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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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giovedì, 25 settembre 2008

Sicut flumen pax tua

Può succedere che arrivino a svegliarmi.
Attraversano una, due porte, il soggiorno, il pavimento, il corridoio, la lunga libreria.
La prima volta pensai che fosse un incubo.
Mi ero svegliato con il cuore a duemila.
Urlavano.
Mi alzai e, in punta di piedi, attraversai il corridoio, giunsi in cucina e accesi la luce.
Silenzio.
Il frigorifero e la pompa dell'acquario; solo il ronzare dei motori nella notte.
Attesi.
Dal pavimento senti come un bisbiglio.
Qualcuno piagnucolava.
Poggiai l'orecchio sul piancito gelato.
Un lamento.
Attesi un segnale più chiaro, qualunque cosa che mi permettesse d'identificare la voce.
Nulla, a parte quell'insensato piagnisteo e, dopo poco, un minuto, due al massimo, il silenzio.
Tornai a letto.
Da allora la cosa si è ripetuta molte volte ma è cambiato il mio modo di reagire.
Quando arrivano a svegliarmi lascio che passi.
Poi mi volto da un lato finché il sonno mi riprende.

Aspettiamo che sia l'ora per uscire.
Ha il badge in mano, dita lunghe, unghie molto curate.
E' bella.
Beato chi se la scopa -penso tra me.
Cominciò, pare, vent'anni fa.
Suo padre morì all'improvviso - era appena andato a coricarsi - e dunque l'ansia che la ghermisce quando è stanca e cede al sonno. 
Ha gli occhi gonfi dietro le lenti fumè.
Mi dice e non mi dice, naturalmente; in fondo, si tratta di cose imbarazzanti.
Puoi pensare "Va da un neurologo, che aspetti? Va da uno strizzacervelli! Fa' qualcosa!"
Puoi pensare che ci sia una predisposizione familiare, una tara, un difetto, una maledizione.
La figlia pare che accusi identici disturbi: cade dal letto, si agita, confabula nel sonno, scalcia.
"Per quello" - faccio - "anche la mia ci fa.  Quando era piccola ci chiedevamo se fosse il caso di svegliarla, quando urlava".
Una piccola belva rabbiosa, certe notti.

Sono a casa e guardo le foto dell'estate.
I piedi in acqua, attraversiamo il fiume.
Le tengo una mano, la mia è enorme al suo confronto.
Alle spalle sembra una foresta amazzonica.
E' il Tevere, qualche chilometro più a nord.
La luce dice il principio di un tramonto.
Mi piace come sono disposte in acqua le nostre gambe.
Le sue pescano un po' più in profondità.
Le sto dicendo che stiamo andando in un punto dove la corrente aumenta. 
Lo senti come rinforza sulle gambe?
Mi piace la t-shirt grigia e le pieghe della stoffa, la posa del busto, la concentrazione di entrambi, il suo profilo e la coda di cavallo che ci tiene a farsela alta e tirata così stretta che gli elastici le durano uno, due giorni, poi cedono; me li ritrovo ovunque per la casa: vicino al mio computer, in cucina, sopra un comodino; elastici ricoperti di stoffa, buoni da nulla, elastici con qualche capello impigliato.
Stiamo andando in un punto dove la corrente è più forte.
Da lì risaliremo il greto in cerca di sassi lisci e rotondi.
Proveremo il senso dell'equilibrio quando è messo seriamente in discussione, proveremo il sollievo di svincolarsi da tutto mano a mano.
Ogni cosa è in quella mia mano che la tiene.
Di questo ne ho la piena consapevolezza.
Il fiume è come ogni altra corrente della notte.
postato da: fuoridaidenti alle ore 00:49 | link |
categorie: minimal stories
mercoledì, 24 settembre 2008

Molto al di là d'Edipo (stai inguaiato!)


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postato da: fuoridaidenti alle ore 10:38 | link |
categorie: casi umani, truculenze

Considerazioni riguardo all'interpretazione di One degli U2

Chiunque abbia un'età compresa tra 10 e 55 anni conoscerà "One", la canzone degli U2 (se la conosce, conosce certamente la versione degli U2).
"One" è il classico pezzo che "ha fatto la storia", intendendo con ciò la storia della musica rock (ma anche altro, e ci tornerò più in là).
In genere, quando è il caso di un pezzo che "ha fatto la storia", non sopporto di ascoltare altre interpretazioni se non l'originale.
L'espressione "ha fatto la storia", come ho detto, si riferisce alla storia della musica rock, ma non solo.
Credo sia piuttosto l'intersezione tra la storia in generale e quella nostra individuale.
Intersecare una storia esemplare, qual è quella della musica, per dire, è un'esperienza esaltante che ci fa testimoni di qualcosa (un "io c'ero", nel flusso altrimenti indistinto di esistenze).
La storia, incorporea qualcosità sempre fluente, se non tocca scivola e non ce ne accorgiamo (non parlo di storia come scorrere del tempo; parlo di storia come scorrere di eventi significativi e condivisi).
Amare profondamente una canzone (non voglio generalizzare, parlo soltanto di canzoni; anzi, parlo solo di "One" degli U2), amare profondamente una canzone, vuol dire associarci una parte di se stessi; appiccicarci, come se fosse un francobollo, quell'inquietudine di quella determinata volta lì, la canna fumata, la manifestazione, un batticuore, qualsiasi accidenti o tragedia, uomo o donna  (ché alla fine, si sa, cherchez la femme).
Il timbro della voce, la faccia del cantante, l'arrangiamento, l'ambientazione in generale, deve essere quello di quel/i momento/i (quel nostro ieri, uno scampolo, posso dirlo? cristallizzato).
Ritrovarlo, questa coincidenza che si rinnova, conforta e ci proietta in un tempo sempre vivo.
Bruciato, certamente, eppure attivo.
"One", per me, è più o meno tutto questo.
E' arrabbiato.
Malinconico e arrabbiato al tempo stesso.
Sentirlo cantare da un altro è quasi come subire una sorta di riscrittura di quello che è già stato, che siamo stati.
Riscrivere il passato è puro sacrilegio.
Il futuro è qualcosa che ha l'esito scontato.
Come punto finale, certo, il tragitto è un'incognita.
Il passato invece è immutabile.
Perfino per dio.
Un buon inferno potrebbe essere rivivere tutti i momenti brutti del proprio passato.
Beccati questo! reiterato all'infinito.
Tutti gli sbagli, le figure di merda.
Terribile.
In calce al post c'è un link alla versione di "One", cantata da Johnny Cash.
Johnny Cash aveva una voce roca molto calda.
Suonava la chitarra acustica e aveva una band minimalista.
E forse è proprio per quel senso di ballata senza pretese (cantare "One" liscia, una semplice canzone), una lettura che è così stridente col ricordo di "One" nella memoria (rabbia e fiducia e, cazzo, sfascio il mondo), la differenza interpretativa è davvero abissale (sembra stanco, Cash e la sua voce non si invola, tiene un "basso profilo", è perfettamente... decoroso) sicché ogni confronto con la versione originale è del tutto improponibile.
E' un altro pezzo, tutt'un'altra canzone, è una cosa completamente diversa.
Forse è proprio per questo che mi è piaciuto.

http://blip.fm/profile/CalMa/blip/427936
postato da: fuoridaidenti alle ore 01:57 | link |
categorie: fumus et fragmenta
giovedì, 18 settembre 2008

Una cornice multicolore di ricordi



















La mia porta d'ingresso ha due cornici.
Quella più esterna è fatta di plastica antigraffio.
Sbucano - ficcati alla rinfusa - scarabocchi, biglietti, note della spesa, post-it e cartoline.
Sono come una cornice nella cornice.
Alcune di queste cose hanno vita assai breve.
Le note della spesa, i post-it, i messaggi per dire torno a quest'ora vengono cestinati dopo l'uso.
Tutto il resto non muore.
Perlomeno, non subito.
Gli scarabocchi - per lo più si tratta di cose di mia figlia - subiscono un ricambio continuo.
I biglietti tendono a sgualcirsi e accartocciarsi, assorbono facilmente l'umidità dell'aria.
Prima o dopo, biglietti e scarabocchi vanno a finire tra le pagine di un libro.
Quando presto i miei libri non di rado all'interno c'è un foglio, il biglietto di un cinema, un post-it.
Talvolta ce ne sono più di uno.
Avverto sempre: se potete, non mi perdete queste cose.

Le cartoline me le mandano persone che non ho mai incontrato dal vivo.
Andò così: amicizie nate in rete.
E allora parti? Mandami una cartolina.
L'hanno fatto.
Capita - tornando a casa - che io trovi una cartolina giunta da un luogo qualunque.
Alcune ci mettono parecchio ad arrivare.
Qualche mese, in certi casi perfino più di un anno.
Col tempo la gente che spedisce cartoline via via si è numericamente ridotta.
Dimenticano.
Forse non viaggiano più.
Oppure semplicemente basta, a lungo andare...
Non lo so, non mantengo alcun tipo di contatto.

Tre cartoline - senza far torto alle altre - non potrei mai levare dalla mia porta.

Quella del mercante di tappeti.
Viene dall'Iran, mi fu spedita non so quando.
La sproporzione tra lo spazio occupato dal mercante (è in un angolo in basso a sinistra e pare schiacciato, sovrastato, protagonista e mero dettaglio al tempo stesso);
la luce, che da un lume pare gocciare (accende ombre giallastre, porpora, arancio, viola; infine carbonizza);
la montagna di tappeti alle spalle del mercante (e tutt'intorno; migliaia di tappeti);
la calma del mercante (sembra assorto, forse prega, c'è del fumo che serpeggia verso l'alto);
tutto questo, mi fa pensare a un acquarello di Turner.
La pace, con i germi di un tumulto.
Ho invidiato quel mercante di tappeti.

C'è poi la cartolina dall'Africa.
E' fatta a mano.
Su un cartoncino bianco è incollato il disegno di un paesaggio.
Case, palme e un corso d'acqua in primo piano.
Non so se sia una stampa o un disegno eseguito a penna.
Coi pastelli sono stati colorati i fusti delle palme, le cime, il fiume, le sponde, i tetti delle case.
Una riga verticale tirata a mano divide l'area del testo da quella dell'indirizzo.
Ho apprezzato il lavoro, l'assemblaggio, l'ingegno quando hai poco e quel poco ti basti.
E' incredibile che sia giunta a destinazione.
Sapete, gli standard da rispettare affinché la posta venga evasa sono severi e c'è poco da eccepire..
Bisogna che l'indirizzo sia messo in un certo modo, in quello e basta e che non sfori da range prestabiliti.
Malgrado tutto, la cartolina è arrivata.

L'ultima è la veduta aerea di un atollo.
C'è il glauco, l'azzurro, il cobalto, certi bianchi porosi.
E c'è uno spruzzo di verde.
C'è nient'altro.
Ci sono stati dischi ascoltati guardando questi colori, e questi colori hanno scelto dischi da ascoltare.
Musica e colori sono semplicemente quel che sono: un'arbitraria nudità significante.
Scrivere è assai diverso: è dire altro.
E' doppio, triplo, ennesimo, ricorsivo.
Scrivere è un modo per scavarsi dentro.
Ma è infido, impreciso.
Preferisco musica e colori.

Stamane ho scattato una foto alla mia porta.
Facendolo, ripensavo alla cornice di ricordi.
Ha un senso che sia proprio questo il suo posto?
Voglio dire: è una soglia in fin dei conti.
Qualcosa che si attraversa di continuo.
E ci sarà un verso preferenziale?
Ricordi che lasci quando entri, quando vai via, ricordi che non lasci finché sei dentro?
La mia porta d'ingresso è la mia porta.
Ci sono, disordinatamente sparpagliati, tra i miei ricordi quelli di chi non ho mai visto.
postato da: fuoridaidenti alle ore 13:34 | link |
categorie: versi diversi, fumus et fragmenta