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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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mercoledì, 31 ottobre 2007

Peppe e il disegno



(La foto ce la metto appena posso, ché 'sto piccì non ci ha il blutùt né gl'infrarossi sicché...)

Peppe e il disegno

Peppe un giorno andò a scuola e la maestra i disse a Peppe di fare un disegno suo ma Peppe scarabocchiava tutti i fogli e la maestra lo bocciò e lui andò a casa a capo chino in prima la seconda volta andò un po' bene ma non tanto e quindi quando gli altri erano in quinta lui ancora in prima.



(come si può ben vedere, stavolta trattasi di stream of consciousness)
postato da: fuoridaidenti alle ore 19:43 | link |
categorie: filialia
martedì, 30 ottobre 2007

Peppe e il topo



Peppe e il topo

Una volta Peppe si stava facendo un panino col formaggio quando sentì un rumore sotto il tavolo.
Posò il formaggio sul tavolo e si chinò a vedere.
Mentre scrutava per capire che aveva provocato quel rumore, sentì come delle zampette sul tavolo.
Allora Peppe si alzò di scatto temendo già per il suo panino.
Il formaggio non c'era più.
Vide solo una codina pelosa di topo scomparire in fondo al corridoio
postato da: fuoridaidenti alle ore 21:11 | link |
categorie: filialia
domenica, 28 ottobre 2007

Una signora alla COOP



Dettato: Una signora alla COOP.

Una signora stava facendo il conto alla cassa della mamma.
Ad un certo punto si è sentita una forte puzza di cacca.
E' arrivata un'altra signora ed ha detto alla mamma: "Che PUZZA! Ma ha visto cosa c'è in terra?".
La mamma si è alzata per vedere ed ha visto in terra una grande cacca nera mezza sciolta.
postato da: fuoridaidenti alle ore 13:46 | link |
categorie: filialia

Sconsigliabile il consumo di trifola serale

Siamo su un cavalcavia. Andiamo a piedi, percorrendolo in discesa. La strada, sotto, appare piccola, una striscia nera e sottile. Tutt'intorno colline e campi lavorati. Forse è un'autostrada quella su cui ci troviamo, non ci sono vetture però. Mio padre ha un abito chiaro e leggero di cotone o di lino e una camicia bianca. Credo si tratti d'un abito mio, ma non ne sono sicuro. Cammina incerto, mio padre, ma cammina. Lo aiuto, tenendolo per una mano. E' alla mia destra e mi sembra che sorrida. Alla nostra sinistra, un po' più indietro, un passo o due, non più, c'è un'amica di mia madre. Mi dice cose che ho dimenticato adesso, ma hanno senz'altro a che vedere con l'apparente pulizia dei pavimenti; che non è quel che sembra a prima vista; che bisognerebbe odorare lo straccio che s'è dato e allora sì che si scoprirebbero tracce d'urina e chissà quante altre cose; che è meglio sorvolare. Dalla bocca le esce come una spuma marroncina. Io faccio finta di non vedere. Lo faccio per lei: perché è una donna, chiunque sia, molto curata. E' una bellissima giornata. Ora, scrivendone, penso alla ninfa Cloris nella Primavera del Botticelli. Tira una brezza leggera e c'è il sole. Mi accorgo che il cavalcavia, più avanti, si interrompe. C'è un mucchio di gente e non so che stanno facendo. Percepisco del movimento: lavorano, un brulichìo. Ci sono gru, e gru anche sulla strada di sotto; piccole e luccicanti queste ultime, sbuffano un fumo grasso e marroncino. Intanto che noi scendiamo questa gente viene in su. In altri termini tra un po' ci incontreremo. Li guida un tizio con i capelli lunghi, grasso, raccolti in una coda, con la barba e gli occhiali. Allen Ginsberg? Julian Schnabel? Sergio Leone? Ha un megafono e dà ordini. A noi, qui, giungono come latrati incomprensibili. Le gru smuovono bitume caldo che fuma, lo accumulano al centro, lo lavorano. Poi ci sono un paio di trivelle tipo quelle che si usano per i carotaggi geologici. Penetrano nel bitume, fanno dei buchi profondi un paio di metri. La strada sembra un enorme alveare nero di bitume. Da quei buchi, una volta realizzati, entrano ed escono ragazzi sbucati da chissà dove. Buco per buco procedono a fatica verso la fine del cavalcavia. Il regista abbaia alle telecamere qualcosa. C'è un bel fermento di tecnici, di cavi, di luci e di assistenti; chi gli terge la fronte, chi gli porta da bere. Al termine di questo percorso faticoso i ragazzi si buttano di sotto. Cadono sul bitume della strada sottostante che è lavorato come a formare un enorme materasso. C'è allegria, tensione, fatica, sudore. Ma allegria. Io penso che non posso evitare a me e a mio padre di fare lo stesso percorso, ma lui, come farà? non ha più l'elasticità di una volta; e quando cade? Un'ombra gli offusca il sorriso. Ci sono due tubi esattamente al centro dove sembra che sia più facile entrare. Oltre c'è solo il salto. Obbligatorio. Gli tengo sempre la mano a mio padre. Non so come.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:35 | link |
categorie: fumus et fragmenta
sabato, 27 ottobre 2007

L'ala del turbine intelligente

Hanno lo stesso sguardo il ragazzo e il suo cane. Entrambi con le mani sulla tastiera d'un pianoforte (sarebbe ingiusto riguardo al cane usare il termine zampe) guardano avanti con l'accenno d'un sorriso. Il cane è di tre quarti, il ragazzo di profilo. Il ragazzo è agli inizi della carriera, eppure è già famoso, se lo contendono ovunque. Ancora non ha assunto la postura che lo caratterizzerà: ingobbito, dominato dal metafisico peso della musica. Siederà notevolmente più in basso di quanto appaia ragionevole a chiunque lo guardi e a tal fine pretenderà di portarsi la sua sedia. Prenderà a farfugliare, a canticchiare, incurante che la voce inquini quella del piano. Terrà col mondo contatti telefonici. Notturni, in prevalenza. Dirà di sé "I live by long distance", nel senso di "vivo per teleselezione". Del cane non si sa nulla eccetto il nome, Nicky. La foto è del 1949.

"Certe sere in cui la mia emotività è particolarmente viva, ho il sentimento di poter suonare come un dio, ed è quello che effettivamente sta avvenendo. E' molto difficile da spiegare... Non voglio pensarci troppo, per paura di diventare come il millepiedi cui si chiese in qual ordine muovesse le zampine, e che restò paralizzato per il solo fatto di quel pensiero".

(Rilettura, ascolti bachiani e un Dexter Gordon rispolverato).
postato da: fuoridaidenti alle ore 18:33 | link |
categorie: mi pregio daver letto

Peppe e i conigli



Peppe e i conigli

Di mattina Peppe giocava con i suoi coniglietti.
Un coniglietto molto molto piccolo di 0 anni gli dette morso.
"Ah! Che male!" disse lui.
Andò in ospedale e lo ricoverarono.
Ci aveva tanti vermi.
Riandò a casa, svenì poi quando erano morti tutti resuscitò.

postato da: fuoridaidenti alle ore 14:39 | link |
categorie: filialia
venerdì, 26 ottobre 2007

Ti dico come sciogliere quel nodo alle budella

Non c'è nulla più che sia mio qui, totalmente. Custodisco questo sparigliare nudo di parole. I sentimenti e quant'altro sono nell'ombra. L'intento è quello d'archiviare, di conservare. C'è una componente onanistica, volendo, in qualsiasi attività solitaria. Penso al nuoto e al footing che adoro; ma anche all'ascolto della musica, alla lettura, quando si scrive, ci si rilegge, ci si corregge, quando si va per funghi nei boschi, nell'osservare la nebbia addensarsi a fondovalle. Il piacere è piacere fisico, endorfinico. Dice il mio dizionario "endo" e "morfina". Dunque un piacere intriso dentro il sogno. Inconcepibile dal suo se stesso obliarsi.
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:13 | link |
categorie: fumus et fragmenta
giovedì, 25 ottobre 2007

Se non mi sbaglio dovremmo esserci (era di questi tempi)

Era gelida e male illuminata la cattedrale. Fu un pomeriggio: nel corteo di persone, dopo la messa, uno dei tanti, verso la fine, ti frugai negli occhi. Lucidi, facesti appena un cenno, come a dire t'ho visto, forse, o altro che non so. Poi le cose girarono e da allora a distanza di quanto nuovamente c'inciampo e mi scompiglio quei giorni di quand'eri tutt'ossa che tua madre controllava il confine illibato dei nostri giochi. Se hai la gonna non allargare mai le gambe, ti diceva. Aveva una risata contagiosa, tua madre, e sapeva cucinare. Tutto è parola e adesso mi riaffiora per via di coincidenze che provo ad enumerare. Vale a dire un nome, l'accento d'una voce tra mille, fibre di legno, un ingresso, certi tagli di luce, l'odore di bucato, le tue calze lavorate ed io guidavo la strada serpeggiante per Urbino, sottilissime caviglie, garretti di puledro.
Luccica sulla punta del glande una goccia, sembra cristallo. Leccala.

sulle labbra

sulla bocca

in gola

dolce

nel cuore
postato da: fuoridaidenti alle ore 22:59 | link |
categorie: fumus et fragmenta
lunedì, 22 ottobre 2007

Il crocevia delle malinconie scambiate

Sono il guardiano d'uno spazio che non produce: il crocevia delle malinconie scambiate.
Là dove sguardi non s'incroceranno mai cigolano le altalene dei miei figli mai nati, hanno prospettive di vetro i ricordi e le parole superficie cava del già trito ancora in bocca.
Donne anziane intabarrate che è freddo giaculando presso i portoni delle chiese hanno riparo e, percepite? questo è il fiato dell'inverno quando morde le pietre a un angolo del cuore.
Custodisco lacrime d'incontri mai avvenuti, di sarebbero state così le cose quando è l'alba, ansiti tumultuosi di notti crocifisse a dolori che adesso è troppo tardi.
Tutto è andato, mai stato, mai bruciato, come appartiene agli spazi improduttivi.
Vigilo che moduli musica il mio dire, vuoto involucro, mi lenisce non so cicatriziali.
postato da: fuoridaidenti alle ore 08:01 | link |
categorie: versi diversi, fumus et fragmenta
domenica, 21 ottobre 2007

E' giornata di grazia (sarà mica il freddo!)



Dettato: Peppe e i topi

Peppe aveva fame, voleva il panino col formaggio.
Non lo trovò ma vide solo un piccolo topo con la barba, il bastone, il pancione.
Si spaventò.
Urlò come un matto, così "Aaaaaahhhhhh!".
Corse via e il topo non era altro che un piccolo mostro con un occhio dentro la testa e gli altri sei fuori.
postato da: fuoridaidenti alle ore 14:36 | link |
categorie: filialia

Benvenuto Santità anche se non sto a casa mia è uguale



Dettato: Peppe e le tigri e i leoni

C'era una volta un coglione di nome Peppe.
Peppe andò allo zoo.
Vide un leone e una tigre.
La tigre gli dette anche i leoni i dettero morso.
Lui morì andò in cielo e resuscitò a Pasqua con Gesù Cristo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 14:20 | link |
categorie: filialia
sabato, 20 ottobre 2007

Altro che le mie parole, vuoi mettere?

Peppe e i Cani

Peppe e i cani.

Peppe era un signore.
Dormiva fino alle otto.
Alle otto e mezza sentiva i cani che facevano "bau! bau!".
"Madonna Vergine!" - diceva - "sarà meglio che torni a letto".


Beatrice, 7 anni tra un paio di settimane, primo post, io intanto mi lavo i denti e ascolto Bach.
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:29 | link |
categorie: filialia

Amore, nostalgia e bistecche al sangue

L'ha detto (e l'ho già detto qui)  P.I.Taibo II nel romanzo "Ombre nell'ombra". Ma comunque...

Ti metto il soprabito sulla gruccia. Anche a te, certo. E, non ti preoccupare, pure a te. Sono qui, ho una bistecca alta quattro dita e un piatto di spinaci saltati in padella (olio, peperoncino, aglio, sale). Annaffio il tutto a Nobile di Montepulciano  La sala è la stessa di quando eravamo tutti, ma proprio tutti, ed io m'ero messo ad un capo del tavolo all'opposto di dov'eravate voialtri sicché tutta la cena l'ho passata con le orecchie come antenne a sentire che dicevate finché alla fine non me n'è importato più nulla e vaffanculo. Io non lo so cos'è l'amore, la passione, l'innamoramento. Quando è verace, quando è subdolo. Per me è un flusso di sangue più colorato, finché dura. Non è senz'altro un corrispondersi di cose. Nel senso di capitali condivisi, guarda un po', anche questo s'è sostenuto. Sospetto che si tratti piuttosto di un corrispondersi di mancanze. Tutto è come diceva il buon Giovanbattista, ovverosia corsi e ricorsi. A dire il vero, nella fattispecie, mini corsi. O micro. Microcorsi. L'amore è un microcorso per cui si prova nostalgia. Nostalgia: dolore per una lontananza, un ritorno. Dunque qualcosa si è perso. Può darsi. Che ne so. Si cerca dell'altro, come se Platone non dovesse più bastare. Boh! Alla base c'è la solitudine. Una profonda solitudine. E senz'altro la prospettiva e la certezza della fine. Stop. Colora il flusso. Finché dura. Tutto qui. Sono tornato a casa e mi sorprende sempre quanto mi piaccia e non mi stanchi la mia casa. Ho dato un bacio sulla fronte di F. che dormiva (ha bofonchiato qualcosa: è mezzanotte nemmeno) ho accostato le porte delle camere da letto (quella di F, quella di B), ho messo un ciocco di legna nella stufa e ho regolato il tiraggio per dare una vrenzola di vigore alle braci inzallanute. Ho accostato uno di questi aggeggi della Kartell che fanno un po' da tutto, in plastica colorata, hanno la forma di un vaso, fanno da comodino, poggiapiedi, portariviste, tavolino. Questo è giallo, un bel giallo limone, s'intona bene al mio mood postprandiale (ne ho uno verde bottiglia, uno rosso, uno che è trasparente, un altro viola). Ci ho poggiato sopra una bottiglia di grappa (Prime Uve, cantina illeggibile) e un bicchierino color petrolio di vetro spesso, Kosta Boda. La griffe, madonna, ma che superficiale. Piglia questa sciarpa di seta. Kean Etro. Vuoi mettere? Finché dura. Buonanotte.

(per inciso, l'unico a dare una cazzo di mancia al cameriere)
postato da: fuoridaidenti alle ore 07:41 | link |
categorie: fumus et fragmenta
venerdì, 12 ottobre 2007

A te che mesci il vino nella notte


Prima che qui cominci la baraonda volevo mandarti un saluto così, semplicemente  Ieri sera sono stato a cena a casa di amici. Lei viene dalla Colombia, è una ragazza dolce, di una dolcezza torpida e tranquilla, parla lenta e usa un vocabolario ricercato. Anita. Le ho chiesto se è proprio Anita il suo vero nome. No, quello è un diminutivo. Allora l'ho chiamata Anna. Trovo che sia molto più bello come nome. Anna aveva preparato, tra le altre cose, un'ottima salsa all'avocado. A crudo: avocado, pinoli, prezzemolo, olio, sale, pepe, aceto, limone. Tutto frullato, sarebbe meglio pestato, come il pesto genovese, e ci avrei aggiunto il basilico, o forse l'avrei sostituito al prezzemolo del tutto, non so, devo provare. In ogni caso era una salsa buonissima, da spalmare sul pane tostato ancora caldo (ma ho il sospetto che sia buona anche per condire la pasta, chi lo sa). L'avocado è un frutto molto grasso, ha detto Anna, però è ricco di quei grassi che fanno bene. Andrebbe consumato quando è maturo, mentre quello che lei aveva usato era un po' verde. Quando siamo tornati a casa non c'era possibilità di parcheggiare, sicché ho fatto scendere F. e B. e poi me ne sono andato a caccia di un posto. Il primo che ho trovato è stato dopo la piazza, dopo la scuola elementare, nei pressi del teatro. E allora stamattina, per venire al lavoro, ho rifatto tutta la strada fino alla macchina. E' stata una bella passeggiata. Il cielo era tutto azzurro e non c'era nessuno, la temperatura era perfetta, non troppo freddo non troppo caldo. C'erano in terra le tracce di bagnato, due strisce lunghe, della spazzatrice del comune. Giunto sulla piazza ho ammirato la torre civica e il palazzo del vescovado. E' sopraggiunto ansimando un camioncino e i piccioni si sono levati in volo. Ho chiuso molti contatti in questi ultimi giorni. Qualcuno anche in malo modo, senza alcun garbo, non rispondendo più: basta, morto, fine. Non so perché te lo racconto, e d'altronde non so perché l'ho fatto. Arriva un punto che non c'è più niente da dirsi. Come la torre, il palazzo del vescovado, cielo azzurro e silenzio vorrei restare.

(la composizione in alto è opera di Par3rg0n)
postato da: fuoridaidenti alle ore 08:40 | link |
categorie: minimal stories
giovedì, 04 ottobre 2007

Un mucchio di nomi ignoti che mi invecchia

La prima inquadratura è su un bambino. E' ripreso di spalle. Si vede solo la testa, il tronco dopo un poco. Si tratta di un bambino molto magro. La testa sembra sproporzionata rispetto al collo che invece appare sottile, femminile. Indossa una maglietta bianca con i bordi blu navy che gli sta grande, due misure di troppo perlomeno. Viene sorpreso col braccio destro alzato. La mano - molle - è aperta. Sembra quasi che stia reggendo un vassoio. Si struscia la guancia sul braccio (forse quell'altro è impegnato, oppure ha le mani sudate, o sono sporche e non sa come stropicciarsi gli occhi, la bocca, non lo so). Completa il gesto e l'inquadratura gli è addosso, poi di sopra. Poi lo supera, relegandolo a un ricordo. Mi sembra - inconsapevolmente a rivederlo - la raffigurazione di un viatico, un commiato. E' come se l'innocenza cedesse il passo, restasse presso i confini d'una soglia trasparente che non le è consentito attraversare.

La parete è suddivisa in tanti riquadri. E' una scacchiera di caselle bianche di marmo; quel bianco che vira sui toni spenti del grigio. Ogni riquadro ha come delle teste arrotondate: chiodi o viti brunite agli angoli, sporgenti. Ci sono, inoltre, delle scritte. Da qui sono illeggibili però. In mezzo alla parete si apre un passaggio: una soglia, di marmo pure questa, tuttavia di un colore giallo-rosato. Riscalda - il contrasto cromatico è voluto - un soliloquio altrimenti di pietra monotonale. La sovrasta, in lettere di bronzo, una scritta: "Padiglione est". Oltre la soglia s'intravede, sulla parete a sinistra, un lungo corridoio quadrettato, e quadrettata è la parete sul fondo. Viene in mente la reiteratività dei labirinti. La parete di destra invece è inondata dalla luce. Due stanze vedo, forse due corridoi. Certamente s'affacciano all'esterno.

"Quando ci vai, tu, ricordati", mi ha detto. E' sorprendente come il tempo azzurri ancora il suo sguardo. Il resto ho l'impressione che s'accartocci. Invecchiare alla fin fine è proprio questo: un lento rannicchiarsi, come per trattenere qualcosa dentro più che si può. Le ho promesso che mi sarei ricordato. Eravamo presso il cancello verde di casa, il motore a scaldare, il condizionatore ronzava, i bagagli sistemati. Il saluto "Dove?", mi ha chiesto. Quando le ho detto "El Alamein" un "Ah!", come una fitta antica, le è sfuggito. Sicché mi racconta di un tavolo molto lungo, di una stanza fumosa, di un colonnello inglese, altri ufficiali e lei, vent'anni, lì fa l'interprete. Portano un soldato, non si sa da dove provenga, l'hanno trovato, uno sbandato insomma, probabilmente un disertore. Non spiccica una parola d'italiano, parla in dialetto, dice che è stato al paese, il padre è morto e lui è andato a seppellirlo. Sarebbe ritornato, tre giorni, non aveva intenzione di scappare. "Gli chieda dov'era prima", le fa il colonnello. "El Alamein", senza interpretazioni. D'altronde non c'è bisogno: è un nome secco e basta El Alamein. S'alza immediatamente ("mai visto un ufficiale inglese fare nulla del genere") e attraversa la stanza impettito il colonnello. Fa cenno d'avvicinarsi. Il soldato è lì tutto impolverato, manda un cattivo odore, lo sguardo al pavimento. Gli stringe la mano il colonnello, vuole nient'altro, sapere dove andava, i documenti. Andasse. Gli traducesse "Vi siete battuti con onore".

Fluttuando, la telecamera s'avvicina alla soglia, l'ingigantisce. Leggo Anastasio, Andolina, Andreatta. Poi m'inghiotte il corridoio, cambia il taglio di luce per un tempo che è quanto occorre all'obiettivo per adeguarsi. Rota Alessandro, Capitano Rugiadi Fabio. Sono passi, il corridoio sono sedici passi lenti di morti e tutto intorno è brusìo. Si sa, non c'è molto da fare in questi luoghi. Non puoi contare su un'organizzazione come è invece il mar Rosso a Sharm a Hurgada. Offrono poco d'altronde queste zone. La gente deve pur farle le escursioni. Parte, come s'addice ad una gita d'estate: allegra, colorata. Poi lo sente, ha modo di percepirlo che non c'è nulla che vada per quel verso, che ha sbagliato i colori, la leggerezza, la lunghezza dei vestiti e tutto quanto. Non è il mausoleo, né il vialone d'accesso a suggerirlo. E' il contrasto con questo mare blu da cartolina, c'è vento e la sabbia è bianchissima, è farina, è zucchero, il sole è quello che s'è sognato tutto l'anno.

Galletti è l'ultimo che leggo a sinistra. Poi c'è Zacchini, Caporale Zanardo, Zanato, Zanfini, Zingarelli, Zanni, Zinto, IGNOTO, IGNOTO, una parete intera di IGNOTO.

La sera F. profuma d'olio di cocco. Siamo appoggiati ad un muretto, due qualunque innamorati. I bambini giocano a rincorrersi sul prato. Le altalene, la casetta di legno, lo scivolo. Su un terrazzo, al secondo piano, c'è una donna. Sta fumando e intanto guarda chissà dove. Sembra alta e magra, avrà mani affusolate. Alle sue spalle il vetro della finestra spalancata ne duplica l'immagine. La specchia. Io, che in queste cose si sa che mi soffermo, non so cosa mi corrisponde in qualche modo. F. sussurra parole che sparpaglia la brezza dolce al tramonto alle voci dei bambini. Io penso a coordinate inesistenti. Lo sguardo della donna verso il futuro che, riflesso, non può ambire all'assenza di limiti del vuoto. E certi luoghi, che sono propri solo all'orizzonte.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:48 | link |
categorie: minimal stories