In quel punto e in quel senso di marcia la strada morbidamente curva a destra; poi lentamente s'inerpica sul poggio. Sul lato opposto c'è una donna coi capelli gialli; non biondi, gialli, stringe un ombrello in una mano. E' accovacciata e protegge un fuoco dalla pioggia; sassi disposti in cerchio e qualcosa in mezzo che brucia. E' una giornata fredda, piove fitto e sottile.
- Ha detto donna - mi fa notare - dovrebbe dire le cose come stanno.
- Prego?
- Ha detto donna. Era una puttana.
La strada effettivamente è frequentata da puttane e travestiti d'ogni sorta e colore. Non c'è che dire, un discreto campionario. Non lontano sorge un club esclusivo; maneggio, golf. Una vera sciccheria. I proprietari s'erano attivati affinché si ponesse un freno a quel po' po' di meretricio, poi ci fu un fallimento o qualcosa del genere.
- Ha detto donna. Era una puttana. Tuttavia anch'io avrei detto donna. Un cliente che cosa vede? una puttana. Lei non poteva che guardare una donna.
Siamo due galantuomini - mi chiedo - o una sorta di Bouvard e Pécuchet? Astenersi dal dire le cose come stanno è un riguardo verso la parola e ciò cui allude o soltanto una questione di decenza, un non volersi sbilanciare?
Una donna coi capelli gialli. Non biondi, gialli, di un giallo canarino.
- Guardare non c'entra nulla con vedere. Filologicamente, beninteso. Bisogna esserne predisposti, probabilmente, e certo è una questione di cultura, di sensibilità, di come si è diventati nel frattempo, quanto ci s'è incarogniti, rammolliti.
Nel pomeriggio il fisiatra esaminava la contrattura della lombosacrale, la mia croce.
- L'anca destra, sente com'è protesa? Spingo quella sinistra e... sente? Cede. La destra invece resiste, non le pare?
Poi mi ha preso la testa tra le mani.
- Si rilassi, le tengo la dura madre tra le mani.
Sono così suggestivi certi modi di dire: "Le tengo la dura madre tra le mani".
- Il nostro scopo è il riallineamento; vediamo se è simmetrico - mi ha detto.
Pregustavo l'incontro col professore. Due galantuomini, o una sorta di Bouvard e Pécuchet.
E insomma, la strada sdrucciola e inzuppata, la curva che man mano salendo scintillava, sprazzi di sole e pozzanghere sul ciglio, la gonfia ed indicibile tristezza di quel giallo, capelli, stoppa o parrucca che fosse e poi l'ombrello, quanto può essere triste un ombrello che ripara un falò di robe raccapezzate, questo prodotto, questa moltiplicazione di fattori tristi e precari nella pioggia.
- E' parso che sorridesse, la puttana (lo dico apposta, non senza farmi violenza, colgo in me una nota dissonante). Certo, a nessuno dei presenti sorrideva. Non a me che passavo e - d'altro canto - non c'era altri che me lungo la strada; altri che me a vagare dopo pranzo.
Cosa c'è da sorridere - mi chiedo - sotto la pioggia fitta, su una curva e con questo cazzo di freddo, peraltro.
Dietro la donna c'era un sentiero costeggiato da ciuffi di scope e arbusti di ginepro. La genga intorno a sfarinarsi alle intemperie, tante piccole frane, giù, detriti, le reti di contenimento puntellate, qua e là rigonfie, in certi punti stramate.
Nella forra poi l'intuizione di un torrente.
- L'ho lasciata con gli occhi al cielo grigio.
Lucido è il quadro che disegno, pluviloquendo, e andiamo! un altro goccio al professore, tutto è così tranquillo, abbiamo il fuoco e il tempo di confessarci l'uno all'altro.
- Lei pensa ci sia un motivo ben preciso per cui finiamo nelle cose di sempre? curve, bottiglie, donne, stramature, detriti e... che si guardi - dico - si guardi, e poi si vagli, e a quale scopo? in mezzo a una moltitudine di termini il più adatto, quello più pertinente; si scelga immancabilmente i soliti, gli stessi e d'altro canto le note, 7, 12, via! 26 lettere abbiamo, punteggiature, pause, acciaccature... considera mai la possibilità di sconfinare oltre uno schema semantico, per quanto elasticamente esteso, per quanto vasto, simboli, segni, combinazioni, incastri... Considera mai la non reiteratività dell'esistenza?
- Talvolta, sa, un'intuizione felice ed in tal caso - questo glielo concedo - sublimi sacchi di merda. Questo siamo.
- Lei trattiene al di qua di un setaccio quella curva, i capelli, il fuoco, il sorriso, il cielo grigio. Lei guarda quello che trattiene e quel che cola, il rimanente, il rimanente - si agita il professore - lei lo vede.
Si versa un goccio, me lo verso anch'io.
Ci sintonizzano certi timbri a noialtri: sartiame teso allo spasimo, risacche, la sella al trotto (un trotto bello allungato), i finimenti, le briglie, il fuoco, sì.
- Cosa ascoltava?
- BWV 1052, movimento centrale.
- Ah, beh, in tal caso comprendo.
E' notte quando ritorno. Il foglio è lì, spiegato sulla consolle dell'ingresso. Calligrafia ordinata. Leggo. E' francese. Un francese così elementare che perfino io - che non leggo, che non ho studiato il francese - comprendo immediatamente.
...Je me demande si un jour nous pouvons nous encontrer chez nous.
Votre enfant Nzigire Viviane Murhula
Suppongo sia stata scritta da una suora, che sia un cliché, un atto dovuto, lo step previsto di un progetto più ampio: siamo scafati, calli, cotenne ormai, disincantati.
Sarebbe bello che un giorno Nzigire Viviane Murhula, quando i motori di ricerca saranno così sofisticati da ricomporre, da saper ricostruire, a fronte di una stringa qualunque, a fronte di un nome, il succo, l'essenza, il rewind prima del buio, come un esame di coscienza, un compendio multimediale, sarebbe bello che possa leggersi qui dentro, in questa storia di parole contorte artatamente.
Ne colga perlomeno il suono, che dire, l'eco.
Ne sarei immensamente felice.
Allineati.