
Non so se è un caso che l'esordio narrativo di
Tashtego sia intitolato "Dove credi di andare", ma quando - ultimata la lettura di questi sette racconti - meditavo, osservando il maori in copertina, ho pensato a una bussola perduta, alle "Vie dei canti" di Chatwin e a un verso di una bella poesia di Erri de Luca che dice
"Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord" .
Questo libro parla dell'ossessione dello spazio: in senso fisico, metafisico e della coscienza.
Comunque spazio, concettualmente inteso come vuoto da riempire e/o ambiente in cui si è immersi.
Esplora e scava il disagio di queste cose: il disorientamento, il non riconoscersi col resto, i luoghi, le persone, il
non omologarsi.
E' una meditazione narrativa sulla dialettica tra sé ed altro,
interno e
esterno.
C'è un personaggio in uno dei racconti, un ingegnere, che persegue un progetto compulsivo: dipinge tele, molte tele, tutte uguali, un metro per settanta orizzontale. Le riempie di un colore, sempre lo stesso, un rosso Mafai, con pennellate orientate lungo un asse preciso. Nulla è casuale: le tele, il colore, il pennello, le pennellate, perfino l'altezza dello sgabello su cui lui siede. Sacrifica - ma questo è un termine aleatorio - tutto, carriera e famiglia a questo progetto, a questa sua ossessione.
Questo libro parla dell'importanza dello
stigma, dunque, come sforzo per imbrigliare e ridurre un'entropia.
Ho detto
stigma e avrei potuto dire segno, ma
stigma ha a che vedere con carne e condanna; dunque, con qualcosa da scontare.
Vi è una ricerca di senso, una missione, una sorta d'implicita condanna per l'appunto: stabilire qual è e come e dove il nostro ordine nel disordine del mondo.
C'è qualcosa di sacro in tutto questo, ma di un sacro che non contempla il trascendente inteso in senso gnostico.
Non a caso tutto ritorna nella carne. L'ultimo racconto (
"Uno bravo") tratta di mappature, mappature di senso: indelebili e tatuate sulla faccia.
La chiave, l'esegesi di quel che siamo veramente.
I nostri lineamenti sono un orpello, o al massimo la tela grezza, il foglio bianco.
E' sorprendente.
Lo stile della scrittura è quello che ho sempre invidiato a
Tashtego.: pulito, elegante, consequenziale. Snocciolano, i personaggi del libro, ragionamenti lucidi e rigorosi, con chiarezza.
Non faccio il critico, sono solo un fruitore, ma - credetemi - questo libro è molto bello.