L'acqua, un filo, goccia lenta e ristagna sul fondo. Ho tenuto la griglia sullo scolo. L'atto con cui si chiude la giornata ha un che di sacro, voglio starmene solo; poi mi farò una doccia e andrò a dormire. Uno sbuffo annuvola di rosso il lavandino quando affondo la mano nel ventre. Estraggo il sacco dei visceri, compatto. Ci vuole una tecnica precisa, delicatezza e decisione, affinché non si rompa e resti intero tutto, dall'ano fino alla bocca. Questa è la terza, l'ultima, la più grande. Due chili ed oltre. Una lumaca, non avevo nient'altro, una lumaca. L'ho acciaccata, involtata sull'amo e infine giù. La livrea: il lato rimasto esposto è luccicante e ancora brilla di colori e riflessi; l'altra faccia ha una terrea opalescenza. All'amo avevo limato l'ardiglione. La frizione mi sbobinava a tutta randa. L'ho uccisa subito, conficcandole uno spillone in mezzo agli occhi. Finirà in crosta di sale per la cena. Nei visceri, li percorro ammirandoli col dito, l'intestino, la vescica natatoria, non c'è più traccia della lumaca inghiottita.
Questo una volta era il bottaccio del vecchio mulino. La tubatura, trenta metri interrata a convogliare il flusso disordinato del torrente, piscia argentina un'acqua di cristallo. Nella gorga, cocomero e vino bianco sono a bagno. Attraverso un sistema a mo' di chiuse, l'acqua, defluendo, ossigena i vasconi, quattro in cascata, disposti lungo il fosso. Si ricongiunge poi a valle col torrente. Tutto è all'ombra dei carpini. Fùmiga legna di ramo verde sul braciere.
"Non gli do nulla. Mangiano quel che trovano: insetti, vermi, qualche volta una manciata di cibo per gatti". Rami nodosi lungo i bracci le arterie, le mani torte dall'artrite e la fatica, Rocco voce smeriglia mi racconta settantun anni di storie, spostamenti, disgrazie, figli lontani "Quattro", dice, due nipoti e una moglie e, non capisco - lui non lo dice, io non gli chiedo nulla - se sono separati oppure avvezzi oramai ad esistenze su piani paralleli.
"Il tubo, lassù, chissà, forse il testa di cazzo alla manovra dovette romperlo, crettarlo, va' a sapere, fatto sta che un mattino d'inverno la pressione alla centrale segna tutto normale e noi qui niente. Manco un goccio. Niente. Còpriti allora, piglia l'ombrello, va' a vedere con quel freddo e la nebbia che è successo. L'acqua si riversava tutta per la strada".
Rocco beve, sente la mia parlata che lo scalda.
"A diciott'anni servivo da certi signori. Li conosce? Un palazzo a via Caracciolo, stupendo . Stavo in livrea, lucidissime scarpe e guanti bianchi. Poi il traforo, feci domanda e fui tra i fortunati. Stavo bene, guidavo un trattore, raccoglievo i detriti dello scavo. Per le manovre mi orientavo che sentivo i copriruota mordere la parete. Non c'era verso: buio, polvere e fumo nelle gole, tutti a ciclo continuo, otto ore a turno. I primi, subito dietro a minatori e manovali, gli elettricisti. E morivano a volte, dio schifoso. Ma ero giovane, due figli già, centocinquantamila prendevo. Bei soldi, cazzo, e dopo il turno, otto ore preciso, ah! per quello, non si faceva altro. Niente di niente. Giocavamo a carte. C'era un carabiniere di Latina, uno assai sveglio, mi fotteva e fotteva tutti quanti. Un giorno fa "Rocco, sono contento pe' te e triste per me". Figlieputtana, mi toccò ritornare..."
On air "Brand New Start" (P.Weller)