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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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sabato, 18 ottobre 2008

L'ansa, la carcassa, gli archetipi di un incallito voyeur

Sulle prime non lo riconobbe.
Avevano appoggiato le biciclette a un pioppo in cima al greppo e poi erano venuti giù, scivolandosene lungo la scarpata.
L’ansa del fiume curvava bruscamente, facendo di quel luogo il posto giusto per sostare.
Nell’aria c’era profumo d’erba e terra smossa.
Una fila di impronte scuriva i ciottoli del greto e s’inoltrava su un sentiero laterale.
Dall’ultima volta era cambiato tutto: l’alveo si era ridotto a una brulla distesa di sassi e pozze d’acqua stagnante che luccicavano qua e là.
Tutto quello che la corrente aveva portato e che, per un motivo qualunque, era rimasto sul posto, sbucava ora dalle crepe aperte nel fango: grovigli di lenze, qualche ferro arrugginito, buste di plastica, stracci.
Due maniche – forse una giacca o un paio di pantaloni – pendevano da un grosso ramo incastrato sul fondale.
Quel che restava del fiume vero e proprio era un canale largo meno di un metro, che scorreva gorgogliando lungo l’argine opposto.
A monte e a valle il paesaggio si addolciva: acque calme, alberi, foglie, silenzio.
L’ansa era una discontinuità spettrale e fatiscente.
In quel momento sembrava non ci fosse nessuno.
L’unico rumore era lo sciabordio dell’acqua nel canale.
Si fermarono, contemplando la prospettiva tutt’intorno; un cordone di cespugli fitti li separava ancora dal greto.
C’erano orme di cani dappertutto, e una buca scavata di recente.
Sul bordo, sassi ammonticchiati alla rinfusa.
Fu allora che lei vide il ciuffo grigio.
Chiedendosi forse come attraversare il folto cespo davanti.
Sostava, il ciuffo, ai margini della corrente, sull’imbocco del canale.
Pareva la carcassa di un animale: un gatto, o magari un gabbiano.
Da quella distanza non si poteva dire.
Poteva essere un peluche, o potevano essere capelli, una pelliccia, piume.
La donna fece segno al bambino di seguirla.
«Metti i piedi esattamente dove li metto io».
Il piccolo aveva una lunga frangia che gli cascava sul viso, nascondendolo.
Era magro, poteva avere otto anni al massimo.
Lei doveva essere sua madre; qualcosa, nella forma della testa, lo faceva supporre; inoltre avevano gli stessi capelli scuri, lucidi e lisci.
«Questa qui è tutta ortica, stai attento; non toccarla con le mani, capito?»
Lui annuì, restandosene in silenzio.
Lei alzò una gamba, come a voler fare un passo gigantesco, un passo che aveva qualcosa di goffo e di sgraziato.
Raccolse quanti più steli poteva sotto il piede e li acciaccò a terra, con un che di rabbioso.
Ripeté il gesto, continuando fino a tracciare un percorso ben battuto.
Doveva esserci anche della menta tra le ortiche, perché se ne sprigionò il profumo intenso.
Entrambi guadagnarono la riva del fiume e il bambino prese a incamminarsi verso il canale.
Sembrava affascinato dalla corrente.
«Aspettami!» fece lei, «è molto pericoloso, là vicino».
Raccolse un ramo da terra e poi, con l’altra mano, prese quella del bambino.
Giunsero all’imbocco del canale.
Il ciuffo era lì che fluttuava, carezzato dalla corrente.
Il bambino non mostrò alcun interesse per la cosa; sembrava piuttosto attirato dai tanti ciottoli piatti circostanti. Probabilmente valutava l’idea di fare qualche lancio.
La donna smosse il ciuffo con la punta del ramo e questo si gonfiò d’acqua ed ebbe un fremito.
Poi riprese a fluttuare come prima.
Piume, erano senz’altro penne e piume.
«Un piccione», disse lei, «morto chissà come».
Queste parole destarono l’interesse del bambino.
«Prendiamolo!»
«Ma no! Guarda che schifo! E poi chissà com’è morto. Magari è infetto, che ne sappiamo?»
«Dai, prendiamolo lo stesso!»
«Vuoi che lo mangino i vermi, i ragni, le formiche? Non è meglio lasciarlo ai pesci?»
«Allora lasciamolo proseguire».
«Sì, lo facciamo proseguire».
Lo smosse con la punta del ramo un’altra volta.
La testa, che era forse incastrata sotto un’ala, si liberò, e il collo si srotolò adagio sull’acqua.
Adesso l’animale si riconosceva.
Era un piccione d’allevamento.
Gli occhi erano chiusi, parevano gonfi e pieni, pronti a scoppiare oppure a spalancarsi.
Nei punti in cui il piumaggio era più scarso risaltava il rosa acceso della pelle.
«Sembra la testa del nonno», fece il bimbo. «Posso provarci io a farlo nuotare?»
Lei sorrise e gli porse il ramo.
«Spingilo verso il canale».
Ci volle un attimo, la corrente lo risucchiò.
Sembrò volare, spiegò addirittura le ali, o almeno così parve.
Lo salutarono facendo ciao ciao con la mano.
Poi lanciarono i sassi sul fiume per un po’.
Tornando, lei sembrava zoppicare.
Arrivata alla buca ebbe come un ripensamento, si guardò intorno, scrutò dentro il fogliame, poi si riscosse, calpestò la montagnola di sassi sul ciglio della buca e seguì oltre.
Risalirono la scarpata aiutandosi a vicenda.
Giunti in cima, ripresero le biciclette e se ne andarono.
A quest’ora i miei cani sono già tornati a casa; non mi piace che gironzolino liberi quando c’è gente, specie quando sono vecchi o bambini.
Loro sono bestie docili e non farebbero del male a nessuno, ma è della gente che preferisco non fidarmi.
Sicché, quando ho sentito le biciclette avvicinarsi, li ho richiamati e gli ho ordinato di tornare.
Ho bisogno di scrutare a fondo in certe nudità.
Mi attrae il letto secco del fiume: una distesa di sassi e quel che resta di cose guaste, consunte, logorate.
Ricominceranno le piogge, oppure riapriranno le chiuse della diga più a monte, se non piove.
Ma per adesso, questo posto è una perfetta pausa nuda.
Mi piace starci indisturbato, cercando non so cosa.
Lo stesso sembrano fare i miei cani: scavano buche e poi non trovano nulla.
Mi piace la nudità di chi crede di essere solo.
Me li rende tutti uguali.
Sono l’involucro di contenuti che ho perduto.
Quando, nel tornare, la donna zoppicava, il suo passo era un altro, era un passo mio.
Un passo infinitamente doloroso.
Per il tempo del mio urlo straziato e senza voce lei se n’è accorta, o perlomeno mi è sembrato.
Ha scrutato a lungo tra gli alberi, le foglie.
Quando il fiume sarà finalmente tornato nel suo letto non ci sarà più modo di cercare ciò che ho perso.

postato da: fuoridaidenti alle ore 11:42 | link |
categorie: minimal stories
domenica, 05 ottobre 2008

Sombras en la sombra

Mi sembro poco serio quando, in seguito a un cambiamento d'idea, faccio e disfo in preda a un sentire uterino. E' come se stessi recitando una parte, Non voglio dire che cambiare idea sia di per sé poco serio (benché nutra un rispetto senza confini verso chi se ne fotte di aggiornare il template. Quei bei template minimali; sempre gli stessi e da sempre, che bellezza!).
E' poco serio prendersi troppo sul serio, tutto qui.
Sicché, vada come vada, risblocco tutto.
Mi pare giusto in particolare nei confronti di chi qui ha lasciato commenti, opinioni e quant'altro.
Con l'occasione mi preme segnalare, ove mai interessasse a qualcuno, che qui è stato tradotto un post che scrissi tempo addietro. La cosa mi onora. In fin dei conti, dopo tanto buranizzare, è  un po' come essere stati buranizzati. Sono molto legato a quel pezzo. Mi ricorda un mucchio di cose perse, ma anche no. Come succede per tutto; c'est la vie.
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:11 | link |
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