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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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giovedì, 29 marzo 2007

S.S. ed io - Le luci della sera di Aki Kaurismaki

Entriamo con due o tre minuti di ritardo. In sala ci sono sì e no cinque persone, otto con noi. Il protagonista del film: una guardia giurata col capello stile Bobby Solo anni '70. Il luogo: la Finlandia (l'ho capito alla fine, quando hanno detto Helsinky. Che poi, ma 'ndo sta Helsinky? Norvegia? Allora so' norvegesi questi? Mah! Poi meno male che S. era di quelli che le capitali le sanno tutte quante a memoria). La storia: quella di uno sfigato. Per esempio, quando i colleghi smontano dal servizio e vanno al bar, a questo nessuno l'invita; piuttosto lo prendono per il culo. Forse in quei due o tre minuti all'inizio deve avere sgarrato malamente, non lo so; fatto sta che a un certo punto - e questo è emblematico senz'altro - mentre lui è dentro un locale, con un bicchiere in una mano e la sigaretta nell'altra (qui è tutto un fumare e bere, bere e fumare) qualcuno lo indica a un tale che si intuisce subito che sarebbe 'o malamente (un tizio allampanato, una facciaccia brutta in gessato nero). E mentre 'o malamente lo guarda fisso, s'apre una porta rossa all'improvviso e Bobby Solo resta schiacciato al muro. Ad uso cartone animato. La porta - manco a dirlo - è quella del cesso. Che avevo detto? Uno sfigato. Insomma, per farla breve, gli fanno il piattino. Un giorno, mentre lui è al bar che si prende un caffé (e 'a sigaretta 'mmocc' pe'nun vede') gli si presenta una bionda. "Posso sedermi?". Il bar è vuoto. Lui le chiede "Perché proprio qui?" "Perché tu ne hai bisogno". E come no? La bionda è in combutta col malamente sicché, dopo che s'è abbabbeato lo scafesso, gli frega le chiavi, rapinano una gioielleria, gli riporta le chiavi, telefonano alla polizia e così lui si fa due anni e mezzo di gabbio. Quando esce, mo' per un verso mo' per quell'altro finisce che ri-incontra il malamente. Lo intofano ben bene di mazzate e lo lasciano straccarellato da una parte. Fine.
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:38 | link |
categorie: fanculamenti
mercoledì, 28 marzo 2007

La consapevolezza di un pezzo di un puzzle

Uno dei motivi per cui quando entri in questa catena non puoi più cancellarti impunemente è il fatto che prima o poi trovi uno spunto in giro, una riflessione, qualcosa che ti colpisce. Ora, pensa se chi t'ha offerto questo appiglio, che tu hai linkato e sviluppato fino a farne un frammento di te, te lo cancella. Non si fa. Al massimo si lasciano le cose come stanno. Questa è correttezza: avere la consapevolezza d'essere un pezzo di un puzzle (e l'allitterazione è messa apposta), contribuire  a comporne il senso. Se c'è qualcosa che mi ossessiona (ed ossessiona tutti) è l'esperienza della perdita. Gli ultimi libri, ma forse tutti i libri che ho letto, per non dire dell'arte e alla fin fine dell'agire in generale, hanno a che fare con questo. Ed anzi, adesso che ci penso, scrissi una cosa intitolata "Morire, tutto sommato, è come un disperdersi di cose" che era una sorta di silloge, a mio modo, della perdita. Oggi qui leggo di perdite (ieri sera mi gocciava la lavastoviglie guarda caso). Il pezzo di Hanging si chiude con queste parole:
Perdere qualcosa che si era già perso può sembrare un paradosso.
Eppure questo tipo di perdita esiste, ed è assai più profonda e dolorosa di qualunque altra.

Io non sono del tutto sicuro di poter sottoscrivere questa affermazione. Sarà perché non riesco a figurarmi circostanze in cui "perdere qualcosa che si è già perso" è possibile. Mi suona come illusorio (per quanto suggestivo, non lo nego). L'unica vera perdita sensu strictu è la morte che è nello sfondo e in ogni dove. Quanto al resto, finché c'è vita c'è speranza. Banale, ma tant'è.
Perdere qualcosa può avvenire all'improvviso, e in questo caso c'è ben poco da dire e da fare. Ma ci sono perdite striscianti, se vogliamo, in cui ci si imbatte per caso, sfiga o culo che sia. E queste dicono del rischio connaturato al silenzioso scorrere del tempo.
Ieri mi hanno fatto una lastra al quarto e quinto dell'arcata superiore.
-Vedi? E' una situazione all'inizio. Se non la teniamo sotto controllo col tempo l'osso si consuma.
-E...?
-Con gli anni arriva alle radici ed il dente è fottuto.
-Ma... sintomi non ce ne sono? Che ne so, sanguinamento delle gengive, robe così.
-Tutte puttanate. La prevenzione, lo spazzolino, il filo interdentale. Ci fai qualcosa, certo, chi lo nega? Ma fino a un certo punto. Agisce sotto, ma noi lo teniamo sotto controllo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 09:24 | link |
categorie: fumus et fragmenta
lunedì, 26 marzo 2007

Riconoscere quando

Dal sottotetto giunge il tubare dei piccioni. Un borsone è sul pavimento dell'ingresso. E' domenica ed è l'alba, pressapoco. Alle tre e mezza lui s'è svegliato, il cuore in gola. In seguito non ha fatto che rigirarsi dentro il letto. Ancora presto. Troppo presto. Ancora. Alla fine s'è alzato, ha accostato le porte, s'è lavato e vestito. Adesso è lì.
A tenui lacrime la pioggia lungo i vetri: obliqua, tormentata, come sfuggente. Lui chiude gli occhi - la tazzina di porcellana di Meissen tra le mani - e aspira, tira su profondamente.
Sette grammi d'arabica ogni cialda. Due giorni prima gli hanno consegnato la macchinetta.
Firmi qui
Non c'è nulla da pagare?
Nulla, una firma soltanto.

Due giorni prima.
Se pensi "aggiungo l'acqua, accendo, aspetto che va in pressione, metto la cialda, abbasso lo stantuffo, pigio il bottone ed ecco fatto" significa sai un cazzo del caffè, tu, e si vede. Bisogna predisporre le cose innanzitutto. Devi sparare un litro d'acqua bollente nei tubi, nelle valvole e nei filtri. Per assestare, spurgare tutto quanto del tanfo di limatura metallica e di nuovo. Poi c'è il discorso della tenuta delle guarnizioni. Infine regoli la pressione del vapore. Questo sostanzialmente è quanto occorre: l'attenta calibratura preliminare. La fai facile "accendi, pigi un bottone e fatto" che stronzate!
Adesso lui osserva i merli razzolare a caccia di lombrichi sul giardino. Qualcuno ha vangato la terra, rivoltandola. Chissà cosa hanno intenzione di piantarci. I pomodori. E' tempo per i pomodori? Non lo sa.
Ci sono cose che chiamiamo presagi:
-quello che l'ha svegliato
-il tubare dei piccioni
-la pioggia che s'affatica per i vetri.
Altre le impari con l'esperienza, come il caffè. Ci sono cose che ci sbatti il muso e non basta.
Sulla spalla sinistra lui ha una macchia; una voglia - gli è sempre stato detto - di caffè.
Le labbra sue lì la mattina -ogni mattina- un soffio che lui fingeva di dormire. E gli piaceva (dio quanto gli piaceva!) quando assonnata gli attraversava la visuale. Dritta la schiena, e gli occhi a stropicciarsi.
Stringe una sciarpa adesso. Seta al collo. E' stanco e non è stanco, mica lo sa.
Fa un bel cappio a mo' di cravatta e cala il mento. Sente un profumo che riverbera d'altrove.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:05 | link |
categorie: minimal stories
giovedì, 22 marzo 2007

Roma. Guida non conformista alla città

Abbiamo smarrito Fulvio Abbate.

L’ultima volta è stato visto in una tavola calda ubriaco del successo del suo libro

Roma. Guida non conformista alla città.

Aiutateci a ritrovarlo… in libreria

          Info qui e qui

postato da: fuoridaidenti alle ore 15:57 | link |
categorie:
mercoledì, 21 marzo 2007

Il costo delle cose

Venerdì scorso tra le altre cose è stato il mio compleanno. Tra messaggi, sms, mms, emails, biglietti, lettere, telefonate, pacchi, buoni acquisto, attestazioni di stima affetto solidarietà condolenza e via discorrendo mi è giunta la stazione meteorologica (sic!) che vedete quaggiù.

Le specifiche tecniche le trovate qui
Bell'oggettino. Elegante, discreto, l'avevo collocato tra i libri della libreria all'ingresso. Stamattina però l'ho fatto maldestramente cadere ed il blocco superiore, che è un parallelepipedo di cristallo al cui interno sono incise col laser le icone di pioggia nubi e sole, si è scheggiato. Visto che c'è Internet e siamo in epoca di customer care 24 ore al giorno ecco quanto ci siamo detti la casa produttrice e il sottoscritto. Come dire, è la somma che fa il totale, ma non sempre (o perlomeno come si calcola è sorprendente).

Mi è stata regalata la stazione meteorologica BA900.
Sfortunatamente il blocco di cristallo mi è caduto e si è scheggiato.
Vorrei sapere il suo costo e se è possibile ordinarlo on line.
Grazie.

Buon giorno,
essendo un prodotto nuovo al momento  non è previsto il cristallo di ricambio.
Di certo le costerebbe quanto la stazione barometrica completa.
Al momento non abbiamo vendita online di questo prodotto, ma a breve sarà
presente su www.teamoregon.it
Saluti

Molto interessante.
In altre parole tutta la tecnologia della stazione, il suo valore effettivo, risiede in quel blocco di cristallo?
Complimenti vivissimi, pubblicizzerò il più possibile questa bislacca e paradossale circostanza.
Saluti


P.S.
(Lo so, lo so, lo so come stanno le cose nella produzione e nella distribuzione e blablabla)
postato da: fuoridaidenti alle ore 14:37 | link |
categorie: fanculamenti
martedì, 20 marzo 2007

Logoi carnali (carnali sarebbe in greco, ma non ricordo come si dice)

Boh, fate un po' come vi pare, ma a me i discorsi di quanto e come e soprattutto se è il caso che le parole nella rete raccontino la carne il tempo che passa il disfacimento gli amori che nascono crescono si riproducono e muoiono interessano niente, ma proprio niente niente. Perché la questione se è vita o letteratura ciò che veicoliamo nelle parole carnali noi qui dentro (e quanto è vita, e quanto è letteratura) non riesco proprio a capirla. Io so che ho una rete di relazioni che qui dentro proprio è nata e nello spazio di poco più di due anni si è estesa come una ragnatela azzeccata alla più grande ragnatela. Scambio un fracco di messaggi di mail di sms mms e chatto every day con un bel gruppo di logoi carnali verso cui provo un affetto sincero e di molto più intenso e profondo di quel che provo ad esempio con un mucchio di carne senza logoi che sfioro di continuo e mi stanno pure sul cazzo. E tutto questo per un motivo semplice, ma semplice semplice assai. E cioè che le logoi carnali vostre, sentimenti disfacimento rammarico rimpianto e la gioia quelle volte che è azzurro quando è azzurro, voi lo sapete, sono molto più carne di questa muta montagna di carne senza logoi che è tutto intorno. E po' nun teng' tiemp' stammatina e manco voglia di approfondire il discorso, ma tanto ci siamo capiti statevi bene.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:52 | link |
categorie: fumus et fragmenta
lunedì, 19 marzo 2007

Autoreferenziale

postato da: fuoridaidenti alle ore 08:09 | link |
categorie: filialia
domenica, 11 marzo 2007

Viola: il pudore

Oltre i vetri del locale le ho vedute. E' stato un attimo, il tempo di due passi, pure meno. Si sono dette qualcosa, forse, non so; lo immagino, io non mi sono fermato. Quella che mi dava le spalle s'è girata, non so se per qualche motivo che non fosse per inquadrarmi, avvisata dall'altra, non lo so. Fatto sta che il mio vantaggio in termini temporali e prospettici era abissale, e dunque... un passo, un altro, ero già fuori portata. Come si dice; mi trovavo in un blind spot. Due passi - dunque - due secondi, pure meno. Pensa tu quanti gesti, che scaramucce, quante e quali strategie, ragionamenti, dialoghi ingarbugliati puoi imbastire con un taglio espressivo, nell'accenno di un gesto. Due passi, due secondi, pure meno. Ho imboccato per un vicolo stretto verso i giardini. Alla mia destra ponteggi e cartelli d'avviso. Attenzione. Lavori in corso. Pericolo. Restaurano le mura antiche qui nel centro. Rallento e do un'occhiata in giro. Mi attraggono certi particolari ininfluenti su cui non ci si ferma, non si indugia. Prendi le piante che crescono negli anfratti tra le pietre. A due metri d'altezza una violetta spicca sul fondo caldo di arenaria argillosa. Un contrasto cromatico elegante: verde, viola, ocra brunito. Una violetta. Simboleggia il pudore, la modestia, la timidezza. Mi ha trafitto, sai, qualcosa in quel momento. La pervicacia - forse - il destino di dove abbia attecchito, la solitudine  - forse - non lo so. In basso c'era molta erba a ciuffi e muschio e pietra zuppa e qua e là il giallo dei pisciacane. La bambina ha cominciato ad andare a gamba zoppa. Noi due soltanto, nel vicolo nessun altro. Il vento pure (che oggi tirava forte, certo, hai visto i mulinelli, le locandine dei giornali tutte in terra) lì non è entrato e ci ha lasciato in pace. Ho provato il desiderio di vederti e il dolore per un'immotivata nostalgia.
postato da: fuoridaidenti alle ore 01:51 | link |
categorie: minimal stories
giovedì, 08 marzo 2007

Le mie medie

Ho frequentato le scuole medie in un quartiere di Napoli chiamato "Fontanelle". Una scuola sperimentale per quei tempi: l'offerta formativa obbligatoria era integrata da attività di supporto pomeridiane. Potevi scegliere musica, fotografia, teatro, pittura, scultura, calcio, handball. Teatro ed handball non li scelse mai nessuno. Per il calcio c'era una fila di richieste che toccò organizzare un campionato a sei squadre; maglie, pantaloncini, scarpette e pallone regolari, il professore di Educazione Fisica ad arbitrare (e non potevi dirgli cornuto ché s'incazzava). In palio c'era una coppa e le medaglie. Vinsero quelli della III D. Per forza! Pluribocciati quasi tutti, sfoggiavano barbe e peli da cinghiale. Le Fontanelle, di cui ricordo il cimitero (una volta ci hanno portato pure in gita), era un quartiere povero e degradato. C'era il banchetto che vendeva 'o brod'e purp', c'era il craunaro e il chiosco d'o call'e trippa. Io venivo dalla zona dell'Arenella, fighettini chiattilli cocch'e mammà. Un servizio di pullmann dell'Alitalia (che ci azzecca? non so, però tant'è) provvedeva ad accompagnarci e a riportarci. Bellissimi quei pullmann dell'Alitalia: interni di velluto, sedili reclinabili, aria condizionata, televisore, microfono. Sciccosi. Le transumanze videro nascere e morire amori, rivalità, odi profondi. Immagino il conducente, poveraccio, farsi la croce tutt'e vvot' primm'e parti'. All'arrivo s'entrava tutti insieme, gli indigeni già aspettavano ai cancelli. In genere ci giocavamo in quei momenti le figurine dei calciatori, per lo più a sottomuro o a "pacchero senza cuoppo". E c'è da dire che ci schifavano, gli indigeni, per un nonnulla ci intommavano di mazzate. Questo fu utile, però, bisogna pur riconoscerlo. Filtrammo per selezione naturale: 'o suggett', 'o cacasott', 'o babbason', in molti imparammo però a difenderci e a trattare. Non era raro che i professori la mattina ultimato l'appello mandassero i bidelli in giro nel quartiere a recuperare qualche soggetto recalcitrante. Sovente lo si trovava a guidare un cingolato o una gru nelle cave di tufo circostanti. La maggior parte di loro lavorava difatti, e fumava e bestemmiava. Riguardando certe foto d'allora, oggi, lo ammetto: dire che facevamo ridere è un pleonasmo. Io e Dario, allora amici per la pelle, portavamo un'aratura di scrimo laterale che non c'è da meravigliarsi i calci in culo "Bell'e mammà, e cumm' sì ch'e cazz'!". E' da allora che porto il crine spettinato, poi dice che nun se 'mpara 'a piccerill'! Le lezioni? Nulla di eclatante. Bastavano due parole di fila in italiano e si passava col massimo dei voti. Questo fu un male: quando giunsi al ginnasio, tutto sfaccimmusiell' già pensavo sarà una passeggiata, una sciocchezza. Mi dettero latino a settembre ampress' ampress'. Cacai pertanto l'uva l'acin' e 'o streppon'.
Ma ho personaggi di quella scuola media nel cuore. Un paio m'hanno lasciato, come si dice, una lezione di vita: Arturo muort'allerta e Maria 'e dient'.
Arturo muort'allerta capitò un giorno che era già un pezzo che era cominciato l'anno. Secco scheletrico, certi capelli crespi che hai presente Jimy Hendrix? Tale e quale. Vestiva sempre di nero, dalla testa ai piedi. Schivo, silenzioso, una grande mezz'ala. Restò con noi solo in seconda media, manco finì. Aveva sedici anni. Un giorno non venne più e festa finita. L'ho ritrovato diverso tempo dopo: "il Teschio", "Una ballata del mare salato", di Hugo Pratt. Stessa espressione, sorriso senza labbra fisso nel vuoto. Mi offrì lui il primo tiro di un MS. Arturo muort'allerta. Sapemmo poi perché la fissa per il nero. L'anno prima gli era morta la madre.
Maria 'e dient', arcata superiore sporgente e belle cosce, portava minigonne da squaw e si truccava pesante. Assai pesante però: ombretto, fondotinta, mascara, ciglie finte, matita, assai pesante. A me mi trattava con riguardo, un fratellino. Io spantechiavo d'amore. Imprese sovrumane immaginavo, un intramondo, il superuomo, la donna angelica, "Al cor gentil repara sempre amore". Le offrivo merendine Barzetti e Kinder Brioss. Maria 'e dient' uscì incinta in terza media. Le merendine, seh, questa già trombava.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:15 | link |
categorie: casi umani, donde provengo

C'è un'ora che mi piace contemplarti

Lo spazio che s'era ritagliato per amarla coincise con le 7 e un quarto d'un mattino.
Puntuale, uno sbadiglio, due, l'orologio, gli occhiali sul comodino e poi col dito sfiorò il mousepad del portatile in stand-by.
Ruvida al tatto la barba in contropelo, azzurro prese a sorridergli lo schermo.
C:\Documenti\Immaginisalvate\... Doppio clic.

"Stai perdendo tempo. Lascia stare queste cazzate. Scrivi. Ho bisogno che tu scriva, per me è importante"

Di questo, pressappoco, s'era parlato, un giorno che lo scirocco rinforzava.
Poi era fuggita, lei - un impegno improvviso - lui masticandosi un aborto di commiato.
Adesso è lì che osserva lei che osserva.
"Cosa?" - si chiede - "Cosa scruta? Dove guarda?"
Bellissima sconfina lei in un tempo.
Può farlo, in quanto immagine e pertanto indifferente al concetto di confine.
Lui pensa che possa leggerlo e capirlo e ripercorrerne l'articolata mappatura.
Lasciamolo dunque al riflesso d'uno schermo.
Scrive di come guarda lei che guarda cose di lui e tutto intorno è silenzio.
Le dice che ha uno sguardo che trabocca e che dilaga lungo un confine condiviso.
postato da: fuoridaidenti alle ore 01:11 | link |
categorie: versi diversi, fumus et fragmenta
sabato, 03 marzo 2007

Dove credi di andare



Non so se è un caso che l'esordio narrativo di Tashtego sia intitolato "Dove credi di andare", ma quando - ultimata la lettura di questi sette racconti - meditavo, osservando il maori in copertina, ho pensato a una bussola perduta, alle "Vie dei canti" di Chatwin e a un verso di una bella poesia di Erri de Luca che dice "Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord"  .
Questo libro parla dell'ossessione dello spazio: in senso fisico, metafisico e della coscienza.
Comunque spazio, concettualmente inteso come vuoto da riempire e/o ambiente in cui si è immersi.
Esplora e scava il disagio di queste cose: il disorientamento, il non riconoscersi col resto, i luoghi, le persone, il non omologarsi.
E' una meditazione narrativa sulla dialettica tra sé ed altro, interno e esterno.
C'è un personaggio in uno dei racconti, un ingegnere, che persegue un progetto compulsivo: dipinge tele, molte tele, tutte uguali, un metro per settanta orizzontale. Le riempie di un colore, sempre lo stesso, un rosso Mafai, con pennellate orientate lungo un asse preciso. Nulla è casuale: le tele, il colore, il pennello, le pennellate, perfino l'altezza dello sgabello su cui lui siede. Sacrifica - ma questo è un termine aleatorio - tutto, carriera e famiglia a questo progetto, a questa sua ossessione.
Questo libro parla dell'importanza dello stigma, dunque, come sforzo per imbrigliare e ridurre un'entropia.
Ho detto stigma e avrei potuto dire segno, ma stigma ha a che vedere con carne e condanna; dunque, con qualcosa da scontare.
Vi è una ricerca di senso, una missione, una sorta d'implicita condanna per l'appunto: stabilire qual è e come e dove il nostro ordine nel disordine del mondo.
C'è qualcosa di sacro in tutto questo, ma di un sacro che non contempla il trascendente inteso in senso gnostico.
Non a caso tutto ritorna nella carne. L'ultimo racconto ("Uno bravo") tratta di mappature, mappature di senso: indelebili e tatuate sulla faccia.
La chiave, l'esegesi di quel che siamo veramente.
I nostri lineamenti sono un orpello, o al massimo la tela grezza, il foglio bianco.
E' sorprendente.
Lo stile della scrittura è quello che ho sempre invidiato a Tashtego.: pulito, elegante, consequenziale. Snocciolano, i personaggi del libro, ragionamenti lucidi e rigorosi, con chiarezza.
Non faccio il critico, sono solo un fruitore, ma - credetemi - questo libro è molto bello.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:20 | link |
categorie: mi pregio daver letto
venerdì, 02 marzo 2007

Proverbiando

Mi è giunto un sms.
Mi si chiede un apoftegma partenopeo onde giungere allegramente all'ora di desinare.
Non m'esimo.
Ne enumero quattro a caso.
Se ve ne vengono a mente di gustosi in vernacolo lasciatemeli pure tra i commenti.
Grazie


Nu strunzo ca cadette a mmare, vedenno 'nu purtuallo ca llà galliggiava, dicette: simmo tutte purtualle!
Uno stronzo che cadde in mare, vedendo un'arancia che colà galleggiava, esclamò: siamo tutti arance!

Si comme tiene 'a vocca, tenisse 'o culo, farrìsse ciento pirete e nun te n'addunasse.
Se avessi il culo come hai la bocca, faresti cento scoregge senza accorgertene

He 'a murì rusecato da 'e zzoccole e 'o primmo muorzo te ll'à da dà mammèta
T'auguro di morire rosicchiato da pantegane e che il primo morso te lo dia tua madre

T'anna accirer' pe' scagn'int'a nu vic' scuro e nisciun'adda passa' nu guaje!
Devono ucciderti per errore in un vicolo buio e nessuno deve pagare per l'errore commesso
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:40 | link |
categorie: donde provengo
giovedì, 01 marzo 2007

Little Miss Sunshine

Il film che ho visto ieri sera (insieme ad S. c'era un'altra S.; sicché come eravamo messi facevamo un SMS) è "Little Miss Sunshine".  Se lo confronto a "Saturno contro" resto basito. "Little Miss Sunshine", della cui trama non rivelo niente, non ha nulla, ma proprio nulla di scontato. E' amaro, divertente, profondo, leggero e dissacratorio al tempo stesso. Non abbisogna d'inquadrature particolari, non c'è quell'atmosfera patinata che permea il film di Ozpetek e un po' tutta la pretenziosa cinematografia de noantri. Poggia semplicemente su pochi attori coi controcoglioni, nonché su di una storia ricca di derive e scarti inaspettati. E quando dico attori coi controcoglioni non penso al casting dei films di Scorsese, dove pure chi ramazza nel cesso ha un cachet a sei zeri. Qui la protagonista è una bambina di sette anni, poi c'è un adolescente allampanato chiuso in un ostinato mutismo, un b-actor nella parte di un "motivatore" perdente (sic!) e altri personaggi che non sto a dire. L'unica faccia conosciuta (parlo per me, che non sono un cinefilo preparato) è l'attrice australiana Toni Collette. Chi ha visto il  "Sesto Senso" (era la madre del bambino che parlava coi morti) o "About a Boy" (era la madre del boy) ha capito perfettamente di chi parlo, ché non si scorda un viso espressivo come quello.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:57 | link |
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