Originariamente questo post cominciava così: "A ben vedere ci sono certe facce che col tempo tendono a confluire nella stessa". Poi m'è tornata in mente quella volta che con la scuola -credo che mi trovassi in prima media- andammo a vedere le catacombe di S.Gennaro. Non ci giurerei, ma fu probabilmente in quell'occasione che appresi della bizzarra consuetudine, da parte di certe popolane, di "adottare" i morti. Non so se li sceglievano seguendo un criterio ben preciso, né tantomeno se intercorresse tra le parti una sorta di patto sottinteso. Ricordo bene l'ambiente: umido, soffocante, un odore di muffa e di stantìo, la viscida porosità fredda del tufo, lumini ovunque, ex-voto di braccia, gambe, pance, cumuli d'ossa sparsi, tibie, teschi. Fatto sta che mentre ascoltavamo l'insegnante passò una suora impettita che si fermò (presumo catturata da qualche intemperanza d'uno di noi), ci guardò bene in faccia tutti quanti e infine ci disse: "Cosa ridete, ragazzini? Tutti -un giorno- diventeremo così". Dunque l'incipit originario di questo post m'è toccato cassarlo, esattamente come allora mi si gelò il sorriso, sull'onda tetra e ammonitrice di quel fruscìo monacale che da allora e per sempre s'aggirerà tra quei lumini e quegli ammassi d'ossa.
L'ho osservato ben bene Erri De Luca ieri sera. Riverberava d'un mucchio di facce che ho già visto. Nel silenzio della sala (un po' d'impaccio nell'uditorio attento che si chiedeva "Avrà finito di leggere poesie?") ho preso la mia copia del libro dalla tasca, l'ho sfogliata e poi gli ho chiesto:
"Erri... "Parete Ovest". Leggici "Parete Ovest"".
Lui m'ha guardato (e m'ha guardato Eduardo, Peppino, Nino Taranto, mio zio il capitano, don Ciro il portiere, il barbiere sulle scale del vicolo, l'omino che vendeva le uova casa per casa, il salumiere in piazza, don Mario il verdummaro e un mucchio d'altra gente che sfilava sorniona sullo sfondo inesistente d'una parete -grigia ed umida- di tufo ).
"Parete Ovest", ha ripetuto, come tra sé e sé, "Sai anche la pagina?"
"Trentotto", gli ho risposto.
Parete Ovest
Sulla parete ovest di pomeriggio finalmente arriva
il sole e scalda l'osso occipitale.
Da centinaia di metri vado sopra centimetri
la faccia contro il muro.
I prismi di quarzite nella pietra dolomia
appuntano spilli di luce biancospina dentro gli occhi.
Due lacrime lubrificano il dorso della mano.
In fondo al diedro il cielo s'avvicina,
ancora una spaccata e lo scavalco.