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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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venerdì, 28 dicembre 2007

Il calco dove

Nodo masticato_inespresso
morso triste
cavo_legnoso
calco di parole.
Ci glissiamo quanto è lungo il corridoio
poi la porta
castagne d'occhi, labbra d'archi.
Ti guardo uscire consapevole d'un ruolo non replicabile (m'hai detto vulnerabile).
Come nessun altro lo sguardo mio saprà cogliere cose che forse non avevi
pronunce blese
difetti di postura
profondità di mare o terra o d'acqua appiccicate addosso.
Scampoli ancora nella notte a precipizio.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:36 | link |
categorie: versi diversi
martedì, 25 dicembre 2007

Natale è una questione di prammatica

25 12 2007
Sono riuscita ad acquistare il nintendo DS e la bicicletta ma Babbo Natale mi ha portato più robe.
Però Babbo Natale è venuto a mezza notte ed parlava italiano.
Aveva la barba finta e non credo che era il Babbo Natale vero perche poi parlava italiano ma la roba me la portata e questo è quello che conta.
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:48 | link |
categorie: filialia
martedì, 18 dicembre 2007

Know how e gli occhi del pollame

La busta poggia sullo scolatoio d'acciaio che è di fianco al lavello. E' una comune busta della spesa chiusa da un doppio nodo molto stretto. Se c'è qualcosa per cui l'ombra di mio padre indugerà un po' più sulla terra è nei miei gesti. In quello che ho imparato guardandolo, nel tempo. Mio padre era un idròlogo. Non che sia morto, non esercita più. Misurava flussi, portate, livelli dei corsi d'acqua, controllava dighe, ponti e stramazzi, registrava i diagrammi delle stazioni meteorologiche. Stava via giorni interi, specie col tempo brutto. Quando tornava, portava cose da mangiare: formaggi, verdure, uova, per lo più carne. Roba genuina e ruspante. Portava polli, anatre, conigli, capretti smezzati a Pasqua e per Natale, galline, quarti d'agnello, pezzi a culata, lacerti e colarde di vitello, salsicce, àriste, coste di maiale. Buste e buste di cartocci sanguinolenti. Lui e mia madre sistemavano tutto nel frigo. Io osservavo, mi piaceva quel viavai rosso. Mio padre, lui da solo, si occupava del pollame. Affilava i coltelli - quello da scalco, l'altro per rifinire - prendeva il tagliere, ci adagiava la carcassa, troncava testa e zampe, intaccava il collo, giusto un taglio all'attaccatura del petto, sbuzzava il ventre, affusolava la mano e poi ce l'affondava dentro, con sapienza; una sapienza tattile, esplorativa. Il pacco dei visceri veniva giù tutto intero. Talvolta c'erano uova, una spuma giallastra, mi ricordavano la polpa dei ricci di mare. Devi fare attenzione alla bile, diceva mio padre. Il sacchetto della bile, che non si rompa. Le interiora. Mi piaceva quando tagliava i ventricchi. Dentro c'erano semi, sassolini, qualche filo di paglia, tutto un tritaticcio.
Il nodo decido di tranciarlo di netto col coltello. Il set che ho sottomano è una sciccherìa. Sei coltelli, ognuno un pezzo unico d'acciaio, manico e lama, affilatissimi, c'è bisogno di dirlo? Sono convinto che se chiamassi mia figlia le piacerebbe assistere, come a me con mio padre. Mi frena il fatto che questi due piccioni hanno le piume fino a metà collo. Insomma, sono troppo vivi per esser morti. E poi c'è la questione degli occhi. Non so come cavarli. Non ricordo come faceva mio padre. E non ricordo nemmeno come facesse coi budelli. I budelli. Ci fanno il sugo, coi budelli. La mia ex-suocera ci sapeva fare il sugo. Buoni. Perché, la testa dei piccioni, a succhiarsela, dico, è poco buona? Come faccio però a cavargli gli occhi? Alla fine decido: tronco di netto. E' così che si perdono le tradizioni, i sapori, alla fin fine la cultura. Finché qualcuno ti scodella le cose bell'e fatte che ci vuole? La trippa, per dire, ripulita, sbiancata, quel bollire ore ed ore, schiumosi afrori ùrici per casa. Magari ti nascondi dietro al fatto che tanto, a te, la trippa non piace, che ti fa schifo, come i rampi del pollo, il tenerume del grifo, i nervetti, il midollo dell'osso buco, la cartilagine del ginocchio, le ossa spugnose, qualcuno ancora le succhia le ossa del brodo? Il collo d'oca ripieno, i fegatini, la testina d'agnello, il cervello dei piccioni. Se solo sapessi come cavargli gli occhi.
postato da: fuoridaidenti alle ore 16:57 | link |
categorie: truculenze
venerdì, 14 dicembre 2007

Cimiteriale

Si sa che in tempi di magra basta dare un'occhiata al proprio counter statistico e qualche chiave bislacca la si trova.
Ho avuto una mattinata non proprio allegra. Ho accompagnato mia madre al cimitero. Ieri sera, tra una chiacchiera e l'altra mi ha chiesto "Tu lo sai dov'è che sono i nonni?" No, le ho risposto. Allora domani ci andiamo. Il cimitero. Non me lo ricordavo proprio. Stamattina c'era quella luce metallica e lucente di ogni volta che il freddo è secco, c'è vento e a sprazzi appare il sole. Ho preso nota dov'è che sono i nonni. E' una città, ovviamente, questo cimitero, come lo sono tutti i cimiteri d'ogni città. I morti hanno indirizzi, numeri civici e piazze. E' da venticinque anni che io vivo in provincia, dove i cimiteri sono luoghi che ci vai a passeggiare, la ghiaia che scrocchia, confronti la tua solitudine con quella degli altri e tutto pare senza tempo. Non hai bisogno di particolari accorgimenti, di mappature codificate per orientarti. Non so se il cimitero e il luogo in cui vivo potranno un giorno mai diventare città.
Qualcuno qui ci è finito andando in cerca di una chiave: "testicoli calanti".
Mi sa che è giunto il tempo di fare un respiro profondo, di occuparsi d'altro
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:37 | link |
categorie:
lunedì, 10 dicembre 2007

Ma per chi cazzo suona 'sta campana?

Nessun uomo è un'isola, dice. Che stronzata. Avesse premesso quasi e si salvava in corner. Con quel tono apodittico cosa può mai meritarsi eh? Nessun uomo è un'isola. Forse una volta. Io più invecchio più m'accorgo d'esserlo stato da sempre, e peggiorare. Spiaggio, wegenerianamente, nel mio piccolo, è inteso, sono un intrico fitto di suppurazioni e faglie, pure in faccia, ve', 'sta bolla, 'sta sfebbriciata d'herpes, l'isola, seh seh, tritumi di brecce, conglomerati incoerenti, emersi immersi a seconda dei gonfiori del mantello (sub-litosfera tutt'attuorn'a nuje), brode in subbuglio, scogli ferdinandei, lo scorreggiante itinerare degli eventi. Ade' paio (sembro) piccato e invece niente affatto. Sto solamente appennicato tra le coltri, al mezzo buio, ancora miez' e miez' e tra un po' m'alzo, sì, e mi preparo una tazzulella di cafè. Nessun uomo è un'isola. Autorevole stronzata. Bisognerebbe limitarsi all'apparente oggettività delle cose. Per dire, costui/costei puzza, decisamente, sento il tipico afrore che risulta da quel bel ribollire iperattivo di ghiandole sudorifere (fero fers tuli latum ferre) o sudorpipare (pare, o è). Afrore ascellare (non so i piedi, per dire, c'è caso pure quelli). Bisognerebbe limitarsi a questo. Nemmeno. Bisognerebbe non dirlo nemmeno.
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:03 | link |
categorie: fumus et fragmenta
sabato, 08 dicembre 2007

Il fatto è che m'ha sgamato

L'ultima volta fu a causa di un sasso. E' che in queste case antiche i muri riservano sempre qualche sorpresa. Scegliemmo d'intonacarli grezzi apposta. Una sorta di frattazzo e poi la velatura paglierina data a spugna. Nasconde le irregolarità. I muri. Questi non sono muri tirati su a foratini, quelle tamponature lisce, tutte uguali e precise, no. Qui in mezzo c'è di tutto: cemento grasso e renoso, sassi, arenarie, gesso, mattoni pieni, ricicli di pianelle. L'ultima volta fu a causa di un sasso. Si trattava di montare una libreria. Una fottuta, stranissima libreria. In pratica era una lamina plastica flessibile, robusta, e con un tot di divisori ogni trenta centimetri. Bookworm, che sarebbe "verme di libri". Ero felice di montarla 'sta libreria. M'armo di trapano, martello, avvitatore, dima in cartone ed ovviamente scalandrino. Fu sull'ultimo di quei setti di separazione, l'ultimo buco e la punta mi si spezza. C'era un bel sasso nel muro. Calcare tosto, presumo. Non vi dico come la presi, la voragine che venne fuori, il danno, chiama il muratore, l'imbianchino. Capirete tra un po'. Insomma ho questo televisore lcd da 15 pollici in camera da letto. Io non la vedo mai la tele, mai. Però ce l'ho, fu un regalo e non mi serve, mi dà noia finanche la lucetta di standby (peraltro mi spiegassero perché non c'è altro modo di spengerla, 'sta tele, se non staccando la presa di corrente. Non c'è). E allora faccio alla bimba - che intanto compita nel quadernino le parole con "Gu" a sinistra mentre a destra quelle con "Qu" - dopo papà te lo monta sul muro. Qui. Prende il trapano e zzzzzzzz! zzzzzz! te lo monta. Così, quando viene qualcuna delle amichette vi guardate buone buone Ratatouille, Shrek, quello che vi pare. Annuisce, non sembra particolarmente compiaciuta. 'Sti ragazzini, penso, t'immagini ai nostri tempi se ci mettevano la tele in camera, seh seh. Dico ma allora non ti fa piacere? Se non ti fa piacere la regalo allo zio. No, no, papà, la piccina dal basso in alto implorante, sono contenta, basta che per montarla non bestemmi.
postato da: fuoridaidenti alle ore 14:57 | link |
categorie: filialia
sabato, 01 dicembre 2007

Liquido, elastico, dinamico: Buràn

Lo vedrete con il prossimo numero. Anzi, non lo vedrete affatto. Vedrete solo qualche piccola variazione. Un paio di icone in più sull'header e sul footer della pagina. Ci andrete sopra col mouse e le cornici si illumineranno come a dirvi: è proprio questo che vuoi? questa è la scelta che intendi fare? Il resto vi sembrerà tutto tale e quale. Il fatto è che io adoro le complessità nascoste, i rovesci metafisici, le seghe mentali. Sono due mesi, forse più, che diserto questo blog. Questioni di tempo, di filosofia della programmazione, di rigore, cocciutaggine, ignoranza e via discorrendo. Ma, fondamentalmente, se sono stato lontano è stato per Buràn

Liquido
.
Dal prossimo numero, Buràn, tecnicamente parlando, apparirà grossomodo con la stessa identica interfaccia indipendentemente dalla risoluzione video con cui vi accederete. A me, caratterialmente, quel grossomodo costa parecchio da mandare giù. Ma il fatto è che ci sono, come dire, limiti "fisici" nei browser, così come nella materia del resto, e li dobbiamo accettare. D'altronde, si sa, ovunque per la rete ci sono siti dove è specificato chiaramente per quale risoluzione il sito stesso è "ottimizzato". L'idea di farlo liquido, Buràn, mi venne in mente studiando le statistiche (e di questo ringrazio l'ottimo Doug: grazie Doug!). C'era e c'è una bella insalata di browser per il mondo, risoluzioni schermo, sistemi operativi ecc. ecc.. Be', non voglio entrare nel merito. Come dicevo sono due mesi che ci ho lavorato. L'ho testato e ritestato. Vedrete. Anzi, non vedrete. Vedrete poco o niente. Poi mi saprete dire

Elastico.

Ho lavorato all'accessibilità. Concettualmente l'accessibilità è legata a doppio filo alla liquidità di cui sopra. Perché, a seconda della risoluzione video utilizzata, la grandezza dei caratteri del browser rende il sito leggibile più o meno. Dal prossimo numero di Buràn, qualora ingrandirete o rimpicciolirete i caratteri a vostro piacere (tutti i browser consentono questo. Firefox, ad esempio, lo fa tramite la combinazione di ctrl+, ctrl-, ctrl0) Buràn si comporterà elasticamente. Vale a dire che manterrà sostanzialmente invariato il suo layout. Non ci saranno sovrapposizioni di caratteri uno sull'altro. Non interferiranno tra di loro. Non è cosa da poco. Non mi dilungo, ma credetemi sulla parola. Fa fede la mia scrivania che è piena zeppa di articoli a riguardo (nonché, non vi dico le iscrizioni ai forum qua e là per il web. Lasciamo perdere)

Dinamico
La parte più divertente, come programmazione. Ho lavorato alla generazione dinamica delle pagine di Buràn. Avevo scritto un bel motore in javascript e filosoficamente era d'una coerenza affascinante. La struttura di ogni numero della rivista - ridotta ai minimi termini - è una cosa fortemente reiterativa. Dunque è un'attività da automatizzare. In questi casi la prima cosa da fare è individuare quali sono i componenti base della struttura: quelli imprescindibili, quelli che si reiterano. Tre pagine. Ogni numero ha bisogno soltanto di tre pagine. Questo è il bello della programmazione. Generalizzare. Questa è filosofia, altroché. Le pagine, in fondo, sono soltanto dei contenitori. Le cose contenute al loro interno (testi, immagini, come devono presentarsi, quale colore avere, se in grassetto, in corsivo, se fisse o elastiche ecc. ecc.) sono regole definite in un foglio di stile esterno. Il riempimento delle pagine è un'azione che nella fattispecie viene gestita da un motore, un programma. Funzionava tutto perfettamente. Wow! Spettacolare! Poi però non avevo considerato i motori di ricerca. Se all'interno d'una pagina web non ci sono più parole-chiave, ma soltanto chiamate a funzioni di programma, come fanno gli spider dei motori di ricerca a censire quelle pagine e a indirizzare chi cerca un autore, un titolo, una stringa di parole? Insomma m'è toccato fare marcia indietro. Però non ho abbandonato il mio progetto. Il motore l'ho portato fuori, realizzando un programma a parte (in Visual C, per l'esattezza). Adesso gli diamo in pasto i testi e... oplà! Lui genera dieci cento mille pagine html statiche con buona pace degli spider. Voi tutto questo non lo vedrete. Ma io dovevo raccontarlo ugualmente.
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:12 | link |
categorie: buràn