Il primo segno l'intuì nell'andatura di un uomo e del suo cane. Faceva freddo, era l'ora di chiusura, l'uomo e il cane sgusciarono all'improvviso dal portone d'un palazzo. Non fece in tempo a vedere il volto dell'uomo. Il cane era di taglia media e a pelo raso, inguainato in una termocappottina impermeabile plastificata. Sembrava finto per come luccicava. La coda, lunga e sottile, lasciava come un'onda sospesa a galleggiare nell'aria della sera. Pochi rumori intorno, una saracinesca che veniva abbassata cigolando. Ad ogni passo l'uomo e il cane sembravano rimbalzare sui lastroni in pietra serena della strada. Davano una sensazione elastica, compressa, due molle pronte a scattare e a liberare energia. Nell'uomo c'era qualcosa di violento e di primordiale, forse per via del busto, prestante e lievemente incurvato, o delle braccia, che gli cadevano penzolando lungo i fianchi. Il cane era un superbo esemplare di levriero africano, un azawath. Il suo incedere evocava i purosangue da passerella quando sono condotti davanti alla giurìa. Rimase a guardarli rimpicciolire mano a mano.
Il secondo segno era tra i due quadranti dell'orologio del palazzo del podestà, nella piazza principale. Ore e minuti. Le due e venti. Consultò quello al polso. Le due e venti. "Questo è un paese dove ancora qualcuno lascia la bicicletta incustodita e l'orologio pubblico - l'orologio dei poveri, una volta - funziona. Questo paese, questo luogo non mio, è la mia nicchia".
Ferì, con il suo scalpicciare frettoloso, il silenzio delle vetrine illuminate lungo il corso.
Il terzo segno fu, il giorno successivo, la pesantezza nelle sue gambe sul sentiero. Ripensava alle chiacchiere al bar, la sera avanti. Un caso di disturbo bipolare. La donna, una bomba di femminilità, che per esprimersi doveva essere altrove. Sceglieva dunque una città, ogni volta un luogo diverso, prendeva il treno e per un lungo week end faceva sfoggio d'abiti sgargianti, di trousse serali e scarpe Manolo Blahnik. L'aveva sempre vista abbigliata con qualcosa di comodo e di sportivo, scarpe basse e un filo appena di trucco. Si rese conto, a proposito di nomi, di non riuscire a ricordare quello di uno stilista che sfornava magliette vivaci e ad un buon prezzo. Dov'era stato? Barcellona? Madrid?
Quando giunse al centro commerciale il cantiere era in pieno subbuglio. Convenne tra sé e sé che era stata una scelta infelice tenere aperto il supermercato tutto quel tempo mentre i lavori di ristrutturazione erano in corso. Polvere, rumori, un andirivieni continuo d'operai, la necessità d'eseguire minuziosi controlli e adempimenti all'apertura e chiusura giornaliera, a salvaguardia dei prodotti esposti e dell'incolumità generale. La clientela s'era lamentata più volte in direzione, e chissà il danno in termini d'immagine per il gruppo. Restare aperti - il consiglio d'amministrazione s'era espresso - lo imponeva la fidelizzazione del cliente indipendentemente dalla quota effettiva di mercato. Ma allo stato dei fatti appariva evidente la discrepanza tra la teorie di planning e la realtà. La pescheria, inagibile all'ingresso, incuteva una sensazione di abbandono. In gastronomia non c'erano che prodotti preconfezionati.
Con la coda dell'occhio ebbe il sentore che qualcosa non andasse per il verso giusto. La scala mobile regolarmente in funzione e quella donna sempre allo stesso punto, né su né giù. L'osservò con maggiore attenzione, la mise a fuoco, sembrava come annaspare, concentrata; la punta del bastone da passeggio rimandava il rumore delle disconnessioni del nastro che, di sotto, continuava imperterrito a scivolare. Sembrava un treno, faceva "Tu-tùm Tu-tùm Tu-tùm". La donna teneva strettamente l'impugnatura del bastone in una mano, e forse avrebbe fatto meglio, molto meglio, a mollarlo del tutto. Era in quel punto, proprio all'inizio del nastro, che i dislivelli degli scalini crescono man mano. Mulinava i piedi in continuazione, a passi goffi, come a voler tornare indietro camminando a ritroso. La velocità sua e della scala era la stessa, le direzioni opposte. Un fiume di segni e di rimandi oscuri prese a muoversi dentro confusamente. Rivide le sue tartarughe, la mattina, oltre i vetri del terrario. Lo stesso modo di annaspare: drammatico, concentrato, eppure non senza calma. Non hanno la concezione del vuoto, aveva letto, e provano sempre a attraversare il vetro, a tuffarsi oltre. Fissò il bottone rosso di bloccaggio cercando, ma non pareva averne, delle risposte.