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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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sabato, 28 aprile 2007

Una lettura con indolenza al parco giochi

Ho le braccia distese mollemente sulla spalliera d'una panchina di legno, ci sto seduto nel mezzo. Ai miei piedi tappi di birra, cicche di sigarette e bucce di pistacchi conficcati nel terreno. Una signora lancia una palla rossa a un cane nero, una coppia di anziani è alla finestra. Inquadro una giostra vuota, le sagome sorridenti di un delfino e un cavallo, le molle che gli consentono di dondolare fisse nell'erba. Più a destra c'è una struttura di legno attrezzata a palestra. Ci si può arrampicare, penzolare, c'è il quadro svedese, la corda, gli anelli d'acciaio. Sono le 5,30. Campane a tutto spiano: la vespertina, forse, ma mi sembra sia presto. Osservo tutto come fossi una cinepresa eppure non c'è una storia oltre quel che vedo. Il libro che sto leggendo ha uno stile assai contorto. S'illumina a sprazzi, sono giunto alla metà, mi pare proceda sostanzialmente per contrasti. Si intitola "Franziska Linkerhand", è stato scritto da una donna, Brigitte Reimann, nell'ex DDR. M'è stato regalato da un amico, lui lo considera un capolavoro sottostimato. Non è il mio genere, non mi è molto congeniale. E' raffinato, sì, lo riconosco, ma è troppo prolisso, è un monologo continuo, è come se non mi portasse a nulla. Però, come ho già detto, ha qualche sprazzo interessante. Come a pagina 209.
"... e mentre lei, pallida per lo schifo e l'orrore, si premette la mano sulla bocca, capì quanto la ragazza fosse sola, irraggiungibile da qualsiasi voce umana, da vocaboli sconosciuti come dolore, bambino, felicità, impegnata solo a mettere al mondo un figlio, in una solitudine paragonabile soltanto a quella di chi sta per morire".
Le 5,30, di nuovo le campane a tutto spiano. Comincio a credere che segnino i quarti d'ora. La signora col cane è andata via e al suo posto c'è adesso un pensionato con un pointer decisamente più vivace. La mia Beatrice s'avvita su sé stessa, bocconi sul seggiolino dell'altalena. Coi piedi si dà la spinta, le catene s'attorcigliano man mano, li tira su e così poi si svita cigolando. Tira una brezza leggera e c'è un bel sole. Contrasti. Un altro, proprio adesso, a pag. 243.
"in quel soggiorno dove niente sarà così presente come l'assenza di lei e niente così trascurato come l'ordine che si mantiene solo per apparenza...".
M'attira una scritta bianca a pennarello sulla cornice di legno del quadro svedese.
C'è scritto "COME FACCIO A NN PENSARTI?".
postato da: fuoridaidenti alle ore 19:44 | link |
categorie: mi pregio daver letto, minimal stories

Poi dice le dimensioni non contano

E' la seconda volta in vita mia che leggo con gusto "Flatlandia" del reverendo Edwin A. Abbott. La prima fu un bel po' d'anni fa, quando mi interessavano i giochi metamatemagici di Douglas Hofstadter e le teorie dei sistemi sociali di Niklas Luhmann. "Flatlandia" è un libriccino intelligente, e offre diversi spunti per ragionare un po' sul relativismo in generale. Nell'edizione che ho sottomano, Adelphi, c'è una bellissima recensione-saggio di Giorgio Manganelli, sicché, in ottemperanza al diktat che è molto meglio che le recensioni le faccia chi le sa fare, m'azzitto qui e vi auguro un buon week-end. Su ibs Adelphi è scontato al 20%. Fate voi, a me non riconoscono alcuna percentuale né benefit alternativi.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:19 | link |
categorie: mi pregio daver letto
giovedì, 26 aprile 2007

Quel che resta della storia

Fornarina ha scritto un post sul 25 aprile. Stavo per commentare lì da lei, poi son tornato qui e mi sono detto "scrivi due righe, lascia una traccia di ciò che stai masticando da un bel po'". Una delle questioni sollevate è "Cosa resta effettivamente 62 anni dopo". Come significato e come valore. E' la domanda che ci si pone in occasione di tutte le ricorrenze storiche. Mozart, di cui resta a più di 200 anni dalla morte quel che sappiamo (mi sto beando con il concerto per clarinetto e orchestra K 622), è passato attraverso quel po' po' di ratatouille che fu la rivoluzione francese fottendosene ampiamente. Nel senso che proprio se ne fotteva assai. Così, tanto per dire. Sicché resta tutto e non resta niente. Cioè il sangue di chi è rimasto triturato e il genio di chi se ne fotteva assai. L'enfasi con cui s'esalta o minimizza qualsiasi pagina della nostra storia dà solo il senso della piccolezza delle speculazioni finalizzate e contingenti.
postato da: fuoridaidenti alle ore 09:49 | link |
categorie: fumus et fragmenta
lunedì, 23 aprile 2007

Ombre nell'ombra

"Io non sono di qui. Non appartengo a questa terra dove sono nato; e nella vita si impara, impara chi vuole imparare, che nessuno appartiene alla terra dove è nato, dove l'hanno messo al mondo. Che nessuno è di nessun posto. Alcuni cercano di mantenere l'illusione e si costruiscono le nostalgie, sensi di possesso, inni e bandiere. Tutti apparteniamo ai luoghi dove non siamo stati prima. Se esiste nostalgia, è per le cose che non abbiamo mai visto, per le donne con cui non abbiamo mai dormito, e per gli amici che ancora non abbiamo avuto, per i libri non letti, per i cibi nella pentola ancora non assaggiati. Questa è la vera e unica nostalgia..."

Per scriverti ho cercato un posto tranquillo e - credimi - non è stato facile trovarlo. Barcellona è un lungo flusso ininterrotto di gente che cammina in su e in giù. Siedo a un tavolo, adesso, al primo piano di un caffè con annessa una libreria. Tra i titoli che vanno per la maggiore c'è l'ultimo della Homes. Si intitola "Questo libro ti salverà la vita". Magari - mi sono detto - sarebbe bello, un libro. A pochi passi da qui c'è il Barrio Gotico, con la piazza e una stupenda cattedrale. Un fiume di gente entra dal lato destro del portale, altrettanta ne defluisce dal sinistro. Vedendoli pare che si bilancino, eppure non c'è nessuno che controlla, che gestisce, che regola; anche dentro, quando l'ho visitata stamattina, il flusso sembrava dirigersi da sé. Tutti lo stesso giro: una visita in senso antiorario. Piccole imitazioni inconsapevoli sommate una a quell'altra guarda tu quel che ne esce.
E' arrivato un ragazzo con gli occhiali e si è seduto al tavolino di fianco al mio. Ha un computer portatile, lo ha acceso, ha ordinato un caffè, messo due auricolari, armeggia con un telefonino, fa partire Messenger, chatta, gli scappa da ridere a voce alta, non se ne accorge. Io faccio finta di scribacchiare queste cose, sorseggio un succo d'ananas, mi guardo intorno. E' un posto molto tranquillo questo qui, decisamente. Tiro un attimo il fiato dalla calca. Poco fa, che girovagavo per la rambla, mi son sentito spiacevolmente omologato. I negozi, sai, sono gli stessi dei nostri: uguali i nomi, uguali gli arredamenti, la stessa merce, la gente, le pettinature, i tatuaggi, gli orecchini, i piercing. I palazzi hanno facciate superbe, non lo nego, ma tu resti intrappolato dal casino. Non puoi eluderlo, non puoi proprio farne a meno, sei in una folla acefala che ribolle e ti permette d'essere altrove benché sia lì, tu, immerso dove sei. Nessuno è di nessun posto. Io non sono di qui.
Stamattina, appena sveglio, ho acceso il televisore. Mandava il classico contenitore del mattino. Il meteo, i consigli sulla spesa, le interviste, le facce, le inquadrature. Pareva "Unomattina" o "I fatti vostri". Un'anteprima del palinsesto giornaliero prevede un format come "Camera café", poi una cosa come "Striscia la notizia" e stasera un bel clone de "Le iene".
Ho avuto il mio bagno di colori e rumori e profumi di spezie al mercato della Boqueria. C'erano macedonie di frutta bell'e impacchettate a un euro o due da consumare camminando. C'era un ragazzo su una sedia a rotelle che vendeva dei gratta e vinci e che piangeva. Un altro, a fianco, gli dava pacche sulla schiena e gli diceva qualcosa; e questo qui piangeva, senza ritegno, faceva di sì con la testa, come a dire lo so, ma intanto va così, con gli occhi rossi. In effetti trovarsi in mezzo a quel casino è come essere perfettamente da soli.
Io mi chiedo dov'è più questo posto, in fin dei conti, e dove sono tutti i posti del mondo e dov'è il mondo. Se anche loro, le città come questa voglio dire, lo sentiranno di non appartenere più a se stesse. Per un attimo mi sono illuso di incrociarla (questa città, la sua anima, qualcosa del passato). Dava i semi ai piccioni e mi ha guardato. Io ero seduto su una panchina, stavo mangiando. Un panino, il prosciutto qui è buono e a buon mercato. Ne ho comprato una vaschetta in un discount. E una baguette. E una bottiglia d'acqua. I piccioni giravano intorno alla panchina becchettando le briciole cadute. Poi una mano rugosa, i semi in terra, un frullo d'ali, ci siamo guardati un momento ed ho provato come una fitta, questa assurda nostalgia.
postato da: fuoridaidenti alle ore 00:48 | link |
categorie: minimal stories
lunedì, 16 aprile 2007

Ma dovrei parlarne?

Ultimati
Viaggi nello scriptorium                   P.Auster
Testadipazzo                                   L. Lethem
Everyman                                        P.Roth


In lettura
In America                                       S.Sontag
Nel paese delle ultime cose               P.Auster

Voglia sempre di meno. Di parlarne, intendo. E pure 'sto fatto, dire qui  ho letto questo e quest'altro, mi pare di stare a fare lo sborone. In realtà è che se non mi segno i titoli c'è caso che li ricompro. Poi mi ritrovo, come peraltro già è successo, che mentre (ri)leggo penso "Mah, ma a me questo mi pare già di saperlo" Alle volte ne ho avuto la certezza solo quando sono andato a rimetterlo in libreria. Già ce l'avevo. In quel caso li bookcrosso tutti e due. Scialiamo, ma sì, ad abundantiam.
postato da: fuoridaidenti alle ore 00:42 | link |
categorie: mi pregio daver letto
giovedì, 12 aprile 2007

Riallacciandomi all'ultimo post parlerò un po' di libri va'.
"Confessioni di un cuoco eretico" di David Madsen. Stamattina ho fatto un giro sul sito dell'editore e ho ordinato gli altri romanzi di Madsen ("Memorie di un nano gnostico" e "Amnesie di un viaggiatore involontario"). Madsen è uno che ha stile, c'è poco da discutere: denso e pastoso (usa lemmi quali redolente e icore, per esempio) scivola tuttavia scorrevolmente. Dà l'idea d'una salsa equilibrata: stuzzica e non stomaca mai (e sì che qualche passaggio fuori le righe questo cuoco lo riserva senza meno). Non amo le recensioni che riassumono le trame. Forse perché - eccetto i casi in cui stile e musicalità rasentano lo zero, sicché è il dipanarsi nudo degli eventi a dare senso alla lettura - del "fatto raccontato" non mi interessa poi molto. Alla fine non resta che una sorta di fondo di cottura, sintetizzabile con un "M'è piaciuto, Mi ha trasmesso emozioni". Oppure no. Polare. Manicheo.

I due libri delle edizioni estemporanee (presi a Napoli allo stand di "Galassia Gutenberg") si sono rivelati una piacevolissima sorpresa.
"Scommetto che Madonna usa i tampax" è una raccolta di brevi racconti di scrittrici cubane e portoricane. Senza far torto agli altri spendo due parole su quello che m'è piaciuto di più. Si intitola "Marina e il suo odore" ed è uno straordinario esempio di quel che si può intendere con "semantica degli odori". Marina è una che ha il dono di secernere qualsiasi odore, reale o metafisico che sia. Ha un odore la malinconia, l'amore stesso un odore, e la passione. Immaginate il mix, lì dove tutto è speziato già di suo.

"Perversione all'avana" di Mejides l'ho letto due volte di filato e volentieri. E' un libro che, ad onta della sua  brevità (circa 200 pagine), esige molta attenzione. La storia ha infatti un epilogo giallo, che è il culmine di un intreccio  di vite arravogliate. Tutto avviene dentro e intorno a un casermone, un falansterio, Prado 121. Mejides ha una scrittura che affascina: colta, veloce, sulfurea, lascia indizi sparpagliandoli con sapienza. Straordinaria l'architettura del romanzo che si snocciola come una progressione di flash, tante schegge esistenziali. E c'è un bel mescolarsi dell'elemento magico al reale, senza sbavature o forzature, che genera un flusso perfettamente amalgamato tra ciò che è logico e ciò che non lo è. Bellissimo.

Di Douglas Coupland non avevo letto nulla. "La vita dopo Dio" è un libro che mi ha commosso. Ho letto in giro un po' di recensioni e qualcuno lo include tra le cose minori di questo autore. Be', mi chiedo come devono essere le altre. Mi spiace adesso di non avere tempo per parlarne (e oltretutto di non averne una gran voglia), ma c'è una cosa che vorrei sottolineare, che peraltro ha ben poco a che vedere con la letteratura in senso stretto. Ogni pagina presenta in epigrafe un disegno. Sembrano tutti tracciati da una mano infantile. Be', sulle ultime due c'è la silhouette di una mano (la destra è sulla penultima, mi pare). Io ho percepito questo come un "ciao ciao". E non è un caso, mi pare non sia un caso dopo tutto, che più che dire di quel che è scritto dentro il libro io stia pensando a questa strana sinergia.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:54 | link |
categorie: mi pregio daver letto
martedì, 10 aprile 2007

Post (vale a dire articolo, oppure dopo) Pasquale

Ci sono quattro libri di cui vorrei parlare, se avessi solo più tempo. Libri che ho letto ultimamente e che mi sono piaciuti. E pure di un film vorrei parlare. Per adesso li enumero (i libri e il film). Così intanto vi preparate. O magari ne parlate nei commenti. Poi magari ci confrontiamo. Statemi bene

Miguel Mejides                                                "PERVERSIONI ALL'AVANA"
Storie di donne cubane e portoricane             "SCOMMETTO CHE MADONNA USA I TAMPAX"
(qualcosa di questi due la trovate qui per non dire anche qui)

David Madsen                                                 "Confessioni di un cuoco eretico"

Douglas Coupland                                           "La vita dopo Dio"

E per finire "Il labirinto del Fauno"
                
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:02 | link |
categorie: mi pregio daver letto
sabato, 07 aprile 2007

Con due giorni di ritardo l'altra sera

C'è un movimento prevalente di famiglie, è periodo di veglie e lavande di piedi nelle chiese. Non è stata male per niente questa cena. L'ambiente era accogliente, senza alcuna pretesa, di quelli che ti senti subito a tuo agio. Il vino era un Rosso di Montalcino, cantine Banfi, anno 2004. Adesso siamo per strada e chiacchieriamo. Lui tira fuori un astuccio fatto apposta per i sigari. Suppongo che lì si possano custodire a temperatura e umidità ottimali. Scegline uno, mi fa, io vado a casaccio. Enumera nome e caratteristiche. Io intanto guardo la fascetta di cartone. Mai acceso un sigaro? Mai. Mi spiega come fare. Ah, una bella boccata senz'altro questa mia prima, un fumo bianco e denso, roba sciccosa. In pochi passi siamo nella piazza principale. Ci sarebbe da visitare la cattedrale. In origine era un'abazia camaldolese. Al suo interno c'è una tavola del Perugino. Non è inclusa nel catalogo ufficiale, gli dico, non sono certi se attribuirla al Vannucci. Ma ad ogni modo è pregevole senz'altro, e comunque c'è un crocifisso di legno che pure varrebbe la pena di vedere, per non dire della tavola di Santi di Tito, che è l'autore del famoso ritratto di Machiavelli. Sta di fatto che coi sigari appicciati non si può entrare. Poco male, di là c'è la resurrezione di Piero, che è visibile a tutti, sebbene al di là di un vetro antiproiettile. Restiamo un po' a contemplare l'affresco. Il brulicare dello struscio serale ci giunge che è un gradevole ronzio. L'azione e l'intenzione, esterno e interno, punti che definiscono luoghi, cammini da seguire o già calcati. Siamo una buccia sensibile noialtri, qui dentro a un brodo di coordinate cartesiane. Non sapevo, tra milioni di altre cose, che le cicche dei sigari fumati vanno lasciate lì dove cadono e non bisogna calpestarle, come i fiori.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:38 | link |
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