Roberto vuole che racconti il fatto del tricheco. Ha detto promettimi che lo racconti. Siamo sul terrazzo di casa sua, all'ultimo piano. Tira un po' di vento ma c'è il sole e si sta bene. Il tempo di un caffé, poi lui deve scappare. Il suo paziente sembra che collabori di meno. Grasso che cola se riesce a fargli sgranchire appena le gambe. Non si alza più, o se si alza non cammina. Gli tocca afferrargli le gambe da steso, sul letto. Gliele massaggia, le piega in su, in giù, fletti, distendi. "Capirai! In queste mani" - dice, e me le spiana sotto gli occhi - "sembrano stecche da bigliardo, muscoli zero". Roberto ha due mani come badili. "Allora, lo racconti il fatto del tricheco?". Gli prometto che sì, che lo racconto, anche se non so cosa ci sia di tanto interessante. In pratica è il frusciare dei baffi sul cucchiaio. Quel suo paziente, quando lui l'imbocca, "Apra bene la bocca, professore", ha un modo di chiudere la bocca tartarughesco. Ogni boccone in cuor suo Roberto pensa speriamo che non faccia quel rumore, speriamo che non lo faccia. E invece gli scappa sempre, tutte le volte. Non riesce a sfilargli il cucchiaio dalla bocca senza che questo gli strusci sui baffi. Due bei baffi alla Nietzsche, dacché il tricheco. Roberto dice che ci resta affascinato, schifato e attratto nello stesso tempo, come ipnotizzato. Gli sembra che tutto accada alla moviola. Questo cucchiaio che piano piano fuoriesce, i peli che si incurvano elasticamente, si caricano d'energia, giungono a un punto di saturazione, lui se ne accorge, è inevitabile, lo prevede, non c'è niente da fare, frrr, sccchhh, raddrizzano la testa, frrr, sccchhh, strusciano sull'acciaio, frrr, sccchhh, minuscole goccioline di minestra sul metallo, sulle guance, qualcuna addirittura gli finisce sulla mano; frrr, sccchhh, come puoi renderlo un rumore così? Gli ho detto "Perché ti porti quelle forbici arrugginite? Hai intenzione di tagliarglieli?" Ha distolto lo sguardo. "Devo andare".