Quando Veronica morì io non c'ero, ero a Napoli per il Capodanno. Veronica la chiamavano Vera, a me piaceva il suo nome per intero: Veronica. Non mi dilungo su come s'era ridotta. Tutti abbiamo a che fare prima o dopo con qualcuno che si consuma, o magari noi stessi. Veronica ed io non siamo stati sempre grandi amici. Colleghi, prevalentemente. Due colleghi. Posso affermare d'averla conosciuta - se mai questo è possibile dirlo di qualcuno - molto tardi, dopo che andò in pensione. C'era stato un periodo agli inizi che, sì, frequentavamo lo stesso gruppo di persone. Sembravamo tutti amici e forse lo siamo stati davvero. Il fatto è che si è portati a fare dei bilanci considerando le cose fino ad oggi e questo non sempre è giusto. Nessuno di noi era originario del posto e questo spiega in un certo qual modo quel sodalizio. La sera ci si riuniva a casa di Enrico; una casa bellissima, in collina, vicino a un cimitero di campagna. Buttavamo qualcosa sul fuoco, si beveva, fumavamo parecchio e suonavamo. E c'era stato lì in mezzo qualche risvolto sentimentale; di sguardi, per lo più, come a non voler turbare l'armonia. Quasi tutti avevamo una storia nelle città da cui provenivamo ed eravamo senz'altro un po' confusi. Veronica aveva un marito e due figli e certamente per questo la sentivamo più distante. Ecco perché dico che l'ho conosciuta tardi, ero troppo giovane allora. Fu un giorno che si parlò di divorzi. Lei mi disse certe cose ed io pensai che non eravamo affatto lontani o perlomeno non più. E' curioso che io ne stia scrivendo stamattina. In ritardo, come tutto tra noi è sempre andato. Quando seppi che Veronica era morta era già passato qualche mese. Era già primavera inoltrata. Fu un caso: ero a cena nel ristorante dove talvolta incontravo lei col marito e allora chiesi sue notizie. Ci rimasi di sasso quando mi dissero "E' morta il due gennaio". Pensai "Adesso torno in ufficio e mando un po' di gente a cagare". La figlia di Veronica ha un figlio che ha l'età della mia più piccola. Veronica l'ha potuto conoscere e viziare e raccontargli mucchi di storie. Ieri insegnavo alla mia a pattinare. Il gioco delle ginocchia, che è importante, perché è importante controllare il movimento, che sia corretto e solo allora si può lavorare sulla velocità. C'era un signore coi baffi che leggeva il giornale seduto su una panchina. Ogni tanto alzava la testa e ci guardava. Ho pensato che magari esageravo ad insistere con tutti quegli ammonimenti "Guarda me! Uunò! Duué! Molleggia! Passi lunghi! Lunghi! Più lunghi! Non devi fare tremila passettini, passi lunghi! Piega le ginocchia! Tieni il busto dritto! Un po' piegato in avanti, guarda me! Coosì! Coosì!". Il fatto è che certe cose, specie se puoi cadere e farti male, bisogna impararle bene quando è il momento.