Sono colui che rasenta i muri quando cammina, lo sguardo a qualcosa sullo sfondo, oltre la gente. Preferisco strade poco frequentate, vicoli bui, traverse, come chi ha qualcosa da celare. E qualcosa ho dentro che stride, effettivamente, incompatibile con la moltitudine chiassosa. So il mio passo, di cui ho già detto, e lo sguardo che sfugge. Ancora mi commuovono i sottotetti, le grondaie, certi fregi sbiaditi dei palazzi del centro, un'edicola in un crocicchio grigio presso il teatro, sinopie intraviste nelle stanze d'un palazzo in ristrutturazione, quel che resta d'un affresco del quattrocento in una chiesa dove non c'è mai nessuno, come mai non c'è nessuno? Sono uno che sta per i fatti suoi, coltiva fantasie, legge, scrive, gli scivola via il tempo così. Lavoro in un ufficio. Alla mattina c'è gente che incontro, capita ancora, mi fanno ma come? non eri a roma? non eri in ferie? no, sono mesi oramai che sto qui e che non mi muovo. Entro presto nella mia stanza che è tutta bianca. Ho piante bellissime e curate. Un ficus che ha perlomeno vent'anni. Le foglie, lucidissime, sembrano finte. Le saluto, le piante, tasto la terra se c'è bisogno d'acqua, accendo il computer, regolo le veneziane, faccio quel che ho da fare e non metto il naso fuori. Quando ho voglia d'un caffè vado alla macchinetta in fondo al corridoio. Non ho un orario fisso, non sto lì a pensare c'è troppa gente adesso oppure non c'è nessuno. Questo, credetemi, non mi condiziona. Infilo la chiavetta elettronica, pigio il bottone finché le luci dello zucchero si sono tutte spente, compongo il numero 14, caffè macchiato, e aspetto che venga giù. Poi prendo il bicchiere, ritiro la chiavetta, torno nella mia stanza, chiudo la porta e mi sorseggio il caffè. Sullo schermo sgocciola la nostra vita, la mia e la vostra. Misuro a volte quando entrate, quanto ci state, dipende se ho da fare, se ne ho voglia, se mi diverte. Io vado a cena spesso con un po' di persone, abbiamo interessi in comune, certo, e tra loro ho qualche buon amico con cui si può bere e parlare di cose di cui parlo con me soltanto, cioè a pezzi e bocconi e quando la voglia passa le lascio appese lì e chi se ne fotte. Io conosco un mucchio di gente fatta di frasi. E' quella con cui mi trovo meglio alla fin fine. Vive dove il signor nessuno e il signor tutto valgono quel che dicono e come riescono a dirlo. Fuori dalla mia stanza vige invece la legge del prefisso, tipo sig. dott. ing. arch. E ci sono un mucchio d'altre cose che non vanno e delle quali, diciamo così, non mi importa nulla, tipo il campionato di calcio, la formula uno, il grande fratello, hai visto quella presentatrice lì dal vivo non vale niente meglio la panettiera sotto casa mia vuoi mettere? due zizze tante almeno una quarta una quinta c'è caso. La gente fatta di frasi posso sceglierla, setacciarla, filtrarla, accenderla e spegnerla. Mi dicono non è lì quella verace, non prenderla sul serio, è tutto finto, tutto virtuale. Io dico invece che mi sta bene e 'fanculo. Mi pare che dovunque mi volti sia lo stesso: si mostra e si conosce la parte che s'è deciso d'esporre. Ieri ho sentito questo scambio interessante. Se tu t'ammalassi gravemente che faresti? Spero d'avere il coraggio di farmi fuori. E non vorresti stare più a lungo, dieci anni ancora con tua moglie i tuoi figli? Dieci anni di fronte all'eternità del niente? Ovunque tutto si consuma brucia e alla fine finisce.