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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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sabato, 22 agosto 2009

Se Santa Sei

Per aprirla usò il coltello che aveva nel cassetto, uno di quei coltelli da due soldi col manico di plastica bianco e la lama seghettata.
Una volta era appartenuto ad un collega che poi era morto e lui se l'era tenuto per ricordo.
Sulla busta (di quelle gialle, foderate all'interno di plastica bollosa) c'erano delle istruzioni vergate a china.
Una bella calligrafia a stampatello: sicura, precisa, un tratto senza indecisioni.

Dicevano:

ISTRUZIONI PER IL DESTINATARIO

UNA VOLTA APERTA LA BUSTA,
ROVESCIARE IL CONTENUTO DELLA
SUDDETTA SULLA SCRIVANIA
TENENDO LA BUSTA SOLLEVATA
RISPETTO A QUESTA
D'ALMENO UN DIECI CM

Più in basso, sulla destra, il disegnino di un personaggio.
I lineamenti del volto praticamente inesistenti.
Due puntini al posto degli occhi e sembrava che avesse le orecchie a sventola o una cuffia o un casco o - chi lo sa -  come dei paraorecchie. 
Qualunque cosa fossero, erano due protuberanze.
Sulla testa, racchiuso in un fumetto, campeggiava un punto interrogativo.

Sul margine della busta un'altra scritta - vergata con una punta più sottile -  diceva:

(malamente copiato da G.P.)

Prima d'aprire si chiese se la circostanza - ricevere una busta da una sconosciuta, una con cui aveva scambiato certe impressioni riguardo a un libro letto e oramai quasi dimenticato - non potesse nascondere qualcosa di pericoloso.

Pensò al carbonchio.
Anthrax.
Ne sorrise.

Gli ci vollero 2' 38'' per scalzare il lembo della chiusura.
Sulla busta l'ufficio postale aveva incollato un'ulteriore busta di plastica trasparente che ospitava, in una tasca al suo interno, la copia della raccomandata (si trattava perciò di una raccomandata!) da consegnare, com'era stato fatto, a lui, il destinatario.

Durante quei 2' 38'' ebbe modo di riflettere sul fatto che è proficuo, anche quando si eseguono operazioni così delicate quali aprire una busta - operazioni che hanno cioè lo scopo di violare e contemporaneamente preservare, operazioni dunque antitetiche in se stesse, violare e preservare, profanare evitando di lasciare tracce di un passaggio - è proficuo, lui pensava, in questi casi, avere un atteggiamento ed un modus operandi sicuro, preciso, senza indecisioni.
Una buona metà di quell'arco di tempo era volato via che cincischiava con il coltello lungo il bordo, invano.
Non era riuscito ad aprirsi un varco.
Tutto questo, per via dell'incertezza.
Quando aveva affrontato il problema di petto - un bel taglio deciso eseguito a mano ferma - tutto era stato poi così naturale, conseguenziale, la fessura che si allargava, la strada che si apriva.

Pensò alla ragazza con i capelli rossi (Nicole?) tanti anni prima, un'estate, che gli si era concessa.
"Che razza di termini sto usando?" - pensò di se stesso che pensava - "concedere, così anacronistico e falso".
Eppure con quali altre parole poter dire?
Nitida nella sua mente Nicole in bikini nero, poi nuda sul letto e lui che gli ci struscia sopra.
Sudati lerci, lui gli ci struscia e non sa come entrare.
Ci vuole decisione nella vita.

Quando il lembo ha ceduto si è domandato e adesso?
Sulla scrivania ci sono due libri, un telefono, un foglio formato A4 su cui sono poggiati dei sassi.
In mezzo a questi sassi è incastrata una foto plastificata dov'è ritratto suo padre che sorride.
Alle spalle ci sono le foto delle sue figlie.
Il padre avanti, le figlie in secondo piano.
Non si impallano, è una sorta di rappresentazione.

Capovolge la busta a 10 cm. dalla scrivania, come da istruzioni impartite.
Una pioggia di stelle di plastica verde acquamarina, un foglio ripiegato in tre e un altro foglietto scivolano giù con un lieve fruscio.
Resta a guardarli con un sorriso stampato sulla faccia.
Pensava di trovarci una lettera, e invece.
Questa, che sembra  una rappresentazione.
Ora che ci ripensa, però, la donna è un architetto, sicché il disegno, la calligrafia e così lpure l'uso di punte di diverso spessore, tutto questo appare così logico e normale.
Non si aspettava le stelle, poi chissà perché.
Le osserva attentamente una ad una.
Si tratta di normali stelle a cinque punte, di varia misura, tagliate a mano grossolanamente.
Questo è strano, il taglio che è appena abbozzato, alcune non sembrano neanche delle stelle.
Lo sono solo perché lo sono tutte le altre.
Le conta (è solo una scusa per toccarle?).
Sessantasei.
Sembra un numero con una ragione ben precisa: è divisibile, simmetrico e com'era quella filastrocca da bambini?

80 voglia di te
70 ne hai di me
66
16 di volermi bene
  6 tutta la mia vita

Se santa sei.

La figlia minore, nella foto che è alle spalle di suo padre, a casa ha delle stelle fosforescenti appiccicate al muro.
La sera, quando spegne le luci per andare a dormire, per un po' luccicano e sembra tutto un cielo stellato.
Talvolta lui adora dormire sul letto di sua figlia.
Si legge un libro, qualche pagina in attesa che venga il sonno e sul muro ci sono quelle stelle.
mercoledì, 05 agosto 2009

Miracolo Italiano (morti bianche, essere e apparire, bestemmie ed altro)

Questo qui in calce è il racconto con cui Piera Ventre ed io abbiamo partecipato ad una lodevole iniziativa intitolata "Aquattromani", patrocinata, se così posso dire, dall'ottimo Remo Bassini.
Avrebbero dovuto esserci un tot di racconti anonimi; i partecipanti avrebbero dovuto esprimere, secondo un certo criterio, il loro voto; sarebbe stato reso noto il nome degli autori; sarebbe stata stilata la lista con le preferenze ricevute; avrebbe visto la luce finalmente l'ebook dell'edizione.
In pratica ci si giocava l'ordine di impaginazione e questa mi pare un'ottima cosa (un ordine, è bene sottolinearlo,  particolarmente articolato che ricalcava la logica con cui vengono accoppiati generalmente i contendenti in un torneo: le teste di serie contro i deboli , lo scopo è mantenere costante il bilancio delle forze in campo fino alla fine)
Ho usato non a caso un mucchio di condizionali.
Il fatto è che le cose sono andate un po' a ramengo.
C'è stata qualche polemica su voti, votazioni, giudici e pregiudizi.
Per farla breve, i racconti verranno impaginati seguendo l'ordine con cui furono pubblicati (questo mi pare d'aver compreso; francamente non ho seguito fino in fondo la polemica).
E ora veniamo a "Miracolo Italiano".
Nel racconto, lo premetto, ci sono un paio di bestemmie.
Chi per un motivo o un altro non sopporta la bestemmia è avvertito: non lo legga.
Quando abbiamo scritto "Miracolo Italiano" sapevamo benissimo che ci saremmo alienati qualche simpatia.
Questa edizione di "Aquattromani" aveva un tema: l'italia di oggi.
Piera avrebbe voluto parlare delle morti bianche.
La statistica dice che le morti bianche si consumano prevalentemente il primo giorno di lavoro.
Io ero affascinato dalla questione "essere e apparire".
Si dirà che c'entra poco con l'Italia (è ciò che mi ha detto la stessa Piera quando le ho proposto il personaggio che avevo in mente).
Questo è quello che le ho risposto via mail.

"...hai perfettamente ragione riguardo al fato che sì, questo tema rappresenta un sentire mondiale e non caratteristico di questa italietta e basta. ma noi abbiamo il presidente del consiglio che fa da epitome ed
esempio e - fatta eccezione per Gheddafi o, se guardiamo al passato, per Bokassa e qualche folle fanatico raìs del centroafrica o del sudamerica - non mi sembra poca cosa.
ho parlato di tronisti e di veline.
come al solito: io accenno un tema, tu sei molto più precisa; io sento una traccia, l'intuisco vagamente; chissà perché, penso sempre che chi ho di fronte sia sintonizzato.
insomma, il tronista e la velina non hanno importanza in sé, ma si incastrano, e fai lo sforzo di capirmi, con quell'immagine di Berlusconi che apparentemente si deterge il sudore della fronte mentre in realtà si sta dando una botta di make up in parlamento (hai presente, no?)
questi soggetti incartapecoriti di cui vediamo (e purtroppo valutiamo, siamo condizionati dal) la mera apparenza polimerica. che razza di leggi potranno produrre, abrogare, discutere?
mi piacerebbe, non saprei come (e nel non saperlo parlavo di tronisti e veline) che oltre alle morti bianche si accennasse a questo aspetto che non è forma ma è sostanza, è etica."

Ed ora voglio tornare alla questione della bestemmia.
Il personaggio che avevamo in mente è uno che ogni tre quattro bestemmie c'è caso infili una parola "normale".
Ce ne sono a pacchi, un'infinità di persone così.
Non so come si possa fare ad ignorarli.
Potevamo sostituire "porca" con "per la".
Metricamente, musicalmente sarebbe stato un cambiamento impercettibile.
Ma i fake stavolta abbiamo deciso di mandarli a cagare.
Questo è soltanto un racconto, non vuole migliorare nessuno, è come una fotografia: è soltanto quello che (non) vedi.



11. MIRACOLO ITALIANO
di Piera Ventre e Mauro Calenda

Certo che ci pensava al suo futuro! Mica voleva restare impantanato come suo padre, a smoccolare sotto la sferza del padrone finché in bocca non gli sarebbero rimasti che due denti e tutti i rinfacci del fiele di una vita. Aveva visto e rivisto quel film, La ricerca della felicità e pretendeva il sogno americano. Anzi, meglio: il miracolo italiano. Per raggiungere la felicità bisognava impegnarsi, questo aveva imparato; che non viene giù dal cielo come una grazia, che bisogna conquistarla, crederci fino a buttare il sangue.
Studia!”. La perdente giaculatoria di sua madre. Per anni non aveva fatto che ripetergli questo: “Studia!”. Ma a cosa cazzo gli sarebbe servito starsene tutto il tempo sui libri? A fare la fine di suo cugino Nicola, laureato con lode e il culo vizzo appiccicato sulla postazione di un call center? Naà! Lui aveva studiato, sì, ma davanti alla tivvù. E aveva capito che, per fare strada non bisognava conoscere la geografia, per realizzare il suo miracolo italiano non gli occorreva masticare l’inglese. Il cantiere era soltanto un contentino. Gli serviva per pagarsi la sauna, la palestra e far tenere chiuso il becco ai suoi vecchi. Lui gliel’avrebbe detto a cose fatte, a tutti quelli che lo conoscevano, “avete visto, eh, di cosa sono stato capace?”
Da un anno ormai tutte le sere si allenava. Era arrivato a fare cent’ottanta piegamenti sulle braccia; a mani aperte, coi pugni, con lo schiaffo, come quelli che faceva Robert De Niro in Taxi Driver. E poi duecento addominali perlomeno. Saliva e riscendeva e, nel frattempo, si controllava in faccia allo specchio la scacchiera dell’addome. E che bellezza quell’addome a tartaruga! Poi la depilazione. Tutto quanto s’era fatto levare, persino le sopracciglia si era sfoltito, un taglio preciso ad ala di gabbiano. E si era completamente rasato la capoccia. Ci spalmava la crema antirughe, sul cranio liscio e la faccia, mattina e sera.
Si preparava. Anzi, era già pronto per svoltare.
Il provino per il Grande Fratello, di lì a poco.
E adesso eccolo là, schiattato in mezzo al cantiere. Inzuppa rena e cemento con la sua roba, sbrodola giù, schifoso, pare un fantoccio scassato, lo stramadonna troia di un accidente.
La cazzuola aveva mulinato nell’aria, poi l’urlo, la parabola del volo e infine il tonfo: sordo, di schiena.
Aveva sentito sciamare miliardi di formicole in capa, una corrente, e ci aveva provato, cazzo, ad alzarsi da lì, rabbioso, non è niente, seh, non è niente, le formicole dovunque. Poi manco quelle. Aveva cercato di muovere le gambe, ma niente, nessuna reazione, e lungo le braccia  un via vai come di insetti.
Poi il bordello degli operai col capomastro: chi piangeva, chi bestemmiava in dialetto e, per finire, l’urlo della sirena, la barella, l’ambulanza. Una lesione profondissima al midollo. Immobile, seccato dalla vita in giù. Sua madre non fa altro che portarsi i fazzoletti ciancicati agli occhi, ciabattando nella stanza dell’ospedale. Suo padre, assieme al capocantiere, si era dato da fare a ribadire ch’era veramente una sciagura cadere dal ponteggio durante il primo giorno di lavoro. Del resto è così che funziona da sempre, una mano lava l’altra si dice, no?, e tutte e due lavano il viso.
La saggezza dell’Italia popolare.
Nella disgrazia però aveva avuto gran culo. La faccia, per dire, non gli s’era rovinata. Qualche graffio, sì, qualche ematoma, ma i denti graziaddio li aveva ancora tutti.
L’infermiera gli ha prestato uno specchietto. Con cura lui si controlla il viso. Le sopracciglia necessitano di un’attenta sfoltita: bisogna  darci dentro di pinzetta per ritracciare gli archi ad ala di gabbiano. La felicità non è una cosa semplice. E’ il becco spalancato di un uccello da nutrire a molliche. Cosa aveva imparato da quel film? Che quando si cade ci si deve rialzare. E lui, porcamadonna, l’avrebbe fatto. Anzi, lui lo sta bell’e che facendo.
“E’ tutta gente da mille euro al mese” – si dice, ripensando ai parenti e agli amici – “Ma quando cazzo vincono mai, co’ ‘ste facciacce? Blaterano di valori, di apparenze e poi, va’, piangono per un graffio, una malattia, perché sono ingrassati o gli hanno rubato il motorino” .
L’infermiera gli chiede se può sospendere un momento perché deve controllargli la fasciatura.
Il lupo in lui, quando ripone lo specchietto sul comodino, pensa e sorride “Lo so, troia, che cosa ti stai chiedendo. Se sono ancora in grado di armare. Un vero peccato, ve’?, tutta ‘sta grazia sprecata”.
Ha la certezza che la felicità sia lì vicino; che l’incidente, la sua attuale condizione, le cause all’origine della disgrazia siano dettagli preziosi. Sono i dettagli che fanno il personaggio.
Si vede opinionista, testimonial e, perché no?, corteggiato da uno schieramento.
Deve soltanto continuare ad allenarsi.
E presentarsi a quel cazzo di provino.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:15 | link |
categorie: truculenze, sciapò, e graziassài