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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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domenica, 21 dicembre 2008

Riparare le cose con la fantasia

F. si chiese per che cazzo di motivo doveva tornargli in mente proprio adesso di quella volta che s'era fatto il viaggio in treno tutto solo. Ripercorse perciò la catena di eventi capitati in quella vrenzola di giornata a cominciare dal risveglio, che era stato assai tremmuliato per il freddo, poi il gelo del pavimento sotto i piedi, la pisciata a rubinetto bella densa, la faccio o no chesta barb'e sfaccimm'? non la faccio, la guida smoccolando i vetri appannati e con la brina, la pompa di benzina aperta 24 ore, era montato in macchina del collega e schezzechiava, si erano grugniti l'uno a quell'altro tra i denti un chitemmuort', si era accucciato sul sedile per crollare in un sonno piombo di nebbia, un sonno sporco, oleoso, appiccicoso, dove c'era un bel culo, un perizoma di pizzo con una specie di fiore sulla prima lombare e lui che ci cincischiava coi denti assai arrazzato finché uno scrollo e vaffanculo il parcheggio è a pagamento! s'era svegliato la varra mmiez' e cosce e le mani a mo' d'artiglio arruncinando il nulla.

Adesso, dopo un caffè e una bella sigaretta, nell'attesa che si aprano le porte dell'androne, gli torna in mente quel cazzo di viaggio in treno tutto solo. Vent'anni dopo ci s'è incarogniti, non c'è verso. Facciacce tutti, F. stesso per primo, facce che crollano, cedono, occhi gonfi e ammarrati. C'è di tutto: quello che è rimasto bambino i lineamenti, un bambino invecchiato, prendi qualcosa di un bambino, il sorriso, forse, gli occhi, la pelle paffuta, se l'odori c'è caso sappia di talco, di cremine; prendi questo e ci dai come un'ombra di vernice nello sguardo, un'ombra di vecchiume nella bocca ed hai il sorriso di un mostro che è un memento; quell'altra ha messo su i baffi, baffi neri, s'è fatta una ceretta ma si vede ugualmente, si vede bene, F. pensa alla tombola di Natale, 59, 'e pile, ricordarsi della donna coi baffi e con i peli  Si è messo da un lato, in uno spiazzo libero inondato dal sole, tutti gli altri a far capannello di che ti occupi adesso? questo e quello, F. ha atteso che aprissero le porte, ha avuto culo di trovarsi nei pressi dell'ingresso sicché è entrato coi primi, ha preso il modulo con le istruzioni e l'attestato, ha lasciato il documento a una ragazza coi capelli folti d'un bel rosso tiziano, un rosso non comune, un colore d'antan, poi un tizio incravattato l'ha accompagnato al suo posto, un banchetto di formica celeste, F. ha appoggiato il giaccone sulla sedia, si è guardato intorno, cominciavano ad arrivare tutti quegli altri in fila, mogi e in silenzio. Quel cazzo di viaggio in treno che ci azzecca. L'sms prima dell'annuncio del ritardo. Un caldo, Napoli, la stazione centrale, due gore  tante di sudore sotto le ascelle. "Il desiderio c'è", forse, non proprio. "La voglia resta", "Il desiderio rimane". Una di queste, non se lo ricorda. Adesso gli hanno dato un pennarello, una busta, un cartoncino, e sopra c'è stampato il suo nome, ha un adesivo, la busta con il questionario, la scheda dove apporre le risposte. F. è tranquillo, vada come vada tra un'ora si è levato il pensiero e questa storia può dire me la lascio fuori dai coglioni. "La voglia rimane", "Il desiderio resta", "Il desiderio c'era", "La voglia c'era". Permutazioni. Al via, con tutta calma, F. apre la busta, controlla che tutto sia leggibile, corretto, esegue quel che gli è stato detto d'eseguire, azzecca il codice a barre qui e quello là e poi quest'altro in corrispondenza di quell'altro. Comincia la prova. "La voglia c'è", è più probabile questo, come a dire vai facile guaglio', frase di circostanza. E quanto cazzo può durare la voglia? S. si chiede, e gli balena ancora quel culo, il perizoma, il fiore, faccia di piecoro, di berro, l'appiccicaticcio che gli è rimasto di quel sogno nelle mutande se lo sente e in fondo è questa la sostanza della voglia. Sei minuti ed F. ha già finito. La ragazza del controllo, quando passa, lo osserva con uno sguardo indefinibile.

"Già finito?"
"Sono il primo?"
"Beh, credo proprio di sì" 
"Posso leggere?"
"Certo, purché non dia fastidio"

Il desiderio rimane, la voglia resta, il desiderio c'era. F. prende il libro dalla tasca del giaccone. Tre quarti d'ora e tra una cosa e quell'altra sarà comunque fuori, via da tutto questo. Legge una cosa che gli piace e lì si perde.

"I fori non vennero riparati né stuccati, così quando Tante Roseleen da ragazzina giocava fuori del caseificio, ci nascondeva dentro le caramelle.
"Caramelle nei fori di pallottole", dice Onkel Ted.
E' questo che fanno i bambini con la storia del loro paese e con tutte le brutte cose successe in passato. In tutta l'Europa di certo ci sono dei bambini che fanno la stessa cosa. Ovunque ci siano rovine per le bombe e fori di pallottole, ci saranno anche bambini che li riempiono, ci infilano un ditino o una pietruzza, ci nascondono delle caramelle e c'inventano attorno delle storie. Vedo bene mia madre e Tante Kathe sorridere con le lacrime agli occhi perché la storia dei fori di pallottole è così triste e allegra allo stesso tempo, perché i bambini si scordano la vera rovina e cominciano a riparare le cose con la fantasia".
**

** (Hugo Hamilton - Il marinaio nell'armadio Trad. Isabella Zani)
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:54 | link |
categorie: fumus et fragmenta, truculenze
venerdì, 12 dicembre 2008

Mani e capelli, come una cantilena

Le macchine, passando, frusciano sempre rumorosamente.
M. sta dove è in genere F.: sulla poltrona di fianco alla stufa nel soggiorno.
Oggi però F. si è stesa sul divano, ha preso una coperta e ci si è ficcata di sotto.
Tra F. ed M. c'è un angolo soltanto, in linea d'aria poco meno di sei palmi.
Ad M. piace la parola palmo, gli ricorda i palmi delle mani.
Lui è uno che adora mani e capelli.
Mani e capelli, come una cantilena.
M. e il suo amico ieri hanno chiacchierato parecchio.
Entrambi in passato sono stati musicisti.
Il suo amico ha studiato pianoforte, era molto portato e appassionato e in famiglia poteva contare sui genitori, due melomani, mozartiani di ferro.
Ma, alla lunga - con quel carattere incostante - il suo amico ha mandato tutto a puttane.
M. è stato un discreto chitarrista, ma anche lui, stringi stringi, cosa ha concluso? niente.
E insomma, tutt'e due con la musica e le mani, largo, adagio, agitato, mordente, M. ha fatto una disquisizione complicata su quanto sia articolato e affascinante il lavorìo della mano nella bracciata agonistica.
M. ha pochi argomenti d'interesse.
Senz'altro il nuoto è tra questi.
Conserva gelosamente in una tasca della sua giacca di velluto verde stazzonata un bigliettino su cui è stampato quanto segue:

"...Nonostante tutto,visto che sto andando in piscina per problemi di schiena, mi sei tornato in mente.
Mentre sto lì, ti immagino farti delle nuotate lente, come vedo fare a qualcuno.
Quasi m'incanto.
Infatti, questi movimenti eleganti, qualcuno sa nuotare veramente bene, pochissimi spruzzi, testa a filo d'acqua, si vede la spinta ma data con incredibile classe, come se il fendere l'acqua fosse fatto senza alcun sforzo.
Secondo me tu nuoti così..."

"...Non so se riesco veramente a nuotare in quel modo, che peraltro mi pare di vedere.
Certamente ci provo e, certe volte, se non c'è troppa confusione, se sto lì con un amico oppure non c'è nessuno, mi riesce, sì, e allora sento lo scivolamento, fatica nulla ed è quasi un lento consumarsi.
Grazie..."

F. adesso si è levata, ha acciuffignato la coperta in fondo al divano e si è scrollata i capelli, sbadigliando.
Le bucce di mandarino, sul ripiano della stufa, sono tutte rinsecchite ed annerite.
M. apre lo sportello della stufa e ce le caccia dentro.
Bruciano immediatamente, liberando una fiammata che sfrigola.
A M. questo ricorda Ljuba, il cane che aveva da ragazzo, un cocker spaniel.
Ljuba era stato un cane gozzone ed insistente..
C'erano giorni che non la si reggeva: guaiva, sbavava, più glie ne davi, di cose da mangiare, più pareva volerne.
Un giorno M. prese una buccia di mandarino, la piegò e gliela strizzò nelle narici.
Una piccola nuvoletta grigia comparve sui pori della buccia, per poi finire nelle frogie del tartufo.
Ljuba starnutì per un pezzo e, da quel giorno, quando vedeva i mandarini s'azzittiva.

Le cose cambiano, M. pensa, e tutto è così banale.

L'altra sera è uscito coi suoi amici.
Hanno mangiato una pizza, poi sono andati a bere qualcosa.
E' stata una serata molto tranquilla.
A un certo punto, non si sa più come, hanno finito per raccontarsi le meschinità sui posti di lavoro.
La direttrice di S. che non fa un cazzo, piglia tutti quei soldi e non è manco laureata.
M. ha raccontato quello che gli è successo di recente.
Un collega gli ha fatto una bastardata.
M. dice che è come l'aforisma di Kennedy, sapete?
"Non chiederti quello che l'America può fare per te, ecc. ecc.".
E' inevitabile - dice - siamo venuti su a botte d'autocritica, analisi, messa in discussione continua.
Le proprie posizioni, queste cose così.
Quando il collega mi ha fatto quel che ha fatto - M. dice - non ho pensato "guarda che pezzo di merda", no, niente affatto, ho pensato "perché? che cosa ho fatto io? sono davvero così odioso?"

C'è questa intersezione di piani, essere e apparire, con cui non ha mai saputo fare i conti e adesso è tardi.
Come si può trascurare l'elemento umano, relegarlo, per così dire, ad un ruolo subordinato rispetto a quello formale, istituzionale?
Io non mi riconosco in un team - M. sostiene - qualunque sia, per la missione che s'è dato. Mi ci riconosco perché amo, ho affinità con chi appartiene a quel gruppo. E voglio che sia chiaro, che si sappia, che non si dubiti che a queste persone voglio bene.

M. concepisce tutto come uno schieramento.
Però non c'è un giudizio, una discriminante etica come a dire qua stanno i buoni e là stanno i cattivi.
M. ha bisogno solo di un orientamento.

S., per dire, è un tipo assai strano, e voi sapete la gente quel che dice di chi è strano.
M. mette le carte sul tavolo, le scopre. S. è mia amica, ed io le voglio bene.
Tutto questo non ha nulla a che vedere con l'amore dei poeti e delle fiabe e quelle puttanate lì.
Ha radici nel senso di solitudine e di morte, ciò che si vuole dimenticare, rimuovere.
Affermarlo non mi rattrista - M. sostiene - Tutt'altro. Non mi fa sentire migliore, né diverso. Sono così, la somma di tante cose e adesso è tardi.

M. legge ora parole di sua figlia.
"A. si rende conto di quanto sia triste un letto matrimoniale con un solo comodino..."

Ieri è stato un giorno in cui M. ha riso di gusto.
Potrebbe chiudere questo pezzo riportandone l'incipit, senza manco modificarlo.
Sarebbe perfetto.
Ciò che conta è l'inizio, ciò che conta è la fine.
Le macchine, passando, frusciano sempre rumorosamente.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:29 | link |
categorie: fumus et fragmenta, minimal stories