"Legge Dürrenmatt?" - gli chiesi a bruciapelo.
E. si voltò, visibilmente sorpreso dalla domanda. Ci conoscemmo così, in un livido pomeriggio di ottobre. Avevo appena ritirato l'esito degli accertamenti di mia moglie. E. era nell'atrio, scrutava dai vetri delle finestre affacciate sul cortile. Il libro gli faceva capolino tra le mani.
Nei due mesi che avevo accompagnato mia moglie all'ospedale, l'avevo sempre incrociato lì. A volte era seduto su una panca all'ingresso, profondamente immerso nella lettura. Dava l'idea di un uomo molto stanco, non saprei come descriverlo altrimenti. Vestiva in abiti borghesi: non poteva trattarsi di un paziente. Non indossava camice, divisa, badge di riconoscimento: dunque non faceva parte del personale. In qualunque nosocomio cittadino uno così sarebbe passato inosservato. Ma quello era un ospedale di comunità, una struttura, in un certo senso, declassata: i reparti dove la domanda non raggiungeva il minimo richiesto erano stati soppressi.
In presidi del genere non c'è mai molto movimento. C'è un'ambulanza, una portineria polivalente, il reparto di pronto soccorso e qualche ambulatorio. Si eseguono visite, prelievi, medicazioni, terapie in day-hospital.
Sono luoghi per certi versi destinati ad invecchiare; non è un caso che siano quasi del tutto popolati da anziani.
La terapia che mia moglie aveva seguito era consistita di iniezioni sulle gambe. Dopo il parto le erano fioriti dei capillari e bisognava intervenire quanto prima. Per una sorta di innata discrezione io presenziavo, ma rimanevo in disparte e di spalle. Se fossi stato il paziente, avrei voluto qualcuno che mi stesse accanto in quel modo. Una presenza discreta, ma, al contempo, affidabile.
Non c'è più limpida - e allo stesso tempo terribile - coscienza, di quella della precarietà del corpo; in fin dei conti, della vita stessa. Ci accomuna e contemporaneamente ci esclude da chiunque. Si condivide ciò che pare abbia uno scopo, una ragione, quanto c'è d'aleatorio e immaginario. Ma il mondo - la dialettica primordiale dei sensi - è un soliloquio.
A mia moglie sfuggivano dei lamenti, dei sospiri profondi; l'ago, benché sottile, le procurava dolore. Oltre i vetri del finestrone della stanza, contemplavo il greppo di fronte, i colori dell'autunno, le foglie secche, ciò che restava dei carpini tagliati. Pensavo alla radice, al denominatore comune di lamenti e sospiri che lega due cose apparentemente agli antipodi: il piacere e il dolore. Questi pensieri, e i gemiti nel sottofondo, mi procuravano irrefrenabili erezioni e un senso di colpa lancinante.
Ogni seduta si concludeva con la fasciatura stretta e accurata delle gambe.
Quel pomeriggio, dopo due mesi, finalmente, l'esito degli esami confermava la guarigione.
Mi sentivo euforico, preso da una leggerezza che desideravo condividere.
"Legge Dürrenmatt?" - gli chiesi a bruciapelo.
E. si voltò, visibilmente sorpreso dalla domanda. Poi ritornò a scrutare il cortile, l'accenno di un sorriso gli si leggeva sul volto.
"Lo adoro", rispose.
"Per due mesi sono venuto qui due volte a settimana e l'ho sempre incrociata dove siamo adesso. E' come se stesse aspettando qualcuno...non si offende se le dico che lei mi ricorda proprio il personaggio del romanzo che ha tra le mani? "
"Matthäi?..." - e quel sorriso gli si illuminò - "… allora magari è proprio lei che sto aspettando"
Mi piacque quella risposta pronta e surreale. Ci presentammo. Gli chiesi se potevo offrirgli un caffè e lui accettò. Seduti ad un tavolino del bar dell’ospedale, gli raccontai di mia moglie: la terapia, gli esami. Lui si congratulò, e mi sembrò sincero.
"E lei " - feci - "come mai si trova qui?"
Per un lungo momento parve fissare un punto lontano dietro le mie spalle. Poi cominciò a parlare.
"Sa... una volta in questo ospedale c'era un bel reparto di ostetricia. Molte donne ci venivano a partorire. Sembra quasi una clinica svizzera, il posto è molto tranquillo, l'aria è pulita, c’è silenzio. Intorno c'è una macchia di carpini e di cerri, crescono i funghi, ci sono scoiattoli, volpi, caprioli..."
"Lo so..." - lo interruppi - "mia figlia minore è nata qui. Il ginecologo di mia moglie lavorava proprio in quel reparto"
Lui annuì, con un cenno lieve della testa.
"Allora capirà di cosa parlo. Anche mio figlio è nato qui. Ora vive lontano, fa il pediatra. Qualche mese fa, poco prima dell'estate, mia moglie doveva eseguire un controllo di routine. Ci fu consigliato di venire qui. C'era uno specialista in gamba, ci assicurarono. Malgrado non mi sia mai allontanato molto dai paraggi - abito a due chilometri appena di distanza - non ero più tornato in questo posto. E’ stata... una bella mazzata. Ciò che mi ritrovavo sotto gli occhi non corrispondeva al ricordo che avevo. Mi rendo conto che sono considerazioni banali, ma, non trova, in fin dei conti, che tutto, qualsiasi cosa ridotta ad un racconto, diventi banale? "
"La capisco”, dissi, “Ricordo bene quel reparto di ostetricia. Le stanze con non più di due letti, il corridoio pulito, l'ala della pediatria con la sala dei giochi"
"Ecco, vede? Ha avuto un significato profondo nella sua vita. Per me è lo stesso. Mi intenda: non c'è malinconia in quel che dico. Sarò banale, ma non fino a questo punto. Non mi colpì il fatto che fossimo entrambi invecchiati, io e l’ospedale. Sa cosa, invece? Il senso del tempo. Il fatto che dipende da come siamo fatti. Intendo dire: abbiamo occhi davanti. dunque una prospettiva frontale di cose nitide e sfocate, di aspettative, di cose immaginate. Ciò che non possiamo più vedere è alle spalle, là dove tutto questo ci è interdetto. Crede che se avessimo avuto occhi come i camaleonti, o come i pesci, o come le mosche, avremmo lo stesso concetto di passato e futuro? "
"Non lo so. Lei parla con un uomo disincantato...” - gli confessai - “ma la prego, vada avanti. Mi interessa il suo racconto"
"Beh,”, disse, atteggiando un mezzo sorriso, “quest’ospedale è diventato il mio punto d’osservazione. Mi piace venirci, lo preferisco a qualsiasi piazza o bar. Mi piace la dignità che ci ritrovo, la gravità dipinta sulle facce che incrocio. Mi fa pensare a quella sorta di nudità animale che ci appartiene quando siamo indifesi. Mi pare l'unico fondamento su cui ancorare un credo, uno qualsiasi".
Alzò lo sguardo, catturato da qualcosa alle mie spalle. Mi voltai. Una donna anziana, magra e impettita, stava scendendo le scale. Calzava un paio di pantofole blu di feltro col fondo rigido e il tacco appena accennato. Un foulard, annodato con cura come un ascot, le cadeva sulla scollatura a V della maglia di lana, e aveva un giaccone di stoffa color ruggine piegato sul braccio destro, e occhiali di tartaruga assicurati al collo da una catenina. Scese la scalinata lentamente, gradino dopo gradino, giunta all'ingresso indossò il giaccone, si ravvivò i capelli ed uscì. Si guardò intorno, prese una bicicletta, ci montò e cominciò a pedalare. Riuscii a distinguerla fino all'imbocco della curva, poi si confuse con il bosco sullo sfondo.