Ho parcheggiato prima dell'imbrecciata, sul pianoro, lungo il margine all'ombra dei castagni. Qui tagliano e accatastano la legna, ma oggi è sabato, non c'è nessuno nel cantiere. Ovunque segatura, pezzi di corda, frammenti di corteccia. Una bottiglia di vino mezzo vuota è tappata con un bicchiere capovolto. La sega a nastro, al centro dello spiazzo, sembra un altare, un gigantesco altare postmoderno. Ha un che di sacro e blasfemo al tempo stesso. A terra è un intrico di tracce alla rinfusa: pneumatici, mezzi cingolati. Adoro i luoghi tormentati come questo, si percepisce la fatica dell'uomo e della macchina. Anche quando è silenzio tutto intorno -perché ogni cosa è avvenuta o niente ancora- c'è una tensione, una forza come sopita e sonnecchiante, pronta a esplodere in un ringhio di rabbia fumo e ferraglia. Sono tornato -mi dico scrutando il fondo della forra- come i salmoni le aragoste le anguille. Dieci anni, e il passo d'allora pressapoco. Più timoroso, certo, è inevitabile. Dieci anni. I disincanti del tempo.
Ci si veniva -allora- per le trote. Scendeva lei di corsa per il greppo. Mai una caduta né scivolate, nulla.
"Rischi di meno che a tenerti, lasciati andare".
Lasciarsi andare, non contrapporsi, assecondare. Non sono mai stato in grado di riuscirci. E' una cosa che devi sentire dentro, nelle gambe. Ci devi nascere, devi esserci portato.
Ho calzato gli stivali da pesca, quelli di allora. La gomma ai bordi e alle giunture si è indurita. M'è toccato tenerceli un bel po' sulle bocchette dell'aria calda, mandata a manetta. Spero che non si spacchino scendendo.
Mi incammino con passo incerto e scivoloso. Lascio tracce come sgommate sulla scesa. Giunto in fondo volgo gli occhi alla cima. Livida appare adesso, e luminosa. L'acqua poi mi lambisce le ginocchia. Poca corrente e gelata all'impatto. Mi dirigo sciaguattando verso monte.
- Ma come ve ne siete accorti?
- Dimenticava. I fatti, all'inizio, poi i nomi, poi via via...
- E adesso?
- Sembra triste, lo so, ma che vuoi farci? Ci ho visto pure un risvolto poetico, lo sai?
L'altra sera, nella sua stanza, la guardavo. Ho pensato a me stessa e a quel che porto in grembo.
Un cerchio, capisci? Chi va, chi viene. Tu comunque non temere, io sto bene.
Sotto il salto, nascosto dai rovi, c'è il gorgo popolato dalle fario. E' incredibile dove riescono a inerpicarsi. Montano dislivelli a precipizio che non ci crederesti. Superbe bestie -e schive- le trote fario. Dieci anni. Sembra tutto come allora. Una di cui fidarsi -lei- di parola. Guardo l'ora e controllo il segnale. Buono. Dieci anni dopo. Sul posto delle fario. E non so il sesso né che nome gli abbia dato.