foto, dall'Africa, bellissime, d'animali, dalla Spagna un ditale d'argento, poi la Francia, che era un aprile capriccioso e il 7 lui avrebbe compiuto 40 anni. Le arrivò un pacchettino, come sempre, ma stavolta due giorni prima che tornasse. Il biglietto, scritto a mano, una bella grafia. "Affinché non ti dimentichi del mio compleanno, ti invio il necessario per confezionarlo". E nella scatola mutandine di pizzo. Mi dice "Non l'ho più cercato" e mi fa un verso, con quelle lunghe dita, come a schermirsi di una colpa. Penso ai delfini dalle pance iridescenti. A quel sorriso che è racchiuso già nel rostro.
postato da: fuoridaidenti alle ore 08:30 | link |
categorie: minimal stories
martedì, 12 settembre 2006

Agganci

"Col tempo, chissà perché"
Dice che sono malinconico. D'una malinconia che è lancinante. Che scrivo cose tristi in fin dei conti. Che s'aspetta una stilettata per chiusura. Non ha torto. E' come percepisco io me stesso. Prendi ad esempio la strada, un'autostrada. Ci sono camion, camper, c'è qualche roulotte, c'è qualche moto, macchine d'ogni sorta, più o meno veloci. Io sto in silenzio, registro lo svolazzare ininterrotto di scìe e rumori, come storie in movimento. Su questo sfondo, al di là del parabrezza, alla mia destra, alla mia sinistra. Sono seduto di fianco al guidatore, il mio amico, che è concentrato sulla strada. Fumeremmo senz'altro e volentieri se non fosse per i bambini, o per sua moglie, che non sopporta cenere né fumo. L'ambiente è insonorizzato, climatizzato, la vettura è di quelle che dòminano, è un gippone, c'è perfino il televisore e il dvd. Mette un cartone animato, che non ci rompano e non si rompano i bambini. Mi sai dire per quale cazzo di motivo ho bisogno degli occhiali da sole a un certo punto? Te lo dico io. Perchè mi viene da piangere. Quella, per me, è una storia assai triste. "Monsters & Co.". Tanto per dire, tanto per capirsi. L'ultima immagine, col mostro che sorride quando la vede e la bambina dice "Gatto!", o qualcosa del genere.
"più che gli inizi"
Ho fatto un giro, l'infinito d'un quarto d'ora, trainato al largo appeso ad un paracadute. Io e mia figlia Beatrice, uno agganciato all'altra. Cose da fare perché tutti quanti le fanno. Sembrano quello che talvolta poi non sono. Il volo, che m'aspettavo un emozione. L'aggancio, che m'aspettavo proprio nulla.
"premono assai di più"

Non c'è nessuno, non ho voglia di cenare. Troppo cumino, troppe spezie, troppi odori. Metto le cuffie ed osservo il tramonto. C'è la fine, c'è sempre la consapevolezza della fine. E' banale, l'abbiamo letto, studiato e lo sappiamo. Ma questo non sminuisce alcun dolore.
"tutte le cose che finiscono"
Alle tue dita. Agganciato alle tue dita. E vaffanculo. Per questa notte. Vaffanculo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:29 | link |
categorie: minimal stories