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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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sabato, 25 agosto 2007

Io sono un inguaribile ottimista

Sono colui che rasenta i muri quando cammina, lo sguardo a qualcosa sullo sfondo, oltre la gente. Preferisco strade poco frequentate, vicoli bui, traverse, come chi ha qualcosa da celare. E qualcosa ho dentro che stride, effettivamente, incompatibile con la moltitudine chiassosa. So il mio passo, di cui ho già detto, e lo sguardo che sfugge. Ancora mi commuovono i sottotetti, le grondaie, certi fregi sbiaditi dei palazzi del centro, un'edicola in un crocicchio grigio presso il teatro, sinopie intraviste nelle stanze d'un palazzo in ristrutturazione, quel che resta d'un affresco del quattrocento in una chiesa dove non c'è mai nessuno, come mai non c'è nessuno? Sono uno che sta per i fatti suoi, coltiva fantasie, legge, scrive, gli scivola via il tempo così. Lavoro in un ufficio. Alla mattina c'è gente che incontro, capita ancora, mi fanno ma come? non eri a roma? non eri in ferie? no, sono mesi oramai che sto qui e che non mi muovo. Entro presto nella mia stanza che è tutta bianca. Ho piante bellissime e curate. Un ficus che ha perlomeno vent'anni. Le foglie, lucidissime, sembrano finte. Le saluto, le piante, tasto la terra se c'è bisogno d'acqua, accendo il computer, regolo le veneziane, faccio quel che ho da fare e non metto il naso fuori. Quando ho voglia d'un caffè vado alla macchinetta in fondo al corridoio. Non ho un orario fisso, non sto lì a pensare c'è troppa gente adesso oppure non c'è nessuno. Questo, credetemi, non mi condiziona. Infilo la chiavetta elettronica, pigio il bottone finché le luci dello zucchero si sono tutte spente, compongo il numero 14, caffè macchiato, e aspetto che venga giù. Poi prendo il bicchiere, ritiro la chiavetta, torno nella mia stanza, chiudo la porta e mi sorseggio il caffè. Sullo schermo sgocciola la nostra vita, la mia e la vostra. Misuro a volte quando entrate, quanto ci state, dipende se ho da fare, se ne ho voglia, se mi diverte. Io vado a cena spesso con un po' di persone, abbiamo interessi in comune, certo, e tra loro ho qualche buon amico con cui si può bere e parlare di cose di cui parlo con me soltanto, cioè a pezzi e bocconi e quando la voglia passa le lascio appese lì e chi se ne fotte. Io conosco un mucchio di gente fatta di frasi. E' quella con cui mi trovo meglio alla fin fine. Vive dove il signor nessuno e il signor tutto valgono quel che dicono e come riescono a dirlo. Fuori dalla mia stanza vige invece la legge del prefisso, tipo sig. dott. ing. arch. E ci sono un mucchio d'altre cose che non vanno e delle quali, diciamo così, non mi importa nulla, tipo il campionato di calcio, la formula uno, il grande fratello, hai visto quella presentatrice lì dal vivo non vale niente meglio la panettiera sotto casa mia vuoi mettere? due zizze tante almeno una quarta una quinta c'è caso. La gente fatta di frasi posso sceglierla, setacciarla, filtrarla, accenderla e spegnerla. Mi dicono non è lì quella verace, non prenderla sul serio, è tutto finto, tutto virtuale. Io dico invece che mi sta bene e 'fanculo. Mi pare che dovunque mi volti sia lo stesso: si mostra e si conosce la parte che s'è deciso d'esporre. Ieri ho sentito questo scambio interessante. Se tu t'ammalassi gravemente che faresti? Spero d'avere il coraggio di farmi fuori. E non vorresti stare più a lungo, dieci anni ancora con tua moglie i tuoi figli? Dieci anni di fronte all'eternità del niente? Ovunque tutto si consuma brucia e alla fine finisce.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:35 | link |
categorie: fanculamenti, fumus et fragmenta
mercoledì, 22 agosto 2007

Contestualmente

Quando Veronica morì io non c'ero, ero a Napoli per il Capodanno. Veronica la chiamavano Vera, a me piaceva il suo nome per intero: Veronica. Non mi dilungo su come s'era ridotta. Tutti abbiamo a che fare prima o dopo con qualcuno che si consuma, o magari noi stessi. Veronica ed io non siamo stati sempre grandi amici. Colleghi, prevalentemente. Due colleghi. Posso affermare d'averla conosciuta - se mai questo è possibile dirlo di qualcuno - molto tardi, dopo che andò in pensione. C'era stato un periodo agli inizi che, sì, frequentavamo lo stesso gruppo di persone. Sembravamo tutti amici e forse lo siamo stati davvero. Il fatto è che si è portati a fare dei bilanci considerando le cose fino ad oggi e questo non sempre è giusto. Nessuno di noi era originario del posto e questo spiega in un certo qual modo quel sodalizio. La sera ci si riuniva a casa di Enrico; una casa bellissima, in collina, vicino a un cimitero di campagna. Buttavamo qualcosa sul fuoco, si beveva, fumavamo parecchio e suonavamo. E c'era stato lì in mezzo qualche risvolto sentimentale; di sguardi, per lo più, come a non voler turbare l'armonia. Quasi tutti avevamo una storia nelle città da cui provenivamo ed eravamo senz'altro un po' confusi. Veronica aveva un marito e due figli e certamente per questo la sentivamo più distante. Ecco perché dico che l'ho conosciuta tardi, ero troppo giovane allora. Fu un giorno che si parlò di divorzi. Lei mi disse certe cose ed io pensai che non eravamo affatto lontani o perlomeno non più. E' curioso che io ne stia scrivendo stamattina. In ritardo, come tutto tra noi è sempre andato. Quando seppi che Veronica era morta era già passato qualche mese. Era già primavera inoltrata. Fu un caso: ero a cena nel ristorante dove talvolta incontravo lei col marito e allora chiesi sue notizie. Ci rimasi di sasso quando mi dissero "E' morta il due gennaio". Pensai "Adesso torno in ufficio e mando un po' di gente a cagare". La figlia di Veronica ha un figlio che ha l'età della mia più piccola. Veronica l'ha potuto conoscere e viziare e raccontargli mucchi di storie. Ieri insegnavo alla mia a pattinare. Il gioco delle ginocchia, che è importante, perché è importante controllare il movimento, che sia corretto e solo allora si può lavorare sulla velocità. C'era un signore coi baffi che leggeva il giornale seduto su una panchina. Ogni tanto alzava la testa e ci guardava. Ho pensato che magari esageravo ad insistere con tutti quegli ammonimenti "Guarda me! Uunò! Duué! Molleggia! Passi lunghi! Lunghi! Più lunghi! Non devi fare tremila passettini, passi lunghi! Piega le ginocchia! Tieni il busto dritto! Un po' piegato in avanti, guarda me! Coosì! Coosì!". Il fatto è che certe cose, specie se puoi cadere e farti male, bisogna impararle bene quando è il momento.

postato da: fuoridaidenti alle ore 10:37 | link |
categorie: minimal stories
sabato, 18 agosto 2007

Il tanfo, filogenesi di una cartografia

"...il mio cuore sente nostalgie immaginarie della terra dove non è mai stato"
F.Pessoa

Dalla terrazza del palazzo consolare il giardino era un trionfo di simmetrie, ma al di là dell'effetto rassicurante che ispirava l'armoniosa disposizione delle aiuole, al di là dell'attenzione maniacale con cui erano state potate le siepi e sagomate le bordure, e della suggestione delle luci - ovunque torce, lampade ad olio, candele alla citronella - lui percepì una sorta di comunione profonda e misteriosa ed intuì nei suoi pensieri come un fine, un obiettivo, il tentativo d'infrangere una norma, d'evadere da confini angusti e sconosciuti di cui intuiva - chissà come - la costrizione.
Spazio, tempo, la città nella città nascosta lo chiamava.
Il vecchio aveva cominciato a raccontare con voce piana del mattatoio dove ora sorgeva il seminario.
Lo spiazzo - nei pomeriggi sua figlia ci pattinava - un tempo era ricoperto da liquami.
I ragazzi che marinavano la scuola a fiondate facevano stragi di pantegane.
Anche il tanfo lì con l'inverno congelava.
Lo sguardo gli restò invischiato tra le piante, l'erba rasata di fresco, la carnosità dei prati, indugiò nelle gradazioni dei cespugli, ne apprezzò l'intensità dei contrasti, bevve il bianco della breccia dei viali.
Il vecchio mostrava dei manoscritti, certi cartigli ridotti ad elitre d'insetto.
"Alle volte pare ti si sbriciolino mentre leggi come aspettando l'ultimo paio d'occhi per morire".
Nelle Chiese di campagna i contadini seppellivano i loro morti, tutti i morti, malgrado il cimitero.
Il tanfo aleggiava sulle Messe e sui Rosari e nessuno ci faceva più caso.
Terminata la conferenza lui rimase oltre il cancello, osservava il giardino.
Pensava alle città nascoste e sconosciute che albergano nelle città, gli altri noi dentro noi stessi.
Il palazzo - alle spalle delle aiuole - tremava appena alla luce delle torce.


(Curioso che a pochi mesi di distanza torni a fare i conti con il senso e la coerenza di certe apparenti antinomie. L'altra volta fu a Barcellona e ne scrissi qui.)
postato da: fuoridaidenti alle ore 18:24 | link |
categorie: minimal stories
venerdì, 10 agosto 2007

Tu ti confondi e ti spogli dentro i quadri

E' strano, alla mia età, con l'esperienza che ho addosso, ancora di dovermi controllare così, dico. Il fatto è che sento il mio desiderio moltiplicarsi e, c'è bisogno che dica? mi gonfia il cazzo ed ecco quindi con una mano me lo sistemo sulla destra, un po' di respiro, lo stringo forte, una goccia sento, è già pronto, sono pronto. Allora devo pensare ad altro, devo distrarmi, penso al mistero che divide e unisce gli uni e gli altri (divide e unisce, ma come m'è venuto?) nessuna distinzione di sesso, femmine, maschi, alludo a come godiamo, cosa proviamo, prova a spiegarlo il senso di venire, venire meno, svenire, squagliarsi, averlo duro, sborrare, sfogarsi, liberarsi. Impossibile. Un solletico e non ridi. Muori piuttosto, un solletico e muori. Già, però spiega solletico, spiega un po' cosa intendi con quel muori.
Sei lì, ti ho sorpreso nel bagno. Ti stai guardando allo specchio. E' stato un caso, amo osservarti non visto (un voyeur? può essere, perché no? un voyeur). Mi piace quando ti svesti e ti sorprendo nel riflesso di un vetro, per dire, o di uno specchio. I quadri, sai quelli che abbiamo nel disimpegno? tu magari sei in camera da letto, la porta è aperta, io sto al computer, qui sul blog, alzo lo sguardo oltre la libreria, frugo il riflesso oltre i libri, tu ti spogli nei quadri, ti confondi con il soggetto, rocce e mare, mi sposto appena e sei in un paesaggio livido, fluviale, poi in una stampa di Cascella, Champs Elysée, ti ci confondi dentro e ti spogli. Quante volte nei riflessi incrociandoti ho pensato "Continua così, piano, lentamente". Ma tu, mi senti mai che ti osservo? tu lo sai? E' il momento poi che m'alzo e vengo a letto. Un mostro, te ne accorgi a colpo d'occhio. Anche adesso, mentre ti guardi nello specchio, hai solo addosso quelle mutandine bianche. Come si chiama quel tipo di mutandine? Brasiliane? Entro e sono completamente nudo. Come dire, non ci sono spazi d'ambiguità. Ti voglio. La luce. Spegnila. Bene. Noi due annegati in una penombra morbida e retrò, quello che resta dell'abat jour che è in camera da letto. Inspiro forte il tuo odore, il collo, i capelli. Guardati, guarda adesso che ti faccio.

postato da: fuoridaidenti alle ore 17:34 | link |
categorie: fumus et fragmenta
lunedì, 06 agosto 2007

Mi basta avere un posto da qualche parte m'accontento

Ove mai tu abbia avuto sentore di me dentro, senz'altro fu per un gesto od un suo accenno.
Meglio ancora: per un ibrido di cose.
Non credo ci sia altro mezzo, francamente: tutto ciò in cui mi sono raccontato aveva sonorità di fuoco fatuo.
Ti sottopongo un elenco disordinato, c'è caso mi ci ritrovi dentro in qualche modo.
Dunque:
Mi sono soffermato sull'orizzonte, forse un po' teatralmente, lo confesso.
Lo sguardo ha indugiato sulle rugosità della scogliera e poi sull'acqua e chissà come ero più vecchio.
Ho lasciato che sfumasse nel gioco d'apertura e chiusura delle pupille, lì, un discorso (trasparenze oltre cui le parvenze si diceva, allusioni ad altrove. Insomma, se mi conosci appena un poco hai capito di cosa parlo; quello è il mio modo).
Ho approfondito una piega delle labbra, mezzo sorriso come a dire "c'è un mucchio di cose alle spalle e non riesco, credimi, non mi riesce a parole".
Con la mano - un dito, due per l'esattezza - dalla bocca ho cancellato tutto quanto.
Spiazza me stesso questo gesto e inoltre l'effetto mi sa che è buffo.
Magari confermi.
Ho proseguito lungo il margine esterno della strada, le mani in tasca, sullo sconnesso, a proteggerti da che (di questo non penso tu abbia avuto coscienza; però, credimi, io l'ho vissuta così).
Se mai ti chiedi riguardo a dove o come qualcosa, ecco, provo a spiegarmi ulteriormente.
Ho sognato un lungo treno in corsa e noi seduti l'uno di fronte all'altra in un vagone vuoto.
Ci scivolavano campi di papaveri al tramonto.
Non c'era stata un'entrata di scena e non ricordo uscite, rammento solo le ruote sui binari.
Ci guardavamo fissi senza dire.
Poi abbiamo preso a piangere.
Così, senza singhiozzi, lacrime mute ed eravamo più leggeri.
A leggerlo - mi rendo conto - sembra una storia triste senza speranza.
E invece no.
In fin dei conti chi o cosa o dove vuoi che siamo.

"Fellini" P. Fresu
postato da: fuoridaidenti alle ore 14:14 | link |
categorie: versi diversi, fumus et fragmenta, minimal stories
giovedì, 02 agosto 2007

Per una teologia del gesto atletico in generale

Si vede subito, non occorre essere campioni per saperlo. Anzi, c'è caso che proprio in virtù di circostanze per cui non si è mai emersi oltre un certo livello, che s'abbia dovuto cioè metabolizzare più e più volte la dinamica di quel complesso di cose, di componenti, come debbano calibrarsi, armonizzarsi, agire in sinergia l'uno con l'altro, equilibrarsi, coordinarsi, infinità di volte meditare sulle ragioni, quelle all'origine d'un certo errore o d'altro canto d'un colpo ben riuscito, l'angolazione della palla, la racchetta, la presa, quando salda, quando molle, l'equilibrio e il carico delle forze, la rotazione, la postura del piede d'appoggio, il braccio opposto, la sospensione del respiro col diaframma nell'impatto, quel senso di sicurezza senza scopo, fine a sé stesso, come l'incanalarsi in un destino, l'accettazione dunque d'essere segno d'un disegno, ciò che s'intende per "sentimento creaturale", essere fibra cioè della trama d'un momento, divina proporzione d'un incontro, violentissimo, come tra palla e racchetta, o nebuloso, lo stemperarsi della presa nell'acqua e tutto il corpo scivola che sei pinna di pesce o fucilata, rovescio che s'incrocia a tutto braccio, rabbioso, frùuu! accarezzi la rete e non c'è storia, non importa più il punto, la partita, il tempo da superare, piega il mento, spingiti avanti, scalcia a forbice l'acqua a propulsione e vai, non finisce mai, mai finisce, mai.
La ragazza si è tuffata senza uno schizzo e all'orizzonte era un'alba di luna che inquietava.
A bordo vasca i bicchieri e, nel silenzio, padroneggiavo perfettamente a sorsi ogni suo gesto.
postato da: fuoridaidenti alle ore 22:53 | link |
categorie: fumus et fragmenta