Lo sai, papà, cos'è che mi sgomenta? Che a queste prospettive strascicate, all'orizzonte, che c'incatena al corridoio, a queste vie di fuga che, ghignanti, come iene ci hanno rubato l'imprevisto, a quest'indifferenza tutt'intorno in cui stramiamo in silenzio, stanchi cenci, (io che t'osservo, fingo indifferenza, tu che scalpicci, mulinando a vuoto, entrambi stramaledetti e condannati ad un incrocio, ad un espiare nulla) non abbia da contrapporre in fin dei conti altro che un affastellamento parolaio, cantilenare nenie a caracollo, l'urgenza carezzevole che inganni la sorte di sgocciolarsi, alla fine, come piscio, inchiodati, io a questo fiume sordo che ribolle, tu, spero, ancora a quei tramonti africani (t'accendevano lo sguardo, lo ricordo, anche quando "Matare todos!" t'abbaiò sulla faccia il guerrigliero. "Strano", mi raccontasti, "ero proprio sicuro che quella volta ci avrebbero ammazzati. E non avevo la minima paura"). E ti confesso, non mi riesce più di sopportare il peso vuoto di cui m'ingozzo adesso che è tardi e il senso che sottintendo può solo scivolarti addosso senza appigli. T'accodo un acciabattare di pensieri. Stanchi, di questo niente in cui sfumare.