"Pollicino va sen-za pen-sie-ro, segue i sassoli-ni sul sen-tiero
Corri! Scappa! L'orco ti è vi-ci-no! Forza! Torna a ca-sa, Po-lli-cino!"
Siedo sotto un gazebo di legno su un terrazzo all'ultimo piano di un palazzo aggrappato alla collina.
Intorno non c'è nessuno: rumori, pochi.
Le luci che violano il buio della notte sono quelle - su nel cielo - delle stelle.
In basso - sguarrata dai lampioni delle strade - la città rolla giù a precipizio come una frana.
Palazzi su palazzi uno sull'altro e il porto in fondo sembra un ultimo sbadiglio.
Ho una bottiglia di Greco - mezza, per l'esattezza - in un cestello col ghiaccio e un orizzonte d'inchiostro.
Finché non è finito il vino o l'orizzonte - o entrambi, non ho voglia di pensarci - resterò qui.
I conti, poi, alla fine.
Adesso non ho voglia di pensarci.
E' molto bello questo posto, è ben curato; ci sono rose, gardenie, gerani, azalee, camelie.
Sopratutto, c'è il profumo dei gelsomini.
Adoro il tè al gelsomino, ne berrei a litri, e adoro fumare la
šīša all'aroma di mela nel narghilè.
Laggiù nel golfo si sbriciolano vecchi ricordi.
La prima volta che mi immersi sott'acqua
A Marechiaro.
Bisogna prendere fiato, farsi molto coraggio, mettere giù la testa, piegarsi ad angolo retto e darsi un colpo coi reni.
Andare giù.
Dritti.
Di testa.
Giù.
Senza paura.
Fiato e coraggio, poi di coraggio ne occorre sempre meno.
Questa cosa ho cercato di insegnarla alle mie figlie.
E' molto utile, e una volta superata sembra più nulla.
Ho perso un pezzo - è il tributo del vivere e morire - di allora, ciò che sono stato, e questo è un tentativo maldestro di ritrovarlo.
E' un'illusione.
Bisognerebbe essere onesti, dire le cose come stanno.
Bisognerebbe che chiunque legga capisca, che tutto sia chiaro.
Certe cose non vogliono metafore, non hanno giri.
Mi limito a questa bottiglia, ciò che ne resta.
Ci sono tentativi che vanno a vuoto.
Parole giusto che ce n'è ancora.
Buona notte.