F. si chiese per che cazzo di motivo doveva tornargli in mente proprio adesso di quella volta che s'era fatto il viaggio in treno tutto solo. Ripercorse perciò la catena di eventi capitati in quella vrenzola di giornata a cominciare dal risveglio, che era stato assai tremmuliato per il freddo, poi il gelo del pavimento sotto i piedi, la pisciata a rubinetto bella densa, la faccio o no chesta barb'e sfaccimm'? non la faccio, la guida smoccolando i vetri appannati e con la brina, la pompa di benzina aperta 24 ore, era montato in macchina del collega e schezzechiava, si erano grugniti l'uno a quell'altro tra i denti un chitemmuort', si era accucciato sul sedile per crollare in un sonno piombo di nebbia, un sonno sporco, oleoso, appiccicoso, dove c'era un bel culo, un perizoma di pizzo con una specie di fiore sulla prima lombare e lui che ci cincischiava coi denti assai arrazzato finché uno scrollo e vaffanculo il parcheggio è a pagamento! s'era svegliato la varra mmiez' e cosce e le mani a mo' d'artiglio arruncinando il nulla.
Adesso, dopo un caffè e una bella sigaretta, nell'attesa che si aprano le porte dell'androne, gli torna in mente quel cazzo di viaggio in treno tutto solo. Vent'anni dopo ci s'è incarogniti, non c'è verso. Facciacce tutti, F. stesso per primo, facce che crollano, cedono, occhi gonfi e ammarrati. C'è di tutto: quello che è rimasto bambino i lineamenti, un bambino invecchiato, prendi qualcosa di un bambino, il sorriso, forse, gli occhi, la pelle paffuta, se l'odori c'è caso sappia di talco, di cremine; prendi questo e ci dai come un'ombra di vernice nello sguardo, un'ombra di vecchiume nella bocca ed hai il sorriso di un mostro che è un memento; quell'altra ha messo su i baffi, baffi neri, s'è fatta una ceretta ma si vede ugualmente, si vede bene, F. pensa alla tombola di Natale, 59, 'e pile, ricordarsi della donna coi baffi e con i peli Si è messo da un lato, in uno spiazzo libero inondato dal sole, tutti gli altri a far capannello di che ti occupi adesso? questo e quello, F. ha atteso che aprissero le porte, ha avuto culo di trovarsi nei pressi dell'ingresso sicché è entrato coi primi, ha preso il modulo con le istruzioni e l'attestato, ha lasciato il documento a una ragazza coi capelli folti d'un bel rosso tiziano, un rosso non comune, un colore d'antan, poi un tizio incravattato l'ha accompagnato al suo posto, un banchetto di formica celeste, F. ha appoggiato il giaccone sulla sedia, si è guardato intorno, cominciavano ad arrivare tutti quegli altri in fila, mogi e in silenzio. Quel cazzo di viaggio in treno che ci azzecca. L'sms prima dell'annuncio del ritardo. Un caldo, Napoli, la stazione centrale, due gore tante di sudore sotto le ascelle. "Il desiderio c'è", forse, non proprio. "La voglia resta", "Il desiderio rimane". Una di queste, non se lo ricorda. Adesso gli hanno dato un pennarello, una busta, un cartoncino, e sopra c'è stampato il suo nome, ha un adesivo, la busta con il questionario, la scheda dove apporre le risposte. F. è tranquillo, vada come vada tra un'ora si è levato il pensiero e questa storia può dire me la lascio fuori dai coglioni. "La voglia rimane", "Il desiderio resta", "Il desiderio c'era", "La voglia c'era". Permutazioni. Al via, con tutta calma, F. apre la busta, controlla che tutto sia leggibile, corretto, esegue quel che gli è stato detto d'eseguire, azzecca il codice a barre qui e quello là e poi quest'altro in corrispondenza di quell'altro. Comincia la prova. "La voglia c'è", è più probabile questo, come a dire vai facile guaglio', frase di circostanza. E quanto cazzo può durare la voglia? S. si chiede, e gli balena ancora quel culo, il perizoma, il fiore, faccia di piecoro, di berro, l'appiccicaticcio che gli è rimasto di quel sogno nelle mutande se lo sente e in fondo è questa la sostanza della voglia. Sei minuti ed F. ha già finito. La ragazza del controllo, quando passa, lo osserva con uno sguardo indefinibile.
"Già finito?"
"Sono il primo?"
"Beh, credo proprio di sì"
"Posso leggere?"
"Certo, purché non dia fastidio"
Il desiderio rimane, la voglia resta, il desiderio c'era. F. prende il libro dalla tasca del giaccone. Tre quarti d'ora e tra una cosa e quell'altra sarà comunque fuori, via da tutto questo. Legge una cosa che gli piace e lì si perde.
"I fori non vennero riparati né stuccati, così quando Tante Roseleen da ragazzina giocava fuori del caseificio, ci nascondeva dentro le caramelle.
"Caramelle nei fori di pallottole", dice Onkel Ted.
E' questo che fanno i bambini con la storia del loro paese e con tutte le brutte cose successe in passato. In tutta l'Europa di certo ci sono dei bambini che fanno la stessa cosa. Ovunque ci siano rovine per le bombe e fori di pallottole, ci saranno anche bambini che li riempiono, ci infilano un ditino o una pietruzza, ci nascondono delle caramelle e c'inventano attorno delle storie. Vedo bene mia madre e Tante Kathe sorridere con le lacrime agli occhi perché la storia dei fori di pallottole è così triste e allegra allo stesso tempo, perché i bambini si scordano la vera rovina e cominciano a riparare le cose con la fantasia". **
** (Hugo Hamilton - Il marinaio nell'armadio Trad. Isabella Zani)