La mia porta d'ingresso ha due cornici.
Quella più esterna è fatta di plastica antigraffio.
Sbucano - ficcati alla rinfusa - scarabocchi, biglietti, note della spesa, post-it e cartoline.
Sono come una cornice nella cornice.
Alcune di queste cose hanno vita assai breve.
Le note della spesa, i post-it, i messaggi per dire
torno a quest'ora vengono cestinati dopo l'uso.
Tutto il resto non muore.
Perlomeno, non subito.
Gli scarabocchi - per lo più si tratta di cose di mia figlia - subiscono un ricambio continuo.
I biglietti tendono a sgualcirsi e accartocciarsi, assorbono facilmente l'umidità dell'aria.
Prima o dopo, biglietti e scarabocchi vanno a finire tra le pagine di un libro.
Quando presto i miei libri non di rado all'interno c'è un foglio, il biglietto di un cinema, un post-it.
Talvolta ce ne sono più di uno.
Avverto sempre:
se potete, non mi perdete queste cose.
Le cartoline me le mandano persone che non ho mai incontrato dal vivo.
Andò così: amicizie nate in rete.
E allora parti? Mandami una cartolina.
L'hanno fatto.
Capita - tornando a casa - che io trovi una cartolina giunta da un luogo qualunque.
Alcune ci mettono parecchio ad arrivare.
Qualche mese, in certi casi perfino più di un anno.
Col tempo la gente che spedisce cartoline via via si è numericamente ridotta.
Dimenticano.
Forse non viaggiano più.
Oppure semplicemente basta, a lungo andare...
Non lo so, non mantengo alcun tipo di contatto.
Tre cartoline - senza far torto alle altre - non potrei mai levare dalla mia porta.
Quella del mercante di tappeti.
Viene dall'Iran, mi fu spedita non so quando.
La sproporzione tra lo spazio occupato dal mercante (è in un angolo in basso a sinistra e pare schiacciato, sovrastato, protagonista e mero dettaglio al tempo stesso);
la luce, che da un lume pare gocciare (accende ombre giallastre, porpora, arancio, viola; infine carbonizza);
la montagna di tappeti alle spalle del mercante (e tutt'intorno; migliaia di tappeti);
la calma del mercante (sembra assorto, forse prega, c'è del fumo che serpeggia verso l'alto);
tutto questo, mi fa pensare a un acquarello di Turner.
La pace, con i germi di un tumulto.
Ho invidiato quel mercante di tappeti.
C'è poi la cartolina dall'Africa.
E' fatta a mano.
Su un cartoncino bianco è incollato il disegno di un paesaggio.
Case, palme e un corso d'acqua in primo piano.
Non so se sia una stampa o un disegno eseguito a penna.
Coi pastelli sono stati colorati i fusti delle palme, le cime, il fiume, le sponde, i tetti delle case.
Una riga verticale tirata a mano divide l'area del testo da quella dell'indirizzo.
Ho apprezzato il lavoro, l'assemblaggio, l'ingegno quando hai poco e quel poco ti basti.
E' incredibile che sia giunta a destinazione.
Sapete, gli standard da rispettare affinché la posta venga evasa sono severi e c'è poco da eccepire..
Bisogna che l'indirizzo sia messo in un certo modo, in quello e basta e che non sfori da range prestabiliti.
Malgrado tutto, la cartolina è arrivata.
L'ultima è la veduta aerea di un atollo.
C'è il glauco, l'azzurro, il cobalto, certi bianchi porosi.
E c'è uno spruzzo di verde.
C'è nient'altro.
Ci sono stati dischi ascoltati guardando questi colori, e questi colori hanno scelto dischi da ascoltare.
Musica e colori sono semplicemente quel che sono: un'arbitraria nudità significante.
Scrivere è assai diverso: è dire altro.
E' doppio, triplo, ennesimo, ricorsivo.
Scrivere è un modo per scavarsi dentro.
Ma è infido, impreciso.
Preferisco musica e colori.
Stamane ho scattato una foto alla mia porta.
Facendolo, ripensavo alla cornice di ricordi.
Ha un senso che sia proprio questo il suo posto?
Voglio dire: è una soglia in fin dei conti.
Qualcosa che si attraversa di continuo.
E ci sarà un verso preferenziale?
Ricordi che lasci quando entri, quando vai via, ricordi che non lasci finché sei dentro?
La mia porta d'ingresso è la mia porta.
Ci sono, disordinatamente sparpagliati, tra i miei ricordi quelli di chi non ho mai visto.