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Obj: Dismissione macchine
Me l'aspettavo. Era stato pianificato nei dettagli, niente poteva più procrastinarne il compimento. Il fatto triste è che toccasse proprio a me. S'esiste un dio, pensavo, è il padre della logica binaria. Senza alcun dubbio. Procede per contrasti, per mere opposizioni: nero se bianco, acqua quando fuoco, triste dove allegro e viceversa. Dispensa contrappassi, come Dante Alighieri, a mani basse. Toccava dunque a me mandare in rete l'ultimo impulso e assistere alla fine. Mi avvicinai pertanto alla consolle con l'espressione quanto più intonata alla circostanza. Per anni, per quindici lunghi anni, fantasiliardi di cicli-macchina rubati. E adesso niente, il nulla a propagarsi nella rete. Dismissione per obsolescenza. L'idea m'era venuta un giorno, compilando un programma di contabilità. Un loop d'iterazioni gonfio o sgonfio a seconda degli eventi: bilancio preventivo, consuntivo, trimestrale, flussi di cassa, partite viaggianti. Calcoli, sommatorie, dare e avere, aggiornamento d'archivi, libri mastri. Fu per tentare d'imbrigliarne l'entropia (file not found, chiave duplicata) che pensai di plasmarlo d'umanità. Blink di cursori, barre di riempimento, warning all'utente, sfarfallìi di pixel. Ma ancor più sotto, che solo il debug poteva rivelarlo, ci avevo nascosto granelli inconsistenti, jump con ritorno, tritumi dell'anima. C'era il mio primo cane lì, Pinky la barboncina, quel pervicace strusciare di zampe nei suoi ultimi giorni. Qualche utente l'aveva intuito. "Compare un messaggio, ma è solo un attimo, non si riesce a leggere quello che c'è scritto". Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Una catena così. Di programma in programma. La gestione delle procedure conferenti: ci misi il professore del piano terra, la sgallettata tresca con la vedova del terzo piano. "...è solo per un attimo...". Requiem aeternam... Chiusure di fine esercizio: due occhi verdi, una frangia bionda, un campeggio. "...è solo per un attimo...". Requiem aeternam... Fino a giungere al kernel, ai servizi del call center, alla capricciosa granularità delle telefonate, all'inbound e all'outbound, alla crontab. Erano le mie preghiere, i miei ricordi nella rete. Chissà fin dove sono arrivati a propagarsi. Ché arrivi a un punto che sono troppi, troppi davvero quelli che tu ti porti dentro. E' una folla d'occhi, un fiume di sussurri. Troppi per non affidarli a qualcosa che non sappia di vento. Oppure d'acqua. O all'orbita d'un elettrone.
Spiegazione
Quindici anni fa cominciai a mettere, nei programmi che scrivevo, delle routine che non facevano nulla. O meglio: leggevano una stringa, una frase legata a qualcuno o a qualcosa, la stampavano a video per un istante, poi tornavano a fare quello che dovevano fare. Rubavo in questo modo pochi cicli di macchina, un'inezia. Mi si chiederà lo scopo. Nessuno. O forse un'esigenza simile a quella di coloro che lasciano al vento o ai fiumi le proprie preghiere. Piano piano, col tempo, questa sorta di mia personalissima signature, questo intreccio d'esistenze frammentarie, ha vagolato in chissà quante e quali reti remote. E' stato il sottofondo subliminale di contrattazioni telefoniche, di stesure di bilanci, di trasferimenti file e via discorrendo. La dismissione, oggi, della rete di macchine obsoleta e del loro software, ne decreta il definitivo spegnimento.