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Blogger: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente.

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giovedì, 28 febbraio 2008

La sorpresa della bambina (Piccole Fiabe)

C'era una volta una signora in cinta che quando gli nasse la bambina fu felicissima (Evviva!! Evviva!!).
Passarono diversi anni la bambina diventò grande aveva 12 anni ed ancora non aveva aperto le finestre.
Il giorno dopo la bambina aprì la finestra e scoprì che non c'éra così tanta luce come pensava ma c'éra uno splendido campo di fiori.


(i disegni. non lo so)
postato da: fuoridaidenti alle ore 22:57 | link |
categorie: filialia
lunedì, 25 febbraio 2008

Buràn: Il Banner

Mi è stato chiesto come fare ad inglobare nel proprio blog il banner di Buràn.
Basta includere nel template le righe sottostanti (dove, lo decidete voi).
Larghezza e altezza, 150 x 150 di default, sono modificabili a piacere.

<a href="http://www.buran.it" target="_blank">
    <img src="http://www.buran.it/img/banner.jpg" border="1" width="150" height="150">
</a>
postato da: fuoridaidenti alle ore 08:30 | link |
categorie: buràn
giovedì, 21 febbraio 2008




Di Là comincia il Messico ne avevo parlato qui più di un anno fa, rammaricandomi che fosse, all'epoca, un libro in cerca d'editore. Be', finalmente ha visto la luce. Al di là delle considerazioni che feci già a suo tempo, io credo che quest'opera abbia un valore profondo perché dimostra quanto sia duttile e plastica e musicale, a saperla trattare, la nostra lingua. L'autore la strizza, la strapazza, l'addolcisce, la piega, la brucia e l'arrotonda. Non capita sovente di leggere cose così. E' un libro da possedere e da centellinare con calma, certamente da assaporare.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:33 | link |
categorie: mi pregio daver letto
lunedì, 18 febbraio 2008

Il Cibo


Riciclo - e sono tempi, questi, che è cosa buona il riciclo - le parole con cui presentai il numero 3 di Buràn. Rileggendole per caso, stavo ordinando i miei post a seconda del tema ed ecco, all'etichetta Buràn, gli occhi mi cadono su queste righe,

"...E mi piace immaginarci tutti in uno stesso paradosso: la redazione, quelli che hanno collaborato, setacciato la rete, tradotto testi, scovato fotografie, quelli citati lì nei credits, gli autori dei racconti, i personaggi descritti, quelli ritratti, noi che leggiamo e a nostra volta siamo letti, siamo, d'altro, divoratori e divorati."

Divoratori e divorati, ho pensato, è un'ottima metafora in generale. Ottima, cioè, in ogni circostanza. Ci sono dei racconti - non dirò quali, non posso, per ovvie ragioni - un paio di personaggi in questo numero di Buràn che, ecco, sinceramente, poche altre volte m'è capitato di provare così forte il desiderio di averli voluti conoscere, incrociare per davvero.

Buona lettura.
postato da: fuoridaidenti alle ore 08:31 | link |
categorie: buràn
domenica, 10 febbraio 2008

Allure

Il primo segno l'intuì nell'andatura di un uomo e del suo cane. Faceva freddo, era l'ora di chiusura, l'uomo e il cane sgusciarono all'improvviso dal portone d'un palazzo. Non fece in tempo a vedere il volto dell'uomo. Il cane era di taglia media e a pelo raso, inguainato in una termocappottina impermeabile plastificata. Sembrava finto per come luccicava. La coda, lunga e sottile, lasciava come un'onda sospesa a galleggiare nell'aria della sera. Pochi rumori intorno, una saracinesca che veniva abbassata cigolando. Ad ogni passo l'uomo e il cane sembravano rimbalzare sui lastroni in pietra serena della strada. Davano una sensazione elastica, compressa, due molle pronte a scattare e a liberare energia. Nell'uomo c'era qualcosa di violento e di primordiale, forse per via del busto, prestante e lievemente incurvato, o delle braccia, che gli cadevano penzolando lungo i fianchi. Il cane era un superbo esemplare di levriero africano, un azawath. Il suo incedere evocava i purosangue da passerella quando sono condotti davanti alla giurìa. Rimase a guardarli rimpicciolire mano a mano.
Il secondo segno era tra i due quadranti dell'orologio del palazzo del podestà, nella piazza principale. Ore e minuti. Le due e venti. Consultò quello al polso. Le due e venti. "Questo è un paese dove ancora qualcuno lascia la bicicletta incustodita e l'orologio pubblico - l'orologio dei poveri, una volta - funziona. Questo paese, questo luogo non mio, è la mia nicchia".
Ferì, con il suo scalpicciare frettoloso, il silenzio delle vetrine illuminate lungo il corso.
Il terzo segno fu, il giorno successivo, la pesantezza nelle sue gambe sul sentiero. Ripensava alle chiacchiere al bar, la sera avanti. Un caso di disturbo bipolare. La donna, una bomba di femminilità, che per esprimersi doveva essere altrove. Sceglieva dunque una città, ogni volta un luogo diverso, prendeva il treno e per un lungo week end faceva sfoggio d'abiti sgargianti, di trousse serali e scarpe Manolo Blahnik. L'aveva sempre vista abbigliata con qualcosa di comodo e di sportivo, scarpe basse e un filo appena di trucco. Si rese conto, a proposito di nomi, di non riuscire a ricordare quello di uno stilista che sfornava magliette vivaci e ad un buon prezzo. Dov'era stato? Barcellona? Madrid?
Quando giunse al centro commerciale il cantiere era in pieno subbuglio. Convenne tra sé e sé che era stata una scelta infelice tenere aperto il supermercato tutto quel tempo mentre i lavori di ristrutturazione erano in corso. Polvere, rumori, un andirivieni continuo d'operai, la necessità d'eseguire minuziosi controlli e adempimenti all'apertura e chiusura giornaliera, a salvaguardia dei prodotti esposti e dell'incolumità generale. La clientela s'era lamentata più volte in direzione, e chissà il danno in termini d'immagine per il gruppo. Restare aperti - il consiglio d'amministrazione s'era espresso - lo imponeva la fidelizzazione del cliente indipendentemente dalla quota effettiva di mercato. Ma allo stato dei fatti appariva evidente la discrepanza tra la teorie di planning e la realtà. La pescheria, inagibile all'ingresso, incuteva una sensazione di abbandono. In gastronomia non c'erano che prodotti preconfezionati.
Con la coda dell'occhio ebbe il sentore che qualcosa non andasse per il verso giusto. La scala mobile regolarmente in funzione e quella donna sempre allo stesso punto, né su né giù. L'osservò con maggiore attenzione, la mise a fuoco, sembrava come annaspare, concentrata; la punta del bastone da passeggio rimandava il rumore delle disconnessioni del nastro che, di sotto, continuava imperterrito a scivolare. Sembrava un treno, faceva "Tu-tùm Tu-tùm Tu-tùm". La donna teneva strettamente l'impugnatura del bastone in una mano, e forse avrebbe fatto meglio, molto meglio, a mollarlo del tutto. Era in quel punto, proprio all'inizio del nastro, che i dislivelli degli scalini crescono man mano. Mulinava i piedi in continuazione, a passi goffi, come a voler tornare indietro camminando a ritroso. La velocità sua e della scala era la stessa, le direzioni opposte. Un fiume di segni e di rimandi oscuri prese a muoversi dentro confusamente. Rivide le sue tartarughe, la mattina, oltre i vetri del terrario. Lo stesso modo di annaspare: drammatico, concentrato, eppure non senza calma. Non hanno la concezione del vuoto, aveva letto, e provano sempre a attraversare il vetro, a tuffarsi oltre. Fissò il bottone rosso di bloccaggio cercando, ma non pareva averne, delle risposte.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:09 | link |
categorie: minimal stories
lunedì, 04 febbraio 2008

L'angelo, lo vedi? sulla parete sinistra


Lo squillo giunge che sto nel bagno e accorcio l'unghia di un alluce osservando che sì, è proprio un mirabile esempio di sintesi quel piede di cui mi sto occupando attentamente: è spiccicato il mio fino alle dita, e da lì in poi no: hanno l'ultima falange più affusolata. Tre giorni fa era di piedi che parlavamo, io e il mio amico, a zonzo per la Garbatella. Di piedi, e di scarpette da tennis preferite. Poi gli racconto la storiella dell'omino che la moglie viene operata d'urgenza per un ictus, e quando lui chiede al chirurgo com'è andato l'intervento questo gli fa "Guardi, l'operazione tecnicamente è riuscita. Però adesso, vede, dovrà affrontare il post-operatorio. Cure lunghe e costose. Il problema è che la mutua non coprirà le spese. Le occorrono medicine americane. Qui non le trova. Un anno di cure, due perlomeno. Cure lunghe e molto, molto costose. Inoltre avrà bisogno di una sedia a rotelle, di un tipo particolare di sedia a rotelle che fanno solo in Germania, qui non la trova. Anche questa dovrà pagarsela da sé. E poi ci metta la fisioterapia, la logopedia tutti i giorni, chissà per quanto tempo e mica vorrà fare affidamento sulla struttura pubblica, le pare? Le darò io il nome di qualche ottimo elemento. Privatamente, si intende. E infine, ridotta in quello stato avrà bisogno di assistenza continua. Le occorreranno perlomeno due badanti. Insomma, si prepari a tutto questo" L'omino fa una faccia scura scura e pensa tra sé "Le medicine, la sedia a rotelle, la fisioterapia, la logopedia, le badanti. Ma io tutti 'sti soldi mica ce l'ho, mo' come faccio?" Il chirurgo allora gli dà una pacca sulla spalla e, sorridendogli, dice "Ma via, stavo solo scherzando. Sua moglie è morta".
Ci aveva riso parecchio il mio amico alla battuta ed io stesso, mentre gliela raccontavo, faticavo a rimanermene serio. A questo ho pensato quando al telefono mi hanno detto "Sai, il babbo di L., dopo pranzo...".
Sono entrato che man mano affievoliva il rintocco della campana che chiamava a raccolta. Il prete ha esordito cantando "Requiem aeternam". Aveva una voce molto bella, un timbro assai pulito. Durante l'omelia si abbracciava non senza trasporto al leggìo. Ha ricordato il celebre motto di S.Agostino al cospetto del feretro materno "Signore, non vengo a chiederti perché me l'hai voluta levare, ma a ringraziarti per avermela data". L'altare, nella navata di mezzo, era inglobato sotto un baldacchino dorato rococò. Una chiesa, quella, in cui pure un profano può leggere il sovrapporsi del tempo, degli stili. All'uscita, sulla parete sinistra, quel che resta di un affresco del quattrocento. Una Madonna col bambino. Avrei voluto fotografarlo, poi non l'ho fatto. Mi pareva un gesto fuori posto. Quando ci siamo congedati il mio amico mi ha ringraziato e abbiamo fatto il gesto di baciarci. Però nessuno dei due è avvezzo a queste cose tra uomo e uomo, sicché ci siamo sfiorati guancia a guancia con un po' d'imbarazzo. Il paese si arrocca su una collina e io avevo lasciato la macchina in un parcheggio ai piedi della salita. C'è molta confusione tutto intorno. Il giorno avanti hanno inaugurato la mostra del Pintoricchio. Ci sono artisti di strada, fotografi, autorità. Mi sono detto se era il caso di tornare a vedere gli affreschi della cappella Baglioni. La volta scorsa, quest'autunno, un pomeriggio, di passaggio da Trevi insieme a Malo, ci eravamo presi un calice di Sagrantino e una bruschetta all'olio e poi eravamo entrati. Una transenna impediva l'accesso alla cappella e forse pure un vetro, adesso non ricordo. Infilavi un euro in una cassettina e scattava l'illuminazione a tempo. Malo ed io convenimmo che doveva essere tutt'altra cosa potersi immergere in quel trionfo di vita standoci in mezzo. Saranno un paio di metri scarsi la differenza. Questa volta non c'erano transenne, non c'era timer. Mi pare che quel paio di metri non sia poi in fondo una misura spaziale, ma una distanza di tempo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:27 | link |
categorie: minimal stories