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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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giovedì, 24 maggio 2007

Ma io che scrivo a fare?

Il titolo l'ho rubato alla mia amica malo che si poneva, qualche tempo fa, la fatidica domanda "che scrivo a fare?" dopo aver letto qualcosa di particolarmente profondo scritto da una delle sue figlie. Sto rileggendomi "Austerlitz" di W.G.Sebald. Recentemente, tra i commenti in un post di Nazione Indiana, si parlava di questo immenso scrittore sinestetico (leggere Sebald vuol dire esporsi a fumo smog e acquerugiole gelate nonché sentire profumo di boschi e d'acque salmastre e, ovviamente, di malinconia). Insomma, arrivo a un terzo del romanzo e la scena è questa.

"Nell'anticamera, dove Auserlitz mi condusse inizialmente, c'era soltanto, a parte un'ottomana fuori moda che mi parve più lunga della norma, un tavolo piuttosto grande, anch'esso verniciato di grigio opaco, sul quale erano disposte, bene in fila e a distanza regolare le une dalle altre, alcune dozzine di fotografie, in prevalenza di tempi andati e un po' sciupate sui bordi. [...] Austerlitz mi disse che a volte se ne stava seduto lì per ore e disponeva quelle fotografie, o altre ancora che andava a ripescare dalle sue scorte, con il tergo rivolto verso l'alto, come per un solitario, e poi, tornando sempre a meravigliarsi di ciò che vedeva, le girava una dopo l'altra, disponeva le immagini qua e là e le sovrapponeva in un ordine risultante da somiglianze specifiche, oppure le toglieva dal gioco finché restava soltanto la grigia superficie del tavolo e lui, esausto per aver tanto pensato e ricordato, era costretto a sedersi sull'ottomana. Spesso rimango disteso qui fino a tarda sera e sento il tempo ripiegarsi dentro di me [...]"

Ecco, mi sa che per un pezzo, non so per quanto, non ci si sentirà. Statemi bene.
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:32 | link |
categorie: mi pregio daver letto
lunedì, 21 maggio 2007

Latinismi prandiali

Tutto, in B., dice il pulcino che gli è dentro: la testa, l'andatura, gli occhi che pigolano quando ride e poi le mani: due alucce penzolano, morbide e molli ai polsi senza peso. E' arrivato per ultimo e si scusa. Noi, nell'incertezza se sarebbe venuto, abbiamo già fatto fuori gli antipasti (crostini freddi e caldi) e i tortelloni al tartufo (due volte questi, con ripasso abbondante). B. prende posto accanto al vicario. Poggia il telefono (un modello stravecchio) sul tavolo. Sembra un breviario, è protetto da una custodia plastica ingiallita. Acqua, domanda. Gassata o Naturale? Naturale. Se qualcuno s'è chiesto che ci faccio, be', scrocco un pranzo, un gran pranzo, qui si mangia da dio. La messa l'ho scantonata, la processione pure, la cerimonia di consegna delle chiavi non l'ho vista. In compenso sono arrivato per primo al ristorante. Nell'attesa che giungesse qualcun altro ho simulato una sceneggiata al telefono, gesticolando.
"La sala in alto" - hanno detto alla reception - "prendete le scale in fondo al corridoio".
"Usque ad sidera!", ha esortato all'anabasi il vicario, un'imperlata luccicandogli la fronte.
Brusìo, stoviglie, mascelle all'opera. Dunque, pare che B. insegnasse latino e greco fino a non molto or sono. Il vicario (un viso da attore consumato, e poi nel gesto, quando raccoglie una confidenza abbozzando un inchino, qualcosa mi dice che sa già dove s'andrà a parare) racconta i tempi del seminario.
"Ah, non la sai questa? Tètraka!" (e segna un 4 con le dita) "e allora hai voglia tu a giustificarti! Tremendo, B.".
B. si schermisce, "Che dici mai, vicario!". Io abbozzo, sorrido, verso da bere, osservo i gesti delle mani. Femminili, aggraziate, quelle di B, di controcanto la mascella del vicario volitiva. Poi mi perdo tra le foglie degli alberi davanti. Tra le briciole, sul tavolo, il dilemma; quale sia più corretto "ad Christum ducere" oppure optare per un "animas servare"...

postato da: fuoridaidenti alle ore 15:00 | link |
categorie: fumus et fragmenta
domenica, 20 maggio 2007

0.45 Angels in America su La7 con Al Pacino

La verità è che non ho mai smesso di ascoltare quel contrappunto. Metti adesso, che sono qui di nuovo (ed oggi è la quinta volta, cazzo, già la quinta). Mia moglie è scesa e nostra figlia è con lei, ho detto avviatevi, vi raggiungo tra un poco, controllo la posta elettronica e ascolto questo pezzo. E dunque eccomi qui di nuovo. Non è un'ossessione, non è un dramma, non lo so cos'è esattamente. Ho un sospetto, però, che sia l'urgenza di un contatto "altro". Vedi, ultimamente scrivo per chi mi legge. Ti credi che non l'abbia capito? Ho il mio circolo ristretto di lettori. Sta di fatto che comincio scrivendo per me stesso e poi man mano aggiusto e non c'è più molto di me alla fine, capisci? Leggi, e non ci trovi più il "me" grezzo e genuino. E invece adesso, rara occasione in cui mi limito a comunicare (ad illudermi di farlo) con qualcuno che mi sta veramente a cuore, vale a dire me stesso, be', riaffiora la natura scabra del momento, alterata se vuoi per via di quello che ho bevuto, o malinconica per via di un contrappunto e una distanza, o vogliosa di baci e di sesso e di parole. E tu, forse, anzi certamente sai leggerla in un "ciao". E mi va bene, va benissimo così. Non smettere di lasciarmi tracce di te, qualunque cosa, questa tra noi, sia, tu non smettere, recita pure una preghiera. E se non ti dovesse costare molto, solo in questo caso, sacrifica una sigaretta o due tra le tue tante. Mi piacerebbe tu lo facessi. Mi piacerebbe non si limitasse a un blaterare vacuo questo fatto di te di me che ci diciamo, che ci ascoltiamo (manco lo sai, manco lo so chi tu sei mai, qui, io chi sono...)

(Postato, poi misteriosamente perso, infine recuperato, mo' vediamo come butta)
postato da: fuoridaidenti alle ore 20:57 | link |
categorie: fumus et fragmenta
mercoledì, 16 maggio 2007

Le volte dei ritorni

5  - presso un account a vedere se c'era posta (non ce n'era)
2  - al bar (alle 9 e alle 11, entrambe un caffè macchiato)
5  - qui (letto e risposto a messaggi, sto scrivendo questo post)
2  - sul terrazzo (telefonate con cellulare)
innumerevoli lo sguardo e la mente altrove


"L'arte della fuga" J.S.Bach  Contrapunctus 12, a 4 (rectus),  R. Bahrami
postato da: fuoridaidenti alle ore 13:10 | link |
categorie: fumus et fragmenta
martedì, 08 maggio 2007

BurĂ n: La cittĂ 

"Un luogo è un linguaggio: noi possiamo essere "qui" solo accettando le regole linguistiche che lo inventano. Essendo il porsi di un linguaggio arbitrario e non deducibile, i diversi linguaggi indicheranno luoghi totalmente discontinui. [...] Un linguaggio è un gigantesco "come se", una legislazione ipotetica che in primo luogo inventa i propri sudditi: i luoghi, gli eventi. Con quel gesto arbitrario fissiamo i valori delle carte, ma da quel momento subentra il rigore del gioco e del rito..."

G. Manganelli "Un luogo è un linguaggio"


"Che cosa si può conoscere del mondo? Dalla nascita alla morte, che quantità di spazio può sperare di abbracciare il nostro sguardo? Quanti centimetri quadrati del pianeta Terra avranno toccato le nostre suole? Girare il mondo, percorrerlo in lungo e in largo, non permetterà di conoscere più che qualche ara, qualche arpento: minuscole incursioni in vestigia incorporee, brividi d'avventura, improbabili ricerche fossilizzate in una nebbia dolciastra di cui alcuni particolari si fisseranno  nella nostra memoria: al di là di tutte queste stazioni e di queste strade, [...] e dei mucchi di pietre e dei mucchi d'opere d'arte, saranno forse tre bambini che corrono su una strada bianca, oppure una casetta uscendo da Avignone, [...] quattro ilari obesi al tavolino di un caffè alla periferia di Napoli, la via principale di Brionne, nell'Eure, due giorni prima di Natale verso le sei di sera, il fresco di una galleria nel suk di Sfax [...] ...
E con essi, irriducibile, immediata e tangibile, la sensazione della concretezza del mondo: qualcosa di chiaro, di più vicino a noi: il mondo, non più come un percorso da rifare senza sosta [...] non come unico pretesto per una esasperante accumulazione né come illusione di una conquista, ma come ritrovamento di un senso, come percezione di una scrittura terrestre, d'una geografia di cui abbiamo dimenticato di essere gli autori."

G. Perec  "Specie di spazi"


Ci sono mondi che si raccontano, là fuori, distanti e differenti, voci che chiedono ascolto, scritture invisibili. Storie narrate in lingue incomprensibili vorticano nel grande oceano della rete. Buràn annulla il silenzio, decodifica il rumore bianco dell'altrove, supera distanze e lingue altre. E' in linea il numero due: "La città"
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:57 | link |
categorie: burĂ n
giovedì, 03 maggio 2007

La vanga e le zolle

Lavoro in un centro elettronico situato all'ultimo piano di un anonimo edificio grigio di cemento. Siamo blindati, climatizzati e sorvegliati, ci riparano da sguardi indiscreti vetri a specchio. Sorvegliamo, controlliamo macchine, a nostra volta, e programmi, accessi a dati e procedure, monitoriamo criticità. Non è male per niente questo posto; le piante crescono floride, hanno foglie carnose, luce, temperatura, umidità costanti e garantite. Ho una kentia, una yucca, due ficus, un cissus rombifolia, diverse felci. Guardo i mezzi sfilare sul cavalcavia. C'è foschia in fondo, nasconde le colline...

Ho sognato una situazione, questa notte, di quando avevo 13 anni o giù di lì. Surreale, come è tipico dei sogni. Ero come adesso: capelli corti, barba incolta, qualche spruzzo bianco sul mento, come adesso. Mi trovavo in vacanza al mare, in un campeggio. Ero in partenza, dunque la fine di una vacanza. Salutavo un mucchio di gente, una famiglia intera: padre, madre, tre figli maschi e due femmine. Tutti la stessa faccia e occhiali a goccia, ray-ban da vista, vetri sfumati e parasudore d'avorio. Modello anni '70. Ti ho chiesto di interpretare questo sogno. Hai risposto ci penso su, poi te lo dico. Era da molto che non sentivo la tua voce. E come ridi.

-Sai cosa? In quegli scoppi d'allegria io ci scommetto c'è la bambina che tu fosti.
-Non sai quanto scommetti male, caro mio.

Be', le scommesse si perdono, talvolta.
Mentre parlo ripercorro la catena: chi eravamo, e tu vestivi di blu.
Devo fermarmi, non so se puoi capirmi, c'è un troppo nei cui confronti scavare è una sconfitta.

(L'ha detto con un tono accorato, convinto, grattandosi leggermente la nuca, come un bambino imbarazzato, lo sguardo basso verso la punta delle scarpe, gli sterpi d'erba, la prepotenza dell'asfalto. Non s'è accorto della terra alle mie unghie, né del manico della vanga stretto nel pugno. Come al solito ho provato tenerezza, e un'onda calda è scivolata in un punto preciso, sotto lo sterno. Da lì ha preso a pulsare un senso di calore, come quando senti un profumo antico e la voglia di restare, di dire, ecco, qui, questo è un posto che va bene e non ferisce. Dicevo della vanga e della terra, come entrambi mirassimo alla terra. Lui rifuggendola - come davanti a qualcosa che lo attraesse con una forza che non poteva sostenere - ed io? Facevo buche profonde, di nascosto affondavo le mani nelle zolle e poi, come una ladra, mi succhiavo le dita. E dovevo scavare, andare in fondo, sempre più in fondo, un'ossessione. Solo laggiù - in un luogo non definito, un cunicolo buio, la mia tana - riuscivo ancora a sperare in un conforto. Trovare il nodo, l'intoppo incompatibile alla luce. Avrei potuto prendere una lametta, ricamarmi dei promemoria sulle gambe, strisciare lungo il pavimento andando in cerca di un buon motivo per restare viva, passarmi la lama del coltello sulla lingua fino a sentire il dolce e il ferro del sangue. Mi limitavo a scavare, invece, e a nutrirmi di tutto ciò che ne veniva: lombrichi, lettere d'amore, scarafaggi, rizomi, perle, disappunti, piccole fiamme, scolopendre, diamanti. Tutto aveva un sapore, tutto serviva)

Un tempo disegnavo con le chine. Pennini e boccette d'inchiostro, graffi sui fogli, un riempire di spazi certosino, piccoli segni, molto precisi, cupi, bianco e nero. Alberi bianchi e neri, cespugli bianchi e neri, paesaggi d'ombre, lunari, bianchi e neri. Poi, non so come, ho preferito gli acquarelli. Fogli spessi, di grammatura importante, e acqua che cola, colori che sfumano e danno vita, malgrado me, a forme da interpretare o lasciare incomprese. Lo faccio ancora. Di rado. Preferisco le parole.

(E' che non devo fermarmi, puoi capirmi? C'è un troppo verso cui non scavare sarebbe una sconfitta)
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:49 | link |
categorie: minimal stories