"
...il mio cuore sente nostalgie immaginarie della terra dove non è mai stato"
F.Pessoa
Dalla terrazza del palazzo consolare il giardino era un trionfo di simmetrie, ma al di là dell'effetto rassicurante che ispirava l'armoniosa disposizione delle aiuole, al di là dell'attenzione maniacale con cui erano state potate le siepi e sagomate le bordure, e della suggestione delle luci - ovunque torce, lampade ad olio, candele alla citronella - lui percepì una sorta di comunione profonda e misteriosa ed intuì nei suoi pensieri come un fine, un obiettivo, il tentativo d'infrangere una norma, d'evadere da confini angusti e sconosciuti di cui intuiva - chissà come - la costrizione.
Spazio, tempo, la città nella città nascosta lo chiamava.
Il vecchio aveva cominciato a raccontare con voce piana del mattatoio dove ora sorgeva il seminario.
Lo spiazzo - nei pomeriggi sua figlia ci pattinava - un tempo era ricoperto da liquami.
I ragazzi che marinavano la scuola a fiondate facevano stragi di pantegane.
Anche il tanfo lì con l'inverno congelava.
Lo sguardo gli restò invischiato tra le piante, l'erba rasata di fresco, la carnosità dei prati, indugiò nelle gradazioni dei cespugli, ne apprezzò l'intensità dei contrasti, bevve il bianco della breccia dei viali.
Il vecchio mostrava dei manoscritti, certi cartigli ridotti ad elitre d'insetto.
"Alle volte pare ti si sbriciolino mentre leggi come aspettando l'ultimo paio d'occhi per morire".
Nelle Chiese di campagna i contadini seppellivano i loro morti, tutti i morti, malgrado il cimitero.
Il tanfo aleggiava sulle Messe e sui Rosari e nessuno ci faceva più caso.
Terminata la conferenza lui rimase oltre il cancello, osservava il giardino.
Pensava alle città nascoste e sconosciute che albergano nelle città, gli altri noi dentro noi stessi.
Il palazzo - alle spalle delle aiuole - tremava appena alla luce delle torce.
(Curioso che a pochi mesi di distanza torni a fare i conti con il senso e la coerenza di certe apparenti antinomie. L'altra volta fu a Barcellona e ne scrissi
qui.)