La prima inquadratura è su un bambino. E' ripreso di spalle. Si vede solo la testa, il tronco dopo un poco. Si tratta di un bambino molto magro. La testa sembra sproporzionata rispetto al collo che invece appare sottile, femminile. Indossa una maglietta bianca con i bordi blu navy che gli sta grande, due misure di troppo perlomeno. Viene sorpreso col braccio destro alzato. La mano - molle - è aperta. Sembra quasi che stia reggendo un vassoio. Si struscia la guancia sul braccio (forse quell'altro è impegnato, oppure ha le mani sudate, o sono sporche e non sa come stropicciarsi gli occhi, la bocca, non lo so). Completa il gesto e l'inquadratura gli è addosso, poi di sopra. Poi lo supera, relegandolo a un ricordo. Mi sembra - inconsapevolmente a rivederlo - la raffigurazione di un viatico, un commiato. E' come se l'innocenza cedesse il passo, restasse presso i confini d'una soglia trasparente che non le è consentito attraversare.
La parete è suddivisa in tanti riquadri. E' una scacchiera di caselle bianche di marmo; quel bianco che vira sui toni spenti del grigio. Ogni riquadro ha come delle teste arrotondate: chiodi o viti brunite agli angoli, sporgenti. Ci sono, inoltre, delle scritte. Da qui sono illeggibili però. In mezzo alla parete si apre un passaggio: una soglia, di marmo pure questa, tuttavia di un colore giallo-rosato. Riscalda - il contrasto cromatico è voluto - un soliloquio altrimenti di pietra monotonale. La sovrasta, in lettere di bronzo, una scritta: "Padiglione est". Oltre la soglia s'intravede, sulla parete a sinistra, un lungo corridoio quadrettato, e quadrettata è la parete sul fondo. Viene in mente la reiteratività dei labirinti. La parete di destra invece è inondata dalla luce. Due stanze vedo, forse due corridoi. Certamente s'affacciano all'esterno.
"Quando ci vai, tu, ricordati", mi ha detto. E' sorprendente come il tempo azzurri ancora il suo sguardo. Il resto ho l'impressione che s'accartocci. Invecchiare alla fin fine è proprio questo: un lento rannicchiarsi, come per trattenere qualcosa dentro più che si può. Le ho promesso che mi sarei ricordato. Eravamo presso il cancello verde di casa, il motore a scaldare, il condizionatore ronzava, i bagagli sistemati. Il saluto "Dove?", mi ha chiesto. Quando le ho detto "El Alamein" un "Ah!", come una fitta antica, le è sfuggito. Sicché mi racconta di un tavolo molto lungo, di una stanza fumosa, di un colonnello inglese, altri ufficiali e lei, vent'anni, lì fa l'interprete. Portano un soldato, non si sa da dove provenga, l'hanno trovato, uno sbandato insomma, probabilmente un disertore. Non spiccica una parola d'italiano, parla in dialetto, dice che è stato al paese, il padre è morto e lui è andato a seppellirlo. Sarebbe ritornato, tre giorni, non aveva intenzione di scappare. "Gli chieda dov'era prima", le fa il colonnello. "El Alamein", senza interpretazioni. D'altronde non c'è bisogno: è un nome secco e basta El Alamein. S'alza immediatamente ("mai visto un ufficiale inglese fare nulla del genere") e attraversa la stanza impettito il colonnello. Fa cenno d'avvicinarsi. Il soldato è lì tutto impolverato, manda un cattivo odore, lo sguardo al pavimento. Gli stringe la mano il colonnello, vuole nient'altro, sapere dove andava, i documenti. Andasse. Gli traducesse "Vi siete battuti con onore".
Fluttuando, la telecamera s'avvicina alla soglia, l'ingigantisce. Leggo Anastasio, Andolina, Andreatta. Poi m'inghiotte il corridoio, cambia il taglio di luce per un tempo che è quanto occorre all'obiettivo per adeguarsi. Rota Alessandro, Capitano Rugiadi Fabio. Sono passi, il corridoio sono sedici passi lenti di morti e tutto intorno è brusìo. Si sa, non c'è molto da fare in questi luoghi. Non puoi contare su un'organizzazione come è invece il mar Rosso a Sharm a Hurgada. Offrono poco d'altronde queste zone. La gente deve pur farle le escursioni. Parte, come s'addice ad una gita d'estate: allegra, colorata. Poi lo sente, ha modo di percepirlo che non c'è nulla che vada per quel verso, che ha sbagliato i colori, la leggerezza, la lunghezza dei vestiti e tutto quanto. Non è il mausoleo, né il vialone d'accesso a suggerirlo. E' il contrasto con questo mare blu da cartolina, c'è vento e la sabbia è bianchissima, è farina, è zucchero, il sole è quello che s'è sognato tutto l'anno.
Galletti è l'ultimo che leggo a sinistra. Poi c'è Zacchini, Caporale Zanardo, Zanato, Zanfini, Zingarelli, Zanni, Zinto, IGNOTO, IGNOTO, una parete intera di IGNOTO.
La sera F. profuma d'olio di cocco. Siamo appoggiati ad un muretto, due qualunque innamorati. I bambini giocano a rincorrersi sul prato. Le altalene, la casetta di legno, lo scivolo. Su un terrazzo, al secondo piano, c'è una donna. Sta fumando e intanto guarda chissà dove. Sembra alta e magra, avrà mani affusolate. Alle sue spalle il vetro della finestra spalancata ne duplica l'immagine. La specchia. Io, che in queste cose si sa che mi soffermo, non so cosa mi corrisponde in qualche modo. F. sussurra parole che sparpaglia la brezza dolce al tramonto alle voci dei bambini. Io penso a coordinate inesistenti. Lo sguardo della donna verso il futuro che, riflesso, non può ambire all'assenza di limiti del vuoto. E certi luoghi, che sono propri solo all'orizzonte.