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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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domenica, 27 luglio 2008

Mi dici c'è un bellissimo cielo azzurro ed io ho ripreso a parlare con gli alberi

E' una sera che mi rileggo vecchie cose; lettere, per lo più, e mi concedo un buon goccio.
E' stata una giornata scivolata via calma.
C'è stato un pranzo dove ho mangiato cose gustose e ho bevuto un superbo sagrantino e poi un vin santo non da meno.
Eravamo su un terrazzo che s'affacciava su una vallata di vigneti ed olivi ed infine girasoli.
Ho letto, passeggiato, fatto un giro in bicicletta.
Ho ammirato l'azzurrarsi delle colline con mia moglie da un portico di pietra.
Eravamo a cena, un cane abbaiava e pareva che il tempo si rivoltasse.
Abbiamo piluccato melenzane sott'olio e prosciutto nostrano bevendo vermentino ben freddo in calici di cristallo.
Al ritorno ho cincischiato con il cambio ed il motore ha preso a tossire nel mezzo di una curva lunga che sembrava non avere mai fine.
Allora ho scalato una due marce e ho percepito all'uscita della curva una presenza.
C'era un cerbiatto sul ciglio della strada.
Immobile, brucava qualcosa come sussurrando al greppo.
Un cerbiatto.
Se sono qui adesso è perché voglio che resti una traccia di tutto questo.
Magari tra un po' di tempo rileggo e lo ricordo.
Magari quando farà più freddo, chi lo sa.
E' un periodo sereno, questo, e non posso lamentarmi.
Apprezzo qualunque cosa e potrei vivere con poco.
Mi basta sentirmi in forma, avere le mie scarpette, i libri, sapere che chi amo non ha problemi di salute.
Tutto qui.
Rileggo vecchie cose e mi si increspano le labbra.
Nel bicchiere c'è rimasto altro che il fondo e un vago aroma di torba.
Mi ci vorrebbe un buon sigaro, ci starebbe da dio.
L'ultima volta che ho avuto il desiderio di un sigaro ho temuto di spezzare un'atmosfera perfetta come un cerchio.
Poi per fortuna non andò così.
C'è questo, del fatto di desiderare, che è un problema: il rischio che bisogna valutare.
Non è una questione di coraggio, non sostanzialmente.
E' per me un'inquietudine di cui ignoro senso e direzione.
Mi dici che c'è un bellissimo cielo azzurro ed hai ripreso a parlare con gli alberi.
Non a voce alta, ma con gli occhi e col pensiero.
Come chi non ha più inquietudini, sereno.
postato da: fuoridaidenti alle ore 23:46 | link |
categorie: fumus et fragmenta, minimal stories
giovedì, 24 luglio 2008

Quel che intendo per blues

Ieri sera sono stato ad un concerto blues.
Suonava un gruppo americano che non avevo mai sentito.
Il leader è un ragazzo che non ha ancora vent'anni.
Si chiama Eric Steckel.
Ha attaccato con un pezzo morbido, dal riff caldo e tirato in tonalità minore.
Io mi ero preso una Corona ghiacciata in bottiglia con uno spicchio di limone e stavo in piedi, appoggiato alla porta di un bar.
L'acustica nella piazza era penosa e il tecnico del suono zazzicava continuamente alla console.
A mano a mano che il concerto è andato avanti il solista si è come esaltato e - sarà stata l'irruenza della giovane età - ha cominciato a esagerare con gli svisi.
Non era più blues.
Niente polvere, fatica, costrizione, solitudine, se vuoi un dio, un amore, una nostalgia.
Cos'era? mi sono chiesto.
Niente, uno sfoggio di bravura.
Il mestiere, la professionalità.
Nel pomeriggio ero stato a correre lungo il fiume.
Nove chilometri, andatura leggera senza mai strafare.
Ci ho messo poco meno di un'ora, fermandomi una volta soltanto per guardare uno scarabeo attraversare il sentiero.
Pareva cogitabondo.
In cuffia avevo un medley di cose buttate giù a casaccio.
C'era di tutto.
Correre, ancora mi affatica.
Mi piace - certamente non quanto nuotare - ma mi affatica.
Ho notato che mi riesce più facile distrarmi se non ho una compilation di cui so la sequenza.
A un certo punto (costeggiavo il fiume in una zona brulla sicché vedevo i pesci e la vegetazione sul fondo) senza accorgermene ho aumentato l'andatura.
E' partito un pezzo di Michael Bublé.
Una canzone, se non ricordo male, che cantava Frank Sinatra.
That's Life
Non è il genere che metterei dentro l'ipod per correre o nuotare, tuttavia me la sono ricordata come se l'avessi saputa da sempre ed è stato divertente.
Correvo e cantavo e mimavo il gesto di suonare piatti e percussioni.

I've been a puppet, a pauper, a pirate, a poet, a pawn and a king.
I've been up and down and over and out and I know one thing:
Each time I find myself, flat on my face,
I pick myself up and get back in the race.


E' la vita.
E' quello che la gente sostiene.

Adesso, mentre sto qui che scrivo ascolto un pezzo di chitarra acustica.
Un a solo.
Si intitola "Tuscany", lo suona il chitarrista di ieri sera.
E' un pezzo che lo riscatta della ridondanza della prestazione col gruppo.
Questo è senz'altro blues, quel che intendo per blues.
Come leggersi un racconto di Pancake, fumare, bersi una birra con la testa chissà dove.
E' un pezzo facile.
Note tirate, armonici, lo trovo assai espressivo.
Deve dare molta soddisfazione suonarlo.
Quasi quasi.
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:38 | link |
categorie: minimal stories
martedì, 22 luglio 2008

Damny

Damny mi sta stirando una camicia.
Damny ha 31 anni e viene dallo Sri Lanka.
Siamo in cucina, a casa dei miei.
Fa caldo.
Damny ha spianato l'asse da stiro senza pensare che lì dov'è intralcia l'accesso alla cucina.
D'altra parte in casa non c'è altri che noi (e mio padre, che però è costretto a letto).
Penso di approfittare della momentanea prigionia e metto a fare un caffè.
Damny dice "Faccio io".
Ci mancherebbe.
Damny sorride e riprende a stirare.
Io le osservo le caviglie sottili.
Compio un breve volo di Pindaro sul forno.
Alcmane.
"Non è qui Agesicora dalle caviglie sottili".
Quando la macchinetta comincia a gorgogliare, apparecchio tazzine, cucchiaini, zucchero, latte.
Damny il caffè lo prende molto zuccherato; tre cucchiaini, con un goccio di latte freddo.
Io è da qualche anno che mi piace berlo amaro.
"Tu... London?" mi fa Damny.
"London? Macché! L'umbria. Aspetta".
Vado a prendere il notebook nella mia stanza.
Per uscire sposto l'asse da stiro e tutto quanto.
Torno, mostrandole la mappa dell'Italia.
"Questa è Napoli, questa Città di Castello. Campania" - e le indico la zona - "Umbria".
Damny sorride e si mette una mano sulla bocca.
La sera, quando indosso la camicia che mi ha stirato, mi spiace il fatto di doverla spiegazzare.
La terrò fuori dai calzoni, naturalmente.
Ancora ignoro ciò che sarà di me e della camicia.
Oggi sono nuovamente nel mio ufficio.
Damny starà certamente parlando con mia madre.
E' probabile che si fermi a pranzo da lei, che le tenga compagnia.
Io ho dei calli nel palmo delle mani.
Non sapendo come tenermi in esercizio mi aggrappavo alla cornice della veranda e mi tiravo su a braccia.
Quattro serie da 20.
Sembrava come di stringere nel pugno i remi di una barca.
E sotto il mare.
Senza una direzione.
Dondolare.
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:52 | link |
categorie: minimal stories
martedì, 15 luglio 2008

Lusingato e commosso

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Lombardia, Cremona, Italy,
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calma.splinder.com/archive/2007-02
postato da: fuoridaidenti alle ore 08:17 | link |
categorie: casi umani, truculenze
lunedì, 14 luglio 2008

Ma in maremma il pollame è bandito?

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postato da: fuoridaidenti alle ore 19:03 | link |
categorie: casi umani, truculenze
sabato, 12 luglio 2008

Incontinenze arcidiocesane statisticando

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Piemonte, Torino, Italy,
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postato da: fuoridaidenti alle ore 18:05 | link |
categorie: casi umani, truculenze
venerdì, 11 luglio 2008

Quale faccia per quali cose quale faccia

Sono stato a cena dal "Pirata" l'altra sera.
Non è stato un granché.
Non era giorno di mercato sicché c'era quel che c'era.
Ho mangiato un sacco di antipasti: polpo all'insalata, cozze con i fagioli cannellini, lumachine non so come (mi fanno schifo: sanno troppo di scoglio, ne ho assaggiata una soltanto), novellame bollito, novellame fritto in pastella, vongole veraci e tartufi di mare in souté, cannolicchi gratinati, strisce di calamari e peperoni alla brace.
E' probabile ci abbiano passato qualcos'altro, ma francamente non me lo ricordo.
Poi ho preso delle linguine col sugo di granchi felloni.
Buone, ma nulla di particolare.
I crostacei non si sentivano per niente.
Avrei dovuto succhiare i granchi, rompere le chele e mangiare la polpa dentro che è, come tu ben sai,  come quella dell'astice.
Ma non avevo voglia di sporcarmi, di schizzarmi di sugo (e in questi casi, si sa, ci si introscia volente o nolente).
Falanghina bella fredda ho bevuto a go go.
Ti ho pensato.
Avevo visto il tuo book fotografico sul web e quindi era più facile in un certo senso evocarti.
Non hai la faccia di una che gli piace il pesce.
Non hai la faccia di una che gli piace mangiare.
Hai una faccia da caffè e sigaretta, da andiamo a visitare un monumento, da bancarella di libri, da locale parigino retrò, da tapas spagnola.
Hai la faccia di una che sta in mezzo agli amici.
Non hai la faccia di una tipa sportiva.
Però, se le strade del quartiere ti ispirano, se c'è un po' di movimento, tu sei una che cammina perché le piace.
Sì, sei una che cammina.
postato da: fuoridaidenti alle ore 21:25 | link |
categorie: fumus et fragmenta