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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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domenica, 29 luglio 2007

E niente, notte

Che poi c'è sempre la possibilità di dire che, porco cazzo, la Veruska ci ha la mano pesante con il rum e cazzi vari, ma a me pareva davvero amore amore e non c'è cazzi, amore, quando ti ho detto, e mi guardavi, chissà se mi guardavi, io t'avevo goduto, tu m'avevi goduto "Tu mi capisci vero?, Per salvarle la vita a te... ti tradirei". Tu m'hai sorriso, e come se non capivi? Io sono qui. Ti sento adesso, stai dormendo. Hai il sonno pesante di chi lavora, cazzo, vengo a dormire anch'io. Una serata da dio.
postato da: fuoridaidenti alle ore 01:21 | link |
categorie: fumus et fragmenta
sabato, 28 luglio 2007

Confesso

Mi sto anobizzando 'ccident'a voi! Qui è un casino. Pacchi di libri a terra, sulle sedie, sul tavolino. Cerca il codice isbn. Dove? Questi cell'hanno facile, questi altri no (proprio i vecchi Sellerio ci ho sottomano da dove sto scrivendo). Vabbe', finché non mi scoccio catalogo va'.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:14 | link |
categorie:
mercoledì, 25 luglio 2007

Il grezzo dentro che viene fuori col sole

Guagliù, io leggo, leggo. Mah! Chi sfaccimm' ce capisce chiù niente!
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:16 | link |
categorie: truculenze
lunedì, 23 luglio 2007

Feeding fishes

E' stato bello seguire il pezzo di pane in quell'acqua nera. Tutto intorno s'affannava un bel brulicare di fragaglia. Mancava la luna e in fin dei conti meglio così; non c'è il rischio che adesso io stia qui ad evocare un quadretto melenso e stereotipato. Ho buttato una due scorze di pane dentro l'acqua. Pluf! Pluf! Silenzio e buio e una sigaretta non avrebbe certo stonato. La baia era affollata di cianciole, gozzi, pilotine, pescherecci. Sul tavolo sbilenco, quelli col buco in mezzo che puoi ficcarci l'ombrellone, una bottiglia di Greco, una frittura, bicchieri, piatti, posate, un cestino di pane. I posti sono quelli che abbiamo dentro, non c'è storia. Quelli fuori, quelli di cui parliamo, dove andremo, quel che ci aspetta, quello che cerchiamo, sono riflessi di qualcosa che avemmo e ora non più. O a volte ancora, ma non sempre, certo, altrimenti perché parlarne. Buonanotte
postato da: fuoridaidenti alle ore 00:30 | link |
categorie: fumus et fragmenta, minimal stories
giovedì, 19 luglio 2007

Il cambio del tono della voce, prima e durante, quello manca

"Be'" fa, lisciandosi la mosca (quanto cazzo ci mette? S'era detto le dieci, porta già un quarto d'ora di ritardo, ci fosse un filo d'ombra e invece niente, una goccia di sudore rolla giù per la schiena e con un brivido imbocca il solco tra le chiappe) "la questione è che quando, a furia di sondaggi, alcolizzazioni ecoguidate, arap' e chiudi, poi metti la terapia, ovviamente, un cocktail che, vabbe' che è personalizzato, so' d'accordo, però mica ci acchiappi di primo acchito, che ti credi? l'equilibrio lo devi trovare che funziona per sperare in un risultato nel tempo. A botte di tutta 'sta roba e cazzi vari tu mi sai dire poi se è sbagliato, io dico, che uno poi non crede più a niente eh?"
L'osservo "Da quant'è che hai lasciato crescere 'sta mosca?"
Vaffanculo, finalmente è arrivato, stillo e ristillo succhi salati, un brodo.
"E allora?"
"E' andata, stamattina"
"E vabbuo', megli'accussì no? Tu ci hai il numero?"
"Sì, aspetta che ci guardo... Vai... 338..."
"Come hai detto che si chiama... ehm, si chiamava?"
"Adele"
"E vabbuo' tant' 'a copert' 'e ricambio iss' già 'a teneva"
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:15 | link |
categorie: donde provengo, truculenze
martedì, 17 luglio 2007

Bus stop (181)

-E allora, cumm'era questa qua?
-E che t'aggia dicere, me so' chius' dint'o cess' e aggio mandato un sms a mio fratello
-E che ci hai scritto?
-Maro'!!!
-E lui?
-Miettec' nu cuscin' nfaccia, oppure pigliala a pecora.
-Ah ah ah ah!
-'O cuscin' nfaccia, seh seh, e quello ce vulev' nu matarazz'!
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:50 | link |
categorie: donde provengo, truculenze
giovedì, 12 luglio 2007

Le stufe di Nerone

Dice che una volta i guaglioni - ora non so - dopo venivano qui a farsi una sauna. Dipende se c'era voluto il ferro per la questione. Gli toccava una scopata col sentimento ed una cena. E la stecca, certo, e qualche pista buona di coca. Si sa com'è i guaglioni, dopo hann'a sbaria'. Dentro la grotta bastano cinque minuti: poi il guanto di paraffina esce pulito. E' il sudore. Spurghi, letteralmente. Nella grotta cinque minuti sono eterni. La prima volta - che il cuore ti piglia il via - resti vicino all'ingresso e non ti badi a sedere. Poi, se ci torni, ti senti già temprato, sei più sciolto e allora puoi azzardarti a perlustrare. Non ci ha assolutamente un cazzo a che spartire, la grotta, con quel che trovi nei centri benessere. Qui il calore ringhia e t'abbrucia in un silenzio terroso, nero, totale, rotto soltanto da qualche sgocciolio. Devi restare immobile. Immobile. E' una faccenda come i terremoti, la grotta, come i tifoni, le slavine, le onde: non sei nessuno e se soltanto s'incazza... C'è uno streppone secco appeso a un chiodo su un angolo all'ingresso. Certa erba, aromatizza l'ambiente. Puoi prenderne una foglia, volendo, metterla sotto le narici. Dice che apre il respiro, io non l'ho provato. Claudia ed io siamo entrati che lì dentro c'era uno che respirava profondamente. Si controllava in continuazione l'orologio. Poi se n'è andato e dopo poco noi pure. La trafila: la doccia fredda, quella calda, le piscine, quella calda, quella fredda, l'idromassaggio, la piscina scoperta. Ho fatto qualche vasca. Non mi ci raccapezzo a nuotare qui dentro: è acqua termale, è troppo calda e poi ho dimenticato gli occhialini. Quando usciamo c'è qualcuno che sta dormendo sulla sdraio ben rinvoltato tra i teli da bagno. Un signore con la faccia rincagnata russa profondamente...
Chiudo la porta di casa, uscendo, il pianerottolo è al buio. C'è una sagoma, davanti alla finestra per le scale, che sta guardando fuori, per la strada. La metto a fuoco: è Nelly. Mia madre mi ha raccontato di sua madre. Cosa le dico, penso, mi avrà sentito che mi tiravo la porta. Si volta, io sto scendendo il primo gradino. Ha gli occhi gonfi. Nelly. Studiava fino a tardi e io sul terrazzo fumavo. Ciao ciao dai vetri, Nelly, sempre così. Prende a parlare, la voce le trema, sta arginando il dolore. Io sorrido, non dico nulla, ascolto e basta. Penso al silenzio che è perfetto della terra.
postato da: fuoridaidenti alle ore 00:29 | link |
categorie: donde provengo, minimal stories
domenica, 08 luglio 2007

Di ritorni, ricordi, contesti

Aveva dita lunghe e curate che sembravano di cera. Gli avevano messo il doppio petto lavagna del concorso e, sotto, una camicia a righe celesti e fondo bianco con il colletto alla francese, lui le portava così. Aveva una cravatta di Marinella, non ricordo il colore; c'era del rosso, però, e piccoli disegni, un motivo floreale. Gli avevano fatto un bel nodo grosso, senza gricce.
La cattedrale ce n'era voluto per trovarla. Dall'alba che eravamo in giro. L'adriatica, da Ravenna fino a Foggia, in cinque nel 127 bianco di Alvaro. Ci fu anche il risvolto comico. Chiedo l'indicazione ad un signore. La cattedrale? Quello si gira - sgomento - non sa che dire. Vedo il bastone bianco, il cane lupo, gli occhiali scuri. Nel primo pomeriggio d'una strada qualunque dovevo imbattermi in un cieco a spasso col cane. Cazzo di posto: traffico, cartacce, palazzi fatiscenti. E dire che lui sognava di tornarci.
E' da molto che volevo raccontare questa storia. Da quando ho aperto il blog, più o meno.
Quando entrammo si spostarono per farci avvicinare. "I colleghi! I colleghi!" bisbigliarono. Addosso ci sentivamo gli occhi di tutti.
Avevano dovuto fargli l'autopsia. E' la prassi quando capita per strada. Però non c'erano tracce: cuciture, tagli, nulla. Qualcuno disse che a ben vedere tra i capelli... Ma io non m'accorsi di niente.
Sembrava sereno. Aveva quel mezzo sorriso che - da vivo - lo prendevamo in giro ché assomigliava a E.T. Le dita lunghe lunghe di cera, le scarpe lucide a punta, il doppio petto elegante, la cravatta.
Suo padre ci chiese dove eravamo alloggiati. Ripartivamo subito. Ma come? Vi fate tutt'una tirata? Nemmeno a cena? Pensai come gli viene in mente a questo di preoccuparsi per noi. Suo padre. Portava i baffi ed era grosso.
All'uscita - forse era solo una buona scusa, non saprei, in fin dei conti di quelle dita lunghe di cera ancora parlo - prendemmo un whisky doppio al primo bar. Ballantines. Il barista tirò fuori la bottiglia da una confezione ancora intonsa. La avviò. Ci versò una porzione generosa. Dovemmo ispirargli compassione. Io pensai che in quel bar non capitasse di sovente che qualcuno ordinasse del whisky, era più un bar da vino.
Al ritorno ci fermammo per cenare. Ricordo una sala gremita. Mangiammo frittura di pesce, bevemmo vino bianco. Gli dedicammo - al morto - più di un brindisi. Fuori c'erano molti camion fermi. Fu commovente.
Era voluto tornare - è il tributo che il mito poi pretese - per morire tra le braccia del padre lungo una strada. All'improvviso, papà! Afflosciandosi. Così. Da allora - è un pomeriggio, 25 anni dopo, assai tranquillo; sono seduto su un letto in penombra nella stanza che era di mia sorella da ragazza; fuori è un caldo appiccicaticcio e c'è silenzio, la città s'è riversata al mare o chissà dove - non giudico più i "ritorni" in generale e mi è chiara la futilità d'ogni contesto.
Prima di mettermi seduto a questo schermo ho sfogliato certe foto da ragazzini. Ne ho una sottomano, la descrivo. Una periferia, c'è molto sole, la prospettiva è scandita regolarmente dal susseguirsi dei pali in cemento armato della luce. Ci sono detriti sul marciapiede destro, che è ampio e occupa per un terzo almeno la carreggiata. C'è una sorta di cancellata improvvisata da due tubi innocenti messi a quadro. Prende quasi metà del marciapiede alla destra. Alle spalle di questa c'è una vettura, in primo piano un gruppo di bambini. Indossano i costumi di carnevale. Non tutti. Io sono al centro dell'ultima fila. Osservo l'obiettivo e strizzo gli occhi. Una maschera, solo quella, dice il mio carnevale. Mi penzola sul petto guardando altrove. Io sono quella maschera, ricordo, è incidentale che stia fissando l'obiettivo. In realtà scruto il cow-boy, zorro, due principesse, la fila dei palazzi di fronte...
Si può provare nostalgia per ogni luogo ed è una fitta alle volte stupirsi di stupirsi.
Lo ripeto. Non giudico più i "ritorni" in generale, e mi è chiara la futilità d'ogni contesto.
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:34 | link |
categorie: donde provengo, minimal stories