
Era lo scorso luglio, una sera, a casa
sua, luogo stupendo,
Brunella mi prende da parte, voi capite, ci eravamo bevuti il bevibile, pensate che poi sono tornato a casa in taxi, insieme a
Dido e
Verdemare, su al Vomero, all'Arenella precisamente, sono sceso tronco strainìto e manco ho fatto il verso di pagare, e questo non è da me. Dicevo,
Brunella mi prende da parte, mi illustra questo progetto partorito dalla mente di
Flaviano, un vulcano a ben altre latitudini. Qui c'e il Vesuvio e c'è piazza del Plebiscito, ed il traffico c'è, e le voci, fuori e dentro. Accetto, nella squadra c'è qualcun altro, mucchi di affinità, di sintonie, di modi di percepire. Accetto, e non so bene qual è il mio ruolo. E insomma, stamattina a questo pensavo, oltre i vetri un cielo grigio ma che tiene, certo che tiene, e una temperatura dolce, da primavera. Mi gorgoglia il caffé sul fuoco e penso alle mescole di fluidi, in senso stretto ed in senso molto più lato, mescole di caffé con latte, mescole d'aria, e venti, belle 'mbriane, buriane, portano voci, odori, semi, il carico di cose della vita. Parte
Buràn, è un carrozzone cigolante, così lo immagino e lo vedo, sa di legni e di spezie, è bruciacchiato, impolverato e macchiato di caffé, e d'olio, e un ragazzino ha appiccicato sotto il tavolo una cicca ciancicata. Così parte
Buràn numero zero. Leggetevelo, è uno spicchio delle voci di là fuori.