Siamo su un cavalcavia. Andiamo a piedi, percorrendolo in discesa. La strada, sotto, appare piccola, una striscia nera e sottile. Tutt'intorno colline e campi lavorati. Forse è un'autostrada quella su cui ci troviamo, non ci sono vetture però. Mio padre ha un abito chiaro e leggero di cotone o di lino e una camicia bianca. Credo si tratti d'un abito mio, ma non ne sono sicuro. Cammina incerto, mio padre, ma cammina. Lo aiuto, tenendolo per una mano. E' alla mia destra e mi sembra che sorrida. Alla nostra sinistra, un po' più indietro, un passo o due, non più, c'è un'amica di mia madre. Mi dice cose che ho dimenticato adesso, ma hanno senz'altro a che vedere con l'apparente pulizia dei pavimenti; che non è quel che sembra a prima vista; che bisognerebbe odorare lo straccio che s'è dato e allora sì che si scoprirebbero tracce d'urina e chissà quante altre cose; che è meglio sorvolare. Dalla bocca le esce come una spuma marroncina. Io faccio finta di non vedere. Lo faccio per lei: perché è una donna, chiunque sia, molto curata. E' una bellissima giornata. Ora, scrivendone, penso alla ninfa Cloris nella Primavera del Botticelli. Tira una brezza leggera e c'è il sole. Mi accorgo che il cavalcavia, più avanti, si interrompe. C'è un mucchio di gente e non so che stanno facendo. Percepisco del movimento: lavorano, un brulichìo. Ci sono gru, e gru anche sulla strada di sotto; piccole e luccicanti queste ultime, sbuffano un fumo grasso e marroncino. Intanto che noi scendiamo questa gente viene in su. In altri termini tra un po' ci incontreremo. Li guida un tizio con i capelli lunghi, grasso, raccolti in una coda, con la barba e gli occhiali. Allen Ginsberg? Julian Schnabel? Sergio Leone? Ha un megafono e dà ordini. A noi, qui, giungono come latrati incomprensibili. Le gru smuovono bitume caldo che fuma, lo accumulano al centro, lo lavorano. Poi ci sono un paio di trivelle tipo quelle che si usano per i carotaggi geologici. Penetrano nel bitume, fanno dei buchi profondi un paio di metri. La strada sembra un enorme alveare nero di bitume. Da quei buchi, una volta realizzati, entrano ed escono ragazzi sbucati da chissà dove. Buco per buco procedono a fatica verso la fine del cavalcavia. Il regista abbaia alle telecamere qualcosa. C'è un bel fermento di tecnici, di cavi, di luci e di assistenti; chi gli terge la fronte, chi gli porta da bere. Al termine di questo percorso faticoso i ragazzi si buttano di sotto. Cadono sul bitume della strada sottostante che è lavorato come a formare un enorme materasso. C'è allegria, tensione, fatica, sudore. Ma allegria. Io penso che non posso evitare a me e a mio padre di fare lo stesso percorso, ma lui, come farà? non ha più l'elasticità di una volta; e quando cade? Un'ombra gli offusca il sorriso. Ci sono due tubi esattamente al centro dove sembra che sia più facile entrare. Oltre c'è solo il salto. Obbligatorio. Gli tengo sempre la mano a mio padre. Non so come.