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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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martedì, 27 febbraio 2007

Contro Saturno Contro

Non so. L'approccio critico. Alla scrittura, all'arte, al cinema, in generale. Se ci sei troppo dentro, se sei completamente distaccato, se -benché distaccato- è come se fossi dentro o viceversa. Sia come sia "Saturno Contro" non mi è piaciuto affatto. E' falso, artatamente confezionato e si vede. Peccato. "Le fate ignoranti" era tutt'altra cosa. Ha preso 'sta china poi che... mah!. O fai cose plausibili o fai fantasy. Qui è tutto sbagliato.
I tempi.
Mucchi di inquadrature silenziose. Primi piani che hanno la supponenza di scavare. Cosa? Il dolore? Non finiscono mai. Non servono a niente. Fracassano solo i coglioni.
I dialoghi
Certi dialoghi, specie quelli che trattano temi scottanti (l'esistenza, l'amore, il tradimento tanto per dire) hanno un ritmo così serrato (e direi niente affatto empatico) che te ne accorgi subito che è mera recitazione di un copione. In natura non esiste gente così. Qui tutti hanno una vivacità intellettuale, una prontezza di spirito e un distacco tali da fornirti una risposta quando ancora non hai finito di far domande. Io non ho visto mai nulla di simile. Dal vivo, e tanto meno nei talk-show.
Immaginate d'avere un negozio di fiori. Siete una bella donna, intorno alla quarantina, avete un amante, un rapporto tormentato. Un bel mattino, mentre state lavorando a una monumentale composizione di rose, si presenta una che non sapete chi cazz'è. Ha un aspetto che molto l'avvicina a un bull dog. Comincia a farvi qualche battuta sui fatti vostri. Tagliente, affettata. Voi che fate? Siete per caso Oscar Wilde? Oppure avete appena tirato su una pista di coca? Ecco. In questo film tutti sono Oscar Wilde, bambini inclusi. O tutti cocainomani. O fai cose plausibili o altrimenti fai fantasy.
Il canovaccio.
La solita solfa. Gli amici, l'irruzione improvvisa della morte, il tradimento, il finale con l'apertura del cuore alla speranza (nelle "Fate" la tavolata sul terrazzo, qui è giocando a ping pong su un tavolo scalcagnato). Ma vaffanculo va'. Manco a noleggio il dvd. Quando passa su Mediaset semmai. Spot inclusi e bene accetti. Aggratis.
Io ve l'ho detto, poi fate come credete.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:09 | link |
categorie: fanculamenti
venerdì, 23 febbraio 2007

Il posto delle fario

Ho parcheggiato prima dell'imbrecciata, sul pianoro, lungo il margine all'ombra dei castagni. Qui tagliano e accatastano la legna, ma oggi è sabato, non c'è nessuno nel cantiere. Ovunque segatura, pezzi di corda, frammenti di corteccia. Una bottiglia di vino mezzo vuota è tappata con un bicchiere capovolto. La sega a nastro, al centro dello spiazzo, sembra un altare, un gigantesco altare postmoderno. Ha un che di sacro e blasfemo al tempo stesso. A terra è un intrico di tracce alla rinfusa: pneumatici, mezzi cingolati. Adoro i luoghi tormentati come questo, si percepisce la fatica dell'uomo e della macchina. Anche quando è silenzio tutto intorno -perché ogni cosa è avvenuta o niente ancora- c'è una tensione, una forza come sopita e sonnecchiante, pronta a esplodere in un ringhio di rabbia fumo e ferraglia. Sono tornato -mi dico scrutando il fondo della forra- come i salmoni le aragoste le anguille. Dieci anni, e il passo d'allora pressapoco. Più timoroso, certo, è inevitabile. Dieci anni. I disincanti del tempo.
Ci si veniva -allora- per le trote. Scendeva lei di corsa per il greppo. Mai una caduta né scivolate, nulla.

"Rischi di meno che a tenerti, lasciati andare".

Lasciarsi andare, non contrapporsi, assecondare. Non sono mai stato in grado di riuscirci. E' una cosa che devi sentire dentro, nelle gambe. Ci devi nascere, devi esserci portato.
Ho calzato gli stivali da pesca, quelli di allora. La gomma ai bordi e alle giunture si è indurita. M'è toccato tenerceli un bel po' sulle bocchette dell'aria calda, mandata a manetta. Spero che non si spacchino scendendo.
Mi incammino con passo incerto e scivoloso. Lascio tracce come sgommate sulla scesa. Giunto in fondo volgo gli occhi alla cima. Livida appare adesso, e luminosa. L'acqua poi mi lambisce le ginocchia. Poca corrente e gelata all'impatto. Mi dirigo sciaguattando verso monte.

- Ma come ve ne siete accorti?
- Dimenticava. I fatti, all'inizio, poi i nomi, poi via via...
- E adesso?
- Sembra triste, lo so, ma che vuoi farci? Ci ho visto pure un risvolto poetico, lo sai?
  L'altra sera, nella sua stanza, la guardavo. Ho pensato a me stessa e a quel che porto in grembo.
  Un cerchio, capisci? Chi va, chi viene. Tu comunque non temere, io sto bene.

Sotto il salto, nascosto dai rovi, c'è il gorgo popolato dalle fario. E' incredibile dove riescono a inerpicarsi. Montano dislivelli a precipizio che non ci crederesti. Superbe bestie -e schive- le trote fario. Dieci anni. Sembra tutto come allora. Una di cui fidarsi -lei- di parola. Guardo l'ora e controllo il segnale. Buono. Dieci anni dopo. Sul posto delle fario. E non so il sesso né che nome gli abbia dato.
postato da: fuoridaidenti alle ore 00:14 | link |
categorie: minimal stories
giovedì, 22 febbraio 2007

Man at work 2 (la forma di un contenuto)

Insomma c'è questo post (Che guard' a fa'? Ancora non l'ho scritto, faccio per dire) che me lo tengo tra i labbri e lo sorseggio. Non va, non scende, nun ce sta nient'a fa'. Pesa, alla lunga, ad uso pacco emorroidario. E allora cosa faccio? Passo l'incipit a una lettrice, una che ci ha uno skill così, non fo per dire, che ci fa un mazzo tanto a tutti quanti ne siamo (messi assieme, perché la somma fa il totale).

Stralci d'epistolario:
:-...la perplessità che resta è che questa mancanza di fluidità corrisponda  ad un eccesso di manierismo, ricercato e voluto...

-:Rileggendo quell'incipit sai cosa? Ma come faccio  a scrivere delle stronzate del genere? Mi sorprendo, e come se non mi sorprendo!

:-Se si discute sulla forma e non sul contenuto, come fai a dire che si tratta di stronzate?  

-:Perché mi suona bene come parola. Stronzata. Senti come suona? In fondo, chissenefotte di quel che significa? Stronzate
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:28 | link |
categorie: fumus et fragmenta

Man at work

Sto lavorando a un post di quelli miei, uno di quelli che ci tengo assai, m'arrovello, vaglio lemmi allitteranti, mi ci perdo, mi capisco da solo, un ghirigoro, chiudo con una stoccata, qualcuno ne avesse a male, nun sia mai! Scoppia un vespaio, tu queste cose non le puoi dire per la majella! Ti linko poi ti slinko e ti rilinko, sarà contento d'essere stato reintegrato, disintegrato, ma facitem'o piacere, apro, chiudo, cancello il blog, no, il post, ci sta 'na fila che nun t'o dic' afor'a post', ma che ne so, boh, passa il tempo e rileggo, mi stupisco, una montagna di cazzate.
postato da: fuoridaidenti alle ore 13:30 | link |
categorie: fumus et fragmenta
sabato, 17 febbraio 2007

Lo scarto

S. ed io ogni mercoledì alle 20,30 andiamo al cinema. Spesso, all'uscita, facciamo un salto al bar. Sgranocchiamo anacardi e patatine e ci beviamo sopra un paio di birre. S. chiacchiera poco, per natura, sicché i nostri discorsi sono ridotti all'essenziale. Cioè vale a dire il nuoto (quante vasche ieri, quante domani, la questione dello scivolamento col pull-boy e se domenica ci alleniamo la mattina) e i libri. S. ed io ci scambiamo mucchi di libri. Sono poche le persone con cui lo faccio. Siamo entrambi gelosi dei nostri libri, forse è per questo che ce li prestiamo a vicenda. L'altra sera S. m'ha raccontato di una donna. Fissava il vuoto oltre la fila dei whisky oltre il bancone.
"Non c'è molto da dire, la conosco da poco. Me n'ero fatto un certo quadro mentale. Pareva il classico tipo di donna viziata e benestante. Poi ho scoperto una realtà ben diversa, assai più profonda e lacerante e, lo sai?, prima avevo un'erezione tutte le volte che giocava con me a fare la stronza, adesso... non lo so più. Mi sorprende questo scarto tra immaginario e reale. Mi sorprende, mi sono sempre fidato del mio intuito".
Detto questo si gira e fissa gli occhi nei miei senza parlare. Rimaniamo così. La luce, intorno, è ambrata, c'è un mucchio di gente ai tavoli e al bancone, in sottofondo suona una musica etnica da bar. Non ho risposte, non esistono risposte. Comunichiamo, S. ed io, etimologicamente. Nel senso che mettiamo cose in comune. Ci basta questo, in fondo siamo gente che nuota. Vasche su vasche, virate su virate.
postato da: fuoridaidenti alle ore 20:13 | link |
categorie: minimal stories
giovedì, 15 febbraio 2007

Restaurann'o purp' a primma matina

'A ranfa d'o purpetiello 'e terracotta
azzeccato alle mattonelle là in cucina
col barattolo -colpendola- s'è rotta
e m'ha schiattato la colazione stammatina.

Mo' chi c'o dice a mia moglie ch'è scassata?
Chell' le piace quann' tutto è ordinato! Chi c'o dice?
'Na lacrema da 'e ciglia s'è affacciata
Guardann' 'o purp' 'e vongole e le alic'.

Jastemmann' aggi'avviat' a fa' 'na machinett'
'e café pe' me cunsula' dell'imprevisto
guardann'a ranfa e penzann' mo' a jett'
faccio vede' ca nun saccio niente, non ho visto.

Po' aggio pensato  "Teng'a colla 'int'o cassett'
chella ca nun se vede niente quann' 'ntosta
po' essere ca nun se n'addòna, faccio 'e frett'
'na cosa aggarbatiella, che me costa?"

E allora col tubetto m'aggio ingegnato
a restaurar la deambulatio di quel porpo,
e aropp' soddisfatto m'aggio zucato
nu café che m'è scis' bello tutt'n cuorp'.

Un senso di te  (Elisa)
postato da: fuoridaidenti alle ore 09:56 | link |
categorie: versi diversi
lunedì, 12 febbraio 2007

L'ombra

Dovrei rendergli, lo so, pan per focaccia; ma io sono un signore, ci passo sopra e me ne fotto. Andò così. Ce l'avevo sempre appresso. Ovunque andassi, o m'era dietro o m'aveva preceduto. Un'ombra, un doppelgänger. Mi dicevano "Ma siete amici? E da quanto? E -senti- ma che tipo è?" Ogni volta 'sta solfa per risposta "Un'altra vita, interessi in comune". E poi, sarà l'età, o questa fronte mia scimmiesca non saprei, ma millantava certi legami stretti di cui... boh! Il fatto è che ci ho il cuore tenero. Sono capace di slanci generosi e uscite da guascone. Dov'ero? Ah, le domande. La domenica, in piazza, tanto per dire, se mi imbattevo in una faccia conosciuta, il protocollo pressappoco era il seguente: "Ciao caro, ti porto i suoi saluti. Ma dimmi, com'è che voi vi conoscete? E da quanto? E che tipo è?" Ed io a schermirmi "Eh già, sono storie passate, un'altra vita, interessi in comune". Insomma, per farla breve, non c'era nessuno più che conoscessi che non fosse finito già tra le sue grinfie. Mi sentivo accerchiare, non so se rendo, e francamente la cosa mi inquietava. Una sera ci incontrammo nel bar (c'è sempre un bar, sempre lo stesso bar nelle mie storie). Mi era davanti, mi era alle spalle e mi era tutt'intorno. Perciò bevvi di brutto quella sera: mojitos, caipirissime, gin tonic, margaritas, un b52. Prendi qualcosa tu che prendo anch'io e in culo all'intera schiatta degli astemi. Mi volevo stordire, annichilire, reciprocamente perderci per sempre. Mi ritrovai cornuto e stramazzato l'alba livida del giorno che seguiva. M'ero pisciato e vomitato addosso. Dentro, l'angoscia d'aver perso le sue tracce. Tornato a casa mi infilai nel letto. Dormii di sasso per un paio di giorni. Al risveglio mi sentivo incriccato, macilento, una bocca schifosa e la smania di sapere. Mi guardai in giro. Non c'era più. Sparito. Mi sentii libero e nel contempo abbandonato. Da allora non mi precede, non l'ho intorno, nessuno alle mie spalle. Scollegati. Un legame -sembrava forte- che si è sciolto. Gli amici smisero di farmi più domande. Certe volte mi riecheggia nella testa un modo caratteristico di dire. E' genovese. "M'attasto se ghe son". Rende bene questa mia condizione d'incertezza. Mi tocco, per sentire se ci sono.
postato da: fuoridaidenti alle ore 21:14 | link |
categorie: fanculamenti, fumus et fragmenta, minimal stories
sabato, 10 febbraio 2007

Il mio augurio

S. mi dice, con quel suo modo di parlare (non apre le vocali, le trattiene, sembra assorto in qualcosa di complesso; non saprei, forse filtra il garbuglio dei pensieri), che non c'è  amore dove si cerca completezza.
"Di cosa poi dovremmo completarci? Ancora Platone? E' ipocrisia, una visione che non condivido. Vorrei qualcuno che mi sia d'avanzo"
Siamo rimasti soli -S. ed io- il bar ha chiuso e gli altri sono andati. E' umido, ma non fa freddo stanotte. Sghignazzano da un vicolo del centro. Stasera c'è il veglione del rione. La lente a contatto -da stamane la porto- mi dà fastidio ed allora la tolgo. L'appallottolo tra le dita. Rinsecchisce. Ti penso. Stai dormendo certamente. Hai vent'anni, da un'ora e mezza vent'anni. Quando ritorno la casa è avvolta in un buio pastoso. Riattizzo le braci, allora, metto due ciocchi di legna, alzo il tiraggio, mi verso un goccio generoso, fisso gli occhi nel fuoco e lì rimango.
postato da: fuoridaidenti alle ore 19:02 | link |
categorie: minimal stories