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Utente: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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domenica, 24 agosto 2008

La voce dell'orco (la voce dell'orco)

"Pollicino va sen-za pen-sie-ro, segue i sassoli-ni sul sen-tiero
 Corri! Scappa! L'orco ti è vi-ci-no!  Forza! Torna a ca-sa, Po-lli-cino!"

Siedo sotto un gazebo di legno su un terrazzo all'ultimo piano di un palazzo aggrappato alla collina.
Intorno non c'è nessuno: rumori, pochi.
Le luci che violano il buio della notte sono quelle - su nel cielo - delle stelle.
In basso - sguarrata dai lampioni delle strade - la città rolla giù a precipizio come una frana.
Palazzi su palazzi uno sull'altro e il porto in fondo sembra un ultimo sbadiglio.
Ho una bottiglia di Greco - mezza, per l'esattezza - in un cestello col ghiaccio e un orizzonte d'inchiostro.
Finché non è finito il vino o l'orizzonte  - o entrambi, non ho voglia di pensarci - resterò qui.
I conti, poi, alla fine.
Adesso non ho voglia di pensarci.
E' molto bello questo posto, è ben curato; ci sono rose, gardenie, gerani, azalee, camelie.
Sopratutto, c'è il profumo dei gelsomini.
Adoro il tè al gelsomino, ne berrei a litri, e adoro fumare la šÄ«ša all'aroma di mela nel narghilè.
Laggiù nel golfo si sbriciolano vecchi ricordi.
La prima volta che mi immersi sott'acqua
A Marechiaro.
Bisogna prendere fiato, farsi molto coraggio, mettere giù la testa, piegarsi ad angolo retto e darsi un colpo coi reni.
Andare giù.
Dritti.
Di testa.
Giù.
Senza paura.
Fiato e coraggio, poi di coraggio ne occorre sempre meno.
Questa cosa ho cercato di insegnarla alle mie figlie.
E' molto utile, e una volta superata sembra più nulla.
Ho perso un pezzo - è il tributo del vivere e morire - di allora, ciò che sono stato, e questo è un tentativo maldestro di ritrovarlo.
E' un'illusione.
Bisognerebbe essere onesti, dire le cose come stanno.
Bisognerebbe che chiunque legga capisca, che tutto sia chiaro.
Certe cose non vogliono metafore, non hanno giri.
Mi limito a questa bottiglia, ciò che ne resta.
Ci sono tentativi che vanno a vuoto.
Parole giusto che ce n'è ancora.
Buona notte.
postato da: fuoridaidenti alle ore 01:32 | link |
categorie: fumus et fragmenta
lunedì, 18 agosto 2008

Carlotta, io sono un tipo inquieto

Sanno perfettamente che cosa dare e cosa avere e in un quarto d'ora raggiungono l'orgasmo.
All'ultimo momento M. si è ritratto, schizzandosi sul ventre.
M. lo cavalcava, è così che preferisce.
Tra qualche minuto si addormenteranno soddisfatti. 
Sarà il tempo che cambia, la stagione che muore, a sera le gambe fanno male e quella spossatezza addosso.
Distendersi, occorre solo distendersi.

- Hai un fazzoletto?
- No, sono finiti. Vado a prendertene un pacchetto?
- Lascia stare, vado io. Devo pure pisciare. Vuoi dell'acqua?
- No, grazie.

M. si alza e con una mano bada di non gocciare a terra.
Si chiude in bagno e poi accende la luce.
Una scopata per riconoscersi a vicenda, verificare che nulla sia cambiato, prendersi le misure.
M. si vede riflesso nello specchio.
Quel piccolo gonfiore sotto il sopracciglio destro, verso l'esterno, sul bordo esatto dell'orbita.
E' da qualche settimana che lo nota al risveglio.
Nel corso della giornata poi si riassorbe, scompare completamente.
Stringe le palpebre, come mettendo a fuoco qualcosa.
E' una ruga - quella - la gestazione di una ruga?
Piscia nel lavandino, poi fa scorrere l'acqua e si insapona le mani.
Ha deciso che si laverà in piedi, mentre si guarda allo specchio.
Se M. se ne accorgesse!
Starà già dormendo?
Si asciuga usando il telo per le mani.
A terra ha combinato un lavacchio.
Asciuga pure quello, poi mette il telo tra i panni da lavare.
Quella ruga.
Gli piace quando sorride.
Uscendo, prende qualche pacchetto di fazzoletti da tenere di scorta nel comodino.

Qualche ora dopo, M. è nel suo ufficio.
Sta parlando al telefono con P.
Per quattro anni, M. e P. sono stati amanti.
Coltivavano il progetto di andare a vivere insieme.
Poi M. scoprì che P. aveva una tresca con uno degli insegnanti del corso di teatro.
Ci fu uno scazzo e tra di loro finì male.
Un pomeriggio - M. viveva dove è adesso - P. gli fece una telefonata.
Era il giorno della vigilia del suo matrimonio.
M. si fece negare e non rispose.
Non seppe mai cosa P. avesse da dirgli e tanto meno sentì più la sua voce.
Fino a quest'oggi.

P. gli racconta l'agonia di suo padre.
M. prova a ricordarselo, il dottore.
Com'era?
Rammenta gli occhi celesti, la calma nella voce e nei gesti e quell'estate che fu ospitato nella loro villa al mare.
Ogni giorno un vino eccellente e mai lo stesso: tutte bottiglie pregiate.
Correttamente - quando la relazione con P. venne interrotta - M. informò il dottore della cosa.

La prima volta che il dottore perse il controllo degli sfinteri P. gli stava parlando, accarezzandogli una mano.
Suo padre spalancò gli occhi all'improvviso gettando uno sguardo intorno, disperato.
Chiese scusa, chiese mille volte scusa per l'accaduto, come se fosse, quella, colpa sua.
P. dice che gli infermieri - arrivati dopo parecchio - dovettero strapazzarlo perché al rientro suo padre era come sconvolto e non disse più una parola, guardava il vuoto e basta.
Dal catetere colava via nella sacca urina e sangue.

P. ha ritrovato un mucchio di testimonianze di pazienti di suo padre.
Dicono che se non fosse stato per il dottore, loro certo a quest'ora...
Le vorrebbe raccogliere, pensa di farne un libro.
I funerali sono stati già celebrati.

Quando M. abbassa la cornetta ripensa alla voce di P., che non è affatto cambiata.
Chissà se anche la sua è rimasta come allora.
Poi gli sembra di rivedere con chiarezza il sogno che ha fatto quella notte.
E' su un divano ed è abbracciato a una ragazza, stanno assistendo a uno spettacolo teatrale.
Si trovano nella piazza di un paese.
C'è un attore sul palco, gente intorno che ride, anche M. ride e così pure la ragazza.
L'attore, avvicinandosi, sembra riconoscerla.
Pare assai contrariato che si trovi distesa lì, tra le braccia di M.
C'è tensione, imbarazzo, l'ostilità si taglia a fette.
A metà strada dal palco l'attore si volta, si accuccia e piscia a terra come un cane.
M. potrebbe alzarsi e prenderlo a calci.
Si sente infinitamente più forte, tonico e sicuro di chiunque altro presente lì nel sogno.
Invece non fa nulla.
Il pubblico pensa che quello sia uno sketch.
C'è chi ride di gusto.
M. osserva il rivolo del piscio che si infiltra tra le fughe dei sampietrini e si avvicina.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:46 | link |
categorie: minimal stories, truculenze
venerdì, 01 agosto 2008

I bilanci che sono ai lati della bocca

La ragazza che fa le pulizie in ufficio cova qualche tormento.
Un lato della bocca - il destro, per la precisione - è tirato che strappa.
Tiene lo sguardo basso e non dà confidenza, non saluta, fa il suo lavoro in silenzio, svuota i secchi, dà il panno e lo straccio per terra e passa appresso.
Si dirà che c'è poco da dare confidenza, farà certo dei turni assurdi e il suo è un duro lavoro.
Certamente.
Tuttavia.
Quel lato della bocca tirato che strappa.
L'altra sera ho visto un film intitolato Monster, con Charlize Theron nei panni di una serial killer.
Il film fu girato nel 2003 e la Theron ingrassò una cifra per poterlo interpretare.
C'è una sequenza dove lei è al bagno che si lava.
Si vedono i segni della cellulite sui fianchi e sulle cosce, i seni ingrossati, la pancia gonfia.
Si ridusse uno sfascio, si sottopose ad ore ed ore di trucco per abbrutirsi.
Mi ha colpito l'espressione della bocca; tutt'altra rispetto a quella dello spot della Breil.
Il labbro superiore è come gonfio, tumefatto, gli angoli sono tirati verso il basso.
Pare sempre sul punto di piangere.
In genere, quando la ragazza delle pulizie arriva, io mi eclisso.
Trovo una scusa qualunque, alla peggio vado alla macchinetta del caffè.
Per quanto possa avere da fare - ed è un periodo, questo, che ho da fare -  mi inonda un senso di disagio imbarazzante verso di lei.
Perché ha di meno.
Certamente che ha di meno.
Non è che io me la passi benissimo, sia chiaro.
Ho un lavoro, come suol dirsi, del tutto normale.
Mi occupo di software e di bilanci.
Ma quando penso che quel che tratto è stato un magma, un magma, a monte, di traffici brulicanti di vita e che splendori, miserie, drammi e gioie oggettive sono adesso ripartizioni, entrate, uscite, consuntivi; che tutto è stato completamente spersonalizzato, splendidamente vuotato del suo senso originario; che qualcuno a valle impugnerà queste cifre, questi prospetti, orienterà scelte e a loro volta queste scelte rimescoleranno le cose fino al prossimo giro; quando penso a tutto questo, dicevo, mi inonda un senso di disagio e di imbarazzo.
La ragazza delle pulizie mi svuota il secchio.
Le chiedo se desidera un caffè.
Sembra come riscuotersi da un sonno.
Ne ho proprio bisogno, dice, grazie.
Sorride.
Ha una bella dentatura..
La lascio che se lo sorbisce in pace, mi allontano con una scusa.
Nel pomeriggio ho un breve dialogo con E.
Mi ha fatto piacere risentirla dopo tanto.

E: Potrei raccontare io quanto sei all'antica...
M: Ehi, andiamoci piano! io SONO antico, sono del tutto antico.
E: Ehi, scherzavo, darling comunque ne usciresti pulito..
M: Tesoro, la mia risposta precedente non conferma ciò che sostengo?
E: Sai che non ho capito?
M: Non fa nulla, vai benissimo così :)
postato da: fuoridaidenti alle ore 12:06 | link |
categorie: minimal stories