Tutto, in B., dice il pulcino che gli è dentro: la testa, l'andatura, gli occhi che pigolano quando ride e poi le mani: due alucce penzolano, morbide e molli ai polsi senza peso. E' arrivato per ultimo e si scusa. Noi, nell'incertezza se sarebbe venuto, abbiamo già fatto fuori gli antipasti (crostini freddi e caldi) e i tortelloni al tartufo (due volte questi, con ripasso abbondante). B. prende posto accanto al vicario. Poggia il telefono (un modello stravecchio) sul tavolo. Sembra un breviario, è protetto da una custodia plastica ingiallita. Acqua, domanda. Gassata o Naturale? Naturale. Se qualcuno s'è chiesto che ci faccio, be', scrocco un pranzo, un gran pranzo, qui si mangia da dio. La messa l'ho scantonata, la processione pure, la cerimonia di consegna delle chiavi non l'ho vista. In compenso sono arrivato per primo al ristorante. Nell'attesa che giungesse qualcun altro ho simulato una sceneggiata al telefono, gesticolando.
"La sala in alto" - hanno detto alla reception - "prendete le scale in fondo al corridoio".
"Usque ad sidera!", ha esortato all'anabasi il vicario, un'imperlata luccicandogli la fronte.
Brusìo, stoviglie, mascelle all'opera. Dunque, pare che B. insegnasse latino e greco fino a non molto or sono. Il vicario (un viso da attore consumato, e poi nel gesto, quando raccoglie una confidenza abbozzando un inchino, qualcosa mi dice che sa già dove s'andrà a parare) racconta i tempi del seminario.
"Ah, non la sai questa? Tètraka!" (e segna un 4 con le dita) "e allora hai voglia tu a giustificarti! Tremendo, B.".
B. si schermisce, "Che dici mai, vicario!". Io abbozzo, sorrido, verso da bere, osservo i gesti delle mani. Femminili, aggraziate, quelle di B, di controcanto la mascella del vicario volitiva. Poi mi perdo tra le foglie degli alberi davanti. Tra le briciole, sul tavolo, il dilemma; quale sia più corretto "ad Christum ducere" oppure optare per un "animas servare"...