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Utente: fuoridaidenti
Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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lunedì, 24 novembre 2008

Avviso ai naviganti

Appena ultimata la lettura di questo post ho pensato che, più che commentarlo, sarebbe stato meglio segnalarlo, e zitti. Complimenti all'autore.
postato da: fuoridaidenti alle ore 22:25 | link |
categorie: sciapò
mercoledì, 19 novembre 2008

Adatta paraculamente a più d'un fenotipo

Verso l'alba di questa mattina ti ho sognato, anche se eri bionda e con gli occhi celesti.
Sedevamo di fianco, io stavo alla tua destra, su comode poltrone di velluto rosso.
Ci trovavamo nelle prime file di un teatro, leggermente decentrati rispetto al palco.
Assistevamo alle prove generali di un'orchestra.
Il direttore portava una kippah bianca sulla testa, aveva una bella barba folta da profeta, capelli grigi e la faccia scavata.
C'era qualcun altro - naturalmente non parlo dell'orchestra - ma non saprei dirti nulla di preciso.
Indossavi un abito di grigio di lino o di cotone con le maniche corte, si intonava perfettamente al colore dei tuoi occhi.
Ai piedi avevi scarpe nere coi tacchi, non portavi le calze.
Non dovevamo dare a vedere a chi era presente che tra noi ci fosse un'intesa particolare.
Il direttore richiamava gli orchestrali di continuo.
L'esecuzione del brano - credo suonassero Mozart - risultava, per forza di cose, frammentaria.
A un certo punto ti sei distesa per lungo occupando due poltrone.
Il posto alla tua sinistra e quello appresso erano entrambi vuoti.
L'incavo delle ginocchia lo poggiavi su un bracciolo e i piedi sul bordo di una seduta.
Hai usato le mie gambe come cuscino.
Mi osservavi così, da lì sotto, lo sguardo di chi ha commesso una marachella.
Ti ho detto qualcosa tipo non ti ho mai nascosto d'essere un uomo sposato, te l'ho detto ridendo.
Tu pure hai riso, replicando che dov'era il problema?
Che bella bocca avevi, così fresca e allegra.
Mi sono chinato e ti ho leccato le labbra.
Non hai mai smesso di sorridere, che bello.
Il direttore ha sbraitato qualcosa, agitava la bacchetta, credo ci abbiano cacciati.
Sei emersa che avevi capelli castani ed occhi scuri e ti tenevi i seni nelle mani.


On Air
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:25 | link |
categorie: fumus et fragmenta
domenica, 09 novembre 2008

La dialettica primordiale dei sensi

"Legge Dürrenmatt?" - gli chiesi a bruciapelo.

E. si voltò, visibilmente sorpreso dalla domanda. Ci conoscemmo così, in un livido pomeriggio di ottobre. Avevo appena ritirato l'esito degli accertamenti di mia moglie. E. era nell'atrio, scrutava dai vetri delle finestre affacciate sul cortile. Il libro gli faceva capolino tra le mani.
Nei due mesi che avevo accompagnato mia moglie all'ospedale, l'avevo sempre incrociato lì. A volte era seduto su una panca all'ingresso, profondamente immerso nella lettura. Dava l'idea di un uomo molto stanco, non saprei come descriverlo altrimenti. Vestiva in abiti borghesi: non poteva trattarsi di un paziente. Non indossava camice, divisa, badge di riconoscimento: dunque non faceva parte del personale. In qualunque nosocomio cittadino uno così sarebbe passato inosservato. Ma quello era un ospedale di comunità, una struttura, in un certo senso, declassata: i reparti dove la domanda non raggiungeva il minimo richiesto erano stati soppressi.
In presidi del genere non c'è mai molto movimento. C'è un'ambulanza, una portineria polivalente, il reparto di pronto soccorso e qualche ambulatorio. Si eseguono visite, prelievi, medicazioni, terapie in day-hospital.
Sono luoghi per certi versi destinati ad invecchiare; non è un caso che  siano quasi del tutto popolati da anziani.
La terapia che mia moglie aveva seguito era consistita di iniezioni sulle gambe. Dopo il parto le erano fioriti dei capillari e bisognava intervenire quanto prima. Per una sorta di innata discrezione io presenziavo, ma rimanevo in disparte e di spalle. Se fossi stato il paziente, avrei voluto qualcuno che mi stesse accanto in quel modo. Una presenza discreta, ma, al contempo, affidabile.
Non c'è più limpida - e allo stesso tempo terribile - coscienza, di quella della precarietà del  corpo; in fin dei conti, della vita stessa. Ci accomuna e contemporaneamente ci esclude da chiunque. Si condivide ciò che pare abbia uno scopo, una ragione, quanto c'è d'aleatorio e immaginario. Ma il mondo - la dialettica primordiale dei sensi - è un soliloquio.
A mia moglie sfuggivano dei lamenti, dei sospiri profondi; l'ago, benché sottile, le procurava dolore. Oltre i vetri del finestrone della stanza, contemplavo il greppo di fronte, i colori dell'autunno, le foglie secche, ciò che restava dei carpini tagliati. Pensavo alla radice, al denominatore comune di lamenti e sospiri  che lega due cose apparentemente agli antipodi: il piacere e il dolore. Questi pensieri, e i gemiti nel sottofondo, mi procuravano irrefrenabili erezioni e un senso di colpa lancinante.
Ogni seduta si concludeva con la fasciatura stretta e accurata delle gambe.
Quel pomeriggio, dopo due mesi, finalmente, l'esito degli esami confermava la guarigione.
Mi sentivo euforico, preso da una leggerezza che desideravo condividere.

"Legge Dürrenmatt?" - gli chiesi a bruciapelo.

E. si voltò, visibilmente sorpreso dalla domanda. Poi ritornò a scrutare il cortile, l'accenno di un sorriso gli si leggeva sul volto.

"Lo adoro", rispose.

"Per due mesi sono venuto qui due volte a settimana e l'ho sempre incrociata dove siamo adesso. E' come se stesse aspettando qualcuno...non si offende se le dico che lei mi ricorda proprio il personaggio del romanzo che ha tra le mani? "

"Matthäi?..." - e quel sorriso gli si illuminò  - "… allora magari è proprio lei che sto aspettando"

Mi piacque quella risposta pronta e surreale. Ci presentammo. Gli chiesi se potevo offrirgli un caffè e lui accettò. Seduti ad un tavolino del bar dell’ospedale, gli raccontai di mia moglie: la terapia, gli esami. Lui si congratulò, e mi sembrò sincero.

"E lei " - feci - "come mai si trova qui?"

Per un lungo momento parve fissare un punto lontano dietro le mie spalle. Poi cominciò a parlare.

"Sa... una volta in questo ospedale c'era un bel reparto di ostetricia. Molte donne  ci venivano a partorire. Sembra quasi una clinica svizzera, il posto è molto tranquillo, l'aria è pulita, c’è silenzio. Intorno c'è una macchia di carpini e di cerri, crescono i funghi, ci sono scoiattoli, volpi, caprioli..."

"Lo so..." - lo interruppi - "mia figlia minore è nata qui. Il ginecologo di mia moglie lavorava proprio in quel reparto"

Lui annuì, con un cenno lieve della testa.

"Allora capirà di cosa parlo. Anche mio figlio è nato qui. Ora vive lontano, fa il pediatra. Qualche mese fa, poco prima dell'estate, mia moglie doveva eseguire un controllo di routine. Ci fu consigliato di venire qui. C'era uno specialista in gamba, ci assicurarono. Malgrado non mi sia mai allontanato molto dai paraggi - abito a due chilometri appena di distanza - non ero più tornato in questo posto. E’ stata... una bella mazzata. Ciò che mi ritrovavo sotto gli occhi non corrispondeva al ricordo che avevo. Mi rendo conto che sono considerazioni banali, ma, non trova, in fin dei conti, che tutto, qualsiasi cosa ridotta ad un racconto, diventi banale? "

"La capisco”, dissi, “Ricordo bene quel reparto di ostetricia. Le stanze con non più di due letti, il corridoio pulito, l'ala della pediatria con la sala dei giochi"

"Ecco, vede? Ha avuto un significato profondo nella sua vita. Per me è lo stesso. Mi intenda: non c'è malinconia in quel che dico. Sarò banale, ma non fino a questo punto. Non mi colpì il fatto che fossimo entrambi invecchiati, io e l’ospedale. Sa cosa, invece? Il senso del tempo. Il fatto che dipende da come siamo fatti. Intendo dire: abbiamo occhi davanti. dunque una prospettiva frontale di cose nitide e sfocate, di aspettative, di cose immaginate. Ciò che non possiamo più vedere è alle spalle, là dove tutto questo ci è interdetto. Crede che se avessimo avuto occhi come i camaleonti, o come i pesci, o come le mosche, avremmo lo stesso concetto di passato e futuro? "

"Non lo so. Lei parla con un uomo disincantato...” - gli confessai - “ma la prego, vada avanti. Mi interessa il suo racconto"

"Beh,”, disse, atteggiando un mezzo sorriso, “quest’ospedale è diventato il mio punto d’osservazione. Mi piace venirci, lo preferisco a qualsiasi piazza o bar. Mi piace la dignità che ci ritrovo, la gravità dipinta sulle facce che incrocio. Mi fa pensare a quella sorta di nudità animale che ci appartiene quando siamo indifesi. Mi pare l'unico fondamento su cui ancorare un credo, uno qualsiasi".

Alzò lo sguardo, catturato da qualcosa alle mie spalle. Mi voltai. Una donna anziana, magra e impettita, stava scendendo le scale. Calzava un paio di pantofole blu di feltro col fondo rigido e il tacco appena accennato. Un foulard, annodato con cura come un ascot, le cadeva sulla scollatura a V della maglia di lana, e aveva un giaccone di stoffa color ruggine piegato sul braccio destro, e occhiali di tartaruga assicurati al collo da una catenina. Scese la scalinata lentamente, gradino dopo gradino, giunta all'ingresso indossò il giaccone, si ravvivò i capelli ed uscì. Si guardò intorno, prese una bicicletta, ci montò e cominciò a pedalare. Riuscii a distinguerla fino all'imbocco della curva, poi si confuse con il bosco sullo sfondo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:10 | link |
categorie: minimal stories
sabato, 08 novembre 2008

Ho avuto già mamma natale e son contento

Verso qualcuno dei miei post provo un forte senso d'attaccamento.
E' difficile che li rilegga; una volta scritti restano qui archiviati e, come si suol dire, passo appresso.
Mi capita di buttarci un occhio quando trovo qualche bizzarra chiave di ricerca intercettata dal counter.
Spiaggiano di sovente naviganti in cerca di "piscio, pisciarsi addosso, godere pisciando e suocera che piscia".
Le ultime cose postate mi sono costate tempo e fatica.
Non ho mai pensato di possedere talento per scrivere.
Quando qualcuno lo diceva provavo imbarazzo.
Talento?
Macché.
Cincischio assai, dubito continuamente, brancolo, mi sforzo (e lasciamo perdere, no?);
Comunque, a botta di sputazzate qualcosa riesco a inciarmare (abborracciare, perlomeno credo).
L'ansa, la carcassa, gli archetipi di un incallito voyeur è un post cui sono molto attaccato.
Ci sono le mie ossessioni, i miei luoghi e quell'inquietudine che mi tiene vivo e m'ammazza (e però mi tiene vivo).
Quando ho chiesto ad Isa di darmici un'occhiata non m'aspettavo che facesse quello che ha fatto.
Mi ha rispedito una mail con il testo riveduto e corretto.
L'ho letto, sono rimasto senza parole e adesso l'ho sostituito.
E' stato come farsi fare un vestito da Valentino in persona.
Grazie, Isa (e all'uopo voglio inaugurare un tag)
postato da: fuoridaidenti alle ore 01:09 | link |
categorie: e graziassài
mercoledì, 05 novembre 2008

BlogNuvole

C'è stato bisogno di rimaneggiarlo e ridurlo, operando di scalpello e bulino.
A lavoro ultimato, questo  è diventato quest'altro, ed è in attesa d'essere illustrato.
Sono soddisfatto; molto, molto soddifatto.
Specie per chi continua a andarsene in giro per il mondo e mi manda cartoline.
Le conservo.
postato da: fuoridaidenti alle ore 20:56 | link |
categorie:
lunedì, 03 novembre 2008

La mamma e la pizza du Gigino

Un giorno la mia mamma disse "We vamm a pià la pizza du Gigino"
però c'erano anche i tortellini e la mia mamma mangiò sia la pizza che i tortellini
e dopo disse "CREPO CREPO!" e poi non si sà se crepò.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:52 | link |
categorie: filialia