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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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giovedì, 15 gennaio 2009

Afferente a qualcosa di impronunciabile, perduto

C'è una ragazza che corre lungo la circonvallazione. La incrocio le mattine che riesco ad arrivare puntuale nel mio ufficio. Ha una falcata elastica e leggera, vederla è davvero una gioia per gli occhi. Non sono riuscito a scorgere il suo volto e i pochi dettagli catturati di sfuggita formano un puzzle incompleto, un'immagine irrisolta, come se fosse al di là di un vetro che è incrinato. Mi è capitato di incrociarla in circostanze più propizie. Io ero in bicicletta e lei poco più avanti. Procedevamo nello stesso senso di marcia. Avrei potuto superarla e rigirarmi, ma non ho avuto la sfacciataggine per farlo. Conosco però il suo corpo mentre corre. E' alta, magra, ha caviglie sottili, glutei sodi, bei fianchi e vita stretta; i capelli - presumo siano ricci o comunque mossi - sono raccolti in una lunga coda bruna. La prima volta che la vidi, quest'estate, indossava una tuta nera in microfibra. Sbucò improvvisamente sulla curva. La silhouette pareva un'ombra sul ciglio della strada e, sullo sfondo, i palazzi in costruzione e i campi di girasoli sotto un cielo incolore. Sembrava un set cinematografico, capite? non saprei come dire altrimenti. Surreale. Rimasi letteralmente di sasso. Da allora, come ho già detto, la rivedo tutte le volte che arrivo puntuale nel mio ufficio. Sempre a quell'ora e nel medesimo luogo: dunque è una donna precisa, abitudinaria, che ha volontà di ferro e senso del sacrificio. E' naturale che abbia indagato un po', chiedendo in giro. Nessuno però ha saputo dirmi nulla. Ho chiesto ad amici che normalmente corrono e si allenano a qualsiasi ora del giorno (lei, parafrasando il titolo di un film, l'ho vista sempre correre da sola); ho chiesto a quelli che fanno le gare amatoriali, le maratone, le corse campestri. Niente da fare, nessuno  la conosce. Io pure corro, ma assai sporadicamente. Faccio un altro percorso. Adoro il sentiero che costeggia il fiume. Delle mie corse ho già detto altre volte e non è il caso che ne parli ancora. Lei corre in quell'esiguo corridoio che è la pista ciclabile ai margini della carreggiata. Un marciapiede - un metro scarso di cemento - la separa dalle vetture sulla circonvallazione. Credo che impieghi 4 minuti all'incirca per coprire un chilometro: è veloce. Non ho idea di quanti chilometri faccia ogni mattina. La circonvallazione non è un buon posto per correre, comunque. Oltre alle macchine - un viavai tutto il giorno - il panorama è veramente triste in questi tempi: campi incolti, la pompa di benzina e sulla destra il gigantesco parcheggio dello stadio. Proseguendo, c'è la grande rotatoria che mena alla zona industriale. Lì il traffico si fa più intenso e rumoroso e in più ci sono molti camion. La pista ciclabile viene fagocitata dalle esigenze del trasporto delle merci. Al marciapiede tocca la stessa fine. Non è un posto per correre e allenarsi. Forse, giunta alla rotatoria volta a destra e prende per la zona ospedaliera. Non saprei. Il suo passo - dicevo - è così leggero che non sembra accusare fatica. Si muove con una fluidità armoniosa, calibrata, ogni gesto sembra tracciare linee curve. Le braccia, a esempio, la loro oscillazione, frenano e accelerano isocrone, felpate. Mai uno strappo, quel senso di legnoso.
L'occhio assorbe volumi in movimento, masse, archi, angolature, segmenti. La risultante allude a un senso, a una sintassi. Non mi sorprenderebbe, a poterla vedere al rallentatore, a poterla attentamente studiare e misurare, scoprire complementarietà, uguaglianze, proporzioni, identici gradienti, coincidenze, costanti universali.
Conosco un'altra donna che corre tutti i giorni. La incontro quando vado per il percorso lungo il fiume. E' decisamente più veloce dell'altra e certamente la straccerebbe in una competizione diretta. Ma non possiede la stessa grazia della prima. Corre in un modo che è addirittura goffo, caracollante.
Eppure vince, vince tutte le gare locali.
Tutto quello che ho appena scritto l'ho pensato guardando una foto tra le tante archiviate qui dentro. Una foto molto banale, se vogliamo: una donna che si fotografa allo specchio. Stringe una fotocamera in una mano che tiene in alto quanto basta a potersi inquadrare integralmente. E' probabile che la foto di cui parlo sia già bell'e finita in un post. Non so, non ho la curiosità di andare a controllare. Ma questa donna - che non sa che sto scrivendo cose che la riguardano e che è finita fortuitamente tra metafore che non le appartengono - ha qualcosa, per me, di assai significativo, l'ossessione per cui spendo il mio tempo a raccontarlo. Altre volte ho parlato di fotografie, di come l'umanità resti intrappolata in un ritratto e anche se questa foto e questa donna non hanno nulla di particolarmente bello in apparenza, anche se il mio modo di dire è lacunoso e inadeguato quanto basta per distogliermi da un ragionamento cristallino, c'è quel fatto di avere visto come essersi specchiati, riconoscersi dentro parole, segni, facce aliene. C'era, nella postura di questa donna come una doppia curva, una S perfetta pieno-vuoto, quella sintassi muta di cui ho detto prima, ho detto sempre, di cui ho sempre straparlato senza intaccarne che la scorza. Il braccio in alto evidentemente l'ha sbilanciata, sicché il ventre è proteso in avanti e l'altro braccio - che cade penzoloni lungo un fianco - la bilancia, in senso baricentrico, svelando, a partire dalla spalla e giù giù fino ai lombi, la dolcezza della curvatura della schiena. Ma non è, tutto quello che sto dicendo, in quella donna. Come sempre, è afferente a qualcosa di impronunciabile, perduto.

On air "Simply Beautiful – Al Green"
postato da: fuoridaidenti alle ore 14:06 | link |
categorie: fumus et fragmenta