Tutto ciò che ho letto di Richard Brautigan è riassumibile dalla parola "Parcellizzare" (bruttissima, peraltro, sono d'accordo). "American Dust", il suo ultimo romanzo, porta alle estreme conseguenze il senso del "Parcellizzare" (eh, già, bruttissima, ne convengo; ogni volta che la scrivo mi fa storcere la bocca, è più forte di me). E' un percorso di meno di un chilometro quello che il protagonista del romanzo, un adolescente, dovrà coprire per osservare quella strana coppia di pescatori, marito e moglie, entrambi sovrappeso, che apparecchiano un bislacco rituale serotino: montano lì, sulla sponda del lago, una sorta di clone di casa, lì all'aperto. Scaricano un divano, una poltrona, una stufa, diverse lampade a kerosene, alcuni tavolini, ci sono addirittura le foto di famiglia incorniciate, i genitori di lui forse, o di lei, chissà, e perfino i centrini ricamati, perfino questi, a protezione delle suppellettili. E' un rituale che si consuma tutte le sere, loro che arrivano e il ragazzo che si avvicina a osservarli meglio. Poi marito e moglie cucinano hamburger e minestre bell'e pronte della Kraft e finalmente siedono sul divano e pescano. E' in quel tragitto, in quelle poche centinaia di metri, che Brautigan scompone, parcellizza un'esistenza, un intreccio di esistenze. Con il suo stile solito: leggero, essenziale, dove già leggi Carver e ancor di più Salinger, quello di Holden e dei pesci banana.